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Archivio Marzo 2006

Tremonti: è colpa delle banche se non siamo competitivi.

A sorpresa, sabato scorso, il Ministro dell’economia e delle finanze Tremonti sostituisce Berlusconi, colpito da sciatalgia, al Convegno di Confindustria di Vicenza “la concorrenza bene pubblico”. A una domanda (tra le altre poste direttamente da industriali, come per Prodi), il Ministro spiega la forte perdita di competitività delle merci italiane negli ultimi cinque anni. A sorpresa, non ha dato, come di solito fa , la colpa ai cinesi e alle altre tigri asiatiche. Ha detto che non ha funzionato la ricetta che, da tipico salesman, Berlusconi promosse, all’inizio del mandato, di mobilitare le nostre rappresentanze diplomatiche per promuovere l’immagine e le merci italiane.

Non dico che l’idea fosse del tutto sbagliata ma certo non era sufficiente perché il marketing funziona se le merci sono buone e i loro prezzi sono competitivi. Il resto è chiacchiericcio di poco conto.
Non ha funzionato ha detto Tremonti ed essendo perspicace e svelto, ha proposto una diagnosi alternativa. Ha chiamato in causa le banche che non hanno fatto e non fanno abbastanza per guidare ed assistere le imprese specialmente quelle piccole e medie a riorganizzarsi e cogliere le occasioni che offrono i mercati internazionali.

Ah le banche! Cinque anni di recessione e stagnazione ma alle banche è andata alla grande. Mentre il sistema produttivo langue, le banche – protette a lungo dalla Banca d’Italia di Fazio – , le assicurazioni e tutti gli intermediari finanziari, per lo più di derivazione bancaria , hanno fatto profitti a miliardi di euro a danno dei risparmiatori, delle famiglie e delle stesse imprese.
Devo dare atto a Tremonti di aver posto il problema delle banche, delle fondazioni bancarie e del ruolo del Governatore Fazio subito dopo il suo arrivo al Ministero dell’economia e delle finanze ma non ha avuto l’abilità di trascinarsi dietro né Berlusconi né le altre componenti della sua maggioranza. E’ un fatto che dopo gli scandali Cirio, Parmalat e bond argentini ci sono voluti circa due anni per arrivare ad una nuova legge sul risparmio. E siamo ora a fine legislatura.

E’ un fatto che, senza e con la nuova legge sul risparmio, banche e assicurazioni continuano a “imbrogliare” i risparmiatori vendendo loro solo le obbligazioni e prodotti finanziari emessi da società controllate da loro stesse e, magari, continuano a “rapinare” i depositanti come nella specie i fatti emersi alla Popolare di Lodi dimostrano. O si tratta di un episodio isolato?
E’ un fatto che se l’Italia è una repubblica fondata sulle rendite (vedi ultimo libro di G. Alvi), questo sia in gran parte dovuto alle banche che, anche negli ultimi cinque anni, hanno avuto una sorta di Bengodi remunerando i depositi con tassi quasi sempre inferiori all’inflazione e lucrando comunque sugli impieghi più facili e tranquilli, diretti ad alimentare la rendita immobiliare. Mi si dirà: ma è il mercato!
Si: è un altro esempio di fallimento – quanto meno parziale – del mercato e dei suoi regolatori, che in Italia continuano a proliferare inutilmente.

Ha ragione Tremonti. Le banche non hanno saputo assistere le imprese nello studiare i mercati internazionali e a cogliere le occasioni. Compito per la verità non facile, ma le nostre banche non hanno saputo e non sanno indirizzare neanche i risparmi delle famiglie verso impieghi più produttivi immagina le imprese. Non sanno indirizzare i risparmi neanche verso la borsa che loro stesse controllano. C’è stato un fallimento del mercato, ma c’è stato un altrettanto grave fallimento del governo che ha approvato con grande ritardo, la nuova legge sul risparmio e, per il resto, non ha fatto niente per mobilitare o spronare tutti i regolatori interessati.

Con la legge sul risparmio ha rotto il monopolio della vigilanza della Banca d?Italia che aveva demeritato e ha passato il controllo della concorrenza tra le banche all’Antitrust (AGMC). Dal nuovo Governatore Draghi sono venuti segnali nuovi e interessanti ma fin qui solo segnali. Quanti anni dobbiamo aspettare perché il nuovo meccanismo cominci a funzionare?

Nel mondo delle banche, dopo la richiesta francese di un’OPA su BNL – appena autorizzata dalla Banca d?Italia -, prevale la preoccupazione della riorganizzazione e dell’approntamento di difese rispetto ad altre OPA di competitori europei. Ma di maggiore concorrenza non se ne parla neanche e, verosimilmente, l’AGMC dovrà organizzarsi ed attrezzarsi per tale missione.

E’ bene che il governo che uscirà dal nuovo Parlamento non si crogioli per l’appoggio esplicito che Prodi ha avuto da alcuni manager delle banche in occasione delle primarie e, probabilmente, avrà di nuovo il 9 aprile. Il nuovo governo non potrà non agire per imprimere una forte spinta concorrenziale in un settore così strategico per il futuro di tutta l’economia per incrementare la competitività delle nostre merci e dei nostri servizi, anche finanziari , all’interno e all’estero.

Giovani: lazzaroni o derubati?

Ieri è uscito il Bollettino della Banca d?Italia e alcuni dati veramente allarmanti (meno occupazione e più debito pubblico) erano oggetto di analisi nella trasmissione 8,1/2 condotta da due noti estremisti che fanno di tutto per confondere le idee e incalzare senza tregua i malcapitati, specie, se parlamentari di seconda fila. L?analisi si è concentrata sulla questione dell?occupazione giovanile e le sue caratteristiche di flessibilità e/o di precarietà. Per i nuovi assunti la metà dei lavori disponibili sono a termine e comunque tra i giovani di età tra i 15 e i 29 anni, uno su quattro è precario. Trova conferma quindi una tendenza all?aumento del lavoro precario e/o flessibile. Su di essa e sulla legge 30/2003 (c.d. legge Biagi) i giudizi sono divisi tra chi la valuta positivamente e chi la condanna proprio perché può comportare un lungo periodo di precarietà. A tali contrapposte valutazioni si sono aggiunti giudizi di valore circa la disponibilità dei giovani a cercare e/o accettare certi lavori ritenuti non gratificanti. Vorrei fare alcune osservazioni su queste considerazioni.

In Italia non si può fare un discorso generico e generale per tutto il Paese. Bisogna considerare almeno le tre grandi ripartizioni geografiche: Italia del Nord, quella centrale e quella meridionale- insulare. In molte aree del Nord c?è una situazione di massima occupazione dove la disoccupazione è sostanzialmente quella frizionale e di quanti perso un lavoro stentano a ritrovarlo perché non hanno fatto o non fanno un grosso lavoro di aggiornamento professionale. Nell?insieme o all?ingrosso in un simile contesto se si lascia o si perde un lavoro se ne trova un altro e magari più gratificante. Diverso è il discorso che si può fare per le altre due grandi ripartizioni geografiche dove il tasso di inattività dei giovani è ben più elevato specialmente nel Mezzogiorno. In un contesto simile, dove la domanda di lavoro è chiaramente più bassa dell?offerta, il problema è la crescita economica e l?avvio dell?economia verso situazioni di maggiore occupazione delle forze di lavoro. Certo c?è anche il fenomeno della occupazione scoraggiata e anche del rifiuto di certi lavori ma non direi che si possa fare di tutte le erbe un fascio e parlare di lazzaroni che non hanno alcuna voglia di lavorare. Si tenga conto che per giovani con diplomi di scuola secondaria e anche con certe lauree incidono anche fattori quali da un lato l?aspettativa generica di un lavoro qualificato da colletto bianco, dall?altro, le caratteristiche stesse della domanda di lavoro che data la struttura del nostro apparato produttivo nel Centro-Sud richiedono o qualifiche molto elevate o molto basse.

In un contesto di alta disoccupazione giovanile, è vero alcuni rifiutano lavori ritenuti poco gratificanti e per giunta precari, altri sono costretti ad accettarli ma certo non si può dire che si stiano realizzando o che possano nutrire grandi speranze per il futuro. Ma – si dice – in un simile contesto, è naturale che le imprese utilizzino i contratti a tempo come strumento di flessibilità. Altri – e non del tutto a torto – li vedono come strumento di sfruttamento. E? chiaro tuttavia che flessibilità e/o temporaneità (alias, precarietà) hanno significati diversi a seconda che siamo in un contesto in cui tira la domanda di lavoro o, al contrario, spinge l?offerta, a seconda anche della composizione qualitativa di quest?ultima. Per giovani qualificati o specializzati, una situazione di flessibilità, temporaneità o, se si vuole di precarietà, è più facilmente accettabile proprio perché temporanea e, prima o poi, piuttosto prima che poi porta ad un lavoro a tempo indeterminato e, magari ben pagato. Vale purtroppo l?opposto per i giovani poco qualificati e alle prime esperienze, magari all?interno di imprese e strutture che fanno poco o niente per qualificarli. A volte sono costretti a mettere insieme 2-3 piccoli lavori con salari da fame e dove ? peggio ancora ? non imparano niente perché nessuno ne cura la migliore formazione.

Qui non basta tirare fuori che ci sono lavori precari pagati a 400-500 euro al mese. Né è una risposta efficiente proporre che il lavoro precario deve costare quanto quello stabile in modo da togliere alle imprese la tentazione di sfruttare il primo. Bisogna agire sul lato della domanda e contemporaneamente su quello dell?offerta. Ci sono cose che deve fare il governo ai diversi livelli e cose che devono fare le imprese e i sindacati. Bisogna spingere l?economia sul sentiero della crescita economica sostenuta. La ricreazione è finita. Le leggi Treu e la Biagi hanno dato tutto quello che potevano dare in una lunga fase di recessione. Hanno dato molto ma i dati della Banca d?Italia sono la prova che ora occorre ben altro e, sfortunatamente, in un contesto non facile, anche di tassi di interesse crescenti e con deficit e debito pubblici molto elevati. Ma non c?è altra scelta, l?occupazione attuale potrà essere mantenuta o crescere solo se si riprende l?economia. Ci sono delle previsioni congiunturali anche favorevoli a livello europeo ma bisogna saperle cogliere. Solo se si riuscirà a ottenere una forte crescita economica, si determineranno le condizioni di maggior occupazione giovanile e non e, solo allora, si determineranno anche le condizioni per promuovere la produttività e consentire salari più elevati.

In un contesto con alta disoccupazione giovanile, i giovani non sono dei lazzaroni. Sono derubati del loro futuro. Erroneamente possono non avvertire l?incentivo a migliorare le proprie conoscenze, la propria istruzione e formazione professionale anche perché non vedono il contesto dove valorizzarle.

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O con me o contro di me, così ragiona Berlusconi.

La settimana scorsa Prodi ha parlato al Congresso della CGIL a Rimini riscontrando una notevole convergenza di vedute sulla diagnosi della situazione del Paese e su alcune misure da adottare per farlo uscire dalla crisi di stagnazione. La CdL ha stigmatizzato il comportamento scorretto della CGIL che non avrebbe invitato il PdCM. Ci sarebbe da chiedersi se Berlusconi sarebbe stato disponibile a prendersi eventuali scariche di fischi se fosse stato invitato ed avesse accettato di partecipare. Non mi sembra che tra operai, impiegati e pensionati, che stentano ad arrivare alla fine del mese, ci sia grande entusiasmo per la politica economica del governo.

Domenica scorsa in un?intervista a Il Sole 24 Ore il Presidente di Confindustria lanciava una sorta di agenda per chi vincerà le elezioni, dovrà governare e soprattutto dovrà affrontare il problema della crescita economica del paese. Prodi ha di nuovo riscontrato una forte convergenza con la diagnosi e le terapie prospettate da Cordero di Montezemolo. Non sono solo di questi giorni le critiche della Confindustria alla politica economica del governo che non viene considerata tutta sbagliata ma che si è comunque rivelata insufficiente a far uscire il Paese dalla stagnazione e rovesciare la tendenza al declino. E? un dato inoppugnabile che la media annua della crescita del PIL degli ultimi cinque anni (2001-2005) si colloca attorno allo 0,70%. Evidentemente la Confindustria non crede alla storiella del governo secondo cui i mali dell?economia vengono da lontano ? in parte vero – e che cinque anni di governo sono stati un periodo di tempo troppo breve per curarli. Cinque anni sono tanti e non sono stati utilizzati proficuamente.

Apriti cielo! Berlusconi ha detto che il Presidente di Confindustria ha parlato a titolo personale e non rappresenta bene le posizioni degli industriali. Certo sono lontani i tempi dell?assise di Parma (16.03.2001) quando gli industriali si spellarono le mani per Berlusconi e accolsero con gelo Rutelli. Allora si parlò di perfetta identità di vedute tra il candidato del Centrodestra e D?Amato. Allora che cosa fa ora il PdCM uscente? Continua a ragionare nella logica amico-nemico, o con me o contro di me, e cerca di delegittimare il Presidente di Confindustria facendosi forte di un recente ed articolato sondaggio tra gli industriali pubblicato su Il Sole 24 Ore dove, in maggioranza, gli intervistati mostravano apprezzamento per certi provvedimenti del governo. Ma a Berlusconi un consenso selettivo non basta e reagisce senza alcun rispetto per la posizione ed il ruolo di altri.

I magistrati che lo indagano sono dei ?disturbati mentali?. L?attacco alla magistratura dura da oltre 12 anni e la martellante azione di delegittimazione gli ha dato buoni frutti, anche perché arrivato al governo non ha esitato a approvare leggi che lo hanno sottratto ai processi. I funzionari dell?EuroStat (l?Ufficio statistico dell?Unione europea) che l?anno scorso di questi tempi sollevarono dubbi sulle statistiche sulla finanza pubblica che il governo aveva presentato sono dei burocrati che intralciano il suo lavoro. Ma se il governo delegittima i funzionari pubblici e i magistrati i quali devono quotidianamente applicare la legge e le leggi sono approvate dallo stesso governo e ?ratificate? dal Parlamento a colpi di voti di fiducia, senza dare agli stessi esponenti della maggioranza la possibilità di intervenire, non c?è una progressiva concentrazione del potere in testa ad una sola persona? Non c?è una deriva autoritaria?

Quelli che credono che tale deriva ci sia e che questo governo si è comunque rivelato incapace di risolvere i più gravi problemi del paese farebbero bene ad votare in modo coerente ed evitare democraticamente la sua conferma.

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Prodi e il sindacato.

6 Marzo 2006 1 commento

Il discorso di Prodi al Congresso di Rimini della CGIL è una novità importante per la politica italiana e per il movimento sindacale. Si sarebbe registrata un??identità di vedute? sulla diagnosi della situazione e sulle politiche da attuare per uscirne. Si stenta a crederci perché ben diversi sono i ruoli del Governo e del sindacato in un Paese a economia mista con gravissimi problemi di crescita.
Il primo deve perseguire gli interessi generali del Paese e dare una prospettiva di speranza a tutti. Il secondo deve salvaguardare innanzitutto gli interessi di parte anche se questo non significa rappresentare tali interessi in modo avulso dalla situazione generale.

L?identità di vedute è benvenuta, necessaria se si intende fare uscire il Paese dalla crisi. Infatti per rovesciare il declino e riprendere il cammino della crescita, è necessario il contributo di tutti e non solo di idee. E? necessario quello spirito di cooperazione che serve nelle fasi più delicate della vita del Paese. Il movimento sindacale esce da una lunga fase di crisi e divisione che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni. Ricordiamoci che questo governo, dopo aver firmato un c.d. Patto per l?Italia colo con la CISL e la UIL nel 2002, non solo non ha rispettato le promesse ma anche irriso al metodo della concertazione.

Negli ultimi tempi tutto il movimento sindacale ha trovato momenti di azione unitaria non solo tra le più grandi Confederazioni (CGIL-CISL e UIL) ma anche con le organizzazioni che si richiamano alla destra. E? un fatto politico molto importante perché sappiamo che alle tre confederazioni sono iscritti oltre dodici milioni di lavoratori e pensionati che, a mio giudizio, costituiscono un baluardo di democrazia.
La loro pressione può essere condizione necessaria e sufficiente per stimolare l?azione del governo anche se i ruoli e le responsabilità restano diverse. Prodi ha parlato per circa un?ora e non ripercorrerò tutto il discorso. Toccherò solo tre punti.

1. No ai due tempi nella politica economica del governo: il primo dei sacrifici per il risanamento ed il secondo per raccogliere i frutti. Questa è forse la scommessa più importante e più difficile da mantenere anche perché non ci sono bacchette magiche. Bisogna investire ed investire molto. Non è questione di risorse da reperire ma soprattutto di far crescere la produttività nel settore privato e in quello pubblico. Il primo più aperto alla concorrenza ed il secondo alquanto chiuso. Occorre una nuova organizzazione del lavoro che non ha modelli precisi come nelle vecchie economie industriali. Il 66% del PIL si forma nel settore dei servizi e migliorare la produttività di tale settore è molto difficile non solo nel settore pubblico ma anche in quello privato.
Occorre una classe manageriale all?altezza del compito e questa non sta lì ad attendere in attesa che arrivi il nuovo governo. Ma è positivo che ci sia consapevolezza del problema. Occorrono modifiche legislative importanti. Bisogna abrogare o modificare profondamente lo spoil system per limitarlo a casi limitati e sensibili e promuovere la cultura, la professionalità dei grandi civil servant che operino con grande senso delle istituzioni, ossia, in modo imparziale e ai quali il governo deve garantire autonomia e indipendenza.
Occorre modificare profondamente la struttura salariale di tutti i dipendenti pubblici per introdurvi i necessari meccanismi incentivanti che non possono essere applicati meccanicisticamente per fasce funzionali senza alcun giudizio di merito operato da chi è veramente in grado di attuarli in maniera informata e responsabile. Su questo si dovrà verificare nei fatti la disponibilità dei sindacati a decentrare il sistema anche nel settore pubblico.
Occorrono grossi investimenti nella c.d. ICT tecnologia dell?informazione e della comunicazione nel settore pubblico e privato. Anche qui il compito non è facile perché gli italiani come altri europei, nell?esperienza degli ultimi anni, non solo non innovano ma, peggio ancora, si rivelano incapaci di utilizzare a pieno l?innovazione prodotta dagli altri.

2. E arriviamo alla politica ?industriale?. Anche qui le formule proposte da Prodi sono quelle corrette: promuovere l?innovazione tecnologica , la crescita dimensionale e la internazionalizzazione delle imprese. Cercare la crescita e lo sviluppo nei nuovi settori high tech e ad alto valore aggiunto. Di nuovo le idee sono quelle giuste ma attuarle sarà difficile perché richiede non solo risorse ma anche salti culturali e questi non avvengono dall?oggi al domani. Sono necessari grossi investimenti nella formazione, innovazione e ricerca. Recita il programma dell?Unione: ?Il “nanismo” comporta a sua volta una minore propensione ad affrontare lo sforzo di nuovi investimenti in formazione, innovazione e ricerca. Le grandi imprese esistenti e profittevoli sono quasi totalmente scomparse dal settore manifatturiero e restano solo nel settore di pubblica utilità e nel settore finanziario di banche e assicurazioni?.

3. Abbiamo detto delle risorse. Ne servono tante. Alcune potranno venire da un?annunciata e prevista ripresa dell?economia. Ci sono segnali riscontrati anche dallo ISAE secondo cui nel corso del 2006 l?Italia potrebbe ricominciare a crescere sia pure a tassi meno sostenuti di quelli di partner europei come la Francia e la Germania. Altre potrebbero venire ? come sostiene Prodi ? dalla lotta all?evasione. Su quest?ultimo punto resto molto scettico. Non ci sono oggi i mezzi tecnici per farla
e per avere tali mezzi bisogna fare tante cose molto importanti e delicate. Bisogna riformare il sistema di premialità negativa che è stato costruito negli ultimi dodici anni. Bisogna modificare sostanzialmente la metodologia con cui vengono costruiti gli studi di settore e la filosofia con cui vengono applicati: non per determinare ex ante il reddito ma per utilizzarli come ausili all?accertamento, ossia, al controllo di quelli dichiarati. Occorre promuovere una cultura della legalità che presuppone la capacità dell?amministrazione finanziaria di esercitare attraverso i controlli e le verifiche il necessario grado di deterrenza.
All?EUR, a Rimini e altrove, Prodi ha detto che ?è finito il tempo dei condoni, degli arricchimenti facili, dell?evasione fiscale?.
Parole sacrosante ma sarà dura fare la lotta all?evasione fiscale se solo si riflette che il governo uscente ha fatto circa venti condoni, che alcuni di questi sono ancora in fase di approvazione, che ha condonato tutto quello che poteva condonare per i mancati adempimenti del passato ma anche introdotto il concordato preventivo per i prossimi tre anni ? ora ribattezzato pianificazione fiscale.
Occorre riprogettare tutto il sistema dei controlli, dei ravvedimenti, dei concordati, degli accertamenti con adesione, delle conciliazioni giudiziali, delle sanzioni, della riscossione e del contenzioso perché questi strumenti non sia utilizzati a fini dilatori, in attesa dei condoni, ma come scalini per far crescere il livello di adempimento da parte degli evasori fiscali.

Sono obiettivi molto difficili ed è certo che nessun governo ? neanche quello di Prodi ? potrebbe raggiungerli se il movimento sindacale invece di cooperare dovesse remare contro. Per questo motivo il segnale che è venuto dal Congresso della CGIL è molto importante.

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