Con Monti e il suo governo dell’emergenza tutti si chiedono che fine ha fatto il federalismo fiscale. Non c’è traccia nel suo programma di governo. Per avere una risposta aiuta il Rapporto Svimez 2011 sulla finanza dei Comuni, a cura di Federico Pica e Salvatore Villani, Quaderno Svimez n. 30, Roma Dicembre 2011. Un volume che ricostruisce la storia della finanza comunale dal 1991 a oggi non solo attraverso i provvedimenti legislativi ma anche con le statistiche. 20 anni non solo di chiacchiere e slogan roboanti, come quelli della Lega Nord, ma anche di legislazione alluvionale e sussultoria sul federalismo ed il sistema della finanza comunale resta insostenibile, inefficiente, iniquo orizzontalmente e verticalmente. Non poteva essere diversamente se appena si consideri che tutta la finanza pubblica italiana resta insostenibile come la crisi economica e finanziaria in cui gli ultimi governi ci hanno sprofondati dimostra. Negli ultimi venti anni, ci sono stati quattro tentativi draconiani di risanamento dei conti pubblici (quello di Amato 1992, i due di Prodi nel 1997 e 2007 e ora quello di Berlusconi-Monti). Le manovre di Prodi ci hanno fatto entrare e restare nell’eurozona mentre quelle congiunte di Tremonti-Monti paradossalmente potrebbero portarci fuori dall’euro a dispetto dell’obiettivo annunciato. Non mi auguro che ciò avvenga ma è alta la probabilità che ciò si verifichi se è vero che tutte le manovre citate hanno conseguito risultati precari e provvisori solo in termini finanziari e nessuna – e meno che mai l’ultima – è stata ed è in grado di risolvere il problema della crescita economica che è la condizione ineludibile per la sostenibilità del debito pubblico e della finanza pubblica a partire da quella comunale.
Sono vecchi di 20 anni i problemi della bassa produttività e della crescita. Ancora negli anni ’80 il tasso di crescita dell’economia registrava un ragionevole 2,4% all’anno che si abbassa all’1,6% negli anni ’90 e scende allo 0,2% negli anni ’00. L’alternanza al governo, in un contesto di bipolarismo “coatto”, ha prodotto non la governabilità annunciata ma instabilità finanziaria con i governi di centro-destra che hanno rovesciato il segno delle politiche economiche e finanziarie di quelli di centro-sinistra. Dal rigore siamo passati al lassismo, ai condoni a raffica sino ad arrivare al 2011 anno in cui i due governi che si sono succeduti hanno approvato 5-6 manovre restrittive per inseguire il totem del pareggio di bilancio a scapito della crescita. In venti anni, non siamo stati capaci di distinguere nettamente tra funzioni fondamentali e non , tra i vari tipi di beni pubblici. Infatti il D. Lgs. N. 23/2011 resta ancora basato sul discusso criterio della spesa storica e non tiene conto del fatto che parte sostanziale delle spese dei Comuni riguarda i livelli essenziali di assistenza (art. 117 comma 2, lettera m della Cost.) necessari per l’attuazione dei diritti civili e sociali per conto dello Stato e proprio e non i livelli essenziali delle prestazioni (art. 117 comma 2, lettera p) che riguardano in via principale le funzioni fondamentali degli enti locali, ossia, l’offerta di beni e servizi pubblici locali anche essi importanti.
Abbiamo introdotto l’ossimoro del federalismo municipale ma la finanza comunale è stata e rimane telecomandata dal centro. Prima dell’abrogazione dell’ICI, i Comuni avevano in termini relativi il grado relativamente più alto di autonomia tributaria. Poi arriva la sciagurata decisione di abrogare del tutto l’ICI sulla prima casa. Ora il governo Monti gliene restituisce una parte se , come previsto, la metà del gettito dell’IMU (anticipata al 2012 più per necessità che per virtù) andrà al governo centrale. Nel Rapporto si scrive di riforma federale tradita e di sistema regressivo che vede la pressione tributaria più alta al SUD. Le affermazioni sono accompagnate da adeguate statistiche.
Non c’è sostenibilità finanziaria delle funzioni attribuite ai Comuni perché, al di là della lettera del principio costituzionale (di cui all’art. 119 comma 4) trasposto più correttamente nell’art. 2 della legge delega n. 42/2009 “le risorse derivanti dai tributi e dalle entrate propri di Regioni ed enti locali, dalle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali e dal fondo perequativo consentono di finanziare integralmente il normale esercizio delle funzioni pubbliche attribuite”, è chiaro che se riduci comunque l’autonomia tributaria vera e propria alla fine né le Regioni né i Comuni trovano le risorse necessarie per finanziare integralmente le funzioni loro attribuite. Specialmente se non distingui attentamente le varie funzioni e ti limiti ad individuare una distinzione a spanne come fa il d.lgs. n. 23/2011 che semplicemente assume come fondamentale l’80% della spesa storica. Specialmente se consideri la difficoltà di tagliare la spesa corrente e i vincoli del Patto di stabilità interno (PSI) che benché regionalizzato mantiene duri vincoli alla capacità di spesa non solo per i comuni non bene amministrati ma anche per quelli virtuosi. E la riprova di quanto sopra sta proprio nella caduta degli investimenti non solo negli ultimi 3 anni ma nel ventennio considerato vedi tab. 1 pag. 179 del volume. “al livello medio nazionale le spese destinate agli investimenti, in euro a valore costante e in pro-capite, subiscono tra il 1991 e il 1997 una riduzione pari al 4,1%, che tra il 1997 e il 2010 si intensifica e raggiunge il 13,2%. Considerando i dati a livello territoriale, tra il 1991 e il 1997, le spese per investimenti risultano in aumento nel Centro (6,3%) e in riduzione nelle altre due aree del Paese, con una contrazione più forte nel Mezzogiorno, pari al 12,7%, più intensa rispetto a quella avvenuta nel Nord (3,1%)”. E tutto questo a fronte di un divario infrastrutturale che è molto più grave nel Mezzogiorno rispetto a quello medio nazionale nei confronti degli altri Paesi membri dell’Unione europea.
Come si spiega tutto questo? Come ho accennato sopra, venti anni di chiacchiere ma pochi fatti nonostante la lunga presenza al governo della Lega Nord, anche i governi di centro-destra, negli anni ’00, hanno adottato provvedimenti rubricati come attuativi del federalismo ma in sostanza di contenuto fortemente centralistico. Concordo pienamente con quanto afferma il Rapporto circa i tempi e le misure di cui al D. Lgs. N. 23/2011: “prevede una serie cospicua di cambiamenti che raccolgono molte delle sollecitazioni dagli enti locali, ma che non modificano realmente la struttura delle entrate correnti dei Comuni, né producono un incremento significativo della loro autonomia tributaria”. Si tratta di un tipico provvedimento gattopardesco: cambio tutto per lasciare le cose come stanno. Se non aumento l’autonomia tributaria delle Regioni e degli enti locali, è chiaro che, nella necessità di risanare i conti, tagli anche le spese in conto capitale che sono finanziate o con l’accensione di mutui o con trasferimenti dal governo centrale. Voglio essere chiaro: di questi esiti è responsabile anche il centro-sinistra che è stato al potere per circa la metà del periodo considerato e che ha gareggiato con il centro-destra nell’assumere provvedimenti di tipo gattopardesco. Anche questo problema è affrontato dal Rapporto quando approfondisce la questione trasferimenti/compartecipazioni. “L’albero nato storto”: le compartecipazioni al posto dei trasferimenti. Le compartecipazioni spacciate come tributi propri. Ma in Italia, in questi venti anni, non si è introdotta alcuna partecipazione con riserva di aliquota a favore delle Regioni e degli enti locali – le uniche che potrebbero essere considerate tributi propri. E se così, non si può parlare in nessun modo di incremento dell’autonomia tributaria degli enti sub-centrali. Lo dimostra proprio il caso dell’IMU che restituisce ai Comuni esattamente il gettito che traevano dall’ICI e niente più almeno in questa fase ma per decreto legge del governo centrale. Con un certo puntiglio rispetto a quanti continuano a ritenere che le compartecipazioni sono tributi propri delle Regioni e degli enti locali, nel Rapporto si citano e approfondiscono appropriatamente i saggi di Peirce, Fiscal Federalism: sharing revenue is not enough! e quello di Musgrave – Polinsky, Revenue sharing. A critical view, a cui rinvio. È difficile dar conto fino in fondo delle varie e approfondite analisi del Rapporto ma almeno di un’altra questione voglio occuparmi brevemente in questa presentazione: della questione della golden rule di cui all’art. 119 Cost., quindi trasposta nella legge delega n. 42/2009.
Non ultimo alcune considerazioni sulla regionalizzazione del patto di stabilità interno. Il patto che è solo il complesso delle regole che consente al governo centrale di controllare la finanza locale. Perciò vissuto dagli enti locali come una vera e propria imposizione dal governo centrale. Funziona bene in alcune regioni a statuto speciale. Infatti la regionalizzazione, da un lato, rende più flessibile la gestione del PSI, dall’altro, induce i Comuni a contenere l’indebitamento netto per tenere i conti in equilibrio. Negli ultimi anni, si è cercato da un lato di renderlo più consensuale, dall’altro di estenderlo in modo uniforme alla maggior parte dei Comuni ricadenti all’interno delle Regioni a statuto ordinario. Tale politica non sta funzionando o incontra aspre critiche in particolare da parte dei Comuni c.d. virtuosi. Sulla regionalizzazione, tuttavia, c’è un elemento di ipocrisia nel dibattito politico corrente. È chiaro che se si accetta la logica della regionalizzazione , ossia, il rispetto del saldo a livello regionale, questo implica inevitabilmente bloccare la spesa non solo dei Comuni in deficit ma anche di quelli in surplus. La gestione del meccanismo è particolarmente complessa specie quando va calata in una lunga fase di risanamento dei conti pubblici che, a sua volta, cade in una lunga fase recessiva dell’economia reale. E come se non bastasse, in Italia, la gestione di un simile meccanismo è ancor più complessa quando si pensi che il risanamento dei conti e la stagnazione dell’economia sono problemi ed aspetti strutturali del sistema legati al basso tasso di produttività dei fattori e al basso tasso di investimento nel settore privato e in quello pubblico. In un simile contesto, non è difficile capire cosa sta succedendo alla c.d. regola d’oro inserita nell’art. 119 Cost. Nel Rapporto Pica e Villani danno conto delle diverse misure assunte negli ultimi anni che hanno imposto vincoli draconiani alla possibilità di indebitarsi per finanziare spese in conto capitale. Ma l’individuazione di queste ultime spese è a volte problematica e allora il governo centrale “ha posto limiti all’indebitamento derivanti dall’accensione di mutui da parte degli enti locali. Con la legge finanziaria del 2005 ha abbassato il limite dal 25 al 12%. Con la legge finanziaria 2007 lo ha rialzato al 15%. Con il decreto mille proroghe n. 225 del 29-12-2010 convertito con legge 26-02-2011 n. 10 è stata modificata la legge di stabilità 2011 (legge 13-12-2010, n. 220) che stabiliva un tetto massimo dell’8% e ha definito per il 2011 un limite del 12%, per il 2012 il 10% e per il 2013 l’8%. In ogni caso una progressiva riduzione delle possibilità di indebitamento degli enti locali. Come osserva Adriano Giannola nella prefazione, la “duplice esigenza di stabilizzare e ridurre il rapporto debito/PIL incide sulla capacità operativa dei Comuni e, insidiandone l’efficienza, ne pregiudica l’efficacia proprio quando essa si fa cruciale per gestire gli squilibri sociali del sistema Italia”.
Il Rapporto Svimez scrive di una situazione drammatica, di una tragedia di cui i Comuni hanno responsabilità minori rispetto a quelle del governo centrale e delle Regioni. Se il problema è quello strutturale, della bassa crescita, della bassa produttività dei fattori, della bassa competitività del nostro sistema – anche a causa di un euro largamente sopravvalutato, aggiungo io – le responsabilità principali sono del governo centrale e delle Regioni. Di queste ultime ovviamente dopo l’ampio trasferimento delle competenze operato con la riforma costituzionale del 2001 perché assistono inermi ai ritardi del governo nel trasferimento dei fondi e nell’attuazione del federalismo fiscale. La tragedia nella tragedia è che nel 2011-12 anche il governo centrale si lega le mani e i piedi prima con il Sixpact e quindi con il Fiscal Compact che costituisce ora una vera e propria camicia di forza cucita addosso anche alla finanza dei Comuni.
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