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Archivio Ottobre 2005

Leader, programmi e primarie.

23 Ottobre 2005 1 commento

In generale le primarie servono a scegliere il candidato che ha le più alte probabilità di vincere le elezioni. Nella prima esperienza italiana le primarie sono state originate dal fatto che la leadership di Romano Prodi non era riconosciuta da parte consistente della Margherita e da Rutelli. Se questo era lo scopo principale, le primarie lo hanno servito bene e a poco valgono le critiche, i distinguo di destra (Baget Bozzo) e di centrosinistra (De Mita Enrico) su il Sole 24 ore del 20.10.2005.
Secondo quest?ultimo le primarie restano uno strumento confuso e legittimato solo dai partiti e non dalla Costituzione. Le primarie addirittura evocherebbero il superamento dei partiti. I due commentatori sanno bene che i partiti sono strumenti necessari per la democrazia ma si è sempre posto il problema della democrazia all?interno dei partiti. Le primarie certamente rafforzano la democrazia, la partecipazione attiva all?interno dei partiti e fuori.

La prima esperienza italiana ha pienamente legittimato un leader ?anomalo? senza partito che alcuni concorrenti mettevano continuamente in discussione. Le primarie fin qui non sono previste dalla Costituzione e dalle leggi elettorali. Se è per questo neanche i sondaggi ma questi sono sistematicamente utilizzati dai governi e dai partiti nelle democrazie più avanzate. Rispondono all?esigenza di sentire gli elettori quando occorre e non una volta sola ogni 4-5 anni. Ben venga una disciplina che possa garantire meglio la trasparenza e la regolarità.

Ma la critica più forte che il prof. De Mita riprende da Don Baget Bozzo è che i partecipanti alle primarie non avrebbero scelto tra precise opzioni programmatiche dei diversi candidati. E? una critica ingenerosa perché sia Prodi che Bertinotti hanno declinato nelle linee essenziali i loro programmi, come lo hanno fatto Di Pietro e gli altri candidati. Si dà il fatto che nello schema bipolare la concorrenza tra i partiti si svolge al centro per conquistare il voto dell?elettore mediano presentando opzioni programmatiche essenziali e per certi aspetti vaghe e non meglio definite. I programmi poi vanno meglio definiti nei Congressi dei partiti. Ricordo che, negli anni ?70, nel Partito laburista inglese, si procedeva alla migliore definizione dei programmi votando specifici emendamenti su singoli punti del programma elaborato dal partito.

Ora da alcuni decenni è arrivata la politica c.d. mediatica, leaderistica, personalizzata e i programmi sono passati in seconda linea. E? un male a cui si può rimediare ma con strumenti di consultazione diversi come conferenze programmatiche specifiche, sondaggi informati, panel di esperti e quant?altro. L?esperienza del referendum sulla fecondazione assistita deve fare riflettere. Alcune questioni vietano espressamente i referendum abrogativi delle tasse.

Certo non si può sostenere che con le primarie si è innescata una deriva plebiscitaria. Il prof. De Mita e Don Baget Bozzo confondono la sede o lo strumento. Il fatto che oltre 4 milioni di cittadini esprimano una loro preferenza su chi deve guidare una coalizione è un grosso fenomeno di partecipazione democratica, ossia, di partecipazione attiva dei cittadini alla scelta del leader della coalizione normalmente fatta dalle oligarchie centraliste dei partiti. Il plebiscito è altra cosa. E? la scelta informale di un leader direttamente da una folla radunata in piazza senza alcuna procedura di partito o di tipo elettorale. Le primarie possono essere viste come un sostituto del doppio turno. Se si vuole una maggiore partecipazione attiva dei cittadini alla scelta dei leader politici, delle due l?una: o si generalizza il doppio turno anche di collegio o si praticano le primarie con la disciplina idonea a garantire la migliore trasparenza e regolarità.

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Se riforma elettorale deve esserci è meglio farla entrare in vigore nel 2011.

La democrazia non è perfetta e non c’è il sistema elettorale ottimo.
In un precedente blog (20.09.05) ho argomentato che, in linea generale, si può cambiare il sistema elettorale proprio prima che inizi la campagna elettorale ? purché ci sia accordo bipartisan.
So bene che alcuni sostengono che noi siamo già in campagna elettorale e quindi non si può fare. La mia risposta su questo punto è che altrove e anche in Italia i governi tendono a mantenere alto il livello dello scontro politico ed i partiti, il Presidente degli Stati Uniti si comportano come se fossero in continua campagna elettorale. Quindi l’argomento “siamo già in campagna elettorale” non tiene il terreno.

Ciò posto torno alla questione delle regole del gioco e delle procedure appropriate per modificarle. Se si vuole procedere in ossequio alle posizioni degli altri, occorre un accordo bipartisan (blog del 7.07.05). che cosa significa questo nella materia elettorale? Significa che se da qualche parte (nell’opposizione o all’interno della stessa maggioranza) insorge il sospetto che qualcuno voglia modificare le regole per trarne vantaggi elettorali, la riforma non si può fare consensualmente. Se la maggioranza decide di farla comunque, si cade in un tipico caso di dittatura della maggioranza (blog del 14.03.05). E’ un caso particolarmente grave perché riguarda appunto le regole che disciplinano il gioco democratico, le modalità di determinazione della maggioranza e, quindi, il funzionamento e l’applicazione concreta del principio maggioritario che identifica la democrazia stessa.

Che cosa si sta discutendo in questi giorni? Della dimensione dei collegi, dei meccanismi concreti che da un lato dovrebbero contenere la numerosità dei partiti (sbarramento di partito e di coalizione) e di determinazione del premio di maggioranza che inevitabilmente finisce con il togliere voti ad un partito e ad una coalizione per darli indirettamente ad altro partito ad altra coalizione. Si tratta di meccanismi delicatissimi che è difficile valutare serenamente senza lasciarsi prendere dall’ansia, dal sospetto che l’altro o gli altri giocatori possano tentare di manipolarli per trarne vantaggio individuale e/o di coalizione. Lo ripeto meccanismi particolarmente delicati e complessi anche perché devono bilanciare esigenze diverse. Da un lato chi prende un certo numero di voti sia rappresentato, dall’altro che almeno sulla carta si assicuri una certa maggioranza. Per altro verso ancora che ci sia maggior competitività per rispettare meglio le preferenze degli elettori.

Ci insegna il filosofo Rawls che, in sede costituzionale e, soprattutto, in sede di definizione delle regole, i costituenti e i legislatori ordinari dovrebbero “decidere avvolti nel velo dell’ignoranza”. Ossia senza conoscere ex ante i destinatari e l’entità dei benefici rivenienti dalle applicazioni delle nuove regole. Chiaramente nel caso italiano di questi giorni e di questi ultimi anni siamo al di fuori di questa regola. Alcune simulazioni che sono state fatte del sistema elettorale a base proporzionale in discussione sembrano portare non tanto alla sconfitta della coalizione di centrosinistra ? che viene data comunque vincitrice delle prossime elezioni ? quanto ad un sostanziale ridimensionamento del margine di maggioranza. Il sistema elettorale non è ancora definito in dettagli delicati ed importanti e quindi bisogna prendere con cautela i risultati delle simulazioni e dei sondaggi fatti con riferimento ad un meccanismo non completamente definito.

Questo fatto è già sufficiente a creare ansia ed insinuare sospetti nello schieramento di centrosinistra. Anche perché la reputazione di questo governo in termini di mancata risoluzione del conflitto di interessi del suo massimo esponente, in termini di approvazione di leggi che hanno avvantaggiato direttamente e/o indirettamente il Presidente del Consiglio dei ministri e alcuni suoi sodali è quella che gli italiani conoscono. Non è un esempio preclaro di imparzialità, neutralità, correttezza, rispetto delle posizioni degli altri, neanche di bon ton. Lo sanno tutti in Italia e all’estero dove certe sue gesta e dichiarazioni hanno fatto ridere mezzo mondo. Per questi motivi, secondo me, è comprensibile che lo schieramento di centrosinistra non voglia e non possa dare l’appoggio ad una riforma elettorale quanto meno sospetta. Da qui lo scontro. Il Paese non può vivere nel presente e nel futuro nello scontro permanente. Come se ne può uscire? Lo avevo detto molto sinteticamente nel blog del 20.09 us: rinviando la riforma o rinviandone la sua attuazione almeno di una legislatura.

Se non c’è accordo bipartisan non si possono modificare le regole comuni del gioco democratico, che tutti devono accettare e volere rispettare. Se la maggioranza approva la riforma comunque, applica un principio dittatoriale per altro coerente con la sua filosofia politica amico-nemico. Salta qualsiasi principio di deferenza e/o rispetto delle posizioni degli altri. Non rispetta la regola fondamentale “decidere avvolti nel velo dell’ignoranza”. Non può allontanare da se il sospetto che vuole la riforma per trarne dei vantaggi elettorali immediati. Se invece vuole dissipare questo pesante sospetto ? come ho detto – deve rinviare la riforma o quanto meno accettare di rinviarne l’attuazione almeno di una legislatura perché, in questo momento, nessuno sa con una certa approssimazione quale potrà essere lo schieramento vincente fra cinque anni.

Governo e maggioranza dovrebbero riflettere e sciogliere questo nodo al loro interno. Perché nella riforma costituzionale pure oggetto di scambio tra i partiti della maggioranza si prevede che il nuovo Senato federale potrà essere attuato solo nel 2011? Alcuni mi diranno che il vero motivo è la resistenza al cambiamento degli attuali senatori. Io, da ingenuo, voglio credere che ci sia implicitamente anche un certo rispetto della regola fondamentale “decidere avvolti nel velo dell’ignoranza”.

L’ultimo punto che voglio svolgere, abusando della pazienza del lettore, ha a che fare con una frase virgolettata e importante contenuta nell’intervista dell’On. Fassino a La Stampa di oggi (8 ottobre 2005). Dice il segretario dei DS: “penso da tempo che il centrosinistra dovrà avere come regola che tutto ciò che attiene alla materia istituzionale ed elettorale sia approvato dal Parlamento sempre e soltanto con maggioranza “qualificata”, cioè più larga di una semplice maggioranza di governo. Ora aggiungo che , se è il caso, possiamo sancire questo principio introducendolo anche nella Costituzione. Dunque il mio appello è questo: se davvero Berlusconi e il centrodestra non sono solo alla ricerca di una zattera per sfuggire al naufragio della sconfitta elettorale, allora si fermino e affrontino questa materia con noi, dopo le elezioni, in un clima in cui non ci sia il sospetto di parte”.

Forse non sono l’unico ingenuo e mi conforta l’essere in buona compagnia. Ciò che dice Fassino significa accettare la regola della deferenza dell’opposizione. Per essere più chiari significa accettare un esplicito potere di veto all’opposizione qualunque essa sia. Significa fuoriuscire dalla logica “un uomo solo al comando” e, comunque, dai meccanismi decisionali che consegnano tutto il potere alla sola maggioranza qualunque essa sia. Si tratta anche questa di regola seria e fondamentale che andrebbe scritta nella Costituzione, nel cosiddetto statuto dell’opposizione. Proprio perché lo schieramento di centrodestra è probabile perdente nelle prossime elezioni non dovrebbe lasciare cadere questa offerta. Ma il delirio di onnipotenza che a volte prende i governanti può annebbiare la vista.

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