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Archivio Febbraio 2006

Una SpA pubblica a partecipazione privata per riscuotere le imposte.

28 Febbraio 2006 1 commento

In Italia la riscossione delle imposte non funziona almeno da 21 secoli. Chi non ci crede può leggere le Verrine, le arringhe che Cicerone pronunciò contro Verre. Nel 75 AC Cicerone era in Sicilia ed era a conoscenza dei gravi episodi di corruzione attorno alla riscossione delle imposte sfociati anni dopo in processi a Roma a carico di Verre e degli esattori. Cicerone difese i contribuenti e proprietari siciliani, vessati dagli esattori e, non di rado, costretti a vendere la terra o ad abbandonare le coltivazioni. Alcuni sostennero che anche Cicerone alla fine si lasciò corrompere dagli esattori tradendo i contribuenti siciliani.

Secondo me, sull’outsourcing non si può essere a favore o contro per ragioni ideologiche. E? soprattutto una questione pratica e va affrontata e decisa, caso per caso, sulla base di serie analisi costi e benefici dell?una o dell?altra soluzione. La riscossione dei tributi erariali in outsourcing era un’anomalia tutta italiana rispetto al resto dell’Europa avanzata.

Due anni fa sotto la pressione degli stessi concessionari che riscuotevano poco o niente per via della raffica di condoni voluti dal Governo, Tremonti provò a far passare la riforma della riscossione con un disegno di legge. C’era in corso l’indagine parlamentare che evidenziava l’inefficienza del sistema e il tentativo non riuscì. Tremonti ha avuto successo nel 2005 con un “colpo di mano”, rectius, con un decreto legge su cui il governo ha posto il voto di fiducia.

Sono favorevole alla sua nazionalizzazione ma non sempre e comunque. Ma quella appena fatta è una vergogna perché prevede, in via principale, la socializzazione delle perdite ed una sorta di premio per l?avviamento delle grandi concessionarie. Secondo la procedura prevista dal decreto, l’Agenzia delle Entrate ha già scelto in modo competitivo l’advisor (una primaria istituzione finanziaria), e questa ha già individuato “i criteri generali di determinazione dei prezzi di acquisto e di riacquisto entro il 2010 delle azioni della riscossione SpA” con un compenso previsto di soli 10.000 (dicesi diecimila) euro.

Apprendiamo ora che la primaria istituzione finanziaria altro non è che uno studio professionale privato. Si risolve così il problema del conflitto di interessi di una primaria istituzione finanziaria (in Italia, per lo più, di emanazione bancaria) e sappiamo che lo studio adotterà il metodo del patrimonio netto per definire il valore delle partecipazioni.

E? bene riflettere però sul marchingegno giuridico che si sta creando. I privati non possono essere direttamente associati all’Agenzia delle entrate. Sarebbe una cosa incestuosa e fin qui non sperimentata.
Cosa si fa? Si crea una SpA pubblica a partecipazione privata. A che cosa partecipano i privati? Ai profitti della riscossione SpA. Ma ci possono essere profitti in una società pubblica che riscuote le imposte? No. Non ci dovrebbero essere perché se ci fossero, significherebbe che, con il consenso dello Stato, qualcuno specula sulle riscossione delle imposte in modo che i contribuenti debbano pagare non solo le imposte ma anche gli aggi degli esattori.

Il lettore sa che dal 2000-2001 il ministero delle finanze in senso tradizionale con le sue direzioni generali e/o dipartimenti non esiste più. Al suo posto ci sono l’Agenzia delle entrate , quella del demanio, ecc.. l’Agenzia ha natura di ente strumentale dotato di piena autonomia gestionale. Formalmente il rapporto con il MEF è definito da una Convenzione. Può essere interpretata come una forma di outsourcing dissimulata. Come che sia, ci si può chiedere perché Tremonti non abbia scelto due strade alternative più chiare: attribuire direttamente all’Agenzia delle entrate che svolge l’accertamento delle imposte anche la riscossione delle medesime oppure creare un’altra Agenzia specializzata nella riscossione. Perché queste soluzioni ovvie sono state scartate? Perché questo implicava liquidare subito le Concessionarie ed il personale da loro dipendente e farla finita con un sistema che sopravvive da alcuni millenni. Si sarebbe dovuto prevedere un equo indennizzo. Ma cosa valgono delle società o dei rami di impresa che non svolgevano più la loro attività ordinaria o comunque non ne traevano profitto?

Si è previsto invece che prima suddette società private partecipino la SpA pubblica e che, nel 2010, questa riacquisti le azioni delle partecipanti. Se il nuovo governo della prossima legislatura non farà condoni e se l’Agenzia e la Guardia di finanza rilanceranno, come sembra da alcuni dati relativi al 2005, l’attività di verifica e accertamento le società potranno sostenere che il valore delle partecipazioni nel frattempo si è incrementato.
Speriamo che i prezzi di riacquisto al 2010 non vadano a costituire mutatis mutandis compensi altrettanto generosi di quelli pagati alle industrie elettriche nazionalizzate negli anni 60.
Nel programma dell’Unione è detto che il governo farà una dura lotta all’evasione fiscale ma se gli strumenti restano quelli previsti da Tremonti che ha instaurato un sistema di premialità negativa, pubblica o privata che sia la riscossione, le prospettive della giustizia tributaria restano molto incerte.

No tav, no ponte sullo Stretto di Messina, no coke, no beni pubblici, no nothing

15 Febbraio 2006 Nessun commento

Come ha fatto precedentemente in altri casi, a dicembre, il governo ha raggiunto un accordo con i protestanti della Val di Susa sospendendo i lavori nei cantieri. L’accordo potrebbe essere stato raggiunto per evitare provocazioni durante le Olimpiadi invernali di Torino e, secondo alcuni, potrebbe anche essere prorogato per passare la patata bollente nelle mani del nuovo governo.
Più recentemente, residenti e non del circondario di Civitavecchia hanno bloccato il traffico sull’Aurelia per protestare contro la progettata trasformazione a carbone della centrale di Civitavecchia e dopo qualche giorno, il Presidente della Regione Lazio Marrazzo si è affrettato a sospendere i lavori di trasformazione della centrale.
Uscito il programma dell’Unione di Centro-sinistra subito è emerso che sulla questione del Corridoio 5 che interessa anche la Val di Susa non c’è scritto niente di esplicito. Si legge a p. 138: “altra priorità è l’integrazione con le grandi reti europee attraverso specifici interventi idonei a:
- distinguere dove necessitino opere nuove oppure occorrano ristrutturazioni dell’esistente;
- valorizzare il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni dei territori interessati dagli interventi di infrastrutturazione in sede di valutazione della compatibilità ambientale delle opere e dell’impatto socio-economico sulle popolazioni;
- dare priorità alle direttive già vicine alla saturazione dei traffici, come ad esempio, quelle verso il Gottardo e il Brennero; ecc..
Il fraseggio un pò incerto ha suscitato prese di posizione diverse. Da una parte del Presidente della Regione Piemonte Besso e del Sindaco di Torino Chiamparino che chiedevano rassicurazioni sull’attuazione del Corridoio 5 perché si erano spesi molto a favore di esso. Dall’altra parte, Rifondazione comunista, i Verdi, Di Pietro e altri che sono contrari alla infrastruttura e che chiedevano conferma della rinuncia ad attuarla. In un comunicato stampa di ieri, P. Ferrero, responsabile economico della segreteria nazionale del PRF ha dichiarato: “nel programma la TAV non c’è perché lo abbiamo deciso di comune accordo”. Giocano sulle diversità delle posizioni all’interno dell’Unione esponenti della CdL con evidente strumentalizzazione dal momento che, a ben vedere, il “partito” contrario alle grandi reti europee, alle grandi infrastrutture interne, ai treni ad alta velocità, agli inceneritori, ai degassificatori, alle centrali atomiche, a carbone o a petrolio è un partito trasversale che trova agganci in tutte le forze politiche.
Ha tagliato corto Prodi dicendo che il Corridoio 5 si farà e basta. Ma se uno guarda indietro agli ultimi 30 anni – quando dura il blocco delle infrastrutture secondo Vito Gamberale, presidente di Autostrade – non c’è da essere ottimisti.
Nel nostro paese la gente non ha una corretta percezione dei beni pubblici e della diversa natura di essi. Pretende i beni pubblici ma non è disposta a pagarseli e meno che mai a correre i rischi che alcuni di essi comportano. Con un bel referendum, nel novembre 1987, gli italiani con ampia maggioranza hanno fatto saltare il programma di sviluppo dell’energia atomica ed ora ci troviamo tutti a pagare costi più elevati per l’energia che consumiamo. Nel Centro-Sud molte città sono sommerse dall’immondizia e fiorisce il traffico malavitoso dei rifiuti ma guai a parlare di inceneritori. Nessuno li vuole nel suo territorio e i politici populisti e miopi si accodano. Anche al costo di bloccare per giorni il traffico ferroviario tra Nord e Sud perché alcuni scalmanati si sdraiano sui binari e nessuno osa prelevarli di peso e farli accomodare altrove. Viaggiatori ignari sono abbandonati a se stessi, subiscono disagi. Il paese è spezzato in due. Il governo si barcamena. Far prevalere il particolare sull?interesse generale è diventato lo sport nazionale.
Si pone quindi un problema di metodo. Quando bisogna decidere se produrre o fornire un bene pubblico chi deve decidere? In democrazia devono decidere i soggetti interessati. Ora è chiaro che un conto è decidere se mettere una linea del bus in un quartiere dove non c’è ed un altro è costruire una grande rete europea. A decidere se farla e dove farla passare dovrebbero partecipare tutte le popolazioni interessate. Nel caso si va dai portoghesi, spagnoli, francesi, sino agli ucraini. Se il Corridoio 5 passa al di qua delle Alpi sono interessati direttamente o indirettamente tutti gli italiani e non solo gli abitanti della Val di Susa. Se si lasciasse prevalere la posizione dei No TAV , il Corridoio 5 si farebbe comunque al di là delle Alpi e l’Italia rimarrebbe tagliata fuori da un Corridoio 5 che potrebbe arrivare sino a Wladivostock.
Quindi è giusto valorizzare al massimo il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni dei territori interessati nella sede appropriata della valutazione della compatibilità ambientale e dell’impatto socio-economico sulle popolazioni e i territori immediatamente interessati ma se il Corridoio 5 deve passare al di qua o al di là delle Alpi non è questione che può essere decisa solo dalle popolazioni della Val di Susa o della intera Pianura Padana. Sono in gioco strategici interessi nazionali e devono decidere tutti gli italiani. E siccome, a suo tempo, i rappresentanti legittimamente eletti degli italiani e delle popolazioni più da vicino interessate al progetto hanno deciso non si può ridiscutere tutto e di continuo. Accettare un tale metodo è la negazione della democrazia. Se il partito della NO TAV e del no nothing è presente in entrambe le coalizioni, in un Paese serio, basterebbe un’intesa trasversale (bipartisan) per isolarlo e andare avanti. Lo ha detto esplicitamente anche la Presidente della Regione Piemonte.

Flessibilità del lavoro si, precarietà no.

13 Febbraio 2006 Nessun commento

C?è ora il programma politico dell?Unione e sono già comparsi alcuni primi commenti. Possiamo cominciare a parlare di politica in modo più stringente. Un punto fondamentale del programma sono le politiche per il lavoro e la riduzione del lavoro precario.
Dice letteralmente il programma : ?sosteniamo politiche del lavoro dirette a promuovere la piena e buona occupazione e a ridurre il tasso di precarietà, incentivando la stabilità e la tutela del lavoro discontinuo? ; la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruire una prospettiva di vita e di lavoro serena? (p. 162) ; ?la piena e buona occupazione permette di valorizzare tutte le risorse personali del nostro paese, a cominciare da quelle preziose dei giovani e delle donne, molte delle quali restano inutilizzate? (p.163).

Un primo commento qualificato è venuto dal prof. Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 12 febbraio u.s. il quale sottolinea la rilevanza di due importanti questioni perché il programma dell?Unione possa reggere alla prova del tempo. In primo luogo, egli osserva che la diffusione della precarietà è stata la risposta del tessuto produttivo ad un sistema di rapporti sindacali e di protezione del lavoro regolare molto rigido. Mi viene subito da precisare che la risposta dell?economia è il lavoro nero anch?esso molto forte nel nostro paese e che la precarizzazione di molti rapporti di lavoro è stata la risposta del legislatore. Secondo Ichino l?ampliamento delle tutele e la introduzione di incentivi non affrontano il problema alla radice. E qui secondo me, ha ragione.

La seconda osservazione di Ichino riguarda quella che egli chiama la sicurezza nel mercato del lavoro ? notoriamente contrapposta alla sicurezza del posto di lavoro – che attualmente mancano entrambe almeno per le fasce più deboli e meno qualificate. La causa viene attribuita al mancato funzionamento dei servizi per l?impiego che, a dieci anni dall?abolizione del monopolio pubblico degli uffici di collocamento, non funzionano adeguatamente. Secondo Ichino bisognerebbe dire dove e perchè non funzionano e cosa bisogna fare per portarli al livello di efficienza necessario.
Sono osservazioni in parte fondate e qualificate che, tuttavia, non colgono a pieno il problema. E? evidente infatti che quand?anche funzionassero i migliori servizi per l?occupazione gli inoccupati e i disoccupati non troverebbero lavoro se non ci fosse il livello adeguato della domanda di lavoro e se l?offerta (quella dei lavoratori) non corrispondesse alle caratteristiche della domanda. E Ichino non spiega come gli stessi servizi per l?impiego intanto favoriscono l?incontro tra domanda e offerta in molte regioni del Centro-Nord dove il tasso di disoccupazione è molto basso e nulla possono fare nel Mezzogiorno dove si concentra la disoccupazione e non c?è domanda di lavoro adeguata.

E? noto che nei Paesi, dove il tasso di disoccupazione è molto basso, la sicurezza nel mercato del lavoro si assicura automaticamente in quanto, perso (o lasciato di iniziativa dello stesso lavoratore) un lavoro, se ne trova subito un altro perché nel mercato c?è una domanda sostenuta. In questi casi, la mobilità è positiva. Non è la mobilità verso la disoccupazione. E in tali contesti anche per il sindacato è più facile gestire flessibilità e mobilità e non ha bisogno di arroccarsi a difesa dell?esistente a prescindere dalle prospettive. Anche se recentemente il nostro sistema è riuscito a ridurre il tasso di disoccupazione, è un fatto che per decenni esso ha consentito un tasso di attività molto basso rispetto agli altri paesi avanzati dell?Unione europea e dell?Occidente. Il problema è quindi quello di adottare le misure necessarie per rimettere il Paese sul sentiero di una crescita economica ben più sostenuta di quella che si prevede per i prossimi anni. Se le imprese hanno buone prospettive di crescita, al limite, non servono gli incentivi alla stabilizzazione dei rapporti. E qui il problema si complica perché la crescita del sistema non dipende certo solo dalle politiche nostrane (nazionali) ma anche di quelle che l?Unione europea dovrebbe mettere in atto. Ma di questo dirò prossimamente.

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La legge criminogena.

3 Febbraio 2006 Nessun commento

Se uno prende l?ultima la legge finanziaria per il 2006 si trova davanti ad un documento di alcune centinaia di pagine scritto in un linguaggio allucinante che pochi sono in grado di decifrare anche perché sono troppi i rinvii alle leggi modificate e sono troppe le questioni trattate non solo legislative in senso tecnico ma anche di carattere pratico riguardanti le più disparate materie. In Italia, nessuno si fida di nessuno. Si disciplina tutto per legge. Si amministra legiferando.

?La revisione di singole fattispecie (come quelle retoricamente ricondotte nel titolo III alla perequazione delle basi imponibili) conferma il metodo casistico della nostra legislazione tributaria, fatta di risoluzione in sede legislativa di problemi pratici, di cui solo l’amministrazione proponente conosce la ratio: la stretta sul leasing lascia quasi immutata la situazione precedente, non fosse per una svista nella norma che complica l’interpretazione; l’esenzione sulle partecipazioni è stata riconfigurata più a seguito delle polemiche per alcuni casi clamorosi che non per una seria meditazione dell’istituto, così come per la norma sulla indeducibilità delle minusvalenze, più volte annunciata e sempre rinviata. Il Fisco si inventa le regole al momento di applicarle, con tanti saluti alla funzione di garanzia della legalità tributaria. La modifica dei singoli articoli, con un “taglia e cuci” contrario alle prescrizioni dello Statuto del contribuente, ‘ultima pennellata di una legislazione che mostra solo di essere arbitraria e irragionevole da ogni punto di vista?. Così Enrico De Mita su il Sole 24 Ore del 14.11.2005. Non è una novità sulla scena politica italiana. Si tratta di un difetto antico. Un tale modo di procedere non incentiva la legalità ma l?illegalità.

Grazie a Monsignor Rivella della Conferenza episcopale italiana, apprendo che di ciò si rivelò avvertita anche la CEI tanto da indurla a pronunciarsi in termini analoghi ed esplicitamente riferiti alla situazione italiana in una Nota della sua Commissione ecclesiale Giustizia e pace il 4.10.1991 che titola il punto 9 del documento “Educare alla legalità”.

Riferendosi a questo modo di legiferare, Remo Bodei ha scritto nel Domenicale (anticipato) del 29 dic. u.s. un bellissimo elzeviro dal titolo ?Legalità ed illegalità? e sottotitolo ?Saremo tutti incriminati?. Scrive Bodei: “Due insegnamenti, ancora attuali, ci giungono dall’antica Grecia: da Solone, che assimila le leggi alle ragnatele, perché i forti le sfondano, mentre i deboli vi restano impigliati, e da Platone, che escogita nella Repubblica un esperimento mentale per mettere alla prova la tenuta morale delle persone. Immaginando che qualcuno s’impadronisca del mitico anello di Gige, un interlocutore del suo dialogo sostiene che, una volta reso invisibile, «non si troverà nessuno di così forte tempra da rimanere fedele alla giustizia, tanto da astenersi dal mettere le mani sui beni altrui, una volta che gli sia data la possibilità, per esempio, di arraffare tranquillamente quel che vuole al mercato, di entrare indisturbato nelle case e prendersi le donne che vuole, di uccidere, di liberare chi vuole dalla prigione, e di fare mille altre cose come un dio tra gli uomini».

Il primo problema è quindi la legislazione incerta e confusa. Siamo anni luce lontani dai tempi in cui Tremonti contrapponeva alla legislazione casistica quella per principi. Le sue leggi sono delle vere e proprie enciclopedie che nessuno riesce a leggere da cima a fondo. Come ha scritto Victor Uckmar, una legislazione incerta, confusa, di tipo alluvionale fa straripare i fiumi meglio regimentati. Senza saperlo, ci troviamo spesso a violare leggi che non conosciamo neanche e, quindi, possiamo essere tutti incriminati a prescindere dalla propensione a delinquere. Portando alle estreme conseguenze questo tipo di analisi Giulio Tremonti nove anni fa raccoglieva una serie di suoi saggi in un libro dal titolo sconvolgente ?Lo Stato criminogeno? . Ma il 1997 è lontano e tutto sembra far pensare che si sia del tutto dimenticato delle sue riflessioni di studioso. Come ministro dell?economia e delle finanze, come legislatore, in questi ultimi cinque anni, si è comportato in modo del tutto coerente con la metafora della tela di Solone.

Il secondo problema è l’applicazione della legge da parte degli uffici. Se la legge è quella che abbiamo detto e se gli uffici sono sovraccaricati di compiti, è chiaro che la qualità del loro prodotto principale è molto scarsa e quindi molto elevato è il grado di contestazione. Se le sanzioni sono folli, non si trovano neanche funzionari e giudici disposti ad applicarle. E se lo fanno nei confronti dei deboli, ne risulta un sistema palesemente iniquo. Se poi esse vengono ridotte da meccanismi vari di ravvedimento operoso, accertamento con adesione, conciliazioni giudiziarie o, addirittura azzerate dai condoni che si susseguono a raffica, si spiega come tali leggi possano essere massicciamente disattese da parte di coloro che hanno gli strumenti per farlo. Se si prevedono condoni per gli amministratori locali corrotti e, da ultimo, anche per i tesorieri di partito, è chiaro che in questo modo, si costruisce un sistema di premialità negativa per cui non sono i comportamenti virtuosi bensì quelli criminali ad essere premiati, nei limiti in cui restano impuniti anche per via dell?accorciamento dei termini di prescrizione.

Possiamo uscire da un simile sistema di premialità negativa che abbiamo costruito? Cito di nuovo Bodei: “Se diamo uno sguardo al presente, la situazione d’ingiustizia e prevaricazione, denunciata sin dal l’antichità, non sembra molto cambiata. La grande illegalità riesce spesso – non sempre, per fortuna – a infrangere impunemente la legge o a servirsi dei suoi interstizi, codicilli e scappatoie per evitarne i rigori. Torme di avvocati, di esperti fiscali e di oscuri prestanome, innumerevoli scatole cinesi di conti e accrediti bancari, accoglienti paradisi fiscali, individui, istituzioni e governi compiacenti o corrotti garantiscono l’invisibilità e l’immunità a quanti violano la legge. Chi, a ogni livello, dovrebbe controllare è talvolta invischiato nella rete delle connivenze. Questo non significa che la “piccola” illegalità sia più innocua: scippi, furti, truffe minano alla base il senso di sicurezza e il bisogno di protezione dei cittadini ed erodono uno dei beni più preziosi della convivenza umana: la fiducia”.

Pensando al libro di Tremonti 1997 “lo Stato criminogeno” mi chiedo: come fa uno Stato criminogeno a risultare credibile se non come criminale! Se quella di Tremonti dovesse essere l’interpretazione corretta del sistema avrebbe ragione P.P. Pasolini quando dice che, in queste condizioni, “L’idea della speranza del futuro diventa un’idea irresistibilmente comica” (P.P.P., Petrolio).

Per non chiudere con una nota di eccessivo pessimismo, ricordo che c’è tuttavia un principio di speranza incorporato nel Costituzione di cui costituisce l’essenza. La speranza che si possano attuare i principi di eguaglianza, di giustizia, di libertà e tutti gli altri della prima parte. Dopo le elezioni politiche ci aspetta un referendum sulla riforma costituzionale varata in questa legislatura dalla CdL a colpi di stretta maggioranza. Personalmente mi auguro che vinca la parte che non vuole la fuoriuscita dalla Repubblica parlamentare che è condizione necessaria anche se non sufficiente perché si possano perseguire con un approccio bipartisan, più cooperativo gli obiettivi appena detti.

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