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Archivio Giugno 2005

Un altro esempio di scaricabarile sull?Europa.

29 Giugno 2005 3 commenti

Hanno ragione gli economisti del gruppo la voce.info a chiedere le dimissioni del sedicente ministro-tecnico dell?economia e delle finanze Siniscalco. Negli ultimi quattro anni ? quelli (s)governati dalla Casa delle libertà ? totalizziamo una crescita complessiva di 1,9 , pari ad un misero tasso annuo medio dello 0,475 vedi tabella sotto. Se prendiamo i cinque anni precedenti governati dal tanto vituperato Centro sinistra totalizziamo 10,4, ossia, un tasso medio annuo di crescita del 2,08. Se prendiamo il periodo 1993-2001 osserviamo un tasso di crescita annuo per l?economia italiana del 1,74 che si confronta con l?1,9 dei Paesi dell?area euro. Se facciamo lo stesso confronto per gli ultimi quattro anni ? quelli dell?euro ? vediamo che l?area euro totalizza un 4,5 pari un tasso medio annuo dell?1,13 che i confronta con lo 0,475 dell?Italia. E? vero che le cause del declino italiano vengono da lontano ma quattro anni sono tanti. Non sono quattro mesi. Poco o niente è stato fatto per rovesciare la tendenza o quanto meno mantenere il passo con gli altri paesi europei dell?area euro. In ogni caso, quello che è stato fatto è risultato inefficiente ed inefficace. I risultati non sono arrivati.

Intanto stante ai dati ? non si sa quanto affidabili ? dello stesso Ministro Siniscalco, l?Italia viaggia con un deficit superiore al 4% del PIL sia nel 2005 che nel 2006. Dopo avere ottenuto dalla Commissione europea l?accordo per introdurre misure graduali di aggiustamento nelle due leggi finanziarie per il 2006 e il 2007, si permette di dare una ?stoccata? all?Unione europea. L?agenda di Lisbona non ha funzionato. Sul piano della crescita, dell?occupazione e dell?innovazione l?Europa ha registrato un fallimento sia dal punto di vista del processo, che dal punto di vista dei risultati?. L?Italia invece ha fatto tutto quello che doveva fare!

Sono affermazioni gravi nel filone di quelle praticate da certi gruppi dirigenti di alcuni Paesi europei che cercano di coprire le loro incapacità ed i loro fallimenti scaricando la responsabilità sull?Unione Europea e che contrabbandano come una prova della bontà delle loro argomentazioni gli esiti negativi dei referendum francese e olandese.

Quelli che hanno letto il Trattato costituzionale europeo non possono essere tratti in inganno. Recita infatti l?art. III-178 che ?Gli Stati membri attuano le rispettive politiche economiche per contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell?Unione definiti dall?art. I-3 e nel contesto degli indirizzi di massima di cui all?art. III-179 paragrafo 2?. Le politiche economiche non sono politiche proprie dell?Unione ma degli Stati membri. L?Unione può e deve promuovere il più stretto coordinamento ma non può andare oltre. E? evidente quindi che correttamente il fallimento non può essere ascritto all?Unione ma direttamente agli Stati membri ed in particolare a quelli che hanno avuto i peggiori risultati come l?Italia. Sono gli altri Paesi che hanno o avrebbero da ridire sul comportamento del governo italiano e non viceversa. Probabilmente gli altri si astengono dal commentare per diplomazia o buone maniere.

La settimana scorsa c?è stata una riunione segreta di Forza italiana ? si fa per dire ? e Berlusconi ha enucleato i temi della prossima campagna elettorale. Dalle indiscrezioni esce confermata la strategia di attacco all?euro ? anche perché attuato sotto la Presidenza Prodi ? all?Europa e ai comunisti nostrani. Le Lega Nord ha solo anticipato il ticket elettorale della Casa delle Libertà. Ne vedremo delle belle.

Il ministro sedicente tecnico evidentemente ha voluto dimostrare che anche lui non è meno bravo degli altri (Bossi, Maroni, Tremonti, ecc.) a vendere panzane. Intanto l?Agenzia di rating Fitch declassa le prospettive dell?economia italiane da stabile a negativo, ossia di male in peggio. Che si tratti di comunisti?

Crescita italiana dal 1993 al 2005

1993 -0,9
1994 2,2
1995 2,9
1996 1,1
1997 2
1998 1,8
1999 1,7
2000 3,1
2001 1,8
2002 0,4
2003 0,4
2004 1,1
2005 0

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A proposito dello spessore morale degli italiani.

Nella sua rubrica Buongiorno su La Stampa di Torino il 22 giugno u.s. Massimo Gramellini ha pubblicato il suo blog “Anomalo nella norma” che la dice lunga sullo spessore morale degli italiani, secondo il Cardinale Ruini, dimostrato in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. Lo riporto integralmente per chi non l’avesse letto.

“A Bologna una ragazza viene violentata al parco e i cittadini si voltano dall?altra parte. A Napoli la polizia insegue due banditi, uno dei quali arrestato il 6 giugno ma scarcerato il giorno dopo, e qui in effetti i cittadini passano all?azione: tirando le pietre agli agenti. La politica oppone al dissesto morale le sue banalità automatiche. Il bau-bau da bar dei leghisti che straparlano di castrazioni ma non riescono neppure a scrivere una legge che equipari lo stupro all’omicidio volontario. E i sociologismi della sinistra da salotto che dà sempre la colpa di tutto alla carenza di lavoro, senza spiegarci perché il lavoro scarseggia ovunque ma certe cose succedono soltanto a Napoli. Un intero quartiere prende a sassate lo Stato per difendere dei criminali comuni e il sindaco Iervolino, anziché chiedere scusa per come le istituzioni non insegnano l?educazione civica agli amministrati, riesce solo a dirci che si tratta di un fatto «anomalo», dato che i rivoltosi non erano parenti dei banditi. Il loro è stato uno slancio disinteressato, non come quello del giovane lasciato dalla ragazza che ieri ha sparato per la strada alla madre e al fratellino della sua ex.

Fossi un napoletano perbene, sarei stufo di veder insultata la mia città e farei qualcosa di visibile per prendere le distanze da certi compaesani: una marcia come quella dei quarantamila. Fossi poi una Clementina in vena d?eroismi, lascerei perdere Kabul e proverei a penetrare nel quartiere di Scampia con una copia della Costituzione fra le mani”.

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Il fallimento del Vertice di Bruxelles.

Dopo i no alla Costituzione europea nei referendum francese e olandese, arriva, venerdì 17, il fallimento del Consiglio europeo: un vero venerdì nero per l?Europa. Arriva il congelamento delle procedure di ratifica della Costituzione ed il mancato accordo sulle prospettive finanziarie dell?Unione per il periodo 2007-2013. Le prospettive finanziarie sono una specie di Documento di programmazione economica e finanziaria e/o di legge finanziaria pluriennale per il governo dell?Unione.

Dopo i referendum c?erano due strade aperte davanti al Consiglio europeo. L?una: uno scatto di orgoglio per cui i Capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell?Unione avrebbero potuto mostrare alle genti europee che loro, nonostante tutto, erano determinati ad andare avanti, anzi, a rafforzare gli strumenti di intervento per azioni comuni più efficienti ed efficaci. L?altra: la resa dei conti e l?aggravamento della crisi. I leader europei hanno imboccato questa seconda strada da cui non sarà facile uscire.

Al centro della scena c?è stata l?opposizione di Blair, forte del suo terzo mandato, all?asse franco-tedesco in una sorta di rivincita rispetto al fronte politico che questi due Paesi avevano creato sulla guerra all?Iraq.
Ovviamente non è questa la questione su cui ci si è divisi quanto sulle questioni concrete delle ?prospettive finanziarie? sullo sfondo di un dibattito sul modello economico sociale da portare avanti: meno Stato, più mercato e meno protezionismo economico e sociale oppure maggiore coordinamento e più garanzie sociali.

E? prevalsa l?Europa dei bottegai e dei contabili non solo perché non è stata accettata la proposta formulata dalla precedente Commissione di portare il budget all?1,24 – o all?1,14 come soluzione compromissoria – rispetto all?attuale 1% del PIL europeo ma anche e soprattutto perché, da un lato, non c?è accordo sul rimborso da riconoscere all?Inghilterra e, dall?altro, sulla riforma della politica agricola comune che assorbe il 45% delle risorse comunitarie e che è difesa ad oltranza dalla Francia.

Era naturale per gli inglesi opporsi ad un emblematico aumento delle risorse per il 2007-2013. Al riguardo bisogna dire che anche la Francia era ed è tra i paesi che si oppongono a tale aumento e, quindi, sarebbe improprio interpretare il fallimento come il risultato della battaglia tra chi voleva l?aumento del budget comunitario e chi voleva la sua riduzione. La mia interpretazione è che il dissenso si è determinato tra quanti vogliono conservare le proprie rendite ed erano disposti anche ad accettare maggiori contributi e quanti non vogliono un aumento del budget senza una riforma della composizione della spesa comunitaria. ?Ognuno ha difeso il suo osso? ha commentato sagacemente Giuliano Amato. Anche l?Italia, da mesi aveva minacciato di porre il veto se fossero stati toccati gli aiuti comunitari alle regioni meno sviluppate del mezzogiorno. Tutti si sono preoccupati degli aiuti e molto meno delle sorti della Costituzione europea o dell?euro che alcuni ministri ed esponenti del governo italiano vorrebbero morti e sepolti per potere tornare alle svalutazioni competitive.

Se gli schieramenti tra paesi non sono chiari o non sono quelli che appaiono o si vogliono apparire, chi ha perso veramente? Abbiamo perso tutti gli europei fondatori e di nuova acquisizione. L?aggravamento della crisi ormai rende utopica l?attuazione della c.d. Agenda di Lisbona, ossia, l?attuazione di una politica che rilanci la produzione, la produttività, la crescita e l?occupazione. Mette in discussione la possibilità di dare risposte valide alla domanda dei nuovi Paesi membri che sono entrati il 1 maggio 2004 che si aspettavano politiche di assistenza meno simboliche per coprire gli ampi divari in termini di reddito e sviluppo.

Ha perso l?idea di costruire una politica estera comune e di averne anche la personificazione nel c.d. ministro degli esteri europeo. Il congelamento per un anno delle procedure di ratifica del Trattato Costituzionale rischia di tradursi in un rinvio sine die se, in questi due anni, dovessero prevalere forze c.d. euroscettiche.

Il ciclo politico elettorale che si profila all?orizzonte prevede in autunno le lezioni tedesche con probabile vittoria dei cristiano democratici di Angela Merkel. Non che si tratti di forza politica ostile all?integrazione ma il suo incontro segreto con Blair a Berlino fa temere circa le sorti dell?intesa franco-tedesca che negli ultimi decenni ha dato prova di essere la forza motrice del processo di integrazione. Ci saranno quindi le elezioni in Polonia ed in Italia. Tutto farebbe pensare che la Polonia dovrebbe tenere più ad un rapporto più stretto con la Germania che con l?Inghilterra. In Italia temo più i danni che la strumentalizzazione dell?euro e dei burocrati di Bruxelles che si profila all?orizzonte infuocato della prossima campagna elettorale può causare all?euro stesso e all?economia italiana. In Francia la spaccatura del maggior partito di opposizione sulla questione del referendum non promette niente di buono. Insomma ci sono una serie di fattori che potrebbero giocare ad approfondire che a ridurre l?estraneità che le genti europee hanno dimostrato nei confronti dell?Europa.

In una prospettiva desolata voglio citare due piccoli episodi positivi, emblematici che depongono a favore dell?Unione e che non sono stati sottolineati abbastanza. Il referendum che si è tenuto in Svizzera il 5 giugno u.s. e che ha approvato contro ogni aspettativa l?adesione di questo Paese all?accordo di Shengen ? per intenderci quello che consente di circolare senza passaporto tra i Paesi aderenti. Il secondo episodio positivo è che molti dei nuovi Paesi membri dell?UE hanno detto, dentro e fuori il Consiglio europeo, che più che mai loro scommettono sull?Europa con o senza gli aiuti che si aspettavano. Forse alcuni paesi fondatori dovrebbero mettere da parte la loro boria e seguire l?esempio dei nuovi membri.

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Dell?esito del referendum e della morale degli italiani.

14 Giugno 2005 1 commento

Solo il 25,9% degli aventi diritto ha partecipato al referendum. Una sconfitta sonora per quelli che lo hanno voluto. Si è chiesta agli italiani la loro opinione su questioni molto complesse, difficili e dalle forti implicazioni etiche. Gli italiani (cattolici e non), a stragrande maggioranza, si sono rifiutati di darla.

Si è detto che alcuni partiti hanno vinto ed altri hanno perso e molti hanno ammesso apertamente la sconfitta. Il discorso tiene fino ad un certo punto. Si trattava infatti di un voto di coscienza informata, di un voto trasversale e quindi i partiti c?entrano sino ad un certo punto. Correttamente alcuni di essi hanno lasciato libertà di coscienza anche se questo non ha impedito che svolgessero attività di orientamento. E? loro compito cercare di aiutare i loro elettori ad formarsi un opinione consapevole ed informata. Da questo punto di vista sono risibili le critiche prospettate nei confronti di alcuni leader che hanno avuto il coraggio di assumere posizioni anche in contrasto con i loro stessi partiti.

Ma durante questa consultazione è avvenuto qualcosa di anomalo. Si è formato un partito trasversale: quello dell?astensione apertamente voluto e sostenuto dalla Chiesa Cattolica. Premetto che questa ha tutti i diritti per intervenire in materia che ha forti risvolti etici. E? innegabile tuttavia che la sua potente macchina organizzativa ha alterato il gioco democratico. La sua incitazione all?astensione è stata efficace ma di dubbio valore morale.

Si è detto che alla sconfitta hanno concorso diversi fattori quali l?abuso e l?usura dello strumento referendario, l?opinione circa la sua inutilità perché in altre occasioni non si è tenuto conto dei risultati, della stanchezza della gente che trova difficile partecipare, del distacco della classe dirigente rispetto al Paese reale, ecc.. In tutte le spiegazioni c?è qualche elemento di verità ma c?è un altra spiegazione che, secondo me, ha concorso a determinare in modo non secondario il risultato. Di essa uomini politici e commentatori non parlano apertamente per opportunismo o ipocrisia.

Moltissimi italiani si sono uniti al partito dell?astensione per ignavia. Non trovo convincente ? anche se vorrei tanto crederci ? la spiegazione del Cardinale Ruini secondo cui avrebbe vinto ?la coscienza morale degli italiani?. Vorrei tanto credere alle parole del Presidente della Conferenza episcopale ma ho paura che la massiccia decisione degli italiani non dipenda molto né dalla loro saggezza né dal loro spessore morale. Anche perché sulle questioni morali a me pare non appropriata l?astensione. E? stato citato non a caso Ponzio Pilato che con quel suo gesto ha avuto un ruolo non secondario nella condanna e crocifissione di Gesù. L?astensione è una scelta che mantiene grossi margini di ambiguità anche quando nel contesto specifico assume un preciso significato (qui di difesa di una ?buona legge? di cui dirò tra poco).

Se uno pensa allo storico paganesimo degli italiani, al loro scarso senso civico, alla scarsa sensibilità sui conflitti di interesse, al perdonismo, al familismo, alla loro millenaria propensione ad arrangiarsi acquisita anche per necessità sotto ogni dominazione straniera, alla loro abilità compromissorie di ogni tipo, francamente pensare che improvvisamente siano divenuti saggi e dotati di un forte senso morale sembra poco credibile anche perché nel caso di specie, siamo davanti a fattispecie molto difficili da dirimere. Al di là di alcune prospettazioni propagandistiche, entrambe le posizioni contrapposte sono revocabili in dubbio perché ogni protocollo medico può essere abusato. Ma la Chiesa Cattolica storicamente non si lascia cogliere dal dubbio, tende ad assumere posizioni dottrinarie nette e precise, spesso dogmatiche, salvo poi a disattenderle nella pratica, salvo a ravvedersi, magari con qualche secolo di ritardo, quando si dimostrino insostenibili.

Una seconda considerazione che vorrei fare riguarda le modalità di approvazione della legge e le riforme costituzionali in cantiere. Se ministri e parlamentari della stessa maggioranza, già all?indomani dell?approvazione della legge n. 40, si sono ravveduti ed in parte dissociati qualche problema con il funzionamento dell?attuale meccanismo maggioritario c?è. Detta legge è stata approvata a colpi di maggioranza ma poteva essere approvata con un voto trasversale. Le istanze dell?opposizione non sono state tenute presenti. La legge è molto delicata e disciplina fattispecie molto particolari che non interessano la maggioranza dei cittadini che non hanno problemi di sterilità o di malattie genetiche. Questo forse giustifica anche il disinteresse a pronunciarsi. Ma se nella discussione di una legge la contrapposizione si sposta sul terreno della lotta tra il bene ed il male, il suo iter diventa necessariamente travagliato e suscettibile di portare ad esiti non soddisfacenti.

Questo mi porta a riflettere sul bicameralismo perfetto e alla necessità di salvaguardarlo ? contro le riforme che lo vogliono eliminare – se esso porta ad una riflessione più attenta su come disciplinare questioni molto delicate e complesse. Se ministri e parlamentari della maggioranza si sono dissociati evidentemente hanno riconosciuto che questo lavoro non è stato fatto bene e che la legge presentava più di un problema. Anche da questo punto di vista, non appaiono convincenti le spiegazioni secondo cui ?la classe dirigente ha perso il polso del Paese?. Sostenere una tesi del genere al riguardo della legge n. 40 mi sembra proprio una follia. A me sembra che il legislatore non abbia fatto, a colpi di maggioranza, un grande e meritorio lavoro ma sostenere che il popolo italiano sia stato più saggio della sua classe dirigente astenendosi, francamente, mi sembra troppo.

P.S.: Dopo aver scritto il pezzo, ho avuto modo di leggere il sondaggio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera. Titolo: L?astensione? Il disinteresse ha vinto su tutto. ?Dunque, buona parte dell?astensione rilevata in questo referendum è motivata non tanto da una scelta politica o religiosa, quanto dal rifiuto o dalla difficoltà di approfondire troppo la questione?. Il Cardinale Ruini dovrebbe forse ridimensionare le sue dichiarazioni sulla saggezza e la morale degli italiani.

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Dei pedaggi, degli ingorghi e dei politici incompetenti.

Ha del surreale la diatriba tra il Presidente dell?Anas, il Sindaco di Roma , la Lega Nord, il Ministro della Sanità ? ex Presidente della Regione Lazio il quale ha quindi coinvolto il Ministro dell?economia e delle finanze – sulla questione del pedaggio da prelevare per l?utilizzo del Grande Raccordo Anulare di Roma.

In un contesto in cui il disavanzo corrente e il debito pubblico viaggiano ben oltre i limiti consentiti dal Patto di Stabilità e Crescita, la nostra classe dirigente – se si può chiamare tale ? si permette di discutere ancora sulla necessità della tariffazione di alcuni beni pubblici quando l?unico discorso dovrebbe essere quello relativo al livello e all?articolazione delle tariffe e sulla divisione dei proventi tra i vari enti interessati. Non solo, ma in un?epoca in cui tutta Roma è eterna-mente paralizzata da un traffico caotico per cui non si entra e non si esce dalla cinta urbana, scoppiano le strade consolari, quelle olimpiche, le tangenziali, ecc.., il Sindaco di Roma si permette di qualificare la proposta come ?inaccettabile e del tutto fuori luogo? ma senza motivare.

Probabilmente si è trattato di una reazione istintiva ad una questione malposta da parte della Lega Nord che sostiene l?insostenibilità di una situazione in cui a Milano i lombardi pagano i pedaggi per usare le tangenziali mentre a Roma no. Si tratta di beni pubblici locali ed è nel potere degli enti locali decidere sul loro uso più efficiente. Essi correttamente dovrebbero addossarsi in linea di principio il costo del loro finanziamento ed è chiaro che se non applicano la tariffazione dovrebbero provvedere con le altre loro entrate. Chiaramente si può sempre sostenere che il GRA di Roma viene utilizzato anche da altri utenti non residenti a Roma ma proprio per questo fare pagare un pedaggio a tutti i fruitori non solo è efficiente ma anche equo perché distribuisce il costo della costruzione e della sua manutenzione su tutti quelli che ne beneficiano.

Se si condividono queste considerazioni , dovrebbe essere proprio il Comune di Roma ad accogliere con entusiasmo e rilanciare la proposta per un?articolazione tecnica migliore. Come? Ad esempio, suddividendo la Città in tanti cerchi concentrici con tariffe via via crescenti all?avvicinarsi al centro e/o alle aree centrali dove dovrebbe essere precluso ogni tipo di circolazione privata. Questa mia non è una proposta compiuta. Vuole essere solo una provocazione per discutere un problema che è stato positivamente affrontato in tantissime città del Centro e del Nord Europa, che funziona e che produce incassi non trascurabili per le casse degli enti locali. Non si capisce perché in Italia, a Roma, esso debba apparire come un tabù. Non si capisce perché non possa e non debba funzionare a Roma dove le strade sono sporche e non vengono mai lavate, i bus anche nuovi vengono subito gravemente danneggiati dovendo utilizzare fondi stradali pieni di buche, agli autisti non si può chiedere né di controllare i biglietti né tanto meno di venderli di tal che molti passeggeri poco scrupolosi viaggiano gratis, ecc.

In questi giorni si è parlato di bolli patente commisurati non solo ai kilometri percorsi ma anche alle strade utilizzate, fuori o dentro le aree urbane, più o meno congestionate. Probabilmente la classe dirigente locale di Roma considera queste cose frutto di fantascienza. Invece non da oggi la tecnologia per riscuotere i pedaggi senza intralciare il traffico c?è e funziona. Basta adottare meccanismi analoghi ai telepass usati per superare i varchi autostradali.

In una fase storica in cui, con questo o con altro governo nazionale, c?è da fare i conti con seri problemi di risanamento delle finanze pubbliche anche locali, i rappresentanti di alcuni Enti locali farebbero bene a considerare con la massima attenzione proposte serie di tariffazione delle strade e, più in generale, di utilizzo più efficiente del suolo pubblico, degli spazi pubblicitari, dell?ambiente.

Il week end scorso abbiamo visto il paese paralizzato da ingorghi megagalattici. I giornali hanno scritto di una fila lunga 300 km tra Rimini e Milano. Si potrebbe calcolare agevolmente il maggior costo in termini di benzina bruciata e gli altri costi? Ovviamente lo stress per tornare a casa di milioni di automobilisti non interessa più di tanto i politici e gli uomini di governo che utilizzano gli aerei e altri mezzi. Vogliamo andare avanti ballando sul Titanic?

Oppure ancora tutta la nostra classe dirigente, nel suo insieme certo non dotata di seria cultura finanziaria, ritiene migliore il progetto di privatizzazione delle strade e lasciare che i pedaggi li prelevino poi i privati con un sovrappiù (profitto) sul capitale investito?

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I no alla Costituzione europea e la classe dirigente.

4 Giugno 2005 1 commento

Ormai lo trovo un ritornello insopportabile. Il motivo per cui francesi ed olandesi avrebbero votato contro la Costituzione ecuropea è duplice. Il primo perché questa metterebbe a repentaglio i loro sistemi di welfare, alias, avrebbe scarsi contenuti sociali. Il secondo perché si sarebbe ampliato il distacco tra la classe politica europea e i cittadini. Ho svolto già delle considerazioni al primo riguardo nei precedenti blog.

Qui ed ora mi limito a dire che nei principi (costituzionali) assunti nella Costituzione europea c?è quanto di più avanzato si è venuto elaborando negli ultimi decenni in materia di diritti di cittadinanza e garanzie per i cittadini. C?è un?applicazione talmente spinta del principio della doppia suddivisione dei poteri tanto da far temere alcuni della governabilità del sistema. La Carta dei diritti (Nizza, 2000) è già in vigore e gli altri principi, come quelli che puntano a crare nuovi spazi europei di libertà, giustizia e sicurezza, sono assunti dal Trattato di Amsterdam (1997) ma vanno attuati dai legislatori nazionali. Davanti alla inerzia di questi ultimi, la Costituzione europea darebbe ai cittadini europei uno strumento in più eventualmente azionabile davanti alla Corte di giustizia europea come avviene già e come potrebbe avvenire più frequentemente nel futuro.

Voglio svolgere ora alcune considerazioni sul secondo punto. Non ha fondamento, secondo me, applicare ai governanti europei le critiche che di solito si applicano ai governanti (nazionali) dei Paesi membri. Per il livello ?federale? abbiamo il Parlamento europeo, il Consiglio europeo ed i Consigli dei ministri europei.
Tra il disinteresse generale, l?anno scorso si è votato per il Parlamento europeo, marginalmente coinvolto nel processo costituente. Pur essendo già disponibile il testo della Costituzione europea, come uscito dalla Convenzione e con le prime modifiche varate dalla Conferenza intergovernativa presieduta dall?Italia, prima, e dall?Irlanda poi, esso non è stato discusso a fondo – quando non ignorato del tutto – nella campagna elettorale. A mio giudizio, è stato un errore e certo è vero che il Parlamento europeo resta lontano dalla gente ed, in parte, anche ?disarmato?. Bisognerebbe fare molto di più per rafforzare il suo ruolo e per comunicare attraverso un?azione coordinata dei media i dibattiti che ivi si svolgono e le decisioni che vengono assunte.

Vengo quindi al Consiglio europeo composto dai Capi di Stato e di governo e ai Consigli dei ministri europei organizzati su temi rispettivamente generali e settoriali. Sia il primo che i secondi sono espressioni innazitutto nazionali e all?occasione europee. I secondi in particolare sono momenti di coordinamento delle varie politiche settoriali. Questi per lo più rimangono oggetti sconosciuti alla gente comune. Sul piano dell?attività ordinaria e permanente il vero organo esecutivo comunitario è la Commissione. Tutti, più o meno, sanno chi la presiede ma troppo pochi conoscono gli altri membri. Io stesso non saprei elencare tutti i suoi componenti come posso fare per i membri del governo nazionale. Anche per la Commissione ? non di rado oggetto di dileggio da parte di Berlusconi – c?è un problema di rafforzamento del ruolo e dell?immagine. La Costituzione europea ha fatto dei notevoli passi in avanti in questa direzione, tra l?altro, prevedendo la figura del Ministro degli esteri europeo. Purtroppo è prevalsa e prevale tuttora la logica della cooperazione intergovernativa. I governi nazionali vogliono mantenere sotto tutela gli organi comunitari. Non si sono voluti né un governo federale vero e proprio né un Parlamento ad esempio con i poteri del Congresso americano. Si è costruito un ibrido chiamato l?Unione degli Stati nazionali che evoca l?Europa delle Patrie di De Gaulle. In sostanza si tratta di una Costituzione federale ma ipocritamente è meglio non dirlo per non spaventare quanti temono l?affermarsi di un c.d. superstato federale. Ma non è questa l?analisi che mi interssa ora. Il punto è che non ci sono canali differenziati di formazione e selezione della classe politica europea come, in alcuni casi, ci sono per le classi politiche locali e poi per quella nazionale all?interno dei diversi Paesi membri. Non si può parlare quindi di una classe politica europea degna di questo nome. Anche perché di rado i migliori politici nazionali si impegnano o vengono mandati a lavorare a tempo pieno nell?arena europea. Non si può parlare tecnicamente di distanza tra una classe europea che non c?è e i bisogni e i desideri della gente. Ci sono le classi dirigenti nazionali dove in questa fase, comunque, scarseggiano o mancano del tutto uomini di grande visione strategica nazionale e, figuriamoci, europea.

Si dice che il Presidente Chirac cercasse attraverso il referendum il rilancio della sua immagine di grande statista europeo in vista delle Presidenziali del 2007 e della sua candidatura per un terzo mandato. Il referendum sulla Costituzione europeo, a detta di commentatori francesi, si è trasformato in un referendum sulla sua persona e la sua politica interna. Se tutti o quasi, più o meno, gli uomini politici fanno gli europeisti a tempo parziale a Bruxelles e a Strasburgo. Se poi tornati a casa non rifuggono dall?additare l?Europa come capro espiatorio per la loro incapacità ad affrontare e risolvere i problemi della gente o addirittura propongono sconsideratamente di uscire dall?Euro ? come hanno fatto in questi gironi due ministri del governo italiano. Se grandi Paesi come la Germania e l?Italia, invece di spingere con maggiore determinazione per un comune progetto di riforma delle Nazioni Unite, competono per avere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza. Se nonostante l?aggiustamento notevole nel tasso di cambio tra euro e dollaro, si debbono leggere articoli che ventilano ipotesi di abbandono della moneta comune tanto che il Commissario europeo Almunia ed il Governatore della Banca Centrale europea hanno dovuto assumere delle ferme dichiarazioni al riguardo, il vero problema non è il distacco tra la gente e la classe politica europea, che ancora non c?è, quanto l?immaturità e la mancanza di visione strategica delle classi politiche nazionali che spregiudicatamente mettono in gioco non solo l?unità europea ma, a volte, anche quella nazionale pur di avvantaggiarsi sul piano elettorale. Se una visione strategica gli uomini politici non ce l’hanno come fanno a trasmetterla alla gente?

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Anche gli olandesi dicono no alla Costituzione europea.

Puntualmente arriva il secondo no alla Costituzione europea. Era nelle previsioni e queste si sono avverate. A me dispiace comunque. Come ha confermato la Commissione europea, le procedure di ratifica devono andare avanti. Bisogna verificare a fine ottobre 2006 quanti sono i Paesi contrari e quelli favorevoli.

Per gli olandesi avrebbero giocato motivazioni in parte diverse da quelle francesi: un doppio no alla globalizazione e all?immigrazione. Svilupperò alcune considerazioni su questi punti che, più o meno, riguardano anche gli altri popoli europei e le relative politiche che l?Unione europea porta avanti. Partiamo dalla globalizzazione.

E? paradossale che in Olanda che ha sempre avuto alcune grandi imprese multinazionali, che ha avuto un grande economista come Ian Timbergen il quale già negli anni ?70 si occupò delle multinazionali per conto dell?Organizzazione internazionale del lavoro, si reagisca mostrando una scarsa comprensione dei termini del problema. Lo Stato nazionale ottocentesco è troppo grande e lontano per occuparsi dei problemi giornalieri della gente. E? troppo piccolo per potere affrontare da solo i grandi problemi della globalizzazione dei mercati, della concorrenza dei Paesi in via di sviluppo, ecc.. E? destinato a perdere sovranità da un lato a favore dei livelli sub-centrali di governo, dall?altro, a favore di entità sovranazionali tendenzialmente universali.

Rispetto ai problemi della globalizzazione non esiste una risposta nazionale. E? illusoria e non funzionerebbe che per qualche anno. Nel medio termine sarebbe travolta. E? proprio attraverso l?Unione europea che i Paesi membri possono affrontare questi problemi nelle sedi internazionali preposte con azioni coordinate delle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite: l?Organizzazione mondiale del commercio; la Banca Mondiale; il Fondo monetario Internazionale; l?Organizzazione Mondiale per l?alimentazione e l?agricoltura, ecc.. Lo stesso Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel quale sarebbe opportuno sedesse un unico rappresentante dell?Unione europea. Gli olandesi informati conoscono queste cose meglio di me perché molti di loro hanno ampia esperienza internazionale.

Il problema è che, a livello europeo, deve venire una risposta comune a questi problemi, perché o si cerca di governare la globalizzazione o si è governati da essa. In questo ultimo caso, si pone un grosso problema di democrazia, di rispetto delle preferenze dei cittadini. Ma se prevale la concorrenza fiscale al ribasso non c?è Paese anche grande che possa contrastare le spinte dei mercati mondiali. Gli olandesi negli anni ?80 avevano un sistema di welfare molto generoso che hanno già rivisto negli anni ?90. Per un olandese era possibile lavorare per sei mesi e vivere sui sussidi per altri sei mesi. Il sistema era abusato da alcuni e, quindi, era inefficiente ed iniquo. E? stato rivisto perché non era sostenibile.

Analogamente gli agricoltori olandesi beneficiano della politica agricola comune. Questa è stata sempre criticata a partire da una indagine che già negli anni ?70 svolse un Commissario della Comunità, l?olandese Mansholt. Tale politica, nonostante alcune revisioni, impegna tuttora la parte più rilevante del bilancio della Unione. Assicura un certo livello di reddito alle agricolture più efficienti di alcune regioni europee. E? fortemente protezionista, danneggia i consumatori interni, impedisce le importazioni dai Paesi extra-comunitari. La PAC è destinata ad essere ridimensionata perché inefficiente e non sostenibile – con o senza la Costituzione europea. Peraltro i Paesi contributori netti al bilancio comunitario come la Germania, la Francia, l?Italia sarebbero i maggiori interessati ad addivenire ad una revisione di questa ed altre politiche per concordare politiche di sostegno dirette comunque rispettose di regole comuni. In altre parole, almeno in parte, si potrebbe evitare il giro vizioso dei contributi al bilancio comunitario, dei finanziamenti (aiuti) ricevuti e, quindi, del calcolo dei rimborsi che ammorba la trattativa sugli accordi finanziari per il periodo 2007-2013 sui quali l?Italia ha già ripetutamente minacciato di mettere il veto.

Su queste ed altre delicate questioni purtroppo i governi nazionali non rifuggono da comportamenti populistici e demagogici, non di rado soffiando sullo scontento popolare e attribuendone la colpa all?Europa. Salvo poi meravigliarsi che la gente comune voti contro l’Europa. Certe politiche poco efficienti vanno cambiate con o senza la Costituzione europea. L?alternativa protezionista e isolazionista non esiste. La Costituzione europea ha adottato il modello della democrazia partecipativa e l?economia sociale di mercato. Tale modello al momento è l?unica terza via che si differenzia dal capitalismo neo-liberista nord-americano e dai modelli populisti, neo-corporativi, autoritari, non competitivi, inefficienti, corrotti e di sfruttamento che prevalgono fuori dall?Occidente. Il governo europeo deve sapere rispondere alle aspettative della gente ma tutti sappiamo che, allo stato, questo dipende innanzitutto dai governi dei Paesi membri i quali non possono utilizzare il primo come capro espiatorio delle loro incapacità.

Qualche considerazione finale sull?immigrazione e la xenofobia. Nella Unione europea prevalgono Paesi con la popolazione più vecchia del mondo. Un afflusso adeguato di immigrati è una necessità se non si vuole accettare un declino ineluttabile. Al di là delle necessità economiche, l?Unione europea ha adottato giustamente un modello aperto, ispirato ai diritti universali del cittadino, e la Carta dei diritti fondamentali di Nizza (2000) che tutti i Paesi hanno approvato. La Costituzione europea non è lo statuto di un club esclusivo, chiuso ed elitario. Nel mondo globalizzato, la prospettiva del governo mondiale sta diventando sempre più realistica. Il governo europeo che è già una realtà in essere, con o senza la Costituzione europea, non sarebbe che una dimensione regionale di quello mondiale.

In tutto il mondo sono in corso processi di integrazione economica di aree sempre più allargate. La libertà e la democrazia sono alla base dello sviluppo economico e civile. La Turchia, a partire dalla rivoluzione di Ataturk, ha fatto una scelta strategica ormai secolare a favore della democrazia di tipo occidentale. In Germania milioni di Turchi convivono pacificamente co i tedeschi e, così, in altri Paesi. Il modello europeo di società è aperto. Oggi sono i Turchi a chiedere un Trattato di associazione ed in prospettiva la piena adesione. Domani potrebbero essere altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e non. Ai tempi di Roma, il Mediterraneo era un mare interno. Se i paesi rivieraschi adeguano le loro istituzioni agli standard democratici della Unione europea, dell?OSCE, delle Nazion Unite, non si può opporre un rifiuto perché altrimenti si tradirebbe lo spirito universalistico della Costituzione europea. Se quelle scritte nel II Trattato di Roma non sono solo parole, bisogna essere coerenti e bisogna battersi perché esse diventino realtà operative.

P.S.: Già in occasione dell?esito del referendum francese ed ora, dopo quello olandese, il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, trova modo di affermare che ormai la Costituzione europea è morta. Non si può dire che egli sia allineato con il Presidente Ciampi che, solo alcune settimane fa, ha ricevuto il Premio Carlo Magno proprio per il suo alto impegno per l?Europa e la sua Costituzione.

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Fazio o delle esortazioni alla virtù.

Dopo le polemiche, dopo le critiche di parte italiana ma anche della stampa europea e anglosassone era grande l?attesa per le Considerazioni finali che il Governatore della Banca d?Italia ha letto ieri ad un?attenta assemblea. Un analisi fredda, quasi notarile, distaccata, che prende atto dei fatti e delle volontà delle parti. Descrive i termini della crisi economica del Paese ma non spiega granché delle cause. Sullo stato dei conti pubblici distribuisce colpe a destra e a manca ma non dà indicazioni sul come uscirne. Ovviamente lo farà a tempo debito e nelle sedi più appropriate. Nelle sue Considerazioni finali si limita all?esortazioni. I temi da commentare sarebbero tanti ma mi limito a due soli che, a mio giudizio, sono emblematici.

Lo stato delle nostre banche. Queste vanno alla grande, quasi come negli Stati Uniti. In Italia ?in rapporto al capitale e alle riserve, gli utili netti del sistema bancario sono saliti di quattro punti, al 10,7%? (negli USA: 13,3%). Qual è il problema? Vogliamo punirle perché guadagnano alle spalle dei risparmiatori? C?è un problema di qualità dei servizi? Si ma ?la qualità degli attivi bancari resta tuttavia, in prospettiva, strettamente connessa con la capacità del settore produttivo di tornare sui sentieri di crescita sostenuta e duratura?. Intanto è un bene avere delle banche forti, liquide, che possano difendersi da eventuali scorrerie di altre banche europee. Che poi non sappiamo indirizzare il risparmio verso i settori produttivi è un altro discorso. Che le banche italiane siano state strumento di collocamenti in qualche modo truffaldini può essere stato un episodio eccezionale. I bilanci delle imprese incriminate erano certificati. Cosa potevano fare le banche? Quindi, anche per esse bastano le esortazioni: ?E? essenziale che le banche attribuiscano valore strategico al miglioramento delle relazioni con i clienti. Il consolidamento della fiducia nella correttezza dei comportamenti degli intermediari contribuisce alla continuità dei rapporti, previene il contenzioso, limita i rischi di natura reputazionale?. A proteggere il risparmiatori deve provvedere il Parlamento o loro stessi che devono essere più avveduti nelle loro scelte. ?E? in corso di definizione nel Parlamento, dopo ampio approfondimento, la nuova disciplina sul risparmio?. I risparmiatori stiano tranquilli. La Banca d?Italia ? aggiungo io – non si metterà di traverso ? come alcuni commentatori sostengono abbia fatto nel recente passato.

Edilizia residenziale. Dal 2000 la crescita del prodotto interno è insoddisfacente. Per quel poco di crescita che c?è stata, ?l?attività è stata sospinta dagli investimenti nell?edilizia residenziale, favoriti dai bassi tassi di interesse sui mutui e dagli incentivi fiscali alla ristrutturazione degli immobili?. Fazio non ha detto però per chi vanno bene le cose in questo comparto. Ha sorvolato. Sono anni che l?edilizia residenziale va bene ma i prezzi anche delle nuove case continuano a lievitare. Insieme a quelli delle case ristrutturate sono tra i più elevati in Europa. L?offerta di nuove case evidentemente non è sufficientemente elastica da adeguarsi alla domanda in termini quantitativi né tanto meno qualitativi. I bassi tassi sui mutui e le agevolazioni si trasferiscono in tutto o in grossa parte sui costruttori. Sono questi i veri beneficiari e non le famiglie che acquistano una nuova casa o i giovani precari per i quali la casa in proprietà resta un sogno e sono costretti a pagare dei fitti proibitivi. Se lievitano i prezzi delle nuove case, a maggior ragione, si impennano quelli delle vecchie case nei centri storici, nelle zone periferiche e semiperiferiche e non solo. Nelle grandi e nelle piccole città ? ad eccezione di quelle in declino demografico – si registrano prezzi da capogiro che non hanno più alcuna relazione con i costi di costruzione. Nelle grandi città, neanche le massicce vendite degli immobili ?scippati? agli enti pubblici sono state in grado di calmierare il mercato controllato dai grandi immobiliaristi. C?è una bolla speculativa che non attira alcuna analisi. I risparmi fuggono dalle imprese industriali, si riversano nell?edilizia residenziale e puntano ai capital gains. E? un mercato non competitivo di cui non si occupa la Banca d?Italia perchè non è compito suo e nessuna altra autorità. Fazio tuttavia non può limitarsi a descrivere l?apporto che il settore edilizio ha dato alla magra crescita dell?economia con grande soddisfazione di Caltagirone e Ricucci ? gli unici che, al momento, apparentemente sono in grado di scalare banche e giornali e hanno qualificato come ottima la sua relazione.

Si parla tanto di rendite finanziarie e immobiliari ma nessuno avanza l?ombra di una proposta che sia coerente con l?analisi. Ne propongo 2-3 piccole per il Documento di programmazione economica e finanziaria che il governo voleva anticipare. Si dovrebbero tagliare o ridurre drasticamente le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni. Si dovrebbe reintrodurre l?Invim o altra analoga imposta che tassi i grassi incrementi di valore degli immobili che si sono verificati in questi anni. Si dovrebbe promuovere e rendere operativo il ruolo dei Comuni nell?aggiornamento delle rendite catastali.

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