Ecco come ragionano le società di rating

Secondo quanto ha riferito l’Agenzia Reuters ieri 27 giugno u.s., al momento non ci sono segnali di un significativo deterioramento dei fondamentali del debito pubblico italiano, che possa far ipotizzare un impatto della Brexit sul rating dell’Italia.
Lo ha detto il responsabile rating sovrani di Dbrs Fergus McCormick, in una conference call dedicata alle conseguenze del voto britannico per l’uscita dall’Unione europea rispondendo ad una domanda sulla situazione italiana. Ha motivato la sua affermazione dicendo che la DBRS segue attentamente l’evolversi della situazione tenendo sotto osservazioni le variabili che incidono sulla traiettoria del debito pubblico nei Paesi a rischio. Le variabili osservate sono: la crescita del Pil, i tassi di mercato, l’inflazione e le finanze pubbliche.
Fin qui ha ragione . I tassi di mercato sono bassissimi, invece dell’inflazione abbiamo la deflazione, la crescita è minima ma positiva e comparativamente i conti pubblici sono in parte risanati – naturalmente da un punto di vista strettamente contabile.
L’analista ha quindi definito “incoraggiante” il rimbalzo odierno del titoli di Stato italiani e spagnoli, ma ha poi sottolineato l’importanza del referendum costituzionale italiano di ottobre, definendolo il “prossimo passaggio cruciale in Europa”. “Vedendo come stanno andando i referendum in Europa è un appuntamento da guardare con grande attenzione” avrebbe concluso.
Secondo me, mettere sullo stesso piano il referendum sulla uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e quello su una riformetta storpia e malfatta come la riforma costituzionale Italiana varata dal governo Renzi è a dir poco sbagliato e senza alcun fondamento economico. Non tiene conto che la riforma costituzionale di cui parla poco o nulla ha a che fare con i fondamentali che McCormick stesso ha citato precedentemente.
In miei precedenti post sul mio blog ho messo in rilievo la scarsa o nulla rilevanza della riforma costituzionale se il problema della crescita in Italiana è quello di un grave difetto di domanda interna sia per i consumi che per gli investimenti.
Ho osservato anche che il vero problema interno è quello della quantità e qualità della legislazione sulla quale la riforma costituzionale non sembra destinata a migliorare la situazione neanche sui tempi necessari per approvare le leggi. E del resto, come ho scritto ripetutamente, non ha effetti migliorativi velocizzare il processo decisionale all’interno di singoli paesi membri dell’Unione se poi quello principale resta lento e farraginoso.
Nell’ultimo post ho messo in evidenza quello che l’Unione europea dovrebbe fare costruendo un vero e proprio governo federale dell’economia e della finanza anche con meccanismi assicurativi di ultima istanza dei debiti pubblici dei paesi membri, alias, suddivisione del rischio.
Anche per la stabilità di questi debiti rilevano non le riforme sciacquetta dei governi sub-centrali ma quelli che si dovrebbero fare – e non si fanno – a livello centrale.
Lo tenga ben presente il sig. McCormick se non vuole creare egli stesso qell’incertezza che fa comodo ai suoi compari della finanza rapace. Che la finanza speculativa abbia bisogno di certezza è un controsenso perché essa realizza i maggiori profitti proprio nelle situazioni di incertezza. Chi ha bisogno di minore incertezza sono le imprese e le famiglie che devono avere fiducia che i contratti che stipulano saranno rispettati dalle controparti e che in caso negativo troveranno procedimenti giudiziari efficienti ed efficaci. Ecco un esempio preclaro di come funzionano le società di rating così sopravvalutate dalle parti di Wall Street.

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Dopo Brexit che fare ?

In una fase di forte accelerazione della globalizzazione, l’orizzonte degli statisti dovrebbe essere il governo mondiale. A maggiore ragione, vale la tesi di Spinelli secondo cui la federazione europea era un passo intermedio verso la federazione mondiale. Oggi questo è un obiettivo quanto mai attuale è urgente se non si vuole lasciare il governo economico del mondo alla finanza rapace e alle società di rating. Ma soprattutto se non si vuole lasciare deteriorare la democrazia in Europa e nel mondo. Abbiamo istituzioni sovranazionali inadeguate ai compiti che, giorno dopo giorno, perdono legittimazione democratica vuoi per la rappresentanza politica che essi esprimono vuoi per la loro incapacità a risolvere i problemi della gente comune ma soprattutto i grandi squilibri mondiali. Abbiamo i G7, i G8, G20, i G5 e i Gtanti. Sottoscrivono documenti che auspicano il coordinamento delle varie politiche, poi tornano a casa e continuano a fare i loro interessi aspettando che qualcun altro tolga le castagne dal fuoco. E i leader europei non si comportano diversamente. Ieri Renzi incontra separatamene Hollande, oggi si rivedono insieme alla Merkel. Si parla di direttori a tre a quattro. Abbiamo una pletora di organi collegiali e tutti si dilettano a suggerire incontri informali di gruppi a diversa composizione che non di rado escludono i cinque Presidenti e, in modo ancora più grave, il Parlamento europeo.
Due terzi dei Paesi Membri (PM) dell’Onu sono espressione di paesi a basso grado di democrazia se non proprio di dittature feroci. Questo costringe i paesi più democratici a dare spazio e legittimazione indiretta alle organizzazioni specializzate delle NU e/o a autorità amministrative indipendenti non di rado gestite e controllate da uomini dell’alta finanza attraverso le c.d. sliding doors, ossia, uomini che si alternano al governo dei più importanti paesi del mondo e delle maggiori banche d’affari residenti , in particolare, a Wall Street. Per questi motivi diventa cruciale quello che si può e si deve fare al livello delle aree regionali vaste, ossia , di dimensioni continentali. L’UE è una di queste e lo sforzo dei Paesi membri (PM) dovrebbe essere diretto a rafforzare sempre più le sue strutture e renderle sempre più responsabili da un lato rispetto ai suoi cittadini dall’altro rispetto alle aspettative del resto del mondo.
Vale la pena ripetere una cosa per molti di noi banale: chiudersi nello splendido isolamento o continuare a fare il piccolo cabotaggio sarebbe semplicemente suicida. Occorre invece intraprendere la strategia alta quella degli statisti che pensano alle generazioni future più che al mantenimento del loro potere non è facile. Limitando il discorso allo stato della UE, dopo il referendum inglese, mi sembra che i problemi da affrontare siano molteplici e molto complessi, alcuni di essi possono essere affrontati in tempi brevi, altri hanno bisogno di una più attenta meditazione e preparazione.
Ne elenco alcuni: a) rafforzare il ruolo del PE; b) rafforzare il ruolo della Commissione che deve diventare il vero governo centrale; c) abrogare il Consiglio europeo; d) adottare il principio della geometria variabile; e) il cambio della politica economica; f) l’adozione di una politica comune in materia di emigrazione. Ovviamente l’elenco non è esaustivo. Ci sono altri e pesanti problemi da risolvere ma in questo scritto mi occupo solo di quelli elencati.
Rispetto ad a) bisogna sciogliere il nodo delle competenze, ossia, precisarle meglio. Non si può pensare di andare avanti così . Se anche gli eventi più recenti impongono la geometria variabile, ossia, poteri diversi a seconda che si tratti di affari del nucleo avanzato o di quelli dei 28 ora 27 PM, allora bisogna adottare il modello delle due camere o quello di una camera e mezza. A questo riguardo si pone la questione del Senato federale . Nelle federazioni vere e proprie, tradizionalmente, c’è un Senato federale che assicura la rappresentanza paritaria degli Stati federati o con poteri paritari rispetto alla Camera o con poteri differenziati. Da noi si è scelta la soluzione del Consiglio europeo dove siedono i capi di governo dei PM. La soluzione mostra la corda perché, come vediamo ogni giorno, i capi di governo ragionano per lo più in una ottica che in primo luogo tiene presente gli interessi nazionali.
Gli obiettivi fondamentali da perseguire secondo me sono due : camera e senato devono essere in diritto e in fatto i massimi rappresentanti della sovranità popolare e le leggi che essi approvano devono essere immediatamente applicabili e applicate nei confronti dei cittadini europei . Senza passare attraverso lo strumento della legge comunitaria di livello nazionale che recepisce quelle del PE.
L’iniziativa legislativa sarebbe condivisa tra le Camere e il governo federale, alias, Commissione rafforzata. Il primo problema che si pone al riguardo del governo e se la forma di Stato deve essere una Repubblica parlamentare oppure una repubblica presidenziale o semi presidenziale. La mia preferenza va alla Repubblica parlamentare ma sono pronto a discutere le altre soluzioni a condizione che sia rigorosamente salvaguardata la separazione netta dei poteri come ad esempio negli Stati Uniti. Anche il governo avrebbe due composizioni diverse: una ristretta per gli affari dell’eurozona ed una allargata per l’UE a 27.
Con riguardo ad e) , a prima vista, la soluzione sarebbe più a portata di mano. Ormai c’è un certo consenso che la politica dell’austerità non ha dato i frutti sperati e che occorra cambiare passo. Non si può applicare la stessa ricetta a paesi in situazioni diverse. Le economie dei 27 PM non possono essere governate da regole automatiche, dai parametri di Maastricht. Non possiamo tutti perseguire lo stesso obiettivo del risanamento dei conti pubblici. Che senso ha avere la finanza pubblica in regola e decine di milioni di disoccupati che per anni e anni non hanno speranza di trovare lavoro? Il punto è che il cambio di politica economica in teoria sarebbe possibile anche nel breve periodo se solo ci fosse il consenso necessario . Serve non una maggiore flessibilità nell’applicazione delle attuali regole uguali per tutti ma una politica economica articolata per aree regionali con gli stessi problemi all’interno dell’Unione. La strategia di Lisbona sulla convergenza va rigenerata e rilanciata mettendo a disposizione della Commissione e dei governi nuovi e più incisivi strumenti di intervento diretto nell’economia. Bisogna prendere atto che, dopo la crisi iniziata nel 2008, con l’adozione del Fiscal compact e degli annessi e connessi regolamenti anche la politica economica è stata centralizzata ma confermando l’errore del 1997. Allora come negli anni recenti si è data priorità alla politica di stabilizzazione trascurando del tutto o quasi la crescita. Come noto, mentre si elaborava il Fiscal compact si stava elaborando anche un Growth Pact ma poi di quest’ultimo non se ne fece niente. Non solo ma si fece di più e di peggio. A fronte del persistere della doppia recessione che colpiva più duramente i PM euromed , l’accordo Cameron-Merkel riduceva di 90 miliardi le proposte della Commissione di aumentare il bilancio settennale ,alias, le prospettive finanziarie della UE.
Anche questo è un punto fondamentale che va riformato con urgenza se non si vuole condannare all’impotenza l’auspicato governo europeo. Come si fa a governare una economia di dimensioni continentali con un bilancio non solo striminzito di poco superiore all’1% del PIL europeo ma anche rigido. Serve intanto un sostanziale aumento del bilancio e il potere di indebitarsi per avere la possibilità di governare la domanda interna non solo a livello delle maggiori aree regionali ma dell’economia europea nel suo insieme, non solo per fare fronte agli shock esterni ma anche per affrontare sul serio gli squilibri territoriali che permangono e si aggravano all’interno delle varie aree regionali.
In una intervista al Corsera del 26 u.s. Amartya Sen, dopo avere richiamato il Manifesto di Ventotene, ha sostenuto che prima di fare l’euro bisognava fare l’Unione fiscale. Pur riconoscendo che la costruzione dell’Unione economica e monetaria è zoppa e incompleta. Rispettosamente mi permetto di dissentire. Un mercato comune e poi unico non può funzionare bene senza una moneta comune. L’idea è vecchia quanto il Trattato di Roma. Ma l’integrazione monetaria subisce una forte accelerazione con l’abbandono del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods voluto dagli USA (15-08-1971). Abbiamo avuto prima il serpente, poi il sistema monetario e infine l’euro. L’approccio funzionalista, in buona sostanza, ha funzionato. Sappiamo che l’Europa non aveva le caratteristiche di un’ottima area monetaria e che comunque servivano dei trasferimenti compensativi e perequativi. Ma i PM ricchi non hanno voluto i primi strettamente necessari per far funzionare bene la concorrenza né, tantomeno, i secondi.
In Italia l’attuazione dell’euro è stata disastrosa, producendo un forte aumento dei prezzi. Poi c’è stata una gestione filo-americana del cambio a cui solo recentemente ha posto parziale rimedio il Presidente della BCE Draghi. Dico che il problema più importante non è l’euro ma la politica economica. Ancora ai primi degli anni 70 , ossia, prima della fine dei “gloriosi trenta”, si parlava del quadrato magico della politica economica: crescita sostenuta e sostenibile (vedi Conferenza di Venezia, aprile 1972, organizzata da Spinelli) , piena occupazione, stabilità dei prezzi ed equilibrio dei conti con l’estero.
Dopo 30-40 anni di neo-liberismo, ci ritroviamo in Europa con crescita media asfittica, 25 milioni di disoccupati, la deflazione e squilibri fondamentali nelle bilance dei pagamenti. Siamo dentro il quadrato tragico.
O l’Unione si dà un governo centrale dotato degli strumenti necessari e sufficienti ad affrontare questi problemi in chiave sussidiaria dei governi dei PM oppure il suo futuro è veramente a rischio. Last but not least, vengo al problema dell’emigrazione. È connesso in maniera ineludibile con il problema della disoccupazione diffusa tra i lavoratori europei, tenendo conto che il fenomeno rischia di aggravarsi per effetto delle nuove tecnologie e della digitalizzazione. La Commissione europea non può accettare come tassi normali di disoccupazione quello italiano dell’11,6% e quello spagnolo più del doppio. Un governo europeo degno di questo nome deve darsi l’obiettivo della piena occupazione. Lo Statuto della BCE va modificato secondo il modello della FED. La misura è estremamente urgente se considero l’assenza o, se volete, l’estrema debolezza di un governo centrale dell’economia a livello dell’Unione. Solo in un contesto così modificato, l’Europa può sul serio cercare di diventare una società inclusiva non solo per i cittadini europei ma anche per quelli che hanno diritto a o vogliono diventarli.
È evidente che molte di queste politiche non sono fattibili nel breve termine perché richiedono modifiche ai Trattati Ma proprio per questo motivo bisogna riaprire al più presto il cantiere delle riforme costituzionali a livello europeo . Ma se parliamo di politica economica in senso stretto non poco si può fare in tempi relativamente brevi.

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Riforma costituzionale e l’Italicum rischiano di azzoppare la democrazia

Due considerazioni preliminari. La prima è che bisogna avere chiaro l’obiettivo fondamentale del sistema costituzionale che si vuole costruire. Da un quarto di secolo almeno, a parole, diciamo che vogliamo costruire un sistema federale. Va ricordato che la questione del federalismo entrò nell’agenda della politica italiana per merito o demerito (a seconda dei punti di vista) di Bossi e della Lega Nord che addirittura minacciavano la secessione se non si fosse realizzato il federalismo entro un ragionevole lasso di tempo. In un sistema federale, il Senato ha ragion d’essere al livello centrale del sistema federale e non a livello dei paesi membri federati o in via di essere federati. In Italia dove i discorsi sulla riforma costituzionale non hanno mai tenuto conto di quello che sta avvenendo in Europa tranne nel caso della modifica dell’art. 81 della Costituzione collegato all’adozione Fiscal Compact a livello europeo. Si è partiti dall’idea bizzarra che il bicameralismo perfetto fosse la causa dell’inefficienza del nostro sistema istituzionale. Per approfondimenti di questo punto mi sia consentito rinviare a http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2016/02/16/l%E2%80%99irrilevanza-della-riforma-del-senato/?doing_wp_cron
Adesso abbiamo un bicameralismo differenziato, non elettivo e composto da esponenti delle regioni e dei comuni. Qui mi basta dire che un senato che non ha voce decisiva sulla legge di stabilità nega la partecipazione non solo delle Regioni e dei Comuni ma direttamente e indirettamente anche dei cittadini. La riforma nega non solo un sistema genuinamente federale, come sarà prima o poi il sistema dell’Unione Europea, ma nega anche lo Stato regionale come previsto dalla nostra Costituzione del 1948.
La seconda premessa che ha a che fare non solo con la riforma costituzionale ma anche con la legge elettorale c.d. Italicum è ovviamente collegata alla forma di governo, perché in nome della stabilità – non della governabilità che dipende anche da altri fattori – prevede un ritorno ad un sistema elettorale peggiore del c.d. Porcellum legge n. 270/2005 che la Corte costituzionale ha già censurato in diversi punti con sentenza n.1/2014. Di queste censure il governo e il Parlamento non hanno tenuto conto approvando l’Italicum, rectius, legge n. 52/2015. Questa assicura una maggioranza di 340 seggi al partito che vince le elezioni. Considerata la frantumazione del sistema politico con l’emergere di tre principali schieramenti si è previsto un grosso premio di maggioranza non ad una coalizione ma ad una lista partitica. L’argomento dei difensori di questa soluzione è che senza un cospicuo premio di maggioranza, nessun partito sarebbe in grado di assicurarsi una maggioranza in Parlamento e, quindi, non sarebbe in grado di governare senza ricorrere all’aiuto e/o alla cooperazione con altri partiti. Anche su questo punto gli argomenti del Presidente Renzi, nonché segretario del PD, a mio giudizio, sono molto deboli perché una riforma della costituzione non può partire dalla situazione contingente della crisi dei partiti. Una costituzione si deve proiettare in un orizzonte temporale di lungo termine e, se così, non sappiamo se fra 5-10-20 anni la situazione dei partiti sarà come quella attuale. Secondo la Constitutional Political Economy la definizione delle regole va fatta avvolti nel velo dell’ignoranza, ossia, senza sapere chi potrà essere avvantaggiato da quelle regole. Più in generale, se il pluralismo delle forze politiche è l’essenza della democrazia, non si può azzoppare la democrazia perché ci sono tre partiti di pari forza. Un partito al governo non può ridisegnare da solo ( a colpi di maggioranza risicata) la legge elettorale secondo le sue necessità, per garantirsi una maggioranza blindata. Nel 2005, lo fece il governo Berlusconi ma nel 2006 vinse Prodi.
Proseguendo per questa strada si può anche ipotizzare l’abrogazione delle elezioni – come fu ipotizzato in chiave satirica attorno al 1975 da Anonimo in “Berlinguer e il Professore”, Rizzoli, 1975: 82-83). È questo non sarebbe del tutto sorprendente se si considera la deriva autoritaria e tecnocratica in corso in Europa e nel mondo che affligge la democrazia.
In un paese coeso, funzionano le coalizioni, in un paese non coeso dove, da un quarto di secolo, prevale la logica dell’amico-nemico, il sistema non funziona o funziona male con l’abuso continuato della decretazione d’urgenza, i canali speciali per i provvedimenti del governo, i canguri per togliere la parola all’opposizione , i voti di fiducia sui maxi-emendamenti, ecc. Se oggi viviamo nell’era della sfiducia come sostiene il politologo francese Pierre Rosanvallon, (Controdemocrazia La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, collana le navi, Roma, 2012), bisogna prenderne atto e l’impegno di tutti i partiti dovrebbe essere quello di superare tale sistema e ricostruire la fiducia necessaria. Se invece la previsione è che questo sistema della sfiducia reciproca tra le forze politiche e i poteri dello Stato, va bene ed è destinato a restare nel lungo termine , allora servono i poteri di veto di cui parla Gorge Tsebelis, un politico americano di origine greca (vedi il suo: Poteri di veto. Come funzionano le istituzioni politiche, il Mulino, Bologna, 2004). Per essere chiari il sistema dei poteri di veto è quello in essere nella Costituzione americana dove c’è la separazione netta dei poteri specialmente tra il Congresso ed il Presidente, quindi tra il legislativo e l’esecutivo per cui il Presidente può porre il veto alle leggi approvate dal Congresso e viceversa il Congresso o una delle sue camere può non approvare le leggi proposte dal Presidente. Congresso e Presidente risultano eletti con procedimenti elettorali significativamente diversi ed ottengono mandati di durata diversa (4 e 6 anni) proprio per raccogliere eventuali cambiamenti di opinione pubblica. Il Congresso si rinnova parzialmente ogni due anni. Il mandato del Presidente dura 4 anni. I senatori durano in carica 6 anni e 1/3 di essi si rinnovano ogni due anni. Le due camere del Congresso hanno sostanzialmente gli stessi poteri legislativi anche in materia di bilancio. Quindi negli Stati Uniti c’è il bicameralismo perfetto o quasi tanto deprecato in Italia perché secondo gli esponenti della maggioranza sarebbe lento e farraginoso mentre oggi servirebbero procedimenti legislativi veloci ed efficaci per affrontare i problemi della globalizzazione. Si dà il fatto che gli USA restano la potenza egemone a livello mondiale che affronta giornalmente detti problemi ma nessuno o quasi – che io sappia – sostiene che il bicameralismo vada cambiato. Una breve precisazione circa i poteri di veto. I padri costituenti americani li previdero perché non assunsero che i politici siano angeli ed ispirerebbero sempre le loro scelte alla leale collaborazione e/o cooperazione e al perseguimento dell’interesse generale. In altre parole, non hanno prescritto di utilizzare sempre e comunque i poteri di veto ma solo quando la cooperazione tra le forze politiche non funziona.
Tornando all’Italia, bisogna aver chiaro in mente che il nostro sistema era ed è ingovernabile non perché c’era il bicameralismo perfetto ma perché in Italia prevale il particolarismo, non c’è coesione sociale, non c’è un’idea condivisa di giustizia sociale né di quella tributaria. C’è una tradizione di familismo amorale. Tutti antepongono l’interesse di parte a quello generale. Nel nostro Paese prosperano tre organizzazioni criminali tra le più potenti del mondo. Si vive in un clima di illegalità diffusa. La corruzione grande e piccola è una vera metastasi, che non può essere curata solo con la prevenzione lodevole dell’Anac di Cantone.
Tutti amano i privilegi; disobbediscono alle regole a partire da quella della puntualità. In politica prevale l’idea che i problemi si risolvono approvando nuove leggi senza un’analisi preventiva delle cause per cui la precedente legge non ha funzionato, senza un’analisi preventiva dell’impatto amministrativo ed economico della nuova legge.
E tuttavia, a mio giudizio, non c’è un rischio grave di paralisi (e/o di inciucio)- come sostiene Renzi – perché fortunatamente siamo inseriti nel sistema istituzionale dell’Unione europeo. Con tutti i suoi limiti e con tutte le conseguenze anche negative che l’UE produce negli ultimi tempi per come sta gestendo la crisi economica e finanziaria che ci affligge dal 2008, essa rimane una garanzia insostituibile ed una speranza per un futuro migliore.
Il Belgio è rimasto due anni e mezzo senza governo. La Spagna é senza governo da circa sei mesi ; il caso più grave è quello greco di due anni fa quando l’UE costrinse i Greci a votare di nuovo nel giro di qualche mese. O prendiamo atto che i governi dei Paesi Membri della UE sono governi regionali oppure continuiamo a trastullarci con l’idea di governi dotati di piena sovranità di stampo ottocentesco che sarebbero meglio attrezzati ad affrontare i problemi della globalizzazione. Lo ripeto, non si può fare una riforma costituzionale senza tener conto del contesto costituzionale ed istituzionale in cui siamo inseriti da circa sessanta anni.
Non si può fare una riforma costituzionale pensando solo all’oggi. Non dico che bisogna trascurare del tutto il presente ma le riforme costituzionali si possono e si devono fare pensando anche al futuro di lungo termine.
Penso alla Costituzione degli USA che in 228 anni ha subito solo 27 emendamenti. Quelli si che erano padri costituenti non quelli nostrani di oggi.

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Come fare sul serio la revisione della spesa pubblica

Giuseppe Pennisi – Stefano Maiolo, La buona spesa. Dalle opere pubbliche alla spending review. Guida operativa, Edizioni Biblioteca Impresalavoro, Roma, 2016.
Il lavoro è ben costruito e scritto in maniera brillante. Evita le complicazioni analitiche. Non è testo destinato agli specialisti o agli accademici; può o dovrebbe essere letto e studiato da dirigenti e funzionari delle pubbliche amministrazioni e/o da cittadini senza una formazione specialistica in materie economiche e finanziarie ma interessati a capire come dovrebbero essere fatte le scelte pubbliche da politici che abbiano a cuore il bene comune.
Come sostengono a ragione gli stessi autori, il libro, da un lato, “è il risultato di oltre 30 anni di ricerche e di applicazioni nelle materie specifiche della valutazione. Da un altro, è il frutto di dieci anni di corsi in questi campi tenuti presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa, ora Sna scuola nazionale di amministrazione), Istituti di formazione regionale, Università italiane e straniere, nonché della direzione o partecipazione a Nuclei di valutazione ed ad attività di valutatori indipendenti per conto di enti quali la Banca Mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, la Commissione europea. Da un altro lato ancora, è l’esito di ricerche recenti sulla comunicazione della valutazione”. Gli autori dimostrano una forte capacità di sintesi dal momento che in sole 180 paginette hanno saputo riassumere analisi empiriche e teoriche da migliaia di pagine senza trascurare i passaggi teorici più difficili.
Nel lavoro, gli Autori comprendono un breve excursus storico sulle esperienze a partire dalle prime maturate in Mesopotamia e nell’antico Egitto. Più recentemente citano l’esperienza italiana di lunga data quanto meno in termini di prime sperimentazioni e di affinamento delle metodologie che la dice lunga sui più recenti fallimenti e sulla cultura della classe politica che preferisce scegliere spese e progetti innanzitutto per favorire le proprie clientele politiche.
Negli anni passati quando si valutavano i diversi modi di finanziare le spese pubbliche si ricorreva sempre al tesoretto dell’evasione fiscale da recuperare, oggi si ricorre al tesoretto della spesa pubblica “tagliata”. Si tratta di un miglioramento ? dipende dal punto di vista dell’osservatore e/o analista. Intanto bisogna dire che i tagli di spesa sono maggiormente fattibili dei recuperi di evasione fiscale. In secondo luogo, bisogna capire che una nuova spesa finanziata con una vecchia spesa non cambia l’incidenza della spesa pubblica sul PIL, a parità di reddito nazionale; non aumenta la pressione tributaria come avviene invece se c’è recupero di evasione fiscale. Perché ho detto che dipende dal punto di vista? Perché fin qui tagli di spesa e nuove spese sono operate per lo più alla cieca, ossia, senza un’analisi ex post della vecchia spesa né ex ante della nuova che si propone. In fatto, negli ultimi anni in Italia si è scelto il metodo degli tagli lineari (orizzontali, cross section) proprio perché non c’è alcuna Acb o di altro tipo per le nuove spese di trasformazione né per i trasferimenti erano disponibili valutazioni e perché i politici italiani non accolgono l’idea che le valutazioni degli effetti delle politiche pubbliche dovrebbero essere attività di routine e preferiscono intervenire in situazioni di emergenza. Perché nell’emergenza si mettono in seconda linea le responsabilità del passato salvo poi a lamentarsi della magistratura quando poi le accerta.
Se tagli solo gli sprechi in senso tecnico si utilizzano meglio le risorse scarse e residuano risorse per produrre altri servizi o fare altri trasferimenti. Ma se insieme agli “sprechi” tagli quantità e qualità dei servizi prodotti come sta succedendo nella sanità – da quanto raccontano i giornali ogni giorno – allora aumenta l’insoddisfazione dei cittadini. A questo riguardo vale un’ altra considerazione di metodo. Quando si parla di tagliare questa o quella spesa nessuno presenta preliminarmente una indagine campionaria sulla soddisfazione dei cittadini su questo o su quel servizio. Si producono statistiche comparate tra diversi paesi membri o non membri della UE o dell’OCSE per concludere che questo o quel paese spende di più di un altro paese. Ma le preferenze dei consumatori contribuenti dove stanno ? in pratica si assume il modello del programmatore onnisciente che conosce perfettamente le preferenze dei cittadini. Il che significa che, a monte della valutazione dei singoli progetti e delle singole spese, l’analisi sia inserita in un contesto di programmazione come cultura e metodo di governo. In contesti di area vasta come l’UE fortemente centralizzati ma caratterizzati da forti squilibri economici e sociali certi metodi di valutazione possono portare a decisioni dispotiche e/o arroganti come sottolineano gli Autori a p. 30. Allo stesso tempo, in contesti decentralizzati o di governi multilivello, si pongono complessi problemi di ricondurre a logica unitaria valutazioni per progetti assunte senza un quadro programmatico generale. En passant, il metodo degli effetti presuppone un quadro programmatorio ben definito di tutta l’economia mentre l’Acb nelle diverse forme è più flessibili e lascia al mercato il ruolo fondamentale dell’allocazione delle risorse.
Come noto, da 40 anni a questa parte, la programmazione dell’economia da parte dell’operatore pubblico è stata sostanzialmente messa da parte e allora le organizzazioni internazionali preferiscono sviluppare le Acb e parlare di best practises. Ma chi lo ha detto che quelle della Svezia vanno bene anche per l’Italia o per la Spagna? Ma c’è di peggio, in fatto, FMI, Banca Mondiale, OCSE , Unido che certamente hanno contribuito ad elaborare le migliori metodologie di analisi costi e benefici, di analisi finanziarie e quanto altro, in fatto, negli ultimi 40 anni, perseguono dichiaratamente la riduzione della spesa pubblica nell’assunto che i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato, ossia, perseguono con pervicacia la riduzione del perimetro dell’intervento dello Stato strumentalizzando la questione della pressione delle tasse. Il loro lavoro è facilitato dal fatto che, non di rado, i cittadini contribuenti non percepiscono correttamente il legame necessario tra disponibilità di beni e servizi pubblici e finanziamento degli stessi attraverso imposte e tasse e pensano che loro hanno diritto a godere dei servizi pubblici ma che a pagarli devono essere solo gli altri. Tutti dicono di volere la riduzione delle imposte ma senza ridurre la spesa pubblica. Per altro verso, a causa della scarsa cultura economica e finanziaria, è illusorio pensare che l’efficienza e l’efficacia dei servizi e dei trasferimenti siano sempre gratis o che , addirittura possano essere conseguite solo con i tagli. Certo ridurre le risorse disponibili per l’operatore pubblico può migliorare il loro utilizzo ma oltre all’efficienza bisogna guardare anche all’efficacia. Il grado di soddisfazione dei bisogni pubblici è ragionevole e confrontabile con quello che altre giurisdizioni assicurano ai loro residenti? C’è una questione fondamentale di democrazia, come avvertono gli Autori del saggio. Sono i cittadini liberi e consapevoli che devono scegliere la composizione più appropriata tra beni pubblici e privati e non le organizzazioni internazionali specializzate che sono per lo più autoreferenziali. Emblematica l’analisi sulla base dello schema call and put che gli Autori fanno delle 6-7 riforme pensionistiche che i governi italiani hanno fatto negli ultimi 24 anni. Ora ci stiamo avvicinando all’ottava ma pochi sanno veramente di che cosa si sta parlando. Le riforme pensionistiche implicano sempre complessi problemi redistributivi e di equilibrio e/o equità intergenerazionale. Emblematica, per altro verso, la decisione del governo Renzi sul c.d. bonus cultura, ossia, 500 euro ai giovani che compiono 18 anni nel 2016. Esempio di mecenatismo, di materiale captatio benevolentiae o addirittura di corruzione? Visto che tanti parlano di merito, perché non utilizzare gli stessi fondi per aumentare le borse di studio agli studenti capaci, meritevoli e bisognosi a tutti i livelli secondo le prescrizioni dell’art. 34 Cost.? a mio parere, sarebbe stata una decisione sicuramente più efficiente e più equa.
Di certo le tecniche di valutazione come l’ACB nelle sue varie forme estesa, con valutazione delle opzione reali, con la individuazione degli stakeholders o il metodo degli effetti (o impatti) non risolvono tutti i problemi dell’allocazione più efficiente delle risorse scarse in contesti caratterizzati da forte incertezza come sono quelli che discendono dall’interagire di variabili esogene e endogene in continuo cambiamento per via dell’accelerazione della globalizzazione e dello sviluppo delle tecnologie Ict; non risolvono tutte le difficoltà della massimizzazione della funzione del benessere sociale in termini di first best in un contesto di economia aperta, globalizzata e preferenze eterogenee. Resta il fatto che le migliori tecniche di valutazione adattate alle diverse situazioni economiche e sociali sono comunque necessarie per perseguire soluzioni di second best ma condivise. Non a caso, gli Autori citano Albert Hirschman e la sua “proposta di costruire una coalizione di riformatori sulla base di una ‘valutazione economica condivisa’”. Come detto sopra, le alternative peggiori sono certamente decisioni alla cieca e/o quelle che favoriscono le clientele dei politici che massimizzano il loro potere in un’ottica di breve termine.

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Perché il sistema Italia non funziona

Vito Tanzi, Dal miracolo economico al declino? una diagnosi intima. Jorge Pinto Books, New York, 2015.
“Questo libro – scrive lo stesso autore – è basato su memorie e impressioni, acquistate in molti anni da parte di un economista nato e cresciuto in Italia che ha continuato a seguire attentamente l’economia e la società italiana, ma che, allo stesso tempo, per ragioni professionali, ha vissuto molti anni fuori d’Italia, occupandosi, come economista, di molti paesi del mondo. Non è un libro di ricerca, o un libro basato su relazioni econometriche o su ore spese in biblioteca. Non è neppure un libro, come ci sono alcuni, scritto dopo un breve soggiorno in Italia. Il libro è basato su osservazioni di circa 40 anni e cerca di distillare lezioni imparate in quel lungo periodo. Contiene pochissimi riferimenti bibliografici, poche statistiche, e molte descrizioni di episodi ed eventi che cercano di analizzare la società e l’economia italiana nella sua essenza, come è stata vista dall’autore in molti anni ed in molte visite, alcune brevi altre di lunga durata. Come è da aspettarsi in economia, non tutti i lettori condivideranno le impressioni o, specialmente le conclusioni”.
Il libro è diviso in tre parti. La prima riprende le analisi, osservazioni, impressioni, maturate durante le missioni del FMI guidate da lui, gli incontri e i seminari accademici, i soggiorni e le vacanze trascorsi in Italia. La seconda parte riprende innanzitutto la sua esperienza nel governo Berlusconi2 nei primi anni 2000 e i suoi ripensamenti e, alla fine, le dimissioni. Indubbiamente questa seconda parte è la più interessante e penetrante perché entra nel merito del funzionamento della politica in generale e delle politiche economiche adottate dai vari governi italiani compresso quello di cui ha fatto parte. Spiega il mancato funzionamento del sistema Italia, della sua burocrazia, il modo in cui vengono concepite e scritte le leggi, la loro mancata o distorta attuazione, le riforme fiscali annunciate, fatte e fallite e, soprattutto, la ininterrotta sequenza di condoni fiscali, edilizi. Spiega perché in Italia è impossibile tagliare la spesa pubblica e/o fare una seria revisione della spesa pubblica. Non ultimo, nella terza parte, spiega l’attitudine italiana a non rispettare le regole a partire da quella della puntualità.
Ha ragione Tanzi. In Italia non è mai esistito il “libero mercato” ma la colpa, secondo me, non è della Costituzione del 1948 ma di un mondo imprenditoriale che ha sempre preferito la protezione dello Stato sia che fossero imprenditori agricoli che industriali. L’Italia che uscì semidistrutta dalla seconda Guerra Mondiale aveva comunque bisogno di un forte intervento pubblico per la ricostruzione e, in special modo, se voleva affrontare il problema secolare dell’arretratezza del Mezzogiorno.
Già ai primi degli anni settanta, dopo il miracolo economico, l’Italia si ritrova tra i primi Paesi industriali del mondo ma con una economia caratterizzata da una forte presenza di piccole e medie imprese ed una diversità esasperata che – secondo Tanzi – non consente di cogliere e/o internalizzare le economie di scala. Ed è proprio in quegli anni che, a livello europeo, il commissario Spinelli avviò un tentativo di lanciare una politica industriale a livello continentale che consentisse non solo di promuovere dei campioni europei in grado di competere con le grandi imprese multinazionali ma che promuovesse uno sviluppo sostenibile rispettoso dell’ambiente e meglio distribuito sul territorio. Purtroppo le conclusioni della Conferenza di Venezia dell’aprile 1972 ebbero un seguito solo parziale con la creazione del fondo per la politica regionale nel 1973 ma, con l’arrivo della crisi energetica e con l’avvento del neo-liberismo, i progetti coordinati di politica industriale furono abbandonati. Un grande mercato richiede omologazione dei gusti e delle preferenze oltre che coesione sociale. Se ci sono diversità esasperate e forti squilibri regionali le preferenze non si aggregano. Molte PMI non sopravvivono al primo-secondo passaggio generazionale. Se c’è esasperata diversità culturale, le regole uguali per tutti non vengono rispettate perché non sono percepite come eque. Le regole vengono violate con disinvoltura anche perché alcuni confondono il bene comune con quello individuale. 40 anni di neo-liberismo, di malinteso individualismo metodologico, di massimizzazione del proprio interesse individuale hanno legittimato il trionfo dell’interesse individuale e/o familiare che in Italia ha radici secolari in termini di familismo amorale non solo nelle aree arretrate del Mezzogiorno. E se prevale l’interesse particolare si riduce o viene meno del tutto la propensione a cooperare, a fare squadra, a rispettare l’interesse generale che richiede il rispetto di regole ben definite e, soprattutto, percepite come eque. Restando per il momento nel settore dell’industria e della finanza, erano eque le regole di Mediobanca dove gli azionisti principali (le tre banche di interesse nazionale) che avevano la maggioranza assoluta (56% delle azioni) dovevano decidere d’intesa con i rappresentanti delle grandi dinastie industriali che avevano insieme solo il 6% delle azioni? Il patto di Mediobanca (del salotto buono) che risaliva al 1956 fu denunciato solo nel gennaio 1985 da Gianni De Michelis quando ormai si stava avviando il discorso delle privatizzazioni.
Anche in materia fiscale, le regole vengono rispettate se da un lato esse vengono percepite come eque e, dall’altro, se in assenza della libera adesione da parte dei contribuenti, si mette in piedi un sistema di controlli efficienti ed efficaci. In seguito al secondo scandalo dei petroli (1978) che vide coinvolto il Comandante generale della Guardia di finanza Gen. Giudice e importanti uomini politici, fu costituito il Servizio centrale degli ispettori tributari (Secit) con il compito di combattere l’evasione fiscale e la corruzione nella Guardia di finanza e negli uffici finanziari civili, programmandone l’attività di controllo. Ho avuto l’avventura di far parte della prima infornata di nomine. Era forte e sentita la determinazione del Servizio. Ma dopo gli entusiasmi dei primi anni e, soprattutto, dopo che altri ministri subentrarono a Franco Reviglio, intanto la Guardia di finanza rifiutò di programmare la sua attività insieme a quella degli uffici civili e poi via via il sostegno dei ministri, del governo e dello stesso Parlamento, a cui le relazioni del Secit venivano regolarmente inviate, si affievolì. Nel 1986, un anno prima che scadesse il mio mandato, mi dimisi per tornare all’Università. Nel corso degli anni ’90, il servizio da organo attivo di programmazione dell’attività degli uffici e di lotta all’evasione su casi di rilevanza nazionale e internazionale fu trasformato in organo di consulenza nel quale inserire amici o persone comunque vicine al ministro delle finanze e al governo per poi sparire del tutto. Evidentemente governo e Parlamento non ritenevano prioritaria la lotta all’evasione. Ricordo anche che quando con il primo governo Craxi (luglio 1983) arrivò al ministero delle finanze il professore avvocato Bruno Visentini una delle prime cose che raccomandò al Comitato di coordinamento del Secit fu quella di astenersi dal proporre modifiche legislative che venivano maturando sulla base della esperienza operativa diretta del Secit e degli uffici.
Ho citato questo episodio solo per introdurre e supportare le analisi del prof. Tanzi sul modo di funzionare del governo e sul modo di legiferare da parte del Parlamento anche allora in grossa parte – ora del tutto – espropriato della funzione legislativa. Intanto vorrei subito dire che se il governo non controlla l’alta dirigenza dello Stato è solo colpa sua e non è vera la favola secondo cui detta dirigenza è più potente del governo specialmente dopo la introduzione dello spoil system arrivato con le riforme Bassanini. Ripetutamente ritorna l’osservazione dell’Autore secondo cui il parere dei tecnici, dei consulenti esterni, delle Commissioni tecniche, delle missioni del FMI venivano e vengono sistematicamente ignorate dai ministri e dal governo. Questo ha a che fare con il modo di governare e legiferare tutto italiano. Come dice bene il prof. Tanzi , le leggi vengono scritte senza la necessaria preparazione tecnica, ossia, la valutazione preventiva dell’idoneità a risolvere il problema che si intende affrontare. Leggi che per lo più rimangono senza copertura amministrativa, senza una seria analisi ex post dei motivi della mancata attuazione e/o del fallimento totale o parziale. Se così, nessuno poi sa perché una legge non ha raggiunto gli obiettivi prefissati e, allora il governo sceglie la via più facile e più redditizia dal punto di vista della sua immagine mediatica: quella di riscrivere ex novo la legge. Per fare questo, non servono complesse analisi costi e benefici ed estenuanti indagini amministrative per capire perché quelle leggi non sono state attuate o perché non hanno prodotto i risultati annunciati. Bastano il lavoro di alcuni alti funzionari che conservano nei cassetti ogni sorta di disegni di legge e qualche consulente esterno – ignaro di come funzionano gli uffici – che li affianchi. Il prof. Tanzi scrive della sua esperienza a p.166-67: “non ci fu mai una discussione su un problema economico, o di politica economica, con i funzionari (corsivo dell’Autore) che scrivevano le norme…… improvvisamente e misteriosamente, apparivano nuove proposte di leggi già scritte e pronte per essere mandate al parlamento…..Centinaia di disegni di legge erano scritte ogni anno e molte volte diventavano leggi….La produzione di leggi (buone o spesso cattive) e non la soluzione di problemi era l’attività in cui i ministeri chiaramente mostravano grande efficienza….. un altro principio era che tutti i problemi si possono risolvere con nuove leggi anche se le leggi erano spesso scritte male e non erano state precedute da analisi dei problemi da risolvere”. Ovviamente questa è una prassi che non si è verificata solo con il governo Berlusconi 2. Posso dire che caratterizza più o meno l’attività legislativa di tutti i governi del periodo tenuto presente dal prof. Tanzi. Questo modo di “governare legiferando” non solo spiega come il Parlamento italiano produca un numero medio di leggi pari a 10 volte quello che produce il Parlamento inglese (15-18 leggi all’anno) ma ha conseguenze molto forti di deresponsabilizzazione da un lato sulla burocrazia dall’altro sullo stesso Parlamento come noto all’80-85% espropriato dell’iniziativa legislativa e dello stesso governo.
Se questo è il modo di produrre leggi in Italia e se attraverso le leggi nello stato di diritto si stabiliscono imposte, spese pubbliche e, soprattutto, cattiva regolazione del settore pubblico e privato la risposta al problema non è tornare semplicemente al “libero mercato” che non esiste in natura ma occuparsi non solo della quantità ma anche della qualità delle leggi che vengono prodotte nel tempo. Da 40 anni a questa parte, ossia, dalla riforma tributaria entrata in vigore nel 1973-74, ogni anno, vengono modificata decine di articoli del decreto legislativo sull’accertamento e sugli strumenti che l’AF può utilizzare ma l’evasione fiscale non solo non viene sconfitta ma neanche ridotta significativamente – come ha messo in evidenza da ultimo il Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno. E questo perché sistematicamente all’introduzione di nuove regole i governi fanno seguire dei condoni periodici. Anzi sostengo io che da quando nel 1994 Tremonti iniziò a flessibilizzare il procedimento di accertamento delle imposte si è andati molto avanti su questa strada per cui, tenendo conto dei ravvedimenti operosi, delle adesioni volontarie, delle conciliazioni giudiziali si può dire che viviamo in un regime di condono permanente. Ma il motivo fondamentale per cui persiste l’evasione fiscale è che i governi alla ricerca del consenso preferiscono chiedere ai ricchi fondi in prestito piuttosto che prenderglieli con le imposte a titolo definitivo. Da 150 anni l’Italia è sempre stato un Paese ad alto debito pubblico – come dimostrano tutte le ricostruzioni statistiche.
Con legge n. 287 del 1990 – esattamente un secolo dopo lo Sherman Antitrust Act degli Stati Uniti – in Italia fu creata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ma quale record glorioso si è guadagnato questa Autorità amministrativa indipendente (AAI) dopo un quarto di secolo? Ha contribuito a ridurre il grado di monopolio in diversi settori del mercato interno? Certo oggi ci sono nuove forme di monopolio ma che ne sanno i numerosi professori di diritto costituzionale che hanno fatto i commissari e anche i presidenti di detta Autorità? Certo oggi non dipende solo dalla nostra AGCM ma anche dalla Commissione europea e qui il discorso si complica. In buona sostanza, posso sostenere che quandanche ci si trovasse in regime di concorrenza imperfetta un certo grado di monopolio non sarebbe eliminabile del tutto perché nel mercato non c’è parità di posizioni neanche dal lato dell’offerta. E quindi si tratta di capire quale grado di monopolio un’AAI può tollerare senza danneggiare gravemente le altre imprese e i consumatori finali. Ma capire questo richiederebbe analisi complesse e raffinate che non vengono fatte. Ma una risposta di buon senso c’è. Se come in America anche in Italia la classe media si è impoverita, se i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, nonostante i trasferimenti dello Stato sociale, si vede che le regole del mercato sono costruite in modo tale che favoriscono la minoranza dei ricchi a danno della stragrande maggioranza della popolazione.
Il sistema Italia non funziona per la qualità della classe dirigente in generale, di quella politica in special modo e delle istituzioni che essa anima. Al di là delle regole del mercato, possiamo dire che la produzione legislativa di tipo alluvionale, sussultoria, per stratificazione continue produce un ammasso di regole scritte confuse, contraddittorie e a volte indecifrabili che non di rado rimangono sulla carta. Come disse a suo tempo Piero Calamandrei, la stessa Costituzione resta un pezzo di carta inerte se non trova le gambe su cui camminare. Ora le regole scritte nelle leggi restano dei pezzi di carta se, a monte, esse non sono permeate da una etica pubblica condivisa, ossia, da un sistema di valori e doveri condivisi dalla stragrande maggioranza dei cittadini.
Il libro del Prof. Tanzi racconta innumerevoli episodi che corroborano questa tesi e venendo da un economista di fama internazionale, guadagnata non solo con gli scritti scientifici ma anche con l’esperienza operativa in giro per il mondo con il FMI, merita di essere letto e attentamente meditato da chi ha a cuore il bene dell’Italia.

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La questione migranti è europea e mondiale

C’è un diritto a emigrare come si evince da diverse convenzioni sull’argomento. L’emigrazione come fattore di liberazione e di emancipazione.
Da anni l’Ocse e le organizzazioni delle Nazioni Unite raccomandano la ripresa dell’Emigrazione per compensare l’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi della Unione Europea – uno dei paesi con la popolazione più vecchia del mondo. A tal fine serve non solo l’inserimento nel mercato del lavoro ma anche la piena integrazione.
Ricordo il discorso che la direttrice della sezione demografia dell’Istat, una ventina di anni fa, diede alla Società degli economisti pubblici (Siep) a Pavia: ci disse che il fabbisogno di forze nuove per ottenere l’equilibrio demografico era stimato in circa 500 mila persone all’anno.
Dopo le dichiarazioni della Merkel del settembre 2015 uno dei 5 saggi che consigliano il governo tedesco in una intervista al Sole 24 Ore ha detto che l’analogo fabbisogno della Germania è pari a 700 mila persone all’anno. Dal lato della domanda, per citare solo due casi, ci sarebbe in teoria ampio spazio per assorbire gli attuali flussi emigratori.
Il problema più grave è dal lato dell’offerta, e la situazione dell’offerta si è aggravata con la crisi del 2008-09 che in Europa si trascina ancora sino ad oggi. La crisi ha prodotto secondo i calcoli dell’ILO (Ufficio internazionale del lavoro) 61 milioni di disoccupati in più rispetto alla situazione del 2008, colpendo in modo grave le aree del Sud dell’Asia e l’Africa a Sud del Sahara. E nei prossimi cinque anni la disoccupazione è vista peggiorare portando i disoccupati a 212 milioni nel 2019. Durante la sessione primaverile del G20 la direttrice del FMI ha confermato la gravità della situazione. Emma Bonino la settimana scorsa ha detto che 60 milioni di persone potrebbero emigrare dall’Africa.
C’è la globalizzazione che velocizza i meccanismi di trasmissione e, come noto, c’è una flessione della crescita mondiale. E la ripresa in Europa è vista molto debole se non proprio di stagnazione complessiva. C’è anche l’accresciuta debolezza del movimento sindacale a livello mondiale. C’è l’inadeguatezza strutturale delle istituzioni sovranazionali che si occupano di questi problemi: Onu, Fmi, Banca mondiale e del sistema delle banche regionali che si occupano dei problemi della crescita e dello sviluppo, G7, G8, G20 – ora abbiamo anche il G5…
All’assemblea generale dell’Onu prevalgono paesi dittature, nei paesi europei prevalgono governi di centro-destra. Ci sono alti tassi di disoccupazione nella UE : la crescita langue. Persino negli USA si teme la stagnazione secolare. Il Rapporto dell’ILO denuncia l’aumento delle diseguaglianze, calcola che al 10% più alto della popolazione va il 30-40% del reddito totale mentre al 10% più povero solo qualcosa tra il 2 e il 7%. Ovunque cala la fiducia nei governi ed è aumentato fortemente il disagio sociale dall’inizio della crisi globale.
In questo scenario si acuiscono i problemi della emigrazione per motivi politici, per scappare dalla fame, dalle persecuzioni, dai conflitti interni….
Dopo 40 anni di neo-liberismo nei paesi ricchi è fortemente aumentato l’egoismo e si è ridotta la solidarietà supposto che ce ne sia stata a sufficienza prima.
Ricordo che la solidarietà non funziona in contesti di aree regionali molto larghe(continenti) , figuriamoci a livello globale.
Come economista preferisco ragionare in termini di reciprocità , di interesse comune ma, come sappiamo dall’esperienza, molti soggetti non riconoscono l’interesse comune neanche nel contesto ristretto locale.
Cosa non funziona? Non funziona la governance mondiale, non funzionano i governi di centro-destra e, non di rado, neanche quelli di centro-sinistra . A livello globale, in un modo o nell’altro, prevale un consenso contrario all’intervento diretto della Stato nell’economia per cui non si adottano le politiche economiche più adatte a promuovere crescita del reddito, della occupazione e lo sviluppo sostenibile.
Come sappiamo non c’è una tendenza spontanea del mercato alla piena occupazione. Al contrario, agli imprenditori fa comodo avere un esercito industriale di riserva – anche in Cina.
Gli immigrati dicono alcuni rubano posti di lavoro ai locali. Ma il vero problema è che se c’è disoccupazione e c’è anche uno squilibrio demografico grave, i governi responsabili dovrebbero perseguire una politica economica in grado di creare posti di lavoro a sufficienza per i residenti e per gli immigrati.
Se non si fa questo, si alimenta la nascita e crescita dei movimenti populistici e xenofobi. È quello che avviene un po’ dappertutto anche in Europa e in Italia. Ma da noi abbiamo l’apparente paradosso delle regioni del Nord che chiedono deroghe per consentire l’ingresso di immigrati perché questi, in pratica, non hanno diritti o sono costretti a non rivendicarli perché rischiano di essere rimandati indietro.
Con alta disoccupazione e molti immigrati anche i lavoratori locali debbono accettare la riduzione dei loro diritti se vogliono continuare a lavorare.
Lo ripeto: il problema è globale. Manca una politica economica idonea a produrre la crescita del PIL e dell’occupazione. Non funziona la governance mondiale? Oppure le sue istituzioni sovranazionali e i governi e/o i poteri forti che le egemonizzano non vogliono farla funzionare nell’interesse della stragrande maggioranza dei lavoratori per favorire la minoranza dei ricchi e dei potenti?
Un’ altra riflessione riguarda il lancio da parte del governo italiano di un Patto per l’emigrazione con emissione di eurobond per il finanziamento di programmi di sviluppo nei Paesi africani. Secondo me, si tratta solo di una proposta che la Germania vede come provocatoria o come grimaldello per introdurre uno strumento che ha sempre avversato. Come si fa a pensare che l’UE possa emettere eurobond per finanziare lo sviluppo di Paesi africani quando non l’ha voluto fare per la Grecia o altri paesi c.d. periferici della stessa UE?
Se riteniamo che il problema della crescita e dello sviluppo sostenibile è problema di carattere globale che interessa, in primo luogo, l’Africa ma anche altri paesi del mondo, perché l’UE non spinge per mobilitare le organizzazioni specializzate delle NU a partire dalla Banca Mondiale e dalle banche regionali di sviluppo? Queste hanno una lunga esperienza in materia e si finanziano con l’emissione di obbligazioni nei mercati finanziari. Con il QE (l’allentamento monetario) in America e in Europa ci sono “oceani di liquidità” ma questa non viene utilizzata per gli obiettivi più importanti. Perché l’UE non spinge per incrementare le risorse della Banca Mondiale, dell’African development Bank e dell’Asian Development Bank – senza dimenticare il Banco interamericano di sviluppo ?
PQM ritengo che la proposta del governo italiano è solo fumo negli occhi degli altri partner europei.

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Prioritario intervenire sulla regolazione del mercato

Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, Fazi Editore, Roma, 2015.
Nel 2010 – scrive Reich – l’1% più ricco degli statunitensi possedeva il 35% del valore delle azioni in mani americane sia direttamente sia indirettamente attraverso i fondi pensione. Il 10% più ricco ne possedeva più dell’80%.
Dall’altra parte, c’è una fetta crescente di lavoratori attivi che diventano sempre più poveri. C’è una minoranza di ricchi che non lavorano e che diventano sempre più ricchi. Secondo il mantra prevalente, la classe media e i lavoratori poveri meritano quel poco che ottengono perché sono scarsamente produttivi mentre i super ricchi sono tali perché sono altamente efficienti. Ogni giorno i media ci propalano questo falso mito della meritocrazia, ossia, l’idea secondo cui tu guadagni quello che meriti e i ricchi sono tali perché sanno meglio come guadagnarsi la loro ricchezza. In questo libro, Reich smonta due credenze che i manipolatori dell’opinione pubblica inculcano nella mente della gente comune, non di rado, non in grado di valutare criticamente il discorso sulla meritocrazia e sul funzionamento del mercato. In buona sostanza rubano loro l’anima.
Andando per ordine, Reich elenca i cinque pilastri del capitalismo: 1) la proprietà privata; 2) il grado di monopolio e/o di potere nel mercato che imprese , banche, e intermediari finanziari si conquistano non solo nel mercato economico ma, in primo luogo, in quello politico; 3) i contratti – non di rado leonini – che vengono stipulati dalle parti contraenti in ossequio formale al principio della libertà di contratto; 4) le procedure fallimentari che arrivano tardi quando le residue risorse sono state fatte sparire ; 5) l’enforcement e/o l’applicazione parziale e/o discriminata della legge da parte di agenzie governative dotate di risorse materiali e insufficienti. Sono significativi al riguardo della lotta all’evasione fiscale il caso dello IRS (Internal Revenue Service) negli Stati Uniti citato da Reich e – aggiungo io – quello della nostra Agenzia delle entrate in Italia che negli ultimi dieci anni ha perso ben diecimila dipendenti e il governo non li ha sostituiti.
Tutto questo accade per effetto di leggi elaborate e scritte dai nostri legislatori o per la mancata adozione di provvedimenti amministrativi da parte dei governi.
Prendiamo la proprietà privata. Per giustificare i limiti al diritto di successione che nei millenni ha alterato la c.d. lotteria sociale, ha scritto John Stuart Mill, uno dei massimi pensatori liberali del XIX secolo, che Dio aveva dato la terra a tutti e non ad alcuni uomini. Ma tutti sappiamo come è andata a finire. Se ne sono appropriati solo alcuni e questi se la trasmettono “legittimamente” in tutto o in parte. Di conseguenza, non c’è mai stata uguaglianza dei punti di partenza e, tantomeno, quella dei punti di arrivo. Se poi per motivi che vedremo fra un po’, si riduce o si blocca del tutto la mobilità sociale , la concentrazione della ricchezza arriva a livelli socialmente insostenibili .
Come può accadere tutto questo? La tesi fondamentale di Reich – che io condivido – è che questo succede quando la democrazia non funziona e questa va in stallo quando la regolazione del mercato è fatta in modo da favorire la minoranza più ricca a danno della stragrande maggioranza dei cittadini: rendimenti crescenti ai proprietari del capitale fisso e rendimenti decrescenti per la grande maggioranza dei lavoratori che vivono di stipendio in stipendio, di salario in salario sempre più basso in termini di potere d’acquisto. Aumentano quindi le diseguaglianze perché non funziona la democrazia. Anche la classe media si è impoverita perché è stato indebolito il suo potere contrattuale. Per dimostrare questa tesi Reich riprende : a) le tesi di Walter Lippmann (1922) sul funzionamento reale della democrazia e l’irrilevanza dell’opinione del cittadino medio che non si interessa agli affari politici e, quindi, non si fa un’opinione precisa su di essi. Sul punto vedi la mia recensione di Ilia Somyn che approfondisce il tema analizzando le statistiche secolari sui sondaggi di opinione e su i risultati elettorali negli Stati Uniti http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2014/07/24/e-compatibile-la-democrazia-con-lignoranza-politica/
Reich cita anche il Trattato di David Truman (1951) sul ruolo dei gruppi di interesse organizzati (GIO) negli USA come funzionavano nel trentennio successivo alla fine della seconda Guerra Mondiale e che superava la critica aprioristica nei confronti delle c.d. lobby. In realtà queste che comprendono anche i sindacati dei lavoratori e le altre organizzazioni professionali svolgono un ruolo fondamentale per il buon funzionamento della rappresentanza che non si può esaurire nella elezione del deputato, del senatore e del Presidente o del primo ministro. Diventa quindi rilevante il pluralismo, la disciplina e la trasparenza del gioco politico di questi GIO che vengono a costituire strutture essenziali, accanto ai partiti, del c.d. mercato politico e/o corpi intermedi della società civile come li chiamiamo noi.
Non ultimo, Reich riprende la tesi di Robert Dahl, espressa nella Prefazione alla sua teoria democratica (1956), sull’effettivo funzionamento della democrazia secondo cui, al di là dell’uguaglianza formale, è necessaria anche una certa dotazione di risorse politiche in testa a ciascun cittadino. Ora la ricchezza materiale aumenta la capacità di influenzare le decisioni politiche e questa , a sua volta, porta all’aumento della ricchezza e, così via, in una spirale che può portare ad una distorsione molto grave del gioco democratico e a forme di involuzione tecnocratiche ed autoritarie più o meno soft.
In un breve excursus storico, Reich cita l’inizio del declino del potere contrattuale dei sindacati dei lavoratori innescato in Europa da Margaret Tatcher e in America da Ronald Reagan tra la fine degli anni ’70 e l’inizio di quelli ’80. Da allora prendono piede anche in Italia governi e leader politici decisionisti che propongono riforme costituzionali a favore di un’assunta democrazia governante e, parallelamente, promuovono il declino dell’influenza dei c.d. corpi intermedi e delle stesse organizzazioni collaterali agli stessi partiti politici – alcune delle quali avevano anche demeritato.
Al loro posto si sviluppano altri GIO, le porte girevoli e – da ultimo – la liberalizzazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai singoli uomini politici grazie ad alcune sentenze della Corte Suprema e di altri tribunali federali che statuiscono che le persone giuridiche hanno gli stessi diritti delle persone fisiche a promuovere le proprie idee e interessi politici . Precedono o seguono le privatizzazioni senza reali liberalizzazioni, le esternalizzazioni senza uno straccio di analisi costi e benefici che dimostrasse i maggiori benefici per gli utenti e tutte le altre misure per ridisegnare e restringere il perimetro dello dell’intervento dello Stato nell’economia. In molti casi, si è trattato e si tratta di colossali frodi ideologiche perché in realtà quello che avviene non è un effettivo ritiro dell’operatore pubblico dall’economia ma il cambiamento del metodo di intervento. Meno spesa pubblica e meno tasse e più manipolazione distorta delle regole che disciplinano il funzionamento del mercato. Tutte operazioni che hanno consentito quella che possiamo chiamare la grande rapina. Dal 1979 a oggi – scrive Reich – la produttività è aumentata del 65% ma il salario medio è cresciuto solo dell’8%. Lo spread medio tra il salario medio e i compensi dei manager che negli anni ’50 del secolo scorso si aggirava attorno a venti, oggi supera le trecento volte di più. Allora c’erano quelli che Lippmann definì i manager statisti, oggi ci sono i manager rapaci (i raider) che, a loro dire, meritano quello che guadagnano perché producono valore per gli azionisti. C’è stato anche in America la neutralizzazione dei c.d. contrappesi e/o delle misure anche legislative con le quali un legislatore saggio riequilibra le forze economiche e politiche che svolgono il loro ruolo alternativamente e/o simultaneamente nel mercato economico e in quello politico. Non puoi mettere in competizione la 500 Fiat con la Ferrari, una barca che ha dieci mq di vela con una che ne ha 150, una regione ricca con una povera. Servono dei meccanismi compensativi delle diverse dotazioni di forze, di capacità fiscali, ecc.. Per questi motivi Reich chiede appunto il ripristino di questi contrappesi con il taglio dei finanziamenti elettorali, il divieto delle c.d. porte girevoli tra Wall Street e posti nel governo e/o in alte cariche amministrative, la trasparenza nei finanziamenti a think tank, esperti, consulenti e anche ai docenti universitari che, non di rado, sono dietro e animano, direttamente o indirettamente, campagne politiche c.d. indipendenti o producono pareri pro-veritate per questa o quella causa, per questo o per quel prodotto.
Ma c’è un’altra minaccia globale alla democrazia ed è l’avvento dei robot che già distruggono molti posti di lavoro ma che – secondo Reich – ne potrebbero distruggere una quantità molto ma molto più grande. Uno degli esempi emblematici citati da Reich (275) è quello di Instagram e Kodak : quando nel 2012 il sito di condivisione delle foto, fu acquisito fa Facebook per un miliardo di dollari, aveva solo 13 dipendenti e 30 milioni di utenti. Questo qualche mese prima che Kodak presentasse istanza di fallimento e, al suo apice, aveva 145 mila dipendenti. Più in generale, Reich cita ancora il caso delle quattro maggiori corporation che nel 1964 capitalizzavano 180 miliardi di dollari (2011) e impiegavano 430 mila persone. “47 anni dopo, le più grandi società americane erano quotate ognuna circa il doppio delle vecchie controparti, ma portavano avanti le proprie attività con meno di un quarto dei dipendenti”.
Anche per questo motivo, bisogna cominciare a pensare a nuove regole per assicurare una più equa distribuzione primaria della ricchezza prodotta. La prima riguarda la durata dei brevetti. Le royalties sono necessarie per incentivare la ricerca privata ma il loro livello e la loro durata possono essere determinati in modo da non creare ricchezze private spropositate. Ciò si può fare facendo in modo che nel momento in cui gli incentivi non sono più necessari, la proprietà intellettuale possa tornare nel dominio pubblico e avvantaggiare tutta la società. La seconda riforma riguarda il diritto di trasmettere agli eredi tutta o quasi la ricchezza prodotta nel ciclo vitale alterando in maniera irreparabile il principio dell’uguaglianza dei punti di partenza. Naturalmente ci sono altre proposte come un reddito minimo garantito per tutti su cui non ci soffermiamo qui per ragioni di spazio.
Reich cita dati di Peter Barnes secondo cui “interessi, dividendi , plusvalenze ed eredità rappresentano un dollaro su tre del reddito ricevuto dagli americani, e per la quasi totalità vanno all’1% più ricco” . Ci sono, poi, scappatoie fiscali per cui le plusvalenze maturate su case, azioni e titoli, gioielli, quadri, oggetti di antiquariato, terreni che possono essere trasmessi agli eredi senza essere sottoposte a tassazione. Anche queste sono regole definite non dai meccanismi automatici del mercato ma dai legislatori e possono essere riviste.
“Negli ultimi 30 anni – scrive Reich – le regole sono state dettate dalle grandi corporation, da Wall Street e dai super ricchi per incanalare verso di sé un’ampia fetta del reddito e della ricchezza totali del Paese”. Se questo trend dovesse continuare alla fine si impadronirebbero di tutto il potere politico e sarebbe la fine della democrazia. “La nuova sfida non investe la tecnologia o l’economia: è una sfida per la democrazia. Il dibattito cruciale del futuro non riguarda le dimensioni del governo. La scelta chiave non è tra il ‘libero mercato’ e il governo, ma tra un mercato organizzato a favore di una prosperità ampiamente diffusa e uno che punta a consegnare quasi tutti i guadagni a pochi individui in alto. Il punto non è quanto togliere ai ricchi tramite le tasse per ridistribuirlo a chi ricco non è, ma come concepire le regole del mercato affinché l’economia generi ciò che la maggior parte delle persone consideri di per sé un’equa distribuzione, senza la necessità di ampie ridistribuzioni a posteriori”.
Reich è nonostante tutto ottimista sulla base dei precedenti storici. Ogni volta che il sistema si era portato al limite della rottura, gli americani hanno saputo riformarlo.

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Il capitalismo e la finanza rapace sono riformabili

Riforma del capitalismo e democrazia economica. Per un nuovo modello di sviluppo, a cura di Laura Pennacchi e Riccardo Sanna con il coordinamento dell’Area delle politiche di sviluppo della CGIL, Ediesse, Roma, 2015.
Non è facile presentare un libro come quello curato da Laura Pennacchi e Riccardo Sanna perché si tratta di una ricca raccolta di ben 32 saggi interessanti che si occupano della crisi del capitalismo, del modello di crescita economica, dei fenomeni di distribuzione e redistribuzione perversi prodotti dalla crisi 2007 -2014, del sistema monetario internazionale, della globalizzazione, del ruolo delle banche centrali, delle banche universali, della finanza rapace, dello sviluppo sostenibile, insomma, dei massimi sistemi di cui si occupano – continuamente quanto superficialmente – i mass-media ma di cui il cittadino comune stenta a farsi un’idea perché , non di rado, se ne parla a vanvera senza approfondire le cause profonde della crisi, senza riuscire ad elaborare ipotesi credibili di fuoriuscita dalla crisi che attanaglia in particolare l’Unione europea ormai da oltre otto anni.
Impossibile dar conto in maniera analitica di tutti i 32 saggi. PQM mi propongo di seguire la seguente scaletta: crisi del capitalismo e stagnazione secolare; riforma della finanza; salvaguardia della democrazia; nuovo modello di sviluppo e di finanza.
Crisi e/o riformabilità del capitalismo. C’è una crisi del capitalismo – in realtà bisognerebbe specificare di quale capitalismo – dopo la sua vittoria storica sui sistemi di socialismo reale. Sul punto vedi Laura Pennacchi p. 24 che riprende l’elenco di Buzan e Lawson (2014): il capitalismo liberal democratico; quello socialdemocratico; il capitalismo autoritario competitivo; il capitalismo burocratico di Stato. Che ci sia una crisi è indubbio. Diversi saggi riprendono la tesi della stagnazione secolare di Larry Summers e altri economisti. Essa interessa i principali paesi occidentali: USA, UE e Giappone. Con riguardo all’UE, ovviamente, essa assume contorni più gravi nei paesi euromed. In Italia, il fenomeno ci interessa da vicino da circa un quarto di secolo e, quindi, non stiamo parlando di ipotesi ma di un fatto concreto. Ed essa non si cura né con la ottusa politica della austerity né con l’allettamento monetario ( Quantitative Easing) nell’eurozona in ritardo ed inefficace e che fin qui in America e in Europa ha avvantaggiato prevalentemente i ricchi (Giacché: 127).
Che il sistema capitalistico sia riformabile o irriformabile è un altro problema. Personalmente ritengo se il capitalismo è una istituzione creata dall’uomo, esso è riformabile come tutte le istituzioni create dall’uomo. Il problema analizzato nella logica dell’azione collettiva è quello di verificare se c’è una vera volontà maggioritaria per fare la riforma e quale tipo di riforma. Oggi tutte le forze politiche e quelle sociali si dicono riformiste. Il problema è di capire quali sono le riforme che fanno avanzare le sorti dei lavoratori e dei più deboli e quelle che consolidano il potere dei più forti ; quelle che danno ai cittadini nuovi strumenti di partecipazione e deliberazione oppure quelle che fanno degenerare la democrazia verso l’oligarchia o la dittatura.
Come reagire ? spingendo il governo italiano ad agire coerentemente e a porre con forza la revisione delle regole assurde del Trattato di Maastricht, del Fiscal Compact , del Two Pact , del Six Pact e annessi regolamenti e protocolli che hanno focalizzato la loro attenzione sulla funzione di stabilizzazione, sul risanamento dei conti pubblici, sul problema del debito pubblico trascurando del tutto o mettendo in linea subordinata il problema della crescita e dell’occupazione. Il governo Renzi forse comincia a capirlo dopo che, per due anni, si è trastullato con la favola della flessibilità (Militello: 454) e dopo aver lasciato sola la Grecia (Baranes: 216-217) che aveva posto la questione all’ordine del giorno ma che è stata lasciata sola paradossalmente anche dai Paesi euromed che avevano ed hanno un diretto interesse a modificare le suddette regole. In primo luogo, queste non distinguono appropriatamente il debito emesso per finanziare spese correnti e quello necessario per finanziare gli investimenti nel capitale materiale ed immateriale. Senza di questi l’economia reale non tornerà a crescere a tassi sostenuti e sostenibili, il capitalismo italiano languirà, il capitale finanziario approderà su altri lidi e nel paese ci sarà ben poco da riformare. Si confermerebbe la tesi della stagnazione secolare. Nei paesi euromed c’è un problema grave di domanda interna per consumi e investimenti e, invece, i governi dei PM sono costretti a perseguire una svalutazione interna dei salari e dei prezzi per guadagnare margini di competitività. In altre parole sono costretti a inseguire un modello di crescita export-led che da ultimo non tiene conto neanche del rallentamento della crescita a livello mondiale e dei problemi che l’accumulazione di riserve valutarie da parte di alcuni Paesi (vedi il caso della Germania che produce la maggior parte del surplus commerciale dell’eurozona) crea gravi squilibri strutturali all’economia dell’eurozona e a quella del resto del mondo.
Infatti, la crisi dei paesi più ricchi influenza e permea anche il processo di globalizzazione e, quindi, anche le economie di interi continenti (Africa, Cina, India ) e dei paesi emergenti c.d. Brics e, in diverso modo, i vari settori produttivi all’interno di essi. Di conseguenza tutta l’economia mondiale è in grande difficoltà. C’è un rallentamento sensibile della crescita a livello mondiale.
Questo non ha necessariamente molto a che fare con il modo di produzione capitalistico ma piuttosto con la scarsa qualità delle istituzioni sovranazionali che , dopo il crollo del sistema di Bretton Woods nell’agosto 1971, non hanno saputo approntare una efficiente ed efficace governance economica a livello planetario. Poco o nulla concludono in termini di coordinamento effettivo le ricorrenti riunioni dei vari Vertici mondiali quali i G-7, i G-8 e i G-20. I potenti del mondo si sono affidati ai mercati, lasciando in fatto mano libera alla finanza rapace. Anche a questo riguardo, c’è una precisa responsabilità europea. Gli europei hanno avuto per diversi decenni la responsabilità della direzione del FMI ma non hanno saputo utilizzarla per proporre nulla di diverso di quanto, in questi 45 anni, ha proposto la potenza egemone, ossia, gli USA. E del resto, come avrebbero potuto farlo se gli stessi europei non hanno saputo mettere a punto un sistema monetario europeo equilibrato ed in grado di promuovere una crescita sostenuta e sostenibile nell’ambito della loro stessa Unione.
Forse è più urgente riformare la finanza se le distorsioni e i mali peggiori che avrebbe prodotto il capitalismo sono in realtà mali prodotti dalla finanziarizzazione dell’economia. Giacchè (113) ci ricorda che nel 2007 la finanza valeva il 356% del PIL rispetto al 100% del 1980. Inoltre, c’è un’abbondanza di risparmio a livello mondiale – di cui aveva parlato Ben S. Bernanke già nel 2005 – eppure questo non si traduce in investimenti nell’economia reale. Perché? Perché con la liberalizzazione dei mercati finanziari a partire dai primi anni ’80 le banche non producono più un servizio pubblico” (Leon :224) ma seguendo le discutibili direttive della BCE puntano solo al rafforzamento del capitale. Il mantra è che le banche sono imprese come le altre, devono fare profitti e non importa se lo fanno anche a danno degli stessi azionisti e dei detentori di obbligazioni subordinate – come abbiamo visto recentemente in Italia. Se non ce la fanno in questo modo, possono sempre – governi prontamente consenzienti – socializzare le perdite perché nessun sistema economico moderno può funzionare senza le banche. Le banche e gli altri intermediari finanziari, spesso controllati dalle prime, cercano di fare profitti speculando sui mercati finanziari utilizzando prodotti finanziari c.d. derivati e cartolarizzazioni “nude”, ossia, senza un diretto legame con transazioni di carattere reale. Anche grazie allo high frequency trading , si crea una volatilità sui mercati finanziari che non ha una razionalità economica. Una volta si diceva che la speculazione anticipava gli andamenti dell’economia reale e serviva a scegliere le imprese maggiormente efficienti e in grado di produrre valore per gli azionisti (un mito secondo Sacconi: 419). Oggi questo avviene prevalentemente se non esclusivamente per le banche d’affari e gli hedge fund. La speculazione oggi avvantaggia solo gli speculatori più abili e gli squali della finanza rapace (Baranes: 212). Negli anni ’70 del secolo scorso si diceva che gli investimenti pubblici spiazzavano quelli privati. Adesso che gli investimenti finanziari spiazzano entrambi va tutto bene, nessuno se ne preoccupa.
Il nesso tra capitalismo e democrazia. Una volta si riteneva che il sistema capitalistico fosse incompatibile con la democrazia. Poi è arrivato il c.d. compromesso socialdemocratico , ossia, la conciliazione tra il capitalismo e la democrazia , il riconoscimento dei diritti di proprietà dei pochi – a difesa dei quali si è esercitato tutto il costituzionalismo moderno a partire dalla Rivoluzione francese e quello contemporaneo – in cambio dei diritti civili e sociali per le masse. Si è passati gradualmente dal voto in base al censo al riconoscimento del diritto di voto a tutti ricchi e poveri, uomini e donne. Ma questo non ha annullato le diseguaglianze né quelle formali né quelle sostanziali. Da ultimo anche nei paesi ricchi per fronteggiare la concorrenza dei paesi emergenti si sono adottate politiche di compressione dei salari e dei diritti civili e sociali che hanno portato ad una polarizzazione della distribuzione dei redditi senza toccare minimamente rendite e profitti (vedi Franzini e Raitano). Tutto questo ha prodotto un impoverimento anche delle classi medie di molti paesi occidentali e la richiesta sempre più insistente delle autorità monetarie internazionali e, soprattutto europee (FMI, BCE e Commissione europea) a tagliare il welfare state assumendo la sua insostenibilità. Ora se si riflette bene alla questione del welfare, anche questa è problema fondamentale di democrazia. Il welfare c’è nei paesi più ricchi e già ne 1890 l’economista tedesco Wagner aveva identificato una tendenza della spesa pubblica ad aumentare al crescere del reddito nazionale. Al di là delle verifiche empiriche che non sempre verificano detto trend, più recentemente è stata formulata un’altra legge secondo cui ci sarebbe una correlazione tra livello del reddito e richiesta di maggiore democrazia da parte dei cittadini con redditi superiori ai 20.000 dollari. Sembra perciò ragionevole assumere che siano i cittadini elettori che devono decidere qual è la combinazione di beni pubblici e beni privati che essi intendono produrre e consumare e non le tecnocrazie del FMI e della BCE. A questo riguardo, Petrucciani (83) cita opportunamente Habermas che distingue tra europeismo democratico e quello tecnocratico a fronte della verticalizzazione del processo decisionale in materia economico-finanziaria con le più rilevanti decisioni affidate alla BCE e agli uomini della finanza rapace che attraverso le manovre sui mercati finanziari impongono ai governi sub-centrali solo le decisioni gradite dai “mercati”. PQM ribadisco che la riforma della finanza è prioritaria per due motivi fondamentali: a) perché mina il corretto funzionamento dell’economia reale; b) perché accentuando le diseguaglianze economiche aumenta le diseguaglianze nella distribuzione delle “risorse politiche” e, quindi, il funzionamento stesso della democrazia. Per un piccolo approfondimento sui problemi della democrazia in Italia e in Europa mi sia consentito di rinviare a http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2013/07/24/il-problema-della-democrazia-in-italia-e-in-europa/
Come se ne esce? È la risposta più difficile da dare perché le vie di uscita possono essere diverse e non c’è consenso su quale strada incamminarsi. Si possono fare delle ipotesi proiettando alcune tendenze in atto in alcuni paesi ma non è detto che dette tendenze si consolidino o che vengano perseguite con determinazione.
Intanto, bisogna distinguere tra soluzioni di breve-medio termine e quelle di medio-lungo termine. Con riguardo alle prime, come sostiene Laura Pennacchi, si può uscire dalla crisi promuovendo politiche per la piena e buona occupazione riassegnando allo Stato un ruolo fondamentale nell’accumulazione del capitale materiale ed immateriale. In sintesi, si può creare moneta con solo per salvare le banche ma anche e, soprattutto, per salvare il processo di accumulazione , ossia , il livello di investimenti privati e pubblici – nelle circostanze soprattutto questi ultimi – per garantire crescita economica sostenibile, piena e buona occupazione, protezione dell’ambiente. Un discorso diverso e più difficile è quello che riguarda il lungo termine. Qui si richiede la previsione circa il destino finale dei vari tipi di capitalismo e/o il cambiamento del modello di crescita e sviluppo nel senso delle forme della produzione reale sulla quale può incidere molto lo sviluppo della tecnologia e delle macchine (robot). Fukuyama ha parlato di fine della storia, Rifkin di fine del lavoro ma , secondo me, si sbagliano entrambi. È cambiata la storia come è cambiato il lavoro. Se il discorso va correttamente riferito al lungo termine, nessuno è in grado di fare previsioni precise. A suo tempo, anche Marx si sbagliò sulla fine del capitalismo. È un fatto che questo nel tempo ha mostrato una resilience ed una capacità di adattamento che altri sistemi più recenti non hanno mostrato. Certo se uno pensa al global warming causato dall’enorme consumo di energia da parte dei paesi più ricchi e alle conseguenze dirette che esso comporta sui luoghi più poveri della terra, al problema dell’acqua, e dell’aria inquinata, è d’obbligo che le cose non possono continuare così all’infinito. Bisogna prendere atto – come fa Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato Si” – che c’è una interdipendenza tra la natura, l’ambiente e l’uomo, tra l’economia e l’ambiente, tra il modello di sviluppo economico e la natura ; che non c’è parallelismo tra crescita economica e crescita civile della società; che l’interdipendenza tra destino della natura e dell’uomo diviene totale via via che ci avviciniamo pericolosamente all’esaurimento di certe risorse come l’acqua e l’aria pulita”. Sono troppi i fattori che entrano in gioco per fare previsioni affidabili circa il modello di sviluppo. E’ vero che , in fatto, sono riscontrabili tendenze che se confermate nel tempo potrebbero portare ad una sua profonda trasformazione.
Due ultimi brevi note. Ruolo dei partiti, della sinistra e dei sindacati. Sui primi c’è poco da dire se prevalgono i c.d. partiti liquidi con leader dalla veduta corta, che non hanno una visione del futuro, che non dialogano con i corpi intermedi e, quindi, non elaborano scenari programmatici all’interno dei quali trovano soluzione i problemi di breve e medio-lungo termine. Per questi motivi mi concentro sul discorso dei sindacati , ben sviluppato da Barbi, Beschi e Sanna che provano a tirare delle conclusioni dopo 480 pagine di analisi. Seppure divisi a livello europeo, i sindacati hanno dato prova di sapere elaborare proposte interessanti e probabilmente risolutive come il c.d. Piano Marshall proposto dai sindacati europei e il Piano del lavoro proposto in Italia dalla CGIL nel 2013 – purtroppo cadute nel vuoto. Ricordo che il volume che qui presento è l’approfondimento di quest’ultimo Piano. Questo conferma che il sindacato deve spingere su due fronti : quello centrale a livello europeo non solo attraverso il Comitato economico e sociale ed il Comitato delle Regioni e quello decentrato a livello regionale dei singoli paesi membri. Dato l’attuale assetto istituzionale europeo egemonizzato dal Consiglio europeo, o si riesce a cambiare la politica economica e finanziaria decisa a livello centrale oppure si è condannati al fallimento finche il Consiglio europeo è dominato da governi di centro-destra. Né possiamo aspettarci gran che dal Piano Juncker che nella ipotesi più ottimistica avrebbe un effetto leva di circa 300 miliardi in quattro anni mentre il fabbisogno stimato dalla Confederazione Europea dei sindacati è di 2.600 miliardi per dieci anni (Barbi: 203). Per questi motivi, ritengo fondamentale che l’azione del sindacato si eserciti a livello decentrato per spingere le regioni periferiche (tipo quelle del Sud Italia) a elaborare piani di sviluppo in grado di mobilitare risorse pubbliche e private, di utilizzare a pieno e nei tempi previsti i fondi strutturali. Occorre inoltre andare oltre il meccanismo del cofinanziamento paritario. Bisogna riformare coerentemente il meccanismo degli aiuti di Stato e tornare a definire un’appropriata fiscalità di vantaggio per tutti quelli che vanno a investire nelle regioni periferiche. Un sistema che preveda anche adeguati meccanismi di compensazione per shock interni ed esterni. Una vera Clearing Union come proposta da Keynes che compensi gli squilibri quanto meno europei (Fantacci: 236). Quindi non più concorrenza ma armonizzazione fiscale per creare un sistema di convenienze che favorisca gli investimenti nelle aree meno sviluppate , ossia, un sistema che in fatto c’è già ma che dispone di risorse insufficienti e viene sostanzialmente neutralizzato dalla concorrenza fiscale senza regole. A questo punto sono costretto a sorvolare sulle analisi sulla politica industriale, sulla democrazia economica e sulle nuove relazioni industriali che servono in Italia e in Europa . Dico solo che una volta si diceva che una democrazia politica compiuta doveva portare anche la democrazia economica e alla giustizia sociale come prevedono diversi articoli della prima parte della nostra Costituzione del 1948. Oggi siamo ridotti ad una situazione in cui invochiamo un po’ di democrazia economica e di partecipazione come strumenti per arrestare la deriva tecnocratica ed autoritaria in corso in Italia e nell’Unione.

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Quale strategia contro il terrorismo ?

Dopo gli attentati di Bruxelles si accentua il dibattito su come condurre la lotta al terrorismo. In particolare l’attenzione si concentra sull’alternativa secca: migliore coordinamento dei servizi di intelligence o procura unica a livello centrale. Si tratta di ipotesi di soluzione molto diverse che si infrangono contro assetti molto diversi dei Paesi membri (PM) dell’Unione europea e tra questa ed altri paesi che, per lo stesso motivo, possono e devono essere coinvolti nella lotta globale al terrorismo. In un contesto di attacchi terroristici sempre più frequenti ed in paesi molto diversi non è possibile scegliere tra due alternative nette: affidare la lotta al terrorismo solo alla magistratura inquirente o ai soli apparati di sicurezza. Serve invece la cooperazione tra i diversi apparati giudiziari e dei servizi di intelligence specialmente in quei Paesi dove funziona male la separazione dei poteri. Dove questa è dubbia o fumosa servono strutture più sofisticate e complesse che non possono essere guidate solo da magistrati inquirenti. Fare irruzione in un covo di terroristi pronti a compiere un attentato non può attendere l’autorizzazione del magistrato.
Tornando all’UE, in ogni caso, non ci sono le condizioni né per la prima né per la seconda soluzione per quanto auspicabili e necessarie. Infatti i governi dei PM sono in preda a rigurgiti nazionalistici e, attraverso il Consiglio europeo, frenano qualsiasi sviluppo istituzionale in senso genuinamente federalista. A mio parere, il Consiglio europeo composto dai capi di governo dei diversi PM è il cancro delle istituzioni europee. Finché c’è questo consiglio europeo con questa composizione politica, non è prevedibile un vero cambiamento della situazione nella direzione di un vero e proprio governo federale. Il modo indecente in cui i governi dei PM stanno gestendo il problema dei migranti, il modo scoordinato e del tutto inadeguato in cui stanno affrontando gli attacchi terroristici alle città e alle infrastrutture europee sono la prova provata della incapacità ed inettitudine dell’attuale classe politica europea, indecisa a tutto. Non è questione di inefficienza o addirittura stupidità dei servizi belgi e di abilità di quelli francesi. Porre la questione in questi termini è stupido. La Francia, l’Inghilterra e la Spagna hanno subito analoghi attacchi e non hanno saputo evitarli – non senza ricordare che nulla hanno potuto la CIA e la FBI nell’attentato dell’11-09-2001. Per questi motivi lancio una mia modesta proposta che potrebbe essere utile ad affrontare hic et nunc gli attacchi e le minacce del terrorismo internazionale.
C’è un problema serio di coordinamento delle strutture di intelligence non solo all’interno dei PM della UE ma anche tra l’UE, gli USA, la Turchia e tutti i paesi minacciati dallo Stato islamico. Ritengo che la struttura a cui bisognerebbe guardare sia la NATO, una organizzazione non solo militare ma anche di intelligence efficiente ed efficace che dal II dopoguerra ad oggi ha assicurato la sicurezza esterna ed interna dei Paesi che vi aderiscono. Non ultimo dal 2001 al 2014 ha garantito una certa stabilizzazione della situazione in Afghanistan con la missione ISAF (International Security Assistance Force) contro i Talebani e Al-Qaida. È la NATO che ha l’esperienza e la capacità per agire immediatamente all’interno dei paesi membri e che, su autorizzazione dell’ONU, potrebbe agire oltre i suoi confini storici. Se quella in corso è una guerra che l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche stanno combattendo contro gli USA, l’UE e i loro paesi alleati e, più in generale, contro gli infedeli, credo che l’unica organizzazione sovranazionale in grado di fronteggiare la minaccia terroristica sia proprio la NATO.
Se il terrorismo agisce a livello mondiale come illustra Moisès Naìm su Repubblica del 29 u.s. citando 37.400 vittime solo nell’ultimo anno e i 72 morti di Lahore (Pakistan) del giorno di Pasqua, la risposta non può che essere globale. Se, purtroppo, l’ONU non è in grado di prendere alcuna iniziativa operativa al riguardo, allora, di nuovo, non resta che valorizzare la NATO, l’unica organizzazione che ha tutti gli strumenti per agire subito come la situazione lo richiede. Se le forze della Coalizione anti ISIS telecomandano un drone armato per uccidere i capi dei terroristi islamici, non puoi non aspettarti una escalation di attentati nelle principali infrastrutture mondiali, come aeroporti, linee ferroviarie, metropolitane, luoghi affollati, ecc.. Per mettere in sicurezza questi posti non bastano le normali forze di polizia e l’impiego dell’esercito per controllare meglio il territorio – come contribuisce l’Esercito italiano con il programma Strade sicure. Servono i servizi antiterrorismo, il loro migliore coordinamento anche a livello sovranazionale – senza escludere l’uso della forza militare. Non c’è una fortezza America né, tanto meno, una fortezza Europa se i PM della UE vogliono conservare le loro competenze esclusive in materia di sicurezza.

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Quale futuro per il mondo della cooperazione ?

Tito Menzani, Cooperative: persone oltre che imprese. Risultati di ricerca e spunti di riflessione sul movimento cooperativo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2015
C’è storicamente un parallelismo tra la nascita delle cooperative, dei movimenti sindacali e l’affermarsi delle imprese capitalistiche durante il processo di industrializzazione in Inghilterra. Le cooperative nascono appunto come modello alternativo alla classica impresa capitalistica. In meno di due secoli, si contano nel mondo circa un miliardo di soci cooperanti. In Italia, le cooperative pesano per l’8% del PIL con 12 milioni di soci e 1.200 di dipendenti. Non c’è dubbio che si tratti di una storia di successo che viene da lontano e che sembra destinata ad avere ancora un futuro davanti a se. Anzi , secondo alcuni studiosi, il modello cooperativo sarebbe destinato a superare quello capitalistico. Anche negli anni ’30 del secolo scorso quando anche in Italia fiorivano gli studi sui sistemi economici comparati e quelli fondati sull’analogia tra forme di mercato e forme di Stato, tra economie pianificate di stampo sovietico ed economie capitalistiche un terzo modello che veniva proposto era quello autogestionario che nel secondo dopoguerra, trova una sperimentazione nel modello iugoslavo caratterizzato dai tentativi di conciliare il piano con il mercato e dalla presenza di imprese autogestite. Inoltre, dopo l’implosione dell’Unione sovietica e la grande trasformazione della Cina (solo formalmente ancora comunista), il dibattito si svolge non sul futuro del capitalismo ma su quale tipo di capitalismo avrà la meglio. E tra questi raccoglie interesse scientifico anche il modello autogestionario.
Ma il motivo di fondo per cui l’ideale cooperativo ha resistito, da un lato, al forte approccio statalista dei comunisti sovietici e dei regimi fascisti (a partire da quello attuato in Italia tra le due guerre mondiali) sta nel fatto fondamentale che la cooperazione tra i fattori produttivi è imprescindibile nella produzione efficiente sia di beni privati che di quelli pubblici – questi ultimi peraltro non prodotti dal settore privato per le note caratteristiche di indivisibilità, alias, non escludibilità e non rivalità nel consumo dei medesimi. In altre parole, senza “patti cooperativi” non nasce alcuna Comunità, non nasce lo Stato. A meno di assumere modelli predatori nell’economia pubblica – che, in fatto, ci sono specialmente nelle forme di Stato dittatoriali – lo studio dell’economia pubblica, in buona sostanza, descrive le ragioni di fondo per cui le persone cooperano per avere la sicurezza esterna, l’ordine pubblico interno, le regole del fare e assicurarsi la produzione di beni pubblici che il mercato non produce.
In un periodo in cui la cultura generale è in ribasso e quella politica, secondo alcuni, sarebbe scomparsa , non sorprende che anche quella della cooperazione sia in sofferenza e che si verifichino sempre più frequentemente fenomeni di corruzione e malaffare con le c.d. cooperative spurie, che negano la missione originaria della mutualità e della reciprocità. In Italia il movimento cooperativo si è sviluppato all’interno dei filoni culturali delle diverse declinazioni del socialismo utopico, di quello ortodosso, poi socialdemocratico e riformista, di quello delle diverse anime del cristianesimo sociale, del repubblicanesimo, del liberalismo che si preoccupavano della emancipazione dei lavoratori meno abbienti. Attorno all’idea di conciliare etica ed economia, di produzione diretta della ricchezza e di giustizia sociale. La dimensione ideologica che caratterizzava detti filoni culturali non impedì la nascita e la crescita del movimento cooperativo. Infatti se l’ideologia è un sistema di valori attorno ad un progetto di società, sbagliano coloro che comunemente associano un giudizio di valore negativo a tutte le ideologie senza distinguere quelle che si ispirano agl’ideali di libertà, uguaglianza e fraternità da quelle totalitarie e nichiliste. Sentiamo continuamente affermare che viviamo in una era post ideologica dove non c’è né destra né sinistra ma non è vero perché, in fatto, in molti paesi membri dell’Unione europea, vive e prospera l’ideologia mercatistica, economicistica, secondo cui l’individuo razionale sarebbe solo quello che massimizza il proprio interesse individuale e lo fa nel mercato dove guidano i prezzi e non i valori. Per gli economisti di destra, la solidarietà e l’altruismo sono mere eccezioni che confermano la regola dell’homo oeconomicus.
Ma anche a rimanere all’interno dello schema mercatistico, resta il problema del rapporto tra politica e mercato. Anche quello globale può funzionare se la politica crea quell’ambiente di sicurezza e un sistema di regole che garantiscano l’attuazione dei contratti. Il mercato economico interagisce con quello politico, lasciando nell’ombra il rapporto che dovrebbe caratterizzare l’etica e la legge. Alcuni politologi studiano il mercato politico con le categorie del mercato economico. Se applichiamo il modello agente principale in un impresa privata abbiamo che il modello funziona se c’è condivisione degli obiettivi. Il lavoratore dipendente rende di più se sa che il suo sforzo produttivo sarà premiato direttamente con incrementi salariali e/o indirettamente con benefit collaterali, con modalità di partecipazione all’innovazione organizzativa ed anche agli utili della società. Anche questa è cooperazione. A maggior ragione, la cooperazione dovrebbe svilupparsi nel suo habitat naturale dell’impresa cooperativa sempre che i singoli lavoratori e i loro dirigenti nelle strutture più complesse siano animati da lealtà, genuino spirito collaborativo, adeguatamente alimentato dall’interesse comune. Analogo è il discorso per una comunità locale e nazionale. Ricordo che Adamo Smith definisce un paese un condominio. Qui il rapporto agente/principale si svolge tra eletti ed elettori. I secondi sono lì, nelle sedi decisionali, per attuare il mandato ricevuto dagli elettori e sarebbero tenuti a rispettarne le preferenze. Ma queste non sempre si aggregano per formare maggioranze qualificate o semplici. Il lavoro della politica è più facile in un paese a forte coesione sociale dove è più facile che le preferenze degli elettori si aggreghino su obiettivi largamente condivisi. Questa è la logica di base che guida la cooperazione nel pubblico, nelle imprese cooperative e nelle imprese private – secondo le più aggiornate tecniche di management (World Class Manufacturing, Lean Production, Ergo-UAS: Universal Analysis System, ecc. su cui rinvio al n.3/2015 di economia & lavoro rivista quadrimestrale della Fondazione Giacomo Brodolini).
Nella pratica, come sappiamo, neanche i soci cooperanti sono tutti angeli e non si possono escludere comportamenti opportunistici e di shirking da parte dei soci lavoratori e di vero e proprio sfruttamento da parte dei dirigenti. In un contesto socio-economico dove prevale il paradigma neo-liberista sia pure con forte regolazione degli assetti monopolistici ed oligopolistici non si esce dall’inferno dell’oligopolio per entrare nel paradiso della concorrenza perché, nella migliore delle ipotesi, il meccanismo concorrenziale tra lavoratori e lavoratori, tra lavoratori e capitalisti, tra produttori e consumatori acuisce e sostiene il conflitto di interessi facendo perdere di vista quello comune. La teoria marginalista pone al centro del meccanismo concorrenziale la sovranità del consumatore per cui più forte è la concorrenza più alto è il vantaggio del consumatore. Ma questi è anche lavoratore e se la concorrenza tra i lavoratori è più alta più basso sarà il suo salario. Il più basso salario compenserà sempre il suo maggiore potere d’acquisto discendente dalla maggiore concorrenza tra le imprese ?
Al riguardo un ruolo molto importante può e deve avere l’educazione e la formazione come sottolinea Menzani nel capitolo “educare a cooperare” e più in generale – aggiungo io – a migliorare la cultura economica e finanziaria dei cittadini. Presupposto fondamentale della propensione alla cooperazione è a fiducia. Ma se, in un dato contesto sociale dilaga l’illegalità e la corruzione, la fiducia viene meno o si riduce a livelli insufficienti e , di conseguenza, anche la coesione sociale. Questo spiega il processo di ibridazione che interessa anche le imprese cooperative in generale, e nella specie, le cooperative c.d. spurie e/o truffaldine, non di rado, costituite per appropriarsi non solo dei benefici fiscali ma anche della maggior parte dei trasferimenti diretti ad assistere soggetti bisognosi – come nel caso di alcune cooperative sociali di Mafia Capitale che recentemente hanno attirato l’attenzione e della magistratura e dell’opinione pubblica.
Come noto, negli ultimi anni, fioriscono gli studi e le proposte che rilanciano il discorso del welfare aziendale e della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Il discorso ha trovato spazio nel Documento unitario delle Confederazioni sindacali CGIL-CISL-UIL del 14 gennaio 2016. Non è casuale che le esperienze più avanzate di partecipazione – come si può leggere nel volume di Astrid sulla partecipazione incisiva (il Mulino, 2015) – oggi si riscontrino nella Regione Emilia-Romagna dove storicamente il movimento cooperativo ha sempre registrato una forte presenza. Non è un caso che il volet welfare aziendale per il quale la legge di stabilità 2016 prevede più ampi incentivi, in fatto, riprende due obiettivi originari delle cooperative: quello della previdenza e assistenza dei lavoratori quando non esisteva il lo Stato sociale e quello dell’investimento nel capitale umano. Di tutto questo ci sono pagine essenziali nell’agile e scorrevole volumetto di Tito Menzani che riassume 15 anni di ricerche più specifiche dell’autore e che perciò merita un’attenta lettura in un momento in cui è di moda parlare e scrivere di sharing economy. Non ultimo , vale la pena citare il libro di James E. Meade, Agathopia: L’economia della partnership, Feltrinelli, 1990. Secondo il noto economista inglese, le tendenze – che nei decenni precedenti si osservavano – verso la co-gestione, le imprese gestite direttamente dai lavoratori , gli schemi di suddivisione dei profitti o alla partecipazione al capitale delle società in cui lavorano potrebbero rappresentare la vera alternativa a certe forme tradizionali di capitalismo.

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