Apprezzamenti di Monti a Davos

28 Gennaio 2012 Nessun commento

A Davos in Engadina, sul c.d. tetto del mondo, ogni anno, si riunisce la cupola dell’alta finanza pubblica e privata. Sui giornali italiani risalta il fatto che il nostro Presidente Monti sia tenuto in grande considerazione. Molti se ne compiacciono, io me ne preoccupo per via della contiguità tra esponenti del mondo bancario, della finanza rapace (ma benefattrice), di esponenti dei governi e della Banca Centrale europea. Non bisogna dimenticare, infatti, il ruolo determinante che la finanza rapace ha avuto nel determinare la crisi economica da cui non riusciamo ad uscire per via dell’abbraccio perverso che si è determinato tra sistemi bancari e tesorerie dei governi europei. A Davos si verificano informalmente i risultati che i vari governi hanno raggiunto nell’ultimo anno nel sottoporre gli interessi generali a quelli dell’alta finanza, ossia, agli interessi dell’1% contro quelli del 99% della popolazione come sostiene il movimento Occupy Wall Street. A Davos, non sono invitati i rappresentati dei lavoratori né dei 100 milioni di disoccupati creati dalla crisi provocata dall’alta finanza. Banchieri, finanzieri uomini di governo discutono in ambienti felpati su come salvare il sistema che beneficia direttamente loro stessi. Anche il Presidente Monti è contiguo e in qualche modo prodotto di questo mondo. Si sta adoperando in ogni modo non per salvare il modello sociale europeo – sia pure nella versione italo-mediterranea – ma per ridurlo per quanto possibile e renderlo compatibile con la loro visione del mondo. Non è sorprendente che Egli raccolga gli apprezzamenti sinceri del mondo di Davos e della destra liberista europea.
Quasi a guastare la festa, ieri sera (venerdì 27), è arrivato il declassamento di Fitch dopo quello di Standard & Poor’s, nonostante qualche significativo risultato conseguito nelle settimane scorse in termini di riduzione dello spread. Come interpretare la decisione – per altro prevista – di Fitch e la reazione tranquilla dello stesso Presidente Monti? Ho tre spiegazioni: 1) quello che ha fatto fin qui il governo italiano non è comunque sufficiente in termini di tagli allo stato sociale; 2) quello che ha fatto Monti fin qui in termini di rilancio della crescita e, quindi, di sostenibilità del debito pubblico è ancora meno. Il problema del debito pubblico è stato appena sfiorato; 3) la serenità di Monti circa il giudizio di Fitch si spiega con la sua fiducia negli effetti devastanti della sua manovra e di quelle precedenti in termini di riduzione del PIl, aumento della disoccupazione , dell’inflazione e, quindi, di aggiustamento dei salari e prezzi “svalutazione interna”. Monti probabilmente ritiene che quando detti effetti si saranno manifestati in pieno, le società di rating potranno cambiare opinione. Ma c’è un solo problema: l’economia italiana potrebbe rimanere incagliata sugli scogli come la nave Costa Concordia all’isola del Giglio, questa volta sul serio sull’orlo di un precipizio. Per amore della nostra Italia, spero di sbagliarmi in tutto e per tutto.

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I compiti sbagliati della Maestra tedesca.

14 Gennaio 2012 Nessun commento

In un sol colpo giù il rating della Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta e dell’Italia – quest’ultima giù di due scalini. I rendimenti dei BTP restano vicini al 7%, ossia, a livelli insostenibili. Andando avanti così, prima o poi arriviamo al default. Eppure Monti nei giorni scorsi aveva vantato di aver fatto scrupolosamente i compiti assegnati e la Merkel glielo aveva riconosciuto. Mercoledì scorso Monti aveva ”intimato” ai tassi di scendere e questi erano sembrati obbedire. Due giorni di ripresa delle Borse europee con in testa quella italiana. Poi Venerdì in serata arrivava la decisione di Standard & Poor’s. Ci sono i soliti dietrologi che gridano al complotto. Anche se sposata da esponenti della Commissione europea, non mi associo a questa scuola di pensiero specie se ricordo che le stesse società tre anni fa sono state accusate di non avere lanciato alcun allarme preventivo sull’Irlanda, il Portogallo, la Grecia.
Come economista, cerco una ragionevole spiegazione strettamente economica che riguarda i fattori interni ai singoli Paesi . lo ripeto, Monti ha fatto i compiti sbagliati. Ha fatto un tentativo di consolidare l’obiettivo del pareggio di bilancio per il 2013. Sottolineo il tentativo perché, a fronte delle più aggiornate previsioni di crescita, resta comunque incerto anzi improbabile. Serviva una manovra di segno opposto anche perché l’Italia era e rimane, dopo la Germania, il secondo paese con il deficit più basso. Solo se c’è crescita sostenuta è possibile pagare il debito pregresso in maniera indolore.
Il problema del debito pubblico è stato affrontato indirettamente e alla lontana con la riforma delle pensioni. Servivano misure più dirette come mettere in vendita qualche pezzo del patrimonio pubblico. Il contagio c’era e rimane. Nonostante la manovra, gli spread BTP-Bund si sono mantenuti a livelli significativamente alti prima e dopo la manovra, prima di venerdì 13 gennaio. Secondo me, non c’è alcun complotto contro l’Europa. Se dobbiamo rimanere nella fantapolitica, mi sembra più vicina alla realtà quella di qualche commentatore che ha detto che le aste pubbliche dei titoli pubblici dei vari paesi membri dell’eurozona sono “truccate” nel senso che la BCE offre liquidità alla banche e queste continuano a sottoscrivere titoli del debito pubblico invece di offrire liquidità alle imprese. In questo modo, si fa sempre più stretto e pericoloso l’intreccio tra banche e Stati per cui nei paesi a rischio potrebbero essere falcidiati simultaneamente sia i debiti del governi sia il capitale delle banche .
A livello italiano ed europeo Monti vanta di aver già iniziato la c.d. fase due ma la sua tesi non è convincente perché non suffragata dall’adozione di concreti ed efficaci provvedimenti che possano esplicare effetti di breve termine sulla crescita, che siano in grado di rovesciare le aspettative degli imprenditori per ora improntate al pessimismo. È vero che la manovra già fatta e quella che si accinge a portare avanti contengono incentivi dal lato dell’offerta ma questi, sempreché attuati con scrupolo e rigore anche dai governi successivi, potrebbero manifestare i loro effetti in 3-5 anni. Troppo tardi per impedire l’aggravarsi della malattia, come detto, la sostenibilità del debito.
Serviva semmai una manovra diretta sul debito e non sul deficit. Se il problema era e rimane quello della sostenibilità anche a breve termine del debito pubblico, questo obiettivo poteva e può essere affrontato innanzitutto con politiche di sostegno della crescita. Non sono, però, i provvedimenti come quelli sui taxi, i notai, le tariffe degli avvocati o di altri professionisti che possono salvare la situazione nel breve termine. E quelli ben più rilevanti della rete distributiva dei carburanti, degli oli minerali, dell’energia, sono ben più ardui da superare. Per questi motivi, servono investimenti pubblici diretti a sostegno della domanda interna. A parità di livello, servono non tagli ma misure di riqualificazione della spesa pubblica per cui qualche punto percentuale di essa venga trasformata in spesa in conto capitale.
Non serve nascondersi dietro la dimensione continentale o planetaria della crisi. Non basta lamentare i ritardi dell’Unione europea. Questi ci sono, restano e sappiamo che non potranno essere risolti nel breve termine. Sappiamo che il processo decisionale europeo è troppo lento per risultare efficiente. La finanza internazionale decide da un giorno all’altro. All’Europa servono anni per una riforma istituzionale seria. A torto o a ragione la politica economica sembra destinata a rimanere decentrata ancora per anni e sappiamo che il coordinamento non ha funzionato e le cose non potranno cambiare quand’anche l’accordo intergovernativo di cui si discute in queste settimane venisse approvato e si traducesse in modifiche al Trattato di Lisbona.
È chiaro ora che non basta fare i compiti da bravi scolaretti se la maestra tedesca ti dà quelli sbagliati (l’obbligo del pareggio ora e subito in condizioni di recessione economica, con sanzioni pesanti per gli inadempienti). E che sia così lo dicono oltre a centinaia di economisti italiani anche 7-8 Premi Nobel per l’economia anche di orientamento conservatore.

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In memoria di Giorgio Spinelli

12 Gennaio 2012 4 commenti

Quella di Giorgio (18/07/43-11/01/12) è stata una vita border line
Con tanti momenti di gioia ma anche di sofferenza
La sua mente ha attraversato strade difficili su cui tanti si sono persi
ma lui no perché era forte e, dopo le crisi, era sempre lì deciso a riprendere il suo lavoro, il suo cammino a volte anche in solitario
Nelle dovute proporzioni, mi viene in mente una analogia e una differenza con Nash. Di questi, ho letto la bellissima biografia di Sylvia Nasar
Nash aveva le allucinazioni, Giorgio no
L’analogia è nella loro ferrea volontà di rimettersi a lavorare
In 45 anni non l’ho mai sentito lamentarsi
Aveva un grande senso dello humour
Aveva la gioia di vivere
Aveva la passione di conoscere il mondo
Coltivava la musica

Avevamo vissuto negli anni ’60 e ’70 indimenticabili week end nella casa del comune e fraterno amico Maurizio Giacinti in quel di Fiano Romano
Poi negli anni ’80 il lavoro (con il mio incarico al Secit e all’Università di Parma) diradò temporaneamente i nostri incontri .
Negli anni ’90, ci ritroviamo nello stesso piano della stessa Facoltà
E i rapporti si intensificarono di nuovo
Aveva la passione per la vita e la ricerca e
coltivava molto il rapporto con gli studenti che lo ricambiavano
Teneva al suo lavoro più che a ogni altra cosa
Durante la crisi del 2005-06 ho cercato di convincerlo a lasciare qualcuno dei suoi gravosi incarichi la sua tensione.
Anche Attilio Celant ci ha provato, ma non c’è stato niente da fare.
Il suo lavoro era tutto, era la sua ragione di vita.
E non escludo che il fatto che, per qualche anno, dopo la crisi di cui sopra, mi guardò con sospetto, fosse dovuto al mio tentativo esplicito di convincerlo a lasciare alcuni degli incarichi più gravosi.
Il suo lavoro lo svolgeva con grande passione.
Gliene siamo grati.
Ha servito bene l’istituzione in cui molti di noi, come lui, abbiamo lavorato sin da studenti.
Addio Giorgio
Ci mancherai tanto!

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Gli “eroi” di Cortina

10 Gennaio 2012 Nessun commento

Spero di non essere accusato di intelligenza con il nemico (l’evasore) per i commenti che seguono. Parlando a Reggio Emilia, il Presidente Monti ha detto una cosa corretta : “le mani in tasca ai contribuenti le mettono gli evasori e non lo Stato che in cambio delle tasse finanzia i servizi pubblici richiesti dai cittadini”. Subito dopo, ha detto che altre misure mirate a combattere l’evasione fiscale saranno adottate e ha sentito anche il dovere di ringraziare gli uomini e le donne della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate (AdE) per la straordinaria partita giocata a Cortina. Per favore no, se le misure prospettate sono come quelle adottate nella recente manovra e se si tratta di operazioni mediatiche dagli esiti molto incerti che si conosceranno solo fra 2-3 anni, se tutto va bene.
L’opinione pubblica si è divisa tra due partiti nettamente contrapposti: quelli che vedono una svolta chiara tra la politica dell’accertamento di questo governo e quello precedente (di certo, inaccettabile) e quanti reputano eccessiva, inutile e persino pericolosa l’assegnazione di ulteriori poteri pervasivi all’Agenzia delle entrate. In mano a giornalisti disinvolti e a volte faziosi, le parti in causa sono fatte apparire come paladini del bene e del male, tra chi vuole e non vuole la giustizia tributaria, tra chi vuole annientare il Leviatano e chi invece vuole trasformare lo Stato in un mostro totalitario. Purtroppo la realtà è ben diversa da come viene rappresentata. Abbiamo un’Agenzia delle entrate che ha appena compiuto 10 anni, ma, secondo me, deve ancora dimostrare di essere cresciuta. Il suo direttore Befera è molto abile nella comunicazione ma lesina i dati sull’attività dell’AdE e di Equitalia. I risultati macro dell’attività di controllo sono ancora largamente insufficienti se è vero che le stime dell’evasione fiscale degli ultimi dieci anni non sono cambiate.
Abbiamo un governo tecnico che nella manovra economica, seguendo una prassi al limite della legittimità, ha trovato modo di dare all’Agenzia delle entrate strumenti ritenuti decisivi per il successo della lotta all’evasione e, invece, non si rende conto che la lotta è impari per l’AdE finché continuerà la gestione politicizzata dell’accertamento. Al riguardo, ricordo che il direttore dell’accertamento Magistro intervistato da Fossati del Sole 24 ore del 5-01-12 afferma che : “non basta avere i dati, ci vuole qualcuno che li metta insieme”. Lamenta il calo del personale per oltre tre mila unità ma sostiene che annualmente si svolgono 700.000 accertamenti all’anno; 600 mila controlli su situazioni minori; e 15 mila verifiche, a fronte di alcuni milioni contribuenti a rischio. Ma se fosse così e se i controlli fossero di qualità, in alcuni anni non si potrebbero controllare tutti i sospetti evasori? O sono pericolosi tutti i lavoratori dipendenti e tutti i pensionati soggetti a ritenuta alla fonte?
Ci si poteva aspettare che un governo tecnico si astenesse da valutazioni sulla portata dei blitz stile Cortina e, invece, i l Presidente Monti si produce in elogi per un’azione prodromica non necessaria che svela situazioni di già ben conosciute dall’Anagrafe Tributaria e che ancora deve produrre risultati concreti. L’AdE cita: 80 agenti impegnati; 35 esercizi controllati. I ristoranti hanno registrato maggiori incassi del 300%; i bar + 40%; le boutique +400%; rilevate 251 auto di grossa cilindrata (FiscoOggi, 4-01-12). Sulle attività pregresse circolano in questi giorni i dati della Corte dei Conti sull’attività di Equitalia SpA.

Riscossioni nel triennio 2008-10 in milioni di €
2008 2009 2010 2010/08 % 2010/09 % anni
3.723 3.966 4.613 23,9 16,3 Ruoli erariali
2.141 2.454 2.839 32,6 15,7 Ruoli Inps-Inail
1.150 1.315 1.425 23,9 8,4 R. enti non statali
7.014 7.735 8.876 26,5 14,8 Totali
Fonte: Corte dei Conti, Relazione sulla gestione Equitalia, n. 81/2011

C’è un miglioramento al margine ma i dati di Equitalia sono presentati in maniera tendenziosa. Vengono calcolate le variazioni % anno per anno oppure inizio/fine periodo. Sono buone percentuali a prima vista. Se però prendiamo la variazione totale delle riscossioni tra il 2009 e il 2010 (1,141 miliardi) e la rapportiamo ai dieci milioni di cartelle di cui parla il direttore dell’AdE, vediamo che la riscossione media si ragguaglia a 114 € . Ma la relazione della Corte dei Conti (p.24) cita un altro dato interessante. Nel 2010, 1,8 miliardi sarebbero stati riscossi dai grandi debitori (1055 debitori con morosità superiore ai 500 mila euro, in media 1.706.161 a testa). Non dice però quanti sono gli altri e quanto ha riscosso in media. Ma se prendiamo la variazione totale 2010/09 e la rapportiamo all’evasione stimata (125 miliardi) delle imposte erariali vedremmo che potrebbero essere necessari sino a 80 anni per recuperare l’evasione di queste ultime.
Vengono proposti gli incrementi annuali sulle somme riscosse che comprendono imposte, contributi, tasse evasi, sanzioni, interessi e aggi, ma non si accostano le prime alla maggiore imposta accertata o a quelle definite. Tali dati riguardano flussi che originano da attività di accertamento svolte anche in anni relativamente lontani. Non sappiamo così se il sistema non funziona perché è insufficiente l’attività di accertamento vera e propria, oppure è l’attività di riscossione che complessivamente, a mio giudizio, resta inefficiente.
Lungi da me l’idea di colpevolizzare il governo Monti che probabilmente non ha avuto il tempo di rendersi conto di queste complesse tematiche. Né basta scaricare tutte le responsabilità sul precedente governo come sembra fare ora il direttore dell’AdE (intervista a M. Giannini, Repubblica 8-01-12). Non voglio assolvere Berlusconi e il suo ministro dell’economia e delle finanze. Dico che nel tempo si è costruito un sistema che tuttora non funziona. Il sistema tributario non è tutto da rifare ma le imposte vanno applicate seriamente. Bisogna rivedere la strategia degli studi di settore. Le responsabilità sono diffuse e, in primo luogo, mi sento di chiamare in causa quelle delle competenti Commissioni Parlamentari dove queste questioni dovrebbero essere attentamente valutate anche con l’aiuto dei migliori esperti.

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Le speculazioni sugli attentati a Equitalia.

In nessun modo voglio giustificare l’escalation di reazioni violente, veri e propri attentati contro Equitalia, ma pur sempre di reazione si tratta. Reazione a che cosa? Ad un sistema di riscossione che resta inefficiente, costoso e vessatorio nei confronti dei contribuenti onesti, disattenti, morosi perché spiazzati da disguidi postali e anche dei piccoli evasori parziali. In nome della sacrosanta lotta all’evasione, si sono anticipati alcune fasi della riscossione – a volte spacciandole per risultai della lotta all’evasione fiscale – e si sono inasprite in maniera esagerata le sanzioni, le pene pecuniarie e gli interessi moratori, ma i grossi evasori continuano a farla franca se è vero che l’ammontare delle imposte evase si è stabilizzato da anni attorno ai 125 miliardi di €. Allora c’è qualcosa di sbagliato, c’è qualche malfunzionamento nel sistema di accertamento delle imposte e non solo in una sua fase particolare come quella della riscossione.
Al di là delle rituali geremiadi, nessuno ne vuole parlare sul serio. Ma si continuano ad approvare provvedimenti da stato di polizia tributaria che, di nuovo, esplicheranno effetti vessatori e inaccettabili intrusioni nella privacy non solo sui veri evasori fiscali ma anche sugli altri. Mi riferisco ovviamente anche ai più recenti provvedimenti del Governo Monti che oltre all’archivio dei conti correnti obbliga le banche a trasmettere periodicamente gli estratti conti di tutti i contribuenti italiani. Nessuno si è chiesto se detta misura è veramente necessaria. Se il problema è la qualità dei controlli o la mancanza di dati. Nessuno ha riflettuto sul fatto che le indagini finanziarie svolte annualmente dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle entrate sono solo alcune migliaia anche perché sono di una enorme complessità e richiedono molto tempo per essere portare a termine.
Beppe Grillo ha il suo linguaggio e certamente va censurato per certi toni. Ma il disagio nel paese c’è in una fase recessiva in cui molte famiglie e molte imprese incontrano serie difficoltà ad adempiere al loro dovere tributario. Parlarne non significa giustificare gli attentati degli anarchici. Mi sembra anche esagerata la caccia alle streghe che si è scatenata nei confronti del suddetto invece di sollecitare le forze dell’ordine a dare la caccia a chi mette le bombe o invia le cartucce intimidatorie. Criticare Equitalia non significa schierarsi con gli attentatoti.
Si mettono in mezzo gli uomini di Equitalia che cercano di applicare le leggi, che vanno certamente protetti ma che non sono i veri e diretti responsabili della situazione. Il vero responsabile è il legislatore fiscale e il suo modo di legiferare in maniera alluvionale, confusa, in affanno e, non di rado, con illegittimo ricorso al voto di fiducia. Ecco cosa scrisse sul Sole 24 Ore del 14-11-2005 Enrico De Mita commentando la manovra finanziaria di allora e la riforma della riscossione.

“Nella parte fiscale della manovra, dovrebbero trovare posto solo aliquote e detrazioni, solo quelle voci cioè strettamente legate alla situazione economica e finanziaria dell’anno. Invece anche quest’anno nel decreto legge collegato alla Finanziaria troviamo, come si dice, “di tutto e di più.
Troviamo aspetti delle leggi generali delle imposte, come la revisione della giurisdizione tributaria, la revisione radicale dello strumento della riscossione, un perno della disciplina dell’accertamento come la collaborazione dei Comuni all’accertamento, uno strumento che non ha mai funzionato e che non si capisce come possa essere “potenziato”. (quest’ultimo ora abrogato dal governo Monti, sollevando le ire del suo predecessore Tremonti che lo ha accusato di rinunciare alla lotta all’evasione fiscale).
“La ragione della tecnica legislativa seguita (se di tecnica si può parlare) è invece la tutela di interessi particolari: revisione della giurisdizione tributaria, collaborazione dei comuni e riforma del soggetto della riscossione non nascono, nel decreto fiscale n. 203/2005, da una raffinata concezione delle procedure e del processo, ma dalla tutela di interessi particolari che poco hanno a che fare con una visione razionale e moderna dell’amministrazione pubblica”.

Per la cronaca la riforma della riscossione passò con il voto di fiducia su un maxiemendamento, così tagliando fuori centinaia di emendamenti della maggioranza e dell’opposizione e le indicazione di una Commissione parlamentare che aveva lavorato per circa due anni sull’argomento. La domanda è: non è che, al di là delle buone intenzioni, questo comportamento del legislatore fiscale fa il gioco proprio degli evasori?

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“L’arco della pace” di Carlo Vallauri.

In una prospettiva millenaria, Steven Pinker (The better angels of our nature, Viking, 2011) sostiene che l’uso della violenza è drasticamente diminuito. Secondo dati desunti da referti archeologici, nell’età tribale , ossia, dal 5.000 avanti Cristo a scendere, il 15% della popolazione moriva per cause violente. Nel Medioevo la percentuale degli omicidi sarebbe fortemente calata. Nell’epoca moderna tre grandi accadimenti spiegano il continuo calo della violenza secondo Pinker: la nascita dello Stato moderno che monopolizza l’uso della forza; lo sviluppo del commercio tra gli Stati e i popoli che crea reciproci vantaggi; la c.d. rivoluzione umanitaria innescata dall’Illuminismo che eredita lo ius gentium di Grozio, e sviluppa il diritto internazionale, il cosmopolitismo e le relazioni internazionali ispirate alla coesistenza pacifica e alla cooperazione. Questa la prospettiva millenaria.
In essa si può inserire l’analisi di Carlo Vallauri (L’arco della pace. Movimenti e istituzioni contro la violenza e per i diritti umani tra Ottocento e Novecento, Ediesse, 2011, pp. 1.800, 50 €) che riguarda i movimenti pacifisti che si sono sviluppati nel XIX e XX secolo. Questo di Vallauri, pur partendo da dispense universitarie per studenti stranieri, non è più un manuale universitario. È molto di più. È una sorta di compendio della storia universale dell’Ottocento e del Novecento con il terzo volume dedicato ai maggiori problemi degli ultimi 20 anni e, quindi, del nuovo secolo, con l’apertura ai problemi attuali della globalizzazione, dei diritti, della democrazia e della pace e della guerra.
Viene subito da pensare al secolo breve martoriato da due Grandi guerre mondiali con molte decine di milioni di morti nella prima sua parte e dalla Guerra Fredda e da quella del Vietnam nella seconda metà che ha diviso la coscienza del mondo e ha innescato la protesta giovanile a livello mondiale o quasi. Non c’è contraddizione con i dati di prima e se è stato possibile coinvolgere l’opinione pubblica mondiale, ciò è stato possibile proprio perché nel frattempo si erano sviluppati una coscienza cosmopolita e un pensiero federalista che trova la sua stella polare in Kant. Trova le sue gambe e le sue teste nella galassia dei movimenti pacifisti che Carlo Vallauri analizza con competenza e maestria nei suoi tre volumi dell’arco della pace. Dice Vallauri che non c’è una formula unica per interpretare i vari movimenti che si sono sviluppati nel mondo: Gandhi in India; Bertrand Russell in Inghilterra, Aldo Capitini e il partito Radicale transnazionale, non violento in Italia; Romain Rolland in Francia; il movimento internazionale per la pace sostenuto dall’Unione Sovietica, ecc.. ma tutti hanno un comune denominatore. L’arco della pace poggia su due pilastri: il primo e quello della pace e dei diritti; il secondo è quello dei rapporti tra movimenti e istituzioni.
È vero che la violenza diminuisce ma ciò non significa che la pace sia automaticamente implementata. Ci sono vere e proprie guerre e focolai di guerra in giro per il mondo e la pace trova grosse difficoltà implementative. E analogamente la teoria dei diritti a partire dalla dichiarazione universale dei diritti del 1948 e le successive Convenzioni. Non si capiscono queste difficoltà se non si chiarisce la natura di questi beni. La pace e i diritti di cittadinanza sono beni pubblici globali. Essi richiedono strutture pubbliche appropriate, istituzioni in grado di produrli ed attuarli. Molte speranze nell’immediato secondo dopoguerra sono state riposte nell’ONU ma la guerra Fredda prima e più recentemente la presenza al suo interno di oltre 150 stati dittatoriali impediscono la formazione di quel consenso necessario per avere un vero braccio armato dell’ONU in grado di intervenire efficacemente per imporre la pace ai belligeranti e spegnere i focolai di guerra. Ha assunto un ruolo di supplenza la NATO ma sappiamo le difficoltà che essa incontra.
Servirebbe un vero e proprio governo mondiale ma non c’è. E questo spiega la difficoltà anche dei movimenti pacifisti a interloquire con un assetto istituzionale embrionale, squilibrato, frammentato che manca di un suo assetto naturale che dovrebbe collocarsi a livello planetario. Se i diritti sono di cittadinanza e se la cittadinanza è quella planetaria è chiaro che c’è uno iato con gli Stati nazionali che, in pratica, continuano a cincischiare con lo ius soli o lo ius sanguinis. Alla globalizzazione della finanza non corrisponde la globalizzazione dei diritti e delle democrazia. Abbiamo i G-8, i G-20, il Financial Stability Board che sono organizzazioni informali che si limitano a fare raccomandazioni e finiscono in qualche modo a spiazzare il Fondo Monetario internazionale che ogni anno di più risulta meno rappresentativo della struttura del potere economico a livello mondiale. Sul terreno politico, tuttavia, in un modo o nell’altro, la Comunità internazionale è costretta a intervenire ieri a Sarajevo e l’Estate scorsa in Libia (vedi appendice al III volume).
Può sembrare un paradosso ma non lo è. Nell’epoca moderna e contemporanea, lo Stato ottocentesco ha prodotto guerre e pace allo stesso tempo. Per tali motivi, il pensiero federalista ne ha teorizzato il declino e il suo superamento in entità regionali di aria vasta come quella europea che sta coinvolgendo un intero continente in un processo di integrazione economica e politica che finora ha assicurato un lungo periodo di pace, di integrazione economica ed una moneta comune per l’Eurozona.
Stiamo vivendo una fase di forte accelerazione del processo di globalizzazione della finanza e dei mercati, ma questa provoca forti reazioni contro la libertà di movimento dei capitali, la libertà dei commerci, contro i movimenti migratori, contro il potere delle multinazionali, ecc.. Non sono pochi quelli che attribuiscono all’ingresso della Cina nel WTO la causa di alcuni squilibri globali e temono che questi possano acuirsi ulteriormente con l’ingresso della Russia. Ieri, come oggi, le spinte nazionaliste sono un problema. Se dovessero prevalere, se dovessero moltiplicarsi le misure protezioniste, gli accordi sul commercio sul global warming sarebbero a forte rischio. Ricordiamoci che in tutti i sistemi politici deboli, i governanti locali tendono a inventarsi un nemico esterno per preservare il loro potere e i politici locali hanno la veduta corta.
Non ultimo, ci si può chiedere – probabilmente ingenuamente – perché il cammino della pace, dei diritti e della democrazia sia così difficile ed irto di ostacoli. Una risposta viene da Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, edizione italiana, 1969: cap. IX), secondo cui c’è un parallelismo tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni politico-istituzionali. Entrambe partono dalla constatazione del “malfunzionamento” e/o inadeguatezza del modello esistente (paradigma dominante), ma la comunità scientifica e politica si divide tra i difensori del vecchio e gli assertori del nuovo – questi ultimi di solito una sparuta minoranza. Oggi, in fatto e in diritto, lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare efficacemente i problemi della globalizzazione e troppo grande per curare appropriatamente i problemi giornalieri della gente comune. Questa evoca l’intervento dello Stato ma non si rende conto che, da un lato, esso è destinato a dissolversi in entità sovranazionali, dall’altro, esso costituisce ancora il paradigma istituzionale esistente che non ammette alternativa. È in corso una fase di forte accelerazione della globalizzazione. Questa evoca una rivoluzione istituzionale ma le “rivoluzioni politiche mirano a mutare le istituzioni politiche in forme che sono proibite da quelle stesse istituzioni”. Seguendo Kuhn, bisognerebbe sostituire alcune istituzioni con altre ma questo programma indebolisce le istituzioni esistenti – come indebolisce il ruolo dei paradigmi scientifici dominanti. Molti individui si allontanano dalla politica… Alcuni di questi si organizzano attorno a un programma per cambiare le istituzioni… dividendo la società in schieramenti e/o partiti avversi: gli uni a favore di un nuovo assetto istituzionale, gli altri a difesa di quello esistente. La polarizzazione rende inutile e fa fallire il ricorso al metodo dialogico e alla mediazione politica. Siccome gli schieramenti e/o partiti contrapposti non riconoscono un arbitro (umpire) al di sopra e al di fuori del loro modello istituzionale, il conflitto rivoluzionario degenera. Si fa “ricorso alle tecniche della persuasione di massa che spesso includono la forza” (pp. 93-94). Conclude Kuhn: “sebbene le rivoluzioni abbiano avuto un ruolo vitale nello sviluppo delle istituzioni politiche, questo ruolo dipende dal fatto che esse sono eventi in parte extrapolitici ed extraistituzionali”.
Ha ragione Pinker: la violenza fisica è certamente diminuita. Ma c’è da chiedersi: non è forse violenza quella dell’1% che impone la sua volontà al 99% della popolazione (Occupy Wall Street)? Non è violenza negare i diritti ai lavoratori, ai cittadini, ai risparmiatori, agli emigrati, alle donne, ecc.? ci sono i diritti e le Corti che cercano di implementare l’eguaglianza e la giustizia tra i più deboli e ci sono gli abusi del diritto perpetrati dai più forti. Ci sono le istituzioni democratiche, imparziali e trasparenti e c’è la violenza di certe istituzioni e degli Stati criminogeni. Per questi motivi, non di rado, l’arco della pace può apparire ad alcuni solo come la visione di uno splendido arcobaleno all’orizzonte dopo l’ennesima tempesta.

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Le dichiarazioni di Monti

30 Dicembre 2011 Nessun commento

Due ore e quaranta sommando introduzione e risposte lente alle domande dei giornalisti. Che cosa abbiamo appreso? niente che non sapessimo già. La manovra era un atto dovuto – anche se incalzato da alcune domande sul punto nega che il suo governo distingua tra una fase 1 e una fase 2. D’ora in poi il governo si concentrerà agli atti voluti: la fase due o dei provvedimenti mirati a rilanciare la crescita. Dal manovra Salva-Italia a quella Cresci-Italia. Di che cosa si tratta? Monti ha dato le linee generali, più precisamente, ha indicato solo le aree in cui intende intervenire: concorrenza; liberalizzazioni; riforma del mercato del lavoro, stimolare il capitale umano anche a fini di equità.
Naturalmente rispondendo alle domande, la lista degli interventi programmati si allunga vieppiù: si parla di lotta all’evasione fiscale, all’elusione (o abuso del diritto), alla corruzione (con una nuova legge). Si tratta ovviamente di interventi che si estendono progressivamente su un orizzonte che si allunga oltre il 2013. Siamo sicuri che i governi che verranno si porranno in continuità con il suo come lui sta facendo con quello precedente?
A suo dire, la crescita non solo c’è nei programmi del governo ma sarà anche inclusiva. Fantastico! Non c’è che dire. Con un governo a termine, Monti pensa di risolvere problemi che non hanno trovato soluzione negli ultimi 60 anni per non dire nei 150 anni dall’Unità a oggi. Certo non gli manca l’ottimismo e il senso dello humor.

Ha detto che la quinta manovra era un atto dovuto per mettere in sicurezza i conti pubblici e per rispettare gli impegni assunti dal precedente governo. Forse mi mancano le informazioni, ma Berlusconi acriticamente aveva promesso di adempiere alla lettera della Banca Centrale europea e così aveva fatto con la manovra di agosto. Poi ha fatto anche la legge di stabilità. La sua manovra ha carattere strutturale e porterà a un avanzo primario di 5 punti negli anni a venire con corrispondente riduzione del debito pubblico di 5 punti.
Non so da dove Monti abbia preso questi numeri ma l’impegno previsto dal SixPack era ed è 1/20 della eccedenza rispetto al 60% del PIL , pari a poco più di tre punti di PIL. A parte che detti impegni sono stati assunti con leggerezza dal precedente governo voglio fare due osservazioni sul punto. A fronte del precipitare della congiuntura, detto patto poteva essere anche rivisto tenendo conto anche del fatto che la media del debito pubblico per i paesi più virtuosi è ben più alto del 60% fissato agli inizi degli anni ’90 dal Trattato di Maastricht. Secondo, supposto che miracolosamente si raggiunga il pareggio di bilancio nel 2013, la storia non finisce lì. Bisogna tenerlo per molti anni ancora se si pensa che l’unico modo di ridurre il debito pubblico sia quello che passa per l’avanzo primario. Ma probabilmente Monti pensa che questo non sia un problema suo ma dei governi che seguiranno.

Secondo i calcoli del Gruppo o tavolo di Giarda, insediato da Tremonti, ci sarebbe un patrimonio pubblico pari al 140% del PIL che rende poco. Detto patrimonio almeno in parte potrebbe essere utilizzato per la riduzione del debito pubblico. Il patrimonio fruttifero sarebbe a 675 miliardi di cui 215 nel controllo diretto dello Stato centrale, 460 delle Regioni; 675 è il 40% del PIL; il valore complessivo dei beni in mano allo Stato, agli Enti Locali e agli istituti di previdenza ammonterebbe a 420 miliardi; il valore delle partecipazioni tra le quali ENI, Enel, Finmeccanica sarebbe pari a 63 miliardi. Secondo me bisogna utilizzare anche questa strada della vendita di parte del patrimonio pubblico come si è fatto negli anni novanta. Certo le condizioni di mercato non sono le migliori ma si tratta di cominciare, dare un concreto segnale ai mercati e procedere con gradualità. Con adeguati sconti si può vendere qualsiasi cosa. Invece la strada che sembra voglia percorrere il governo quella della società di progetto o società miste è cosa diversa. Può finanziare in condizioni normali non in una situazione di emergenza. Anche perché ai privati che fanno opere pubbliche bisogna assicurare un rendimento normale del capitale superiore al costo dell’indebitamento dell’operatore pubblico anche in situazioni straordinarie come quella che stiamo attraversando. Questo vale in generale per il c.d. partenariato pubblico-privato raccomandato dalla Commissione europea.

Il 28 dicembre ci sono state aste per titoli a breve termine. I rendimenti si sono quasi dimezzati ma lo spread è rimasto sopra i 500 punti base. Il 29 c’è stata l’asta dei Buoni poliennali del Tesoro. I rendimenti si sono lievemente abbassati ma lo spread è leggermente aumentato collocandosi a quota 514 ma senza acquisti della Banca centrale europea. Berlusconi aveva distrutto la sua reputazione e quella del suo ministro dell’economia. Monti aveva ed ha la credibilità di un ex commissario UE ma quella di un capo di governo e di ministro dell’economia se la deve ancora guadagnare. La manovra di dicembre non era dovuta. Aveva alternative dirette e prioritariamente mirate a sostenere la domanda aggregata per investimenti pubblici e i consumi privati.

Sino a metà luglio 2011, nonostante le continue negazioni della crisi e smentite fattuali dei suoi programmi, lo spread si era mantenuto a livelli sostenibili. Come si spiega? Secondo me, non si spiega con la sola reputazione e credibilità della persona che ricopre una certa carica ma con i fatti economici. Negli ultimi due anni, l’economia italiana ha minimamente recuperato ciò che ha perso nel 2009. Le prospettive di crescita sono pessime e non c’è credibilità del capo del governo che tenga. Con i mercati e con le banche o restituisci i soldi che hai preso in prestito o hai perso la tua credibilità. Se approvi una manovra per il 2012 che aumenta le tasse, riduce la spesa e gli investimenti pubblici, non si vede da dove possa venire la crescita. Con rendimenti al 7% sui BPT, non andiamo da nessuna parte: il debito pubblico non è sostenibile. Prima o dopo arriva il problema della solvibilità. Molto probabilmente prima ancora le riforme sopra elencate possano esplicare qualche effetto. Con lingua biforcuta, la BCE, Il FMI, la Commissione europea prima hanno approvato preventivamente e successivamente le quattro manovre per il consolidamento dei conti. L’indomani dell’approvazione hanno detto che non c’era niente per la crescita. Temo che prima poi lo diranno anche per la manovra Monti.

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È meglio andare alle elezioni anticipate.

23 Dicembre 2011 3 commenti

In questi giorni, tutti sembrano accarezzare l’idea che il governo Monti resti in carica sino alla naturale scadenza della legislatura. Secondo me, è un errore. In primo luogo, perché questo governo ha il fiato grosso e non ha una politica economica e finanziaria all’altezza del compito. In secondo luogo, perché sarebbe opportuno evitare l’ingorgo istituzionale del 2013 quando scade anche il mandato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Se si dovesse eleggere prima il nuovo Parlamento e, subito dopo, il Presidente della Repubblica, come opportuno e necessario, la inevitabile competizione elettorale – momentaneamente sottotraccia – si acuirebbe di nuovo e potrebbe trasformarsi in vero e proprio scontro che metterebbe a dura prova le istituzioni. Anche per questi motivi, a mio giudizio, sarebbe opportuno e finanche saggio anticipare le elezioni politiche alla Primavera del 2012.

aggiornamento del 24 gennaio 2012:
Ora che abbiamo le previsioni aggiornate della Banca d’Italia (- 1,6 di PIl nel 2012) , del Fondo Monetario Internazionale (-2,2 ), Confindustria (-1,5) e disoccupazione in forte aumento di 300 mila unità, qual è lo scenario che si può delineare nella Primavera del 2013? La recessione non ancora superata, la disoccupazione fortemente aumentata tra il 9 e il 10%, inflazione anche essa in aumento mirata a determinare una svalutazione c.d. interna. In una simile situazione gli elettori avranno viva memoria dei guai più recenti. Berlusconi avrà buon gioco a sostenere che lui è stato sostituito con un colpo di mano, che il governo dei tecnici nulla ha potuto per determinare la crescita, che il governo del Presidente in realtà ha aumentato le tasse, che ha portato avanti un programma di sinistra che ha inflitto duri quanto inutili sacrifici al popolo italiano. Berlusconi non ha smantellato il suo apparato propagandistico. Il Partito democratico del buon e generoso Bersani avrà le sue difficoltà a difendere una linea di responsabilità. Nessuno crederà più che prima di Monti il Paese stava precipitando nel baratro. Anche perché non è vero. Erano possibili altre scelte e non sono state neanche considerate o verificate in Parlamento. In uno scenario del genere, prevedo che il Centrosinistra non avrà gioco facile a vincere elezioni politiche e non posso escludere che nel frattempo i sondaggi si rovescino a favore del PdL.

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Vallauri recensisce “La grande regressione” di V. Marinelli

15 Dicembre 2011 Nessun commento

Il ventennio berlusconiano viene ricostruito da Vincenzo Marinelli nel libro “La grande regressione”, Edizioni Socrates-Onyx Editrice, in una duplice lettura che rispecchia d’altronde le qualità dell’autore: alto magistrato in grado di analizzare e di descrivere l’esperienza politica e mediatica del ventennio berlusconiano sia sotto l’aspetto delle scelte – e degli abusi – istituzionali del Cavaliere sia nella fine e sottile valutazione dei comportamenti personali di un imprenditore improvvisatosi leader politico con responsabilità di primo piano nella vita pubblica.
E Marinelli svolge la “narrazione” (come egli stesso la definisce) di un’avventura che ha contribuito a deformare il nostro sistema politico, sostituendo agli strumenti propri di una democrazia repubblicana, contrassegnata sino agli anni ’70 da una validità e progressiva costruzione statale pur nella contrapposizione tra diverse posizioni, una prassi destinata invece ad esaurirsi con la sovrapposizione alla realtà di un racconto retorico e personale. Si è determinata così una sostanziale regressione nei rapporti politici, ridotti ad una sequenza esemplificativa di atti e di parole attraverso cui Berlusconi è riuscito a utilizzare in modi distorti le risorse pubbliche al fine di soddisfare la propria esuberanza autoritaria, ritenendo di interpretare necessità di vasti ceti popolari, dei quali pretendeva di essere rappresentante. In effetti abbiamo avuto una società addormentata nel sogno di una conduzione liberale, mai realizzata in effetti, e nel segno di un superficiale paternalismo che rifiutava di affrontare i problemi principali del paese e dell’Europa, nella vana soddisfazione di sentirsi interprete di speranze più vaste usate artatamente a scopo evidente di un inganno ininterrotto. Una serie di falsità ripetute incessantemente ha così sostituito alla normale contesa politica la rappresentazione mediatica di immagini e suggestioni contenenti “perverse insulsaggini”, accanto a più dignitose manifestazioni spettacolari.
Un modello scenografico – scrive Marinelli – che mira a porre al centro dell’attenzione un preteso “amore” per l’Italia ed i suoi cittadini. Un efficace messaggio pubblicitario che raccoglie – non dimentichiamo – larghi consensi ed un indubbio successo di carattere populista. La comunicazione berlusconiana sa utilizzare ogni sfumatura pubblicitaria per incidere sulla mente degli italiani, rinunciando ad ogni argomentazione critica. La presunta rapidità tra il “dire” ed il “fare” sarà del tutto fantasiosa, come fantasiose sono le trovate e le storture nel racconto della sua vita privata, colma di comportamenti che hanno trovato nelle parole sobrie della consorte la più decisa denuncia.
La promessa di non mettere le mani nelle tasche degli italiani si è rivelata una falsità perché la politica economica attuata ha aggravato le condizioni del paese, con l’accrescimento della disoccupazione giovanile, l’estensione della corruzione, il venir meno della possibilità di crescita che avevano invece caratterizzato le vicende italiane nei primi decenni della Repubblica.
C’è un aspetto tuttavia che merita di essere approfondito, in una prospettiva più ampia, mediante l’esame del blocco sociale che ha prodotto ed impersonificato il berlusconismo.
La borghesia italiana, nei suoi ceti medi prima irretiti dal fascismo, poi acquistati da una tranquilla ma operosa democrazia cristiana, ha trovato nel corpo politico creato dal Cavaliere una sorta di immedesimazione nella comoda accettazione di una serie di sicurezze che la prima repubblica sembrava aver messo a rischio, sicurezze fondate prevalentemente sulla salvaguardia personale di determinati, anche piccoli, vantaggi economici, concreti e quotidiani, che una parte di italiani riteneva così di poter mantenere, lasciando libero il capo di pensare per tutti, di provvedere a tutto.
Il “grande piazzista” indifferente di fronte ad evidenti prove di malaffare, ha utilizzato così l’eterogenea maggioranza – attenzione relativa e non assoluta come teneva ad affermare – illudendosi di risolvere una situazione mediante la battuta facile, la barzelletta, la ripetizione di slogan anticomunisti ormai privi di ogni vigore propagandistico. Il successo rapido, immediato, in certe circostanze, travolgente, della formula mediatica, già esperimentata nei canali televisivi, si spiega proprio perché l’offerta del Cavaliere corrispondeva esattamente alla voglia di tanti italiani di non pensare troppo, di abbandonarsi alla situazione data, di non riflettere, di non discutere.
Consentendo così ai più furbi di moltiplicare i propri mezzi finanziari oltre all’impossessamento progressivo delle fonti di informazione. L’inganno nel settore della comunicazione mediante le banalità acritiche, l’abolizione del confronto di idee hanno finito per deviare per lungo tempo e corrompere la mentalità degli elettori come dei telespettatori che hanno preferito in parte per soggiacere al dominio del luogo comune, alla interpretazione parziale dei dati di fatto, in quella sorte di apatia che è sembrata ad un certo momento il carattere prevalente in molti italiani in una regressione soprattutto culturale, alla quale non è stata estranea la confusione cui hanno dato luogo gli errori, la vaghezza e la indeterminazione dei politici della sinistra e degli altri oppositori. Nodo cruciale quest’ultimo anche nell’attuale crisi.
I ceti sociali che si sono riconosciuti nel berlusconismo vivono in condizioni diversificate, vanno dai benestanti che hanno come problema principale quello di non pagare le tasse, o di ridurle al minimo, indifferenti alle problematiche economiche che la società internazionale presenta attraverso indici sempre più inquietanti, sino al piccolo imprenditore che a volte si sente un potenziale piccolo Berlusconi, o ai tanti disoccupati ai quali era stato promesso un lavoro, ai piccoli proprietari di appartamenti o di terreni agricoli tranquillizzati e cloroformizzati nell’illusione di mantenere inalterate le rispettive condizioni.
L’opposizione da parte sua non si è preoccupata sin dall’inizio del conflitto d’interesse: parte di essa ha preferito il “baratto”. Non ha neppure utilizzato la norma della legge elettorale che interdiva dichiaratamente l’ineleggibilità del concessionario di pubblici servizi come messo in rilievo da studiosi da Sylos Labini ed altri studiosi (Convegno di Roma, relazioni pubblicate da “Il Ponte” di Firenze, 2000). L’opposizione si è divertita a criticare gli elettori di Berlusconi anziché agire concretamente contro i suoi provvedimenti, svegliandosi solo quando la bugia sulla nipote del presidente dell’Egitto ha superato ogni limite di ammissibilità.
E Marinelli sottolinea in particolare il linguaggio di Berlusconi, la sua faccia tosta, la melina parlamentare sfociata nella esclusione delle Camere da ogni effettiva partecipazione e guida della vita politica.
Quel blocco sociale che ha determinato le vittorie elettorali di Berlusconi si è andato disfacendo man mano che le misure disposte dai suoi ministri, nel campo economico, del lavoro, della scuola, mostravano la loro inanità di fronte alla gravità dei problemi reali. Non scordiamo che la virata a destra riguarda tutta l’Europa, ma solo in Italia si è mostrata in termini tanto volgari. E le insidie berlusconiane – osserva giustamente l’autore – si sono infrante davanti alla resistenza della Costituzione intesa come patto tra gli italiani. Era già accaduto negli anni ’80 quando altri pericoli avevano minacciato l’Italia.

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È il debito pubblico il problema non il deficit.

9 Dicembre 2011 Nessun commento

Non è vero che questa manovra non aveva alternative. È sorprendente che un governo tecnico sostenga una tesi del genere. Qualche alternativa tecnica c’è sempre, basta saperla trovare una volta deciso politicamente di percorrere una certa strada. Le imposte di successione abrogate da Berlusconi nel 2001 sono state reintrodotte dal governo Prodi nel 2006 sono tra queste. Rendono pochissimo: 454 e 475 milioni entrate da T successione rispettivamente nel 2009 e 2010; nei primi 9 mesi del 2011 il gettito è in calo rispetto all’anno precedente. Per un paese tra i più ricchi del mondo con una ricchezza stimata di oltre 9 mila miliardi di euro il gettito riscosso con le imposte di successione è risibile. Si tratterebbe di abbassare le esenzioni e alzare le aliquote. Si tratterebbe soprattutto di accertare meglio l’imposta. Solo cercando di chiudere i varchi elusivi e combattendo l’evasione aperta delle imposte di successione è possibile passare ad eventuale imposta patrimoniale ordinaria, personale e progressiva. Credo che invece di vaneggiare di nuove patrimoniali personali e progressive, bisognerebbe accertare meglio quelle esistenti. L’Italia registra un numero altissimo di società di comodo. E questo vale per tutte le parti politiche e sociali che insistono per la tassazione patrimoniale.
Non è vero che si fa equità tassando tutti: ricchi e poveri, come sta facendo questo governo dei tecnici. Anzi questo è il modo per fare sicuramente ingiustizia. In materia di tassazione diretta e indiretta devono pagare tutti quelli che hanno capacità contributiva. Devono essere esonerati quelli con i redditi più bassi. Ma se scegli anche una manovra sulle imposte indirette, è chiaro che, in questo modo, tratti alla stessa maniera i consumatori con diverso potere d’acquisto. È chiaro che tagli in maniera immediata la domanda di consumi delle persone e delle famiglie con redditi medio bassi. È questa la misura più appropriata in una fase congiunturale di recessione certificata dall’OCSE, dalla Commissione UE, dalla Confindustria e, infine, dall’Istat?
È sicuro che, in questo modo, il governo non fa né equità né efficienza a meno che non si assume che la manovra sulle imposte indirette serva a fare una svalutazione “interna” per rendere più competitive le merci italiane rispetto a quelle degli altri paesi dentro e fuori l’eurozona. Si tratterebbe di misura alternativa ed equivalente a quella sul cambio dell’euro sopravvalutato che è governato dalla Banca centrale europea in fatto se non in diritto. Ma allora bisognerebbe prevedere misure compensative per i soggetti maggiormente colpiti. Ma anche questa operazione nelle circostanze ha diversi punti deboli: 1) non tiene conto della fase di rallentamento della crescita in tutta l’eurozona – Germania inclusa. Quindi potrebbe non funzionare; 2) non tiene conto che gli aumenti dell’IVA e delle imposte di fabbricazione sugli oli minerali in grossa parte si trasferiscono sui prezzi e fanno lievitare i costi di trasporto che incidono su tutte le persone e le merci viaggianti, alimentando l’inflazione al di sopra del 3% e della media europea.
Se così, hanno ragione quanti come me ritengono che la manovra avrà effetti fortemente depressivi sulla crescita. Ormai è altamente probabile che gli effetti cumulati di ben quattro manovre di tagli alla spesa e di aumenti delle imposte, la crescita nel 2012 sarà negativa. È incerto il quantum. Ci viene detto che questa manovra era necessaria per tagliare il deficit di bilancio ma il nostro è uno dei più bassi dei paesi dell’eurozona. È il debito pubblico il nostro problema più grave e, a questo fine, non si vedono provvedimenti – a quanto pare rinviati ad una seconda fase. È vero il governo è operativo da poco più di una settimana, ma forse sarebbe stato più appropriato aggredire prima il debito e poi il deficit corrente.

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