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Archivio Maggio 2005

La democrazia in Francia e la Costituzione europea.

Purtroppo, come da previsioni, i francesi hanno votato contro la ratifica del Trattato costituzionale. Cosa succederà adesso? Cosa accadrà al processo di integrazione europea? Cosa succederà all?euro? Dico subito che non condivido le previsioni catastrofiste che sono circolate alla vigilia del voto. Un voto contrario era nell?ordine delle cose dopo che i sondaggi avevano ripetutamente dato conto dell?orientamento negativo dei francesi. Ed ora quello francese probabilmente non sarà il solo no che il Trattato costituzionale si attirerà.

Il voto negativo dei francesi non è certo un fatto positivo e non è senza conseguenze. Tuttavia confido che esso non fermerà il processo di integrazione europea. Il motivo fondamentale sta nella circostanza che il Trattato costituzionale non è altro che la scrittura di un testo unico che non cambia la situazione di fatto precedente ed attuale. Principi, norme e regole costituzionali sono già vigenti e continuano a rimanere in vigore. Certo la Costituzione vuole riordinare in un testo coerente e compatto le materie già disciplinate nei Trattati di Parigi (1950), Roma (1957), di Maastricht (1992), di Amsterdam (1997) e di Nizza (2000).

Sul piano procedurale, secondo gli esperti bisogna leggere la dichiarazione n. 30 allegata al Trattato costituzionale secondo cui ?se al termine di un periodo di due anni a decorrere dalla firma del Trattato che adotta la costituzione per l?Europa, i quattro quinti degli Stati membri hanno ratificato detto trattato e uno o più Stati membri hanno incontrato difficoltà nelle procedure di ratifica, la questione è deferita al Consiglio europeo?. Si intende che il Consiglio si adopererà per cercare una soluzione positiva. Sul piano procedurale, sono previsti due anni tempo ed il processo di ratifica del Trattato non dovrebbe essere arrestato se si vuole verificare il raggiungimento della soglia dei quattro quinti. Quindi c?è tempo sino a fine ottobre 2006. Per una più ampia trattazione del punto vedi studio di Tosato e Greco su http://www.iai.it/pdf/DocIAI/iai0503.pdf

Sul piano più generale, secondo me, poco valgono le critiche secondo cui, nel caso europeo, si è preteso di scrivere una costituzione senza il popolo, che sarebbe stato meglio affidare il compito ad Parlamento europeo o altra assemblea costituente eletta ad hoc, ecc..
Si dà il fatto che comunque la si rigiri, qualunque sia il deficit di democrazia o quello sociale, il processo di integrazione ha del miracoloso. L?approccio c.d. funzionalista fin qui ha funzionato alla grande e sembra destinato a funzionare ancora. La prova provata degli ultimi anni è che l?Unione europea costituisce un polo di attrazione per tutti i Paesi dell?ex blocco sovietico. A mio giudizio, sono ingenerose le critiche di quanti dicono che si è fatto troppo in fretta l?allargamento trascurando che fin qui il no è venuto fuori proprio da parte di uno dei Paesi fondatori. Nuovi Paesi membri e quelli che vogliono aderire vedono l?Unione europea come un approdo sicuro ed una garanzia di sviluppo democratico. Sarebbe irresponsabile che si buttasse a mare tale reputazione. E? colpevole da parte dell?Unione che non si sia fatto ? come era stato proposto da parte di alcuni leader europei ? una specie di Piano Marshall per l?Est europeo. Dopo 15 anni non si può dire che si sia andati troppo in fretta per elaborare lo statuto del club a cui detti Paesi aderiscono. Il condominio si è costituito e deve darsi uno statuto. Mi si passi il paragone ma una Costituzione serve anche a questo scopo. Qualcuno vuole entrare in un club. Vorrebbe vedere le regole in un unico documento.

Sul piano storico del processo di integrazione, il problema era e rimane che l?approccio gradualista e settoriale ha dato tutto quello che poteva dare e forse di più ammesso e non concesso che si possa considerare la moneta comune come una questione settoriale. Siamo arrivati al punto in cui le implicazioni più generali delle politiche settoriali non potevano sfociare che nel loro completamento più generale, ossia, politico-costituzionale.
Come si esprimeva la Dichiarazione di Laeken del dicembre 2001 che ha iniziato il processo di scrittura e/o riscrittura della Costituzione la sfida interna era quella di ?avvicinare le istituzioni europee al cittadino. Indubbiamente i cittadini condividono i grandi obiettivi dell’Unione, ma non sempre vedono il nesso tra questi obiettivi e l’azione quotidiana dell’Unione. Essi chiedono alle istituzioni europee meno complessità e rigidità, e soprattutto più efficienza e trasparenza. Molti ritengono inoltre che l’Unione si debba occupare maggiormente dei loro problemi concreti e che non debba intervenire nei minimi dettagli in questioni che per la loro natura sarebbe meglio lasciare ai rappresentanti eletti nei paesi membri e nelle regioni. Alcuni arrivano a considerare tale atteggiamento addirittura una minaccia per la loro identità. Un altro aspetto, forse ancora più importante è che i cittadini ritengono che troppe decisioni siano prese senza che essi abbiano voce in capitolo, e chiedono un migliore controllo democratico?. Il II Trattato di Roma vuole rispondere a questa sfida. E? un paradosso. Con tutti i suoi limiti il testo costituzionale è una risposta alla sfida democratica ma democraticamente viene respinto dalla maggioranza dei francesi.

Molti in Francia durante la campagna per il referendum hanno sottolineato il deficit sociale della Costituzione. Chi ha letto il testo sa bene che non è vero e che esso prevede una politica della coesione sociale che, in teoria, può giustificare tutti gli interventi sociali che si vogliano attuare. Il testo prevede un principio di sussidiarietà secondo cui l?Unione europea può solo e nella misura in cui gli obiettivi previsti non possono essere raggiunti dagli Stati membri. Il punto è se tali interventi sono compito dei governi nazionali o di quello europeo (della Commissione). Come molti sanno, a fronte di una politica monetaria centralizzata, per volontà dei governi dei Paesi membri, la politica economica e quindi anche quella sociale deve rimanere fortemente decentralizzata. Il governo europeo almeno per il medio termine non deve avere una politica di bilancio degna di questo nome. Con le risorse proprie, il governo europeo può fare solo operazioni di cofinanziamento e di valore emblematico. La Commissione ed il Parlamento europeo non hanno il potere di aumentare le entrate proprie per finanziare una maggiore spesa sociale. Il governo europeo si finanzia al 75% con i contributi degli Stati membri. Al riguardo ci sono le proposte della Commissione Prodi per gli accordi finanziari per il 2007-13 fatte proprie dal Presidente Barroso. C?è un difficile negoziato in corso tra quanti approvano la proposta Prodi di portare il bilancio all?1,24% del PIL europeo e quanti lo vogliono bloccare all?1%. La Francia è il capofila di questo gruppo. Forse i francesi non lo sapevano e se lo sapevano, sono in forte contraddizione.

Un’altra considerazione sugli effetti possibili del no francese sulla stabilità dell?euro. Le previsioni catastrofiste della vigilia sono almeno per il momento smentite. Secondo alcuni perché i mercati si sono aggiustati in anticipo. Personalmente ritengo che non c?è motivo per cui l?euro si debba indebolire. Non c?è una crisi di governo a livello europeo in senso tecnico. Il governo europeo è un sistema molto complesso e lo statuto della Banca centrale europea è costruito alla stregua di una Autorità amministrativa indipendente. Essa deve essere isolata dalle influenze politiche e partitiche alla stregua di quanto si è fatto negli ultimi trenta anni all?interno dei vari Paesi occidentali. In questi tre anni e mezzo l?euro è stato sotto e quindi sopra la parità con il dollaro. L?andamento comparato delle economie europea e nord-americana giustificherebbe un livello del cambio al di sotto della parità. Se la crisi nel processo di integrazione politica dovesse indurre un qualche ridimensionamento dell?attuale quotazione dell?euro non sarebbe male per le esportazioni europee.

Secondo un giornale americano in Francia ?ha perso la Costituzione ma avrebbe vinto la democrazia?. Certo è vero che il dibattito c?è stato e che sia stato un bene prevedere un referendum (strumento di democrazia diretta). Ma se la gente va a votare disinformata e sulla base di spauracchi strumentalmente agitati da classi dirigenti di scarsa levatura, incapaci di affrontare i problemi reali della crescita e della disoccupazione e, giocando allo scaricabarile, propalano l?idea che l?Unione europea sia la causa di tutti i mali. Se i francesi sono indotti a ritenere la costituzione europea è neoliberista e di ostacolo alle politiche sociali. Se l?operaio francese a indotto a ritenere che il suo futuro è messo a rischio dall?idraulico polacco. Se per contro gli inglesi la ritengono la quintessenza del dirigismo statalista, ci deve qualcuno che alimenta queste paure ed incertezze. Come ci può meravigliare se onesti cittadini che non hanno il tempo di leggere e studiare una costituzione, un documento necessariamente lungo e complesso, frutto del compromesso tra venticinque governi, ci credano e votino secondo le indicazioni strumentali e faziose dei loro politici!

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Suicidi, omicidi e primarie tirate in ballo a casaccio.

La Margherita ha scelto di correre da sola nel proporzionale. E? una scelta discutibile ma razionale. E? motivata dall?idea di offrire una sponda all?elettore mediano che nel 2001 ha votato la CdL e nella Primavera prossima potrebbe approdare nel Centro-sinistra. Quaranta anni di storia dei Partiti a partire dal I Centro-sinistra (anni ?60) dimostrano che ogni volta che i partiti si sono unificati hanno raccolto meno voti di quanti ne prendevano separatamente. Su questo concorda il prof. Sartori che per una vita ha studiato i partiti. Quindi farebbero bene Prodi e gli altri leader del Centro-sinistra a non strapparsi le vesti, a non gridare allo scandalo per una operazione che potrebbe avvantaggiarli tutti. Certo il progetto di accorpare le forze politiche, di ridurre la dispersione in tanti partitini mi trova in linea di principio consenziente ma il frazionismo, il localismo sono un retaggio italiano trasversale che non può essere superato come d?incanto. Specialmente se l?approdo è un maggioritario che costituisce una sorta di camicia di forza per partiti con valori e programmi diversi, specialmente se le procedure di scelta all?interno dei due schieramenti non sono genuinamente democratiche. Nella CdL perché comanda un plutocrate, anarco-capitalista, affarista. Nel Centro-sinistra perché ancora la Federazione non ha dato prova di potere decidere democraticamente avendo preliminarmente proceduto alla più ampia consultazione delle istanze di base.

Si sostiene che la scelta de la Margherita indebolisca l?unità dello schieramento e rischia di far perdere le elezioni. Un argomento che non ha nessuna evidenza empirica a sostegno. Si sostiene inoltre che tale scelta indebolisca la leadership di Romano Prodi. Come ha detto e ripetuto il prof. Sartori in questi giorni, Prodi si indebolisce da solo se non dimostra flessibilità e determinazione ad un tempo. La sua minaccia di ricorrere alle primarie per consolidare la sua leadership è debole, inutile e non credibile. Personalmente sono contrario al leaderismo e alla personalizzazione della politica. Purtroppo sia Prodi che Rutelli danno continua prova che le ruggini personali non sono superate. Servono leader autorevoli ma soprattutto servono gruppi dirigenti prestigiosi, competenti e con forte spirito di squadra. Che appartengano ad uno solo partito non è la cosa più importante. Quello che conta è che sappiano coordinarsi, agire di concerto e, soprattutto, dare al Paese le risposte che tutti si aspettano per uscire dalla gravissima crisi che lo attanaglia.

Dopo la positiva esperienza delle primarie in Puglia, ha fatto male Prodi ? e gli altri leader con lui ? a dire che le primarie non servono più. Ora non servono per scegliere un leader già accettato e riconosciuto come tale. Le primarie servono per scegliere i candidati soprattutto nei singoli collegi uninominali. In questi è importante che si scelgano delle personalità che non solo abbiano il consenso degli elettori del proprio schieramento ma anche sappiano attrarre il consenso degli elettori dell?altro schieramento.
C?è un problema di democrazia sostanziale anche all?interno di tutti i partiti del centro-sinistra, specie in quelli in cui prevalgono oligarchie centralistiche che impediscono la crescita di una classe politica locale sub-centrale. Quello che è successo a Catania nella CdL può essere anche archiviato come un fenomeno deteriore di trasformismo ma c?è dell?altro. Secondo me, c?è anche il disagio di gruppi dirigenti locali che stentano a riconoscersi nei bizantinismi dei loro dirigenti nazionali, arroccati al centro ed incapaci di cogliere i movimenti della società civile locale. C?è nel Centro-sinistra a Catania un vuoto di classe dirigente locale se, dopo alcuni decenni, a Catania non si trova un?alternativa a Enzo Bianco.

Personalmente non ritengo appropriato il maggioritario all?Italia di oggi. Il Paese non è pronto. Nella società civile non c?è una classe media coesa e portatrice di valori largamente condivisi. Non credo che servano riforme come quella della maggioranza sul governo del premier. Io non credo che servano riforme elettorali che cancellino la quota proporzionale. Questa c?è e può ben rimanere. Può legittimamente essere utilizzata come tale per misurare la forza dei diversi partiti che sono e devono rimanere in concorrenza non solo come componenti di schieramenti alternativi ma anche all?interno degli schieramenti di appartenenza. Altrimenti o si introducono le primarie ? molto difficili nel nostro contesto ma non impossibili – oppure si introduce il doppio turno alla francese. E? la democrazia competitiva e partecipativa. E? strano che anche all?interno del Centro-sinistra alcuni se ne dimentichino.

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La tassazione delle rendite finanziarie e immobiliari.

17 Maggio 2005 1 commento

Qualche settimana fa anche il premier ricordò che la ricchezza italiana ammontava a circa otto volte il PIL. Un rapporto pari a quello che si riscontra negli altri Paesi industriali avanzati. Con una differenza: gli altri crescono e noi no. Parlando ai neo-nominati Cavalieri del lavoro anche il Presidente Ciampi aveva fatto un accenno al problema di un utilizzo più efficiente di questa ricchezza. In altre parole a fronte di questa ricchezza che per due terzi è impiegata in attività immobiliari e rendite finanziarie le quali ultime danno un basso rendimento, pare ovvia la soluzione di cercare di impegnarne almeno una parte in investimenti più produttivi, magari, in azioni ed obbligazioni delle imprese.
Tutti sanno che dopo gli scandali Cirio e Parmalat e dopo altri misfatti del genere perpetrati da proprietari d’azienda, manager e consulenti finanziari irresponsabili (vedi caso dei bond argentini), il governo non ha saputo fare altro abbassare le pene per il falso in bilancio e renderne più difficile il suo accertamento. Se aggiungiamo che la c.d. legge per il risparmio non esce dalle secche in cui l?hanno cacciata i poteri forti che si sono messi di traverso, il quadro si chiarisce ancora di più. Fondatamente quindi i risparmiatori diffidano del nostro mercato finanziario e continuano a rifugiarsi negli immobili e in attività finanziarie relativamente sicure. Ne risulta un?allocazione delle risorse inefficiente.

I conti pubblici nel frattempo peggiorano. Osservatori vari ritengono che siamo all?emergenza. Il governo nega e si rifiuta di fare una manovra bis.
Se la situazione fosse di emergenza e l?indebitamento inibito perché il deficit già supera il tetto fissato dal Patto di Stabilità e Crescita, allora l?unica manovra possibile sarebbe quella di un?imposta straordinaria sul patrimonio per cui si preleva tutto il reddito patrimoniale che il cespite produce e quota del valore del cespite stesso.

Ma il governo ancora oggi ha negato che la situazione richieda misure straordinarie in senso tecnico ed allora ecco che fioriscono le proposte di manovre ordinarie. Il Ministro Siniscalco dice che ridurrà l’Irap senza aumentare le altre imposte. E’ difficile credergli ma spero che riesca a mantenere l’impegno. Ma di manovre ordinarie si parla e come anche da parte di Ministri.

Quella sulla maggiore tassazione delle rendite finanziarie è una di queste.
Era negli obiettivi del centro-sinistra (1996-2001) e nella delega per la riforma fiscale n. 80/2003 da poco scaduta di questo governo.
Sembra naturale che essa sia considerata come una delle opzioni da prendere in considerazione. Ma subito si aggiungono posizioni di ministri del governo (Alemanno) e di leader dell?opposizione (Bertinotti) che la vorrebbero far passare come una forma di tassazione patrimoniale spaventando irresponsabilmente i risparmiatori.

Si valuta il maggior gettito che può essere ottenuto alzando l?aliquota del 12,5 al 23% e non si tiene in nessun conto di due grossi elementi. Viviamo in regime di globalizzazione e sfortunatamente gli effetti della concorrenza fiscale tra Stati impone un trattamento più favorevole dei redditi di capitale proprio perché il capitale (il risparmio) è più mobile e può cercare lidi più ospitali oltre i confini nazionali e comunitari. Si tenga conto che da circa 15 anni il nostro Paese ha accettato la piena libertà dei movimenti di capitali e quindi è perfettamente legittimo che i risparmiatori disinvestano in Italia e vadano a investire i loro risparmi in altri Paesi UE dove i servizi finanziari sono anche e di gran lunga più efficienti. Proposte di aumento dieci punti mi sembrano quindi irresponsabili. Né vale molto il discorso che il 23% coincida con l?aliquota dello scaglione iniziale di reddito ai fini dell?IRE perché questa aliquota è solo nominale e, in fatto, ben più bassa se si tiene di detrazioni e deduzioni varie che si possono operare ai fini dell?imposta diretta. Le aliquote che gravano sui redditi di capitale sono effettive. Anche la seconda ipotesi di un?aliquota al 19% significa un 50% di aumento e, a mio giudizio, non è consigliabile. I rendimenti sono bassi e ridurli del 19-20% non è poca cosa.
Proprio per questo, secondo me restano alternative più ragionevoli e realistiche che non escludono un graduale allineamento della fiscalità non necessariamente verso un?aliquota unica intermedia tra il 12,5 e il 27% . Una di queste potrebbe essere quella di aumentare di muoversi in un?ottica di medio periodo per cui ogni anno si aumenta di 1-2 punti l?aliquota più bassa e si riduce di un punto quella più elevata.
Una seconda opzione potrebbe essere quella di continuare a tenere ferma l?aliquota più elevata e fare aumentare solo quella più bassa. In questo modo, certo non si ottengono né tre né cinque miliardi di euro in più ma non si spaventano i risparmiatori. Non è poco.

Non ultimo, un breve commento sul rilancio della patrimoniale ordinaria sugli immobili da parte dell?On. Bertinotti. In una intervista al Corriere della Sera di oggi ha precisato il suo pensiero al riguardo. Vuole esentare dall?ICI la prima casa e tassare il patrimonio al di sopra di una certa soglia di proprietà immobiliare. La proposta non ha molto senso perché l?esenzione della prima casa dall?ICI abbatterebbe in maniera drastica il gettito di quello che il principale istituto dell?autonomia tributaria dei Comuni. Un?imposta ordinaria e personale sul patrimonio immobiliare dovrebbe essere necessariamente erariale. Certo lo Stato potrebbe quindi devolvere il gettito ai Comuni ma ci sono tanti ma.
L?effetto congiunto delle due misure butterebbe nel caos la finanza comunale che è quella poggiata su fondamenta relativamente più solide. E? bene che l?On. Bertinotti si ravveda e che la tassazione degli immobili resti su basi reali. Il problema più serio e più urgente in materia è quello della perequazione nelle rendite catastali e del loro graduale aggiornamento per ridurre la distanza abnorme tra valori catastali e quelli di mercato.

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Legiferando a singhiozzo.

Martedì 3 maggio, nel tardo pomeriggio, il governo presenta maxi-emendamento al DL sulla competitività. C?è veramente una sorpresa di Pasqua: a stralcio dalla delega per le procedure concorsuali – si riducono le pene e i termini di prescrizione per i reati di bancarotta fraudolenta da 10 a 6 e da 15 a 5 anni rispettivamente.

L?indomani, dopo una discussione accesa soprattutto all?esterno e con il fronte della stessa maggioranza spaccato, come preannunciato dal governo, viene posta la questione di fiducia e il DL viene regolarmente approvato. Il prof. Forte, consulente economico di Forza Italia, su Libero, qualifica il provvedimento come un via libera ai bancarottieri. Sostiene che, nel caso di società per azioni specie se quotate in borsa, sono necessari tempi lunghi per potere svolgere le indagini e quindi il provvedimento che tagliava i tempi non aveva alcun fondamento.

Molti altri esponenti della maggioranza si ravvedono e sostengono che sanzioni più severe per il reato di bancarotta potrebbero essere reintrodotte quando il Senato esaminerà la c.d. Cirielli ? che taglia i tempi di prescrizione per molti altri reati – già approvata dalla Camera. Non riflettono però alla profonda contraddizione di una strategia ? ammesso che si possa chiamare tale ? secondo cui invece di riorganizzare l?apparato della giustizia per cercare di accorciare i tempi e assicurare il giusto processo, si decide di tagliare i termini di prescrizione. Così facendo, ossia, tagliando i tempi in cui certi reati possono essere perseguiti, in pratica si garantiscono solo i diritti dei presunti malfattori, con il risultato che se sono veramente tali, li si incoraggia a delinquere.

Il colmo è raggiunto quando giovedì 5 lo stesso Ministro della Giustizia dichiara che lui della inclusione nel DL sulla competitività del taglio delle pene e dei termini di prescrizione per i reati di bancarotta non ne sapeva alcunché. Sarà? Ma l?episodio la dice lunga sul modo di lavorare di questo governo. E? ammissibile l?ignoranza del governo in materia? Il governo, bontà sua, alla luce della protesta e della indignazione che si sono sollevate nel Paese, come detto, anche tra esponenti della maggioranza, si è subito ravveduto e venerdì 6 in Consiglio dei ministri ha approvato solennemente un emendamento che ristabilisce il testo originario, le vecchie pene e i vecchi termini della prescrizione per la bancarotta anche se questo deve perciò tornare al Senato. Si rischia di non rispettare il termine dei 60 giorni per la conversione che scadono il 15 maggio p.v.
Pentimento sincero? Non lo sappiamo perché si dice in giro che il governo riconsidererà tutta la materia più attentamente in sede di esame della c.d. Cirielli.

Un?ultima annotazione sul maxi-emendamento al DL sulla competitività. Visto che i Notai non hanno protestato per la sottrazione dei motori al timbro dei Notai, il governo ha preso un po? di coraggio e ha sottratto anche le auto e le moto, per cui per il futuro le operazioni di compra-vendita di auto, moto e motorini dovrebbero risultare semplificate e più rapide.

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La minestra riscaldata della terza via.

Alla vigilia dell?elezioni inglesi qualcuno viene a proporci il rilancio della terza via teorizzata da Anthony Giddens e fatta propria dal premier Blair (vedi intervista di Lucia Annunziata allo stesso Giddens, La Stampa 30.04.2005). L?omonimo libro di Giddens è del 1999 ed è una riflessione sullo stato della sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) e l?implosione dell?Unione sovietica (1991). Siccome è caduto il socialismo reale e la socialdemocrazia non stava bene al vento dell?onda neo-liberista che ha colpito le spiagge occidentali, qualcuno ha pensato bene di buttare a mare, anche parenti e affini, ossia, la socialdemocrazia che ha ben altri meriti storici e ben altre prospettive.

Per quasi tutto il XX secolo, la terza via è stata proprio quella
socialdemocratica. Tanto è vero che a livello europeo abbiamo un partito socialista europeo vivo e vegeto. Quello socialdemocratico è un modello di società e di sviluppo intermedio tra il capitalismo rapace da un lato ed il socialismo reale quello realizzato nell?Unione Sovietica e successivamente nel blocco comunista. Al di là di alcuni meriti storici interni ed esterni l?Unione Sovietica è implosa. E? caduta perché non ha saputo rinnovarsi in tempo utile nonostante gli sforzi di Gorbaciov. Capitalismo nel frattempo temperato e socialdemocrazia sono rimasti. Probabilmente il capitalismo e la stessa socialdemocrazia hanno saputo evolversi a causa della sfida sovietica.

Il modello socialdemocratico è quello europeo dell?economia sociale di mercato (noto anche come capitalismo renano). La terza via di Blair (Giddens) è oggettivamente una minestra riscaldata senza alcuna precisa caratteristica. Vuole essere ?una alternativa sia al neoliberismo che alla visione socialdemocratica dello Stato assistenziale? ??una visione della politica e del governo che mischi gli elementi di entrambi i modelli e che coniughi le esigenze della giustizia con quelle della libertà?. Proprio quello che ha sempre cercato di fare ? non sempre riuscendoci ? la socialdemocrazia dei Paesi del Centro e del Nord Europa. La terza via ? dice lo stesso Giddens nella intervista citata – ?non è una filosofia politica ben definita ma qualcosa sulla strada giusta per diventarlo, alias, una ricerca?. Per i critici di sinistra si tratta di ?tatcherismo dal volto umano?. Per i critici di destra una ripulitura della facciata della vecchia socialdemocrazia.

Ragionando in termini di spazi politici, potrei dire che se nelle intenzioni dei proponenti, essa si deve collocare a destra della socialdemocrazia e assumere più elementi del credo neoliberista, allora tendenzialmente essa va a collocarsi più a destra. Queste possono essere considerate mere astrazioni ma è anche l?opinione de The Economist (28 aprile u.s.) secondo cui, per otto anni, Blair si è insediato sul terreno di centro-destra tagliando l?erba sotto ai piedi dei Conservatori. In ogni caso, con riguardo all?esperienza inglese e del suo premier che si presenta alle elezioni per chiedere un terzo mandato, vale la pena ragionare in termini di bilancio delle cose fatte, visto che Giddens è considerato consulente e ispiratore di Blair.

Secondo i suoi critici ed in parte dello stesso Giddens, Blair ha fatto poco o niente per la classe operaia. La Tatcher aveva distrutto i sindacati e Blair non ha fatto niente per rimetterli in gioco.
Non ha fatto abbastanza per migliorare la qualità dei servizi pubblici dopo le privatizzazioni ed i tagli della Tatcher, scontentando la stessa classe media che ne è la principale fruitrice.
Ha assistito inerme alla ulteriore concentrazione della ricchezza con forte divaricazione tra i ricchi ed i poveri.
Si è spontaneamente arruolato come primo violino di Bush e con lui ha mentito sulla guerra in Iraq.
Sempre in nome della relazione speciale con gli USA, sull?Europa il governo inglese ha mantenuto la sua posizione ambigua, con un piede fuori ed uno dentro per frenare il processo di integrazione europea. Non sembra rendersi conto che l?Inghilterra ha bisogno dell?Europa probabilmente più di quanto questa ha ora ed in prospettiva bisogno dell?Inghilterra.

Non sarebbe onesto non menzionare alcuni meriti di Blair.
Ha gestito bene l?economia nel senso che ha consentito che si esplicassero tutti gli effetti di efficienza delle privatizzazioni e dei tagli drastici alla spesa pubblica ereditati dalla Tatcher. Può presentarsi all?esame degli elettori con un tasso di crescita del 2,9% rispetto all?1,9 dell?area euro; con un tasso di disoccupazione del 4,7% rispetto all?8,8% dell?area euro e con un indice di inflazione dell?1,6% rispetto al 2,1% sempre dell?area euro. Alcuni attribuiscono il merito al Cancelliere dello Scacchiere Brown ma questi sono problemi interni di partito.

Certo non sono tutte rose e fiori. Si sa che la crescita della produttività è rallentata considerevolmente e che dietro il basso tasso di disoccupazione c?è molta occupazione precaria. Come in Italia anche nell?Inghilterra di Blair c?è una bolla speculativa sul valore degli immobili ed in Inghilterra i tassi di interesse sono già considerevolmente più elevati che nell?area euro.
A fronte del crescente affanno delle altre grandi economie europee oggetivamente non è poco.

Spostandosi sull?analisi delle imminenti elezioni, Giddens afferma che in esse contano tattiche e circostanze. Si può vincere se si è revisionisti e socialdemocratici. In buona sostanza l?elettore mediano inglese è revisionista e socialdemocratico. Quindi bisogna assecondarlo. Vedremo fra breve se ci riuscirà Blair o il concorrente leader del Partito liberaldemocratico Kennedy fin qui fortemente penalizzato dal sistema elettorale di tipo maggioritario secco.

In questa campagna elettorale è venuto allo scoperto lo scontento nei confronti di Blair nel paese e all?interno dello stesso Partito laburista. Si parla di un accordo segreto per il suo avvicendamento con il Cancelliere dello Scacchiere Brown. Gli inglesi sarebbero stanchi del loro premier e gli credono sempre meno. L?Economist, noto settimanale di ispirazione liberale, nonostante tutto suggerisce di votare per lui. Blair non ha alternative. Nonostante le sue pecche, Egli rimane la migliore alternativa di centro-destra. Infatti, da questo punto di vista Blair riesce a fare meglio dei principali rivali Conservatori controllando il conflitto sociale e distributivo.
Se questa analisi è realistica, quindi, non si vede perché gli inglesi dovrebbero dare la maggioranza ai Conservatori visto che neanche la Tatcher voterà per il suo partito e per i loro leader che ritiene non all?altezza del compito perché per otto anni si sono lasciati spiazzare dal premier.
Gli inglesi hanno comunque a disposizione una terza via. Vedremo se è quella di Blair (Giddens) o quella di Kennedy.

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Stabilità del governo e governabilità del Paese.

Quattro anni di stabilità del governo ed il Paese non riesce ad uscire da una crisi economica e finanziaria senza precedenti. Negli anni 70, 80 ed un pò meno negli anni 90, il governo era instabile e andava incontro a tante crisi. Negli anni 70, secondo alcuni osservatori, era in gioco la sopravvivenza del sistema. Per un prestito di 500 milioni di dollari il governo tedesco ci chiese la garanzia oro. Si sprecavano i c.d. decretoni e le manovre congiunturali ma, in retrospettiva, la crescita reale dell?economia andò alla grande. Nonostante la fuga di capitali, la crescita fu del 3,6% nella media annua del decennio. Tassi mai più raggiunti da allora.

Nel primo decennio del terzo millennio c?è un governo di Centro-destra (anticomunista) che si presenta al paese con una impostazione di politica economica apparentemente più dinamica. Parte con previsioni di crescita ottimistiche. Per quattro volte non ne ha azzeccata una. La settimana scorsa ha dovuto ridurre quella del 2005 di quasi il 50% dal 2,1 al 1,2 adeguandosi a quelle del FMI, della UE, dell?OCSE. Si possono fare diverse ipotesi. E? incompetente e non sa fare buone previsioni. Ha il malocchio che gli ha mandato il Centro-sinistra.

E? vero, c?è stato l?11 settembre del 2001 ed il mondo è cambiato! E? strano però che gli Stati Uniti d?America prime vittime dell?attacco terrorista abbiano poi avuto 4 anni di crescita sostenuta. Ma nel 2002 è arrivato anche l?euro! E? vero la Banca Centrale europea impone una disciplina monetaria molto dura ma già prima del 2002. Non si possono fare svalutazioni competitive. Non si può manovrare il cambio ad libitum. Gli esportatori non possono contare sulle svalutazioni del cambio per competere. Ma l?euro ha portato stabilità. Ha portato bassi tassi di interesse. Ci ha messo al riparo dalle turbolenze valutarie e dai rischi di cambio. Ci ha protetto rispetto agli aumenti del prezzo del petrolio e di altre materie prime trattate in dollari.

Il governo per suo conto ha introdotto subito un condono ? c.d. scudo fiscale ? per coloro che avevano imboscato capitali all?estero ed ha favorito un certo rientro degli stessi.
Un governo stabile, anticomunista, pro-business, stabilità monetaria, interessi bassi, liquidità abbondante eppure gli investimenti non sono ripartiti. Sono ripartite le speculazioni immobiliari anche sulle case ?scippate? agli enti pubblici. Evidentemente la strategia di politica economica del governo sulla crescita e lo sviluppo non convince nessuno. Non viene ritenuta credibile. In realtà, il governo non ha una vera strategia per promuovere la crescita e lo sviluppo con politiche settoriali degne di questo nome. Non bastano discorsi vaghi sulla ricerca e lo sviluppo.

Dopo tre anni passati a trastullarsi con la riduzione delle imposte dirette ? compensate dall?aumento di quelle indirette – e la palingenetica riforma fiscale, si approva la Legge finanziaria 2005 senza misure di rilancio. Si dice, perché i provvedimenti per il rilancio arriveranno con un provvedimento collegato, alias, un decreto legge sulla competitività.

Dopo tre mesi di attesa arriva finalmente il D.L. sulla competitività senza credibili misure di rilancio della crescita e comunque con una dotazione irrisoria di risorse. Certo c?è qualche embrionale misura di liberalizzazione delle professioni, dei servizi, di semplificazione amministrativa, ecc.. Sono misure necessarie ma non sufficienti. Potrebbero avere qualche effetto nel medio-lungo termine. Ma per i prossimi anni non possono cambiare niente. Dopo titanici sforzi il governo è riuscito a strappare i motorini al timbro dei notai. Se pensa di avere iniziato bene e che sia sufficiente, si illude pericolosamente.

Sono passate le elezioni regionali. E? arrivata la crisi politica. Berlusconi ha dovuto subire un passaggio formale attraverso le dimissioni, il reincarico, il dibattito in Parlamento ed il voto di fiducia. Intanto si aggravano i termini della crisi economica e dei conti pubblici ma su questi temi il governo non dice nulla in Parlamento e fuori. Dice che tutto va bene. Critica i menagrami del Centro-sinistra e continua a polemizzare con l?Eurostat che non interpreterebbe bene i criteri con cui vanno classificati alcune operazioni di finanza creativa ? badate non solo per il 2005 e il 2006 ma anche per il 2002, 2003 e 2004. Non è vero niente. Quelli di Bruxelles, magari nominati da Prodi, hanno frainteso. Noi abbiamo sempre rispettato i parametri di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita.

Non c?è alcun problema per il programma di fine legislatura. Ci sono i soldi per le imprese, per ricostituire il potere d?acquisto delle famiglie, per il Mezzogiorno. Come previsto anche da me, si è creato un ministro apposito per il Mezzogiorno ma senza portafoglio. Deve spiegare ai meridionali come questo governo abbia fatto più di ogni altro prima. C?è stato solo un difetto di comunicazione e i meridionali non se ne sono accorti.
Non commento l?amena proposta del vice-premier sulla vendita delle spiagge meridionali perché non degna di essere presa in considerazione. Ma era solo uno scoop perché starebbe tra le proposte da inserire nel Documento di programmazione economica e finanziaria secondo un parere richiesto ad una nota consulting. Al Ministero dell?economia e delle finanze si fanno le cose sul serio. Prima di decidere si chiedono pareri anche società private di alta consulenza (vedi Il Sole24ore del 1.05.2005).

Per le imprese si può rimediare subito con una riduzione dell?Irap sui salari perché si dice: lo prescrive la Corte di Giustizia Europea. Non importa che questa non si sia ancora pronunciata. Berlusconi è aduso a vendersi la pelle dell?orso prima di averlo catturato. E se la Corte di Giustizia Europea non dovesse accogliere il parere del suo avvocato generale? Non importa perché l?abrogazione dell?Irap era comunque nel programma del governo perché per Tremonti e i suoi seguaci era ed è fondamentale disfare tutto quello che il governo precedente aveva faticosamente fatto. Che non si dica come verrà sostituito il gettito dell?Irap non è un problema. Perché se non si trovano altre entrate, si può fare sempre qualche operazione di finanza creativa e, comunque, si ottiene l?effetto di ridurre le tasse.

Anche per le famiglie non c?è problema. Come avevo previsto, del quoziente familiare non se ne fa più niente. Infine AN e UDC lo hanno capito. Non serve se Berlusconi conferma – come ha fatto – di volere portare avanti la sua riforma fiscale che porterebbe il 99% dei contribuenti sotto la stessa aliquota. Si agirà sulle detrazioni.

Per concludere torniamo ai problemi della crescita e dello sviluppo da cui siamo partiti. A quattro mesi dall?approvazione della legge finanziaria, dopo la chiusura della crisi politica, dopo aver divagato sul partito unico del centro-destra, per la competitività Berlusconi annuncia un maxi-emendamento al DL presentato appena un mese fa. I contenuti non si conoscono. Una sorpresa come quella dentro le uova pasquali. Ma Pasqua non è passata? Si ma ci sono le rimanenze di uova che impiegati ed operai non hanno potuto comperare perché non avevano soldi sufficienti.

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