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Archivio Dicembre 2005

La fine del monopolio dei controlli sulle banche.

23 Dicembre 2005 Nessun commento

Subito dopo le dimissioni di Fazio è come se si fosse trovato una nuova spinta propulsiva per la legge sul risparmio. O forse è dipeso dall’atmosfera di armonia indotta dalle imminenti Festività. Se non ci fosse stata l’ennesima azione nerboruta e lassista del Governo sulla questione delle sanzioni al falso in bilancio che il Senato aveva inopinatamente irrigidito, si sarebbe potuto dire che, quasi concordemente, si è deciso di porre fine al monopolio della Banca d’Italia e addivenire alla suddivisione dei controlli sul sistema delle banche addirittura tra tre enti diversi: La Banca d’Italia stessa, la Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa) e l’Autorità garante del mercato e della concorrenza. Si è addivenuti all’idea di esercitare la vigilanza suddivisa per funzioni. La concorrenza tra le banche all’Antitrust. Alla Banca d’Italia rimarrebbe la responsabilità di tutelare la stabilità del sistema che, in teoria ed in pratica, potrebbe entrare in conflitto con la concorrenza nei limiti in cui la concorrenza innovatrice dovrebbe spingere fuori le imprese inefficienti e lasciare entrare le imprese nuove. Alla Consob verrebbe affidata quella della trasparenza e correttezza delle operazioni delle imprese bancarie.

E’ sospetto il fatto che tale modello piaccia a tutti e che persino l’Associazione bancaria italiana (ABI) abbia espresso il suo gradimento. E’ da ricordare che la fine del monopolio dei controlli è stata osteggiata dall’ex Governatore Fazio e questo era uno dei motivi per cui la legge sul risparmio è rimasta bloccata per circa due anni in Parlamento. Il nuovo sistema, a prima vista, in attesa della legislazione secondaria di attuazione, appare alquanto bizantino. Porrà certamente dei delicati problemi di coordinamento e scambio di informazioni tra i diversi enti preposti al controllo.

Voglio sperare che per le banche non succeda quello che avviene nel settore della sicurezza interna. Abbiamo tre principali forze di polizia (i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di finanza) che mettono insieme uno dei più alti rapporti tra forze dell’ordine e popolazione in Europa, si occupano tutte in varia misura dell’ordine pubblico e di contrasto alla criminalità organizzata e tuttavia buona parte del paese resta comunque sotto il controllo asfissiante della criminalità organizzata.

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La porno tax: dalla finanza creativa a quella etica.

21 Dicembre 2005 1 commento

Dopo i tentativi falliti dell’On. Falsitta, in occasione delle precedenti leggi finanziarie, pare che ora la porno tax vada in porto. Dove non ha potuto il deputato di FI è riuscita l’On. Daniela Santanchè (AN) relatrice di maggioranza alla Commissione bilancio. L’introduzione dell’imposta è stata motivata non solo da esigenze di gettito ma anche dai suoi risvolti etici. Prima di commentare questo aspetto, occorre riflettere sulla formulazione tecnica dell’imposta. Si prevede di prelevare un’addizionale del 25% sul reddito di impresa o di lavoro autonomo derivante dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico e di incitamento alla violenza. La legge naturalmente chiarisce che “per materiale pornografico e di incitamento alla violenza si intendono i giornali quotidiani e periodici , con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, cinematografica , visiva, sonora, audiovisiva, multimediale, anche realizzata e prodotta su supporto informatico o telematico, nonché ogni altro bene avente carattere pornografico e suscettibile di incitamento alla violenza, ed ogni opera letteraria accompagnata da immagini pornografiche, come determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per i beni culturali ed ambientali, sentito il Ministro dell’economia e delle finanze”.
In un primo tempo si era previsto un gettito di 220 milioni di euro, poi lo si è ridotto a 130 man mano che ci si è resi conto che un’addizionale del 25% non è roba da poco e, probabilmente, deve fare i conti con il fatto che le imprese o gli imprenditori che operano nel settore non sono tra i contribuenti più scrupolosi. Non abbiamo dati per provare questa ultima affermazione ma vogliamo sostenere che se lo scopo vero fosse stato quello di scoraggiare il consumo di tali beni, c’era uno strumento più semplice e probabilmente più efficace come un’imposta di fabbricazione che si applica, per motivi extrafiscali, in aggiunta all’IVA, ad esempio, sui consumi di tabacchi e alcolici che danneggiano la salute. Continua la guerra contro Bacco, tabacco e ora anche Venere. Non potendo però sostenere che attività sessuali, eventualmente stimolate da suddetti materiali, fanno male alla salute sarebbe venuto meno il presupposto giuridico di una imposta di fabbricazione. Rimane quello di capacità contributiva per un’addizionale? Ne dubito. In ogni caso, si è scartata la soluzione più semplice per una molto complicata, probabilmente inefficace ma che potrebbe rivelarsi utile sotto altri aspetti. La soluzione è complicata perché per consentire al Presidente del Consiglio di potere assumere le sue decisioni ed emanare il decreto previsto, il Ministro Buttiglione dovrà istituire una commissione ovviamente permanente che, di volta in volta, dovrà definire i contenuti pornografici dei materiali e delle attività suddette. Non si accontenterà di tagliare i sussidi a teatri e case cinematografiche ma potrà raccomandare che i proventi delle loro attività siano sottoposti all’addizionale. Come commentò in una precedente occasione l’On. Marida Bolognesi: “ci saranno anche serissimi funzionari a distinguere tra giarrettiere pornografiche e reggicalze artistici”. Per film e audiovisivi vari ci sarà da distinguere attentamente tra contenuti erotico-artistici e quelli bassamente pornografici. Se non è la reintroduzione della censura poco ci manca. Stia attento Tinto Brass! E’ finita l’epoca della finanza creativa. Siamo passati a quella etica.

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Sinistra antipatica e sindacati saccheggiatori.

16 Dicembre 2005 Nessun commento

Con il suo libro “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”, (Longanesi, Milano, 2005), Luca Ricolfi, sociologo e dichiaratamente di sinistra, attacca la sinistra e i sindacati sulla base di quattro argomentazioni principali:
1) L’abuso di schemi secondari . La negazione di fatti principali, che confutano la bontà delle ideologie e dei programmi portati avanti, con l’uso di argomentazioni secondarie, di accorgimenti retorici contro l’evidenza empirica. Oppure la negazione della bontà di un singolo provvedimento di governo o di una proposta perché essi non sarebbero assunti nel contesto più appropriato.
2) La paura delle parole. Si tratta della tendenza americana al politically correct, iniziata negli USA negli anni 70, dopo i movimenti degli anni sessanta, é importata lentamente anche in Italia. Per cui quelli di sinistra chiamano la cameriera colf, lo spazzino operatore ecologico, il cieco non vedente; il vecchio anziano, ecc.
3) Il linguaggio codificato, alias, indiretto, infarcito di formule astratte o fumose di cui i politici di sinistra abuserebbero per non farsi capire dai loro stessi elettori.
4) Il complesso della superiorità etica. Per cui quelli di sinistra ritengono di stare comunque dalla parte del giusto e, quindi, si ritengono moralmente superiori agli altri.

Il libro è scritto molto bene e l’autore mostra una grande abilità a giocare con le parole sennonché in alcuni passaggi non secondari rimane invischiato nel suo stesso gioco di parole per cui anche lui, preso dalla passione di dimostrare la sua tesi finisce con non inquadrare correttamente alcuni fatti storici, politici ed economici.
Prendiamo una delle accuse alla sinistra che ricorre ripetutamente nel libro. Quella di non difendere i poveri. Intendiamoci l’accusa ha qualche fondamento ma la sinistra o meglio alcuni partiti della sinistra nei limiti in cui si propongono di arrivare al potere debbono fare i conti con la realtà sociale di un Paese che è tra i più ricchi del mondo, che accanto ai poveri c’è un’ampia classe con redditi mediani e di questa debbono tener conto se vogliono essere forza di governo.
E’ necessario quindi un certo bilanciamento degli interessi. Concordo che la priorità dovrebbe andare al miglioramento delle condizioni dei meritevoli e meno fortunati ma ciò non sempre avviene in concreto.

Consociativismo e sacco dei conti pubblici imputato soprattutto ai sindacati. Senno del poi o visione distorta della natura e della storia del sistema politico italiano? Un sistema dove l’alternanza era bloccata e tuttavia, essendo democratico, doveva concedere degli spazi di codecisione all’opposizione e alle forze sociali, nel passato, per lo più collaterali ai partiti di sinistra. Le lotte dei lavoratori e degli studenti durante e dopo l’autunno caldo hanno prodotto le grandi riforme di quegli anni. Le parti sociali vi avevano un ruolo fondamentale nel gestire il conflitto sociale e distributivo che aveva portato il paese sull’orlo della bancarotta finanziaria. La forte domanda di partecipazione si traduceva nella prassi della concertazione. La partecipazione del PCI alla maggioranza che sosteneva i governi Andreotti dal 1976 al 1979, ha contribuito ad arrestare la crescita esponenziale dell’inflazione e ha impedito il default. Con i suoi voli pindarici sugli 3-4 decenni, Ricolfi non tiene conto delle manovre segrete della Loggia massonica P2, delle azioni del terrorismo prima nero e poi anche rosso, dello scandalo dei petroli che doveva scoppiare nel 1979. E’ vero che il debito pubblico cresce in quel decennio ma ha finanziato anche importanti riforme sociali come sanità, scuola, ecc.. In quel periodo di profonda crisi industriale, in cui cadono due shock petroliferi pesantissimi, in cui la riforma, tributaria entrata in vigore nel 1973-74, cominciava a dare grossi gettiti tuttavia insufficienti a finanziare le riforme sociali, in cui i governi preferivano ricorrere al debito piuttosto che alle imposte.

La chiarezza dei programmi politici. In un periodo in cui si discute tanto di programmi politici mi sorprende che un sociologo come Ricolfi sull’argomento se la cavi con l’affermazione secondo cui gli “elettori non vogliono un programma dettagliato ma un’idea dell’Italia” un’idea semplice e chiara come quelle che Berlusconi, a suo dire, sa vendere bene. Per contro, la sinistra non elabora un programma chiaro ma “si definisce in termini etici”. Francamente non mi sembra di vedere tanta chiarezza programmatica nel centrodestra. Probabilmente Ricolfi non tiene conto che nel maggioritario ed in un contesto in cui il modello agente-principale funziona male, tutti i programmi (di destra e di sinistra) sono volutamente tenuti sul generico o hanno qualche venatura populista perché: 1) cercano di convincere l’elettore mediano; 2) lasciano più ampi margini di manovra ai politici di entrambi gli schieramenti. Mi chiedo se Ricolfi, assumendo la tesi secondo cui la sinistra sacrifica la chiarezza programmatica all’unità della coalizione non consideri l’elettore come soggetto poco razionale, non in grado di valutare correttamente questa necessità. Mi chiedo se sarebbe preferibile per Ricolfi esasperare le differenze programmatiche sino al punto di provocare la dissoluzione della coalizione o attendere l’avvento del palingenetico Partito democratico.

Tutte le argomentazioni sono condotte sul confronto tra come si esprime la sinistra e come si esprime la destra anzi in via principale se non esclusiva Berlusconi. Secondo Ricolfi Berlusconi emerge come un grande comunicatore, il migliore. Una osservazione sulla questione del politically correct e del linguaggio in generale. Cambiano i tempi. Si rinnova anche il linguaggio. Niente di male se anche la politica adotta un linguaggio nuovo, più educato e più diretto, che mostri deferenza o rispetto nei confronti degli avversari politici e degli elettori in generale. Sono da deprecare le risse verbali in TV e sui media e sono da auspicare confronti più sereni ed approfonditi sulle varie scelte da fare. Negli Stati Uniti, il politically correct arriva dopo le grandi proteste degli anni 60 degli afroamericani, delle femministe, degli studenti contro la guerra in Vietnam che avevano comportato grandi cambiamenti reali. In Italia a volte il cambiamento è solo nel linguaggio utilizzato. Certo berlusconi ne usa uno più diretto ma per lo più aggressivo ed offensivo. Ritiene Ricolfi che ciò abbia migliorato i rapporti tra gli schieramenti e la qualità del dibattito politico nel nostro paese o che non alimenti anche lui lo scontro tra le due Italie? Forse che Berlusconi con il suo linguaggio più diretto o il Centrodestra con il suo programma più completo aveva spiegato più chiaramente agli italiani i termini della legge sulle rogatorie, la trasformazione del falso in bilancio da reato di pericolo a reato di danno, gli effetti devastanti della riduzione dei termini di prescrizioni di alcuni reati senza avere accorciato preventivamente i tempi della giustizia?

Preso dall’ansia di dimostrare comunque la sua tesi, Ricolfi lascia nell’ombra quale sia il suo schema interpretativo della lotta politica in Italia. Durante la guerra fredda, a sinistra si utilizzava lo schema della lotta di classe. La Democrazia Cristiana utilizzava uno schema c.d. interclassista. A livello mondiale c’era la minaccia rossa, l’aggressione imperialista e quelli che si opponevano o all’una o all’altra. Dopo la distensione degli anni 60, con Reagan ed i suoi epigoni torna in auge lo schema della lotta del Bene contro il Male. Con l’avvicinarsi al potere i post-comunisti abbandonano lo schema della lotta di classe per adottare sia pure implicitamente quello interclassista. Paradossalmente, con la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario, è Forza Italia che reintroduce nella competizione politica lo schema dell’amico-nemico per diversi aspetti equivalente a quello della lotta di classe. Berlusconi pratica quello schema quando attacca i comunisti e li presenta come portatori del male. Se la lotta è tra il Bene ed il Male, se i politici fanno a gara ad assicurarsi esplicitamente o implicitamente l’investitura o l’appoggio delle autorità religiose, è forte in entrambi gli schieramenti la tentazione o propensione a considerarsi migliori. Ma Ricolfi afferma che il vero bersaglio di Berlusconi sono solo i dirigenti ex-comunisti non quelli che votavano comunista. Mi pare che Ricolfi finisca con l’assolvere Berlusconi quando dice che lui è inclusivo mentre la sinistra è esclusiva. Dobbiamo intendere che il leader di Forza Italia è diventato l’unico e vero difensore dei poveri?

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