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Archivio Maggio 2006

Il cuneo fiscale ed il libro dei sogni.

La campagna elettorale , come noto, si è svolta su molti temi fiscali. Questi si prestano alla demagogia delle riduzioni generalizzate delle tasse come se la spesa potesse essere finanziata solo con l?indebitamento. Prodi ha cercato di essere più prudente ma, a momenti, perdeva le elezioni.

Uno dei temi caldi è stato quello della riduzione del c.d. cuneo fiscale, ossia, di quelle imposte che servono a finanziare la spesa sociale, che i datori di lavoro percepiscono come costo del lavoro. Sull?argomento Prodi si è sbilanciato molto e ha promesso 5 punti di sgravio. Berlusconi, come conoscitore della materia, ha accusato l?avversario di demagogia.

Ormai il governo Prodi è nel pieno dei suoi poteri e si avvicina l?ora delle decisioni ? non fatali per fortuna. Si avanzano proposte tecniche o presunte tali. La riduzione deve riguardare al 50% i lavoratori e i datori di lavoro. Proposta salomonica, non c?è che dire.
Un?altra è che il governo dovrebbe scegliere bene tra le imprese. Il beneficio dovrebbe andare in via selettiva alle imprese che innovano, che competono sui mercati internazionali, che assicurano posti di lavoro stabili. Una miracolosa quadratura del cerchio, non c?è che dire.
Sono proposte apparentemente molto persuasive. Perché dare benefici a pioggia? Perché premiare imprese che hanno un forte potere di rendita monopolistica sul mercato interno (come le famigerate municipalizzate, le imprese miste, le banche, le assicurazioni e tante altre)? E già che ci siamo, perché non distinguere tra le imprese che sfruttano il lavoro precario e quelle che creano lavoro stabile e qualificato?

Non è ragionevole fare queste distinzioni? In generale no e vediamo subito perché. In primo luogo, si sta sovraccaricando un solo strumento di una molteplicità di obiettivi che ne complicherebbe la gestione in modo esasperato. Senza menzionare che gli obiettivi di cui sopra non sono tutti convergenti e compatibili tra di loro.
In secondo luogo, non si chiarisce chi paga veramente non tanto in termini nominali (legali) di riduzione del cuneo quanto in termini di traslazione ed incidenza effettiva della misura. Scartata come poco credibile l?ipotesi che la copertura dello sgravio possa avvenire attraverso un corrispondente recupero dell?evasione fiscale, allora è chiaro che in grossa parte essa dovrà avvenire con un aumento di altre imposte. A carico di chi? E quando dico a carico, di nuovo, intento in termini di incidenza effettiva , al di là quindi delle previsioni formali di legge e/o di imputazioni contabili. Saranno aumentate le imposte sui consumi dei lavoratori, sulle imprese, sui risparmiatori?
Se i lavoratori e le imprese pagheranno meno contribuzioni sociali, potranno essere salvaguardati i livelli essenziali delle prestazioni dal lato della spesa? Come sarà coperta una eventuale invarianza o crescita della spesa? Sarà possibile l?auspicata riqualificazione del welfare o bisognerà ridurlo e basta?
Ecco perché al di là dell?apparente consenso generale sulla misura, la scelta concreta non è così semplice ed il governo forse la delineerà nel documento di programmazione economica e finanziaria. E a fronte del buco nei conti pubblici ? più grave di quanto si temesse qualche settimana fa – non manca chi vorrebbe rinviare la misura all?anno prossimo.

Per concludere voglio fare due ulteriori punti. Sull?incidenza della eventuale manovra sulle contribuzioni, le opinioni degli economisti convergono nell?affermare che un aumento delle contribuzioni sociali, di norma, incide totalmente sui lavoratori. Ma il contrario, ossia, una riduzione non beneficia necessariamente gli stessi. C?è di mezzo la elasticità dell?offerta e della domanda di lavoro. E la domanda di lavoro che guida la danza o no?
Se la domanda di lavoro non tira, l?offerta potrà essere elastica ed il costo al margine più basso, l?occupazione non aumenterà. Le leggi Treu e Biagi, secondo me, hanno dato tutto quello che potevano dare. Alla stessa stregua, non è pensabile che modificando 1-2 tipi di contratto previsti dalla seconda si risolvano i problemi della precarietà. Come non è credibile l?idea che la riforma Biagi non va bene solo perché il governo Berlusconi non ha attuato il riassetto degli ammortizzatori sociali. Troppo bello e troppo semplice. Adesso ci vuole ben altro. Il problema più grosso e più complicato è che, nonostante la riduzione della disoccupazione che si è registrata negli anni scorsi, il nostro sistema economico ristagna, cresce poco ed ancora più grave, la sua crescita potenziale rimane più bassa di quella di altri Paesi europei. La produttività bassa è un problema di politica economica generale per la crescita e lo sviluppo. Occorre un pacchetto coerente di misure, una strategia che agisca su fronti e tempi diversi. 1 o 2 strumenti pur necessari e per quanto enfatizzati nella campagna elettorale non bastano.

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I beni pubblici come beni normali.

L?ultimo Rapporto Istat, reso pubblico ieri 24 maggio, fa vedere come la spesa sociale (spesa per istruzione, sanità, assistenza e beneficenza) sia più alta nelle regioni più ricche. Contrariamente a quello che alcuni pensano superficialmente, la spesa sociale non ha forti effetti compensativi e/o ridistributivi tra i territori perché la spesa sociale si evolve in linea con il reddito delle regioni. E? più alta nelle regioni più ricche e più bassa nelle regioni con i redditi più bassi.

Lo stesso Rapporto ci dice che in Italia le famiglie povere sono 2,7 milioni (11,7 del totale) corrispondenti a 7,6 milioni di persone. Si localizzano per lo più nelle regioni meridionali ed in particolare in Campania e Sicilia. Il che non significa che gli altri italiani (circa 50 milioni) siano tutti ricchi. Significa che non sono poveri secondo la definizione standard adottata dall?Istat. Al contrario, l?Istituto centrale di statistica mette in rilievo come si sia accentuata la disuguaglianza. Il quintile con i redditi più bassi dispone dell?8% circa del reddito totale mentre il 20% con i redditi più alti ne controlla quasi il 39%, ossia, cinque volte di più ? pur limitandosi alle sole differenze di reddito.

Torniamo alla spesa sociale per richiamare le differenze nei livelli nelle diverse ripartizioni geografiche: 1.288 euro nel Nord-ovest, rispetto ai 685 e 693 euro rispettivamente nel Sud e nelle Isole, rispetto ad una media nazionale di 921 euro. ?Nel periodo 1996-2003 si è registrato un aumento dell?elasticità della spesa sociale pro capite rispetto al PIL per abitante. Nel tempo quindi, si accentua la relazione tra spesa sociale e reddito. Inoltre, l?elasticità stimata per le cinque regioni più povere è sistematicamente inferiore a quella relativa alle cinque regioni più ricche?.
La nostra spesa sociale sul totale della spesa pubblica è comunque più bassa che negli altri Paesi 62,2 rispetto ad un 66,3% della media UE a 15.

A fronte delle ineludibili esigenze di risanamento dei conti pubblici, non credo che i divari tra Nord e Sud e del nostro Paese con i paesi più avanzati dell?Unione europea potranno essere velocemente recuperati. Certamente quelli che vedono soluzioni miracolistiche nel taglio della spesa pubblica dovrebbero riflettere più attentamente sui dati del Rapporto Istat.

Concludendo, c?è una correlazione robusta tra livelli di spesa sociale e livelli di reddito. La correlazione prova che i beni pubblici sono beni normali la cui domanda cresce al crescere del reddito. Se non si vuole sostenere che nelle regioni più ricche, tali spese sociali sono state imposte da bieche maggioranze di sinistra, bisogna assumere che esse riflettono le preferenze dei cittadini.

L’Italia delle rendite? colpa dell’Euro e dell’Europa?

Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite, Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondatori, Milano, 2006.

11.900 euro di rendite e 10.100 euro di salario per famiglia.
Il declino della quota dei redditi di lavoro dipendente è provato dal fatto che la quota del reddito di lavoro dipendente sul totale è passata dal 59,2% del 1972 al 48,9% del 2003. Alla tragica dinamica dei salari negli ultimi 14 anni si contrappone l’aumento del 30% dei redditi di lavoro autonomo e d’impresa delle famiglie produttrici. A parte alcuni margini di incertezza sui dati, è certo che essi sono impressionanti.

La ripresa dei redditi di lavoro autonomo e di quelli d’impresa, tutti intrecciati con forti elementi di rendita - afferma Alvi – è stata favorita dalla politica tributaria dei governi di Centrosinistra e Centrodestra, ma non dà spiegazioni.
Dico io. Ingenuamente o inconsapevolmente da parte dei primi, volutamente da parte del secondo. Dai primi perché non sono mai riusciti a venire a capo al problema della lotta all’evasione e dal secondo perché voleva gratificare un blocco sociale da cui trae molti dei suoi voti.
Come noto, imprenditori e lavoratori autonomi non solo evadono ma hanno a disposizione altri strumenti per eludere ed erodere le imposte. Si organizzano in società di persone dove tra i soci figurano familiari, parenti ed amici. Le società sono tassate per trasparenza, ossia, direttamente in testa ai soci e dopo aver fatto lo splitting non solo tra marito e moglie ma anche con figli, parenti ed altri soci. Cosa che non è permessa ai lavoratori dipendenti che sono tassati su base strettamente individuale.

Alvi però critica il Centrosinistra che sarebbe stato inflessibile nella politica di tassare per non spaventare i mercati. Un punto molto debole nell’analisi di Alvi che trascura la necessità ineludibile del risanamento dei conti pubblici ed è quanto meno reticente su quello che ha fatto il Centrodestra ed il suo amico Tremonti nella prima esperienza del 1994.
Se uno pensa alla crisi del 1992, a Tangentopoli, viene in mente la patrimoniale e la minimum tax del governo Amato, la sua abrogazione da parte del governo Ciampi e l’approvazione della norma sugli studi di settore.
Se uno pensa al problema di risanare comunque i conti pubblici, all’obiettivo di centrare Maastricht ci si rende conto che bisognava agire subito - il governo di centrosinistra aveva solo due anni davanti a se -  e usare gli strumenti che c’erano.
La solita politica dei due tempi: prima risaniamo con gli strumenti che ci sono, poi faremo la perequazione con strumenti nuovi.

Nella sua verve polemica Alvi, via via che procede nell’analisi ripetitiva, si lascia prendere la mano. Non attacca solo le rendite ma anche tutti i redditi dei dipendenti pubblici e, come di moda, li considera del tutto parassitari. La tesi non è affatto nuova e non priva di qualche margine di fondamento. Può risultare del tutto deviante e mistificatoria se prospettata senza le dovute cautele. Qual è il problema? Come noto, la PA opera in regime di monopolio. Vale quanto costa. Si dice in parte esagerando e in parte mentendo: non ci sono termini di riferimento e, quindi, facilmente si determinano delle posizioni di rendita.
C’è quindi un grosso elemento di equivoco che serpeggia attorno alla tesi principale che Alvi sostiene. Esso consiste nella circostanza che, bene o male, elementi di rendita si annidano dappertutto, si intrecciano con le retribuzioni normali di tutti i fattori produttivi quando essi sono impiegati in contesti poco competitivi o protetti, quando non ci sono validi benchmark a cui riferirsi, specialmente quando nel settore pubblico prevalgono fenomeni di deresponsabilizzazione non solo dei dirigenti ma anche di altri dipendenti.

E così, se si considera che, anche in un sistema privato non competitivo -  come sostiene anche Alvi – ci sono grosse quote di protezione, nella polemica, facilmente si arriva a sostenere che anche la quota – meritata – di retribuzione dei fattori produttivi diventa rendita. Un esempio emblematico può essere quello dei frutti del risparmio. Le famiglie investono i loro risparmi in attività immobiliari e finanziarie. Il risparmio va remunerato ed i frutti civili del risparmio sono redditi come gli altri ma è facile il salto logico e considerarli rendite – con giudizio di valore negativo come se fossero arrivate dal cielo, da eredità immeritate e non dalla rinuncia al consumo.
Può sembrare un paradosso ma non lo è. Se uno pensa ai tassi bassi sui BOT e BPT, è chiaro che elementi di rendita non ci sono proprio in quei rendimenti che comunemente chiamiamo rendite finanziarie e che, in alcuni casi ed in alcuni momenti, evidenziano livelli molto bassi quando non negativi.

L’inefficienza e la rendita non sono una specialità del settore pubblico. Si annidano dappertutto e la tesi di Alvi che paragona i nostri imprenditori a quelli postsovietici lo conferma. L’opinione pubblica però si interessa di più delle rendite e delle inefficienze del settore pubblico. La stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi finanziari e industriali, se ne occupa poco o per niente - dice Alvi -  perché anche essa  gode di un potere di rendita, non di verità”.  La spiegazione a me sembra più complessa. L’opinione pubblica si interessa relativamente di più delle inefficienze pubbliche che di quelle private che sono certamente più numerose e non meno gravi. Tuttavia restano un affare privato. Alla fine paga l’imprenditore perché chiude o addirittura fallisce. Ma quelle pubbliche sembrano più concentrate e più visibili. Sono più difficili da combattere perché non ci sono vincoli stringenti come per quelle private. Il vincolo di bilancio dell’operatore pubblico è soft.

Alle “rendite”  dei soggetti attivi si aggiungono quelle dei giovani pensionati.
Ne viene fuori che la famiglia mediana italiana è due volte più ricca di quella americana. Il rapporto tra ricchezza e reddito è più alto per la famiglia italiana ( 8,3).
La povertà si concentra a SUD e in particolare in tre regioni: Campania, Puglia e Sicilia.
Di chi la colpa di tutto questo? Del risanamento da euro. Alvi non nasconde il
livore antiMaastricht, anti-euro, anti-BCE: i parametri sono lunatici;
dopo Maastricht i conti pubblici sono peggiori di quelli del 1992;
la BCE è malnata e mantiene i tassi prossimi allo zero.
Anche qui, vero è che il risanamento è tutto dovuto al progressivo calo della spesa per il servizio del debito pubblico ma Alvi non dice come il Paese avrebbe potuto beneficiare dei bassi tassi di interesse se non fosse entrato nell’area Euro. Tiene nell’ombra i sottoperiodi del governo di Centrosinistra che ha contenuto il deficit con l’avanzo primario mentre Berlusconi non è riuscito a fare altrettanto (lo dice alla fine).

Ma cominciamo a vedere qualche provvedimento alternativo che i governi passati avrebbero dovuto adottare. La ricetta buona per il risanamento dei conti previdenziali? Per Alvi “sarebbe bastato agire sul serio, smontare l’INPS in una serie di mutue, dire a ognuna che lo Stato non avrebbe più ripianato i loro bilanci”. A dir poco, mi sembra proposta ingenua. Infatti le pensioni non sono erogate sulla base di qualche decreto dei dirigenti degli enti previdenziali. “usurpati o acquisiti” che siano i diritti del lavoro, sono previsti dalle leggi e se si vogliono ridurre i livelli delle prestazioni bisogna preliminarmente modificar le leggi. Per ragioni di consenso i governi non lo fanno ed è emblematico che l’entrata in vigore della riforma fatta da Berlusconi sia stata spostata in avanti al 2008. Quanto all’idea che la moltiplicazione delle mutue possa portare qualche risparmio di gestione non mi pare che essa abbia alcun fondamento teorico o empirico.

Quanto al c.d. risanamento da euro verrebbe da chiedergli: ma è proprio sicuro che i conti pubblici italiani sarebbero in migliori condizioni senza Maastricht?
L?euro -  insiste Alvi – è servito a far lievitare e consolidare i patrimoni degli italiani.
è vero ma cosa sarebbe successo anche ai patrimoni italiani senza l’euro?
almeno questa volta gli italiani protetti dall’euro sono riusciti a “proteggere la roba”, in un contesto in cui la borsa periodicamente li tosa, alcune banche e alcune grandi imprese li “truffano” con obbligazioni spazzatura e, da parte sua, il governo di Centrodestra ci mette anni per far passare una nuova legge sul risparmio.
Certo i bassi tassi di interesse hanno assecondato la speculazione immobiliare. Ma quali erano gli investimenti alternativi che le famiglie italiane potevano fare con l’economia europea ed italiana in recessione?
Poteva in queste condizioni la BCE seguire una politica di alti tassi al solo scopo di evitare la bolla immobiliare?

Alvi non ricorda mai la protezione che l’euro ci ha dato e dà rispetto agli aumenti dei prezzi delle materie prime, del petrolio… Sottace sulla necessità di una moneta unica per sviluppare il mercato unico, per consentire vantaggiose semplificazioni degli scambi interni e delle transazioni finanziarie nel mondo della globalizzazione, in cui cresce l’integrazione economica e finanziaria e forse bisognerebbe pensare al rilancio di una moneta mondiale, come aveva pensato Lord Keynes alla fine della seconda Guerra Mondiale, come sognano alcuni Paesi dell’Asia che si sono dati un’unità di conto definita in dollari e che pensano ad una moneta unica per tutta l’area.
Ma per Alvi l’euro è comunque una pessima moneta. È l’euro a “rovinarci e non la rivolta dei salari”.

“l’introduzione di una nuova moneta non può avere fortuna senza politica monetaria e fiscale in un perfetto coordinamento”. Seguono alcune pagine di contumelie contro l’euro e i mentitori dell’Europa. Ma qual è l’alternativa di Alvi? Quello che propone è semplicemente allucinante: “lira e monete dell’Europa latina, una volta lasciate oscillare in senso opposto al marco, avrebbero protetto il totale dei commerci europei meglio dell’euro”. Certo, se non c’è controfattuale,  si può affermare tutto ed il suo contrario e le affermazioni di Alvi al riguardo sono atemporali. Ma tutti, tranne lui, abbiamo visto che cosa è successo negli anni ’70 quando gli americani hanno imposto la libera oscillazione dei cambi e vediamo da 35 anni quello che succede quando i protagonisti hanno forza diversa e posizioni asimmetriche. In ogni caso, se il problema strutturale è quello della produttività e degli investimenti.  Come può Alvi ritenere che le svalutazioni competitive avrebbero risolto il problema?

Più avanti, infatti, Egli ammette che la non adesione all’euro avrebbe comportato tassi di interesse più elevati “ma perciò costretto finalmente a tagliare la spesa”.
E arriviamo all?ossessione della spesa. Tagliarla probabilmente avrebbe contribuito a risanare i conti pubblici e quelli con l’estero, ma se i problemi strutturali sono quelli della produttività del settore pubblico e di quello privato, della competitività delle nostre merci sui mercati internazionali, del deficit infrastrutturale, della ricerca, dello sviluppo, della migliore formazione nel settore pubblico e privato, pensare di risolvere tanti e tali problemi con il taglio della spesa pubblica è troppo semplice. È quanto meno un problema di qualificazione della spesa e di un suo aumento se penso all’entità del deficit di infrastrutture.

Se i profitti sono comunque aumentati e i salari sono diminuiti, a chi va la colpa? Ovviamente “ai sindacati, pervertiti a occuparsi di problemi sempre non loro e vaghi, toccherebbe il compito di cooperare al miglioramento degli atti e dei moventi del lavoro. Tra l’altro, una quota notevolmente maggiore del reddito disponibile netto andrebbe così a chi lavora. Le tasse, nella nostra Italia fantasticata, sarebbero in quantità e numero ridotte a ben poche: quante servono a uno Stato che dovrebbe finire per occuparsi solo della magistratura, della politica e della sicurezza”. Sic!
Detta così si trascura che i sindacati forse hanno cooperato fin troppo. Se si considerano due sottoperiodi 92-2000 e 2001-05 si capisce che, nel primo periodo, i sindacati responsabilmente si sono dati carico del problema del risanamento dei conti pubblici e hanno rispettato l’accordo del luglio 1992, poi aggiornato e rinnovato da Ciampi nel luglio 1993. Il disavanzo è sceso da 135.000 miliardi del 1996 a 40.000 del 1999. La spesa per gli interessi è scesa di 73.000 miliardi in tre anni: 2/3 del risanamento dei conti. Nel secondo periodo c’è la stagnazione della crescita e della produttività proprio perché nessuno dei problemi strutturali e reali del Paese è stato risolto. L’economia non consentiva alcuna ridistribuzione nel settore privato e non c’è stata. Alvi non si rende conto che non si aumenta il reddito disponibile semplicemente riducendo le tasse. O meglio lo si può fare certo ma prima bisognerebbe dimostrare che i servizi privati che dovrebbero sostituire quelli pubblici costano di meno. Tutta la sua analisi sembra sostenere il contrario. E se il settore dei servizi non è certo un benchmark di competitività, l’operazione avrebbe un saldo negativo per la stragrande maggioranza dei contribuenti. Ma forse ad Alvi interessano solo quelli che, potendolo fare, pagano due volte: per i servizi pubblici di cui non si avvalgono per snobberia o per non fare la coda e per quelli privati a cui ricorrono.

Ma sentite, sentite! C’è un’altra causa dei bassi salari. “E’  tutta l’immigrazione che è servita a tenere bassi i salari, e quindi a frenare l’aumento di produttività dei servizi, nelle costruzioni e nei più vari settori dell’industria. Chi lo nega fa retorica”. Quella di Alvi è visione arcadica, al limite della paranoia, e non bastano le evocazioni finali del modello comunitario di Adriano Olivetti per allontanare questa sensazione. In fatto ignora che gli immigrati svolgono lavori a bassa produttività che, per lo più, gli italiani non accettano, e trascura l’enorme problema dell’invecchiamento della popolazione. Il punto di merito è che tutte le ricerche empiriche sostengono il contrario. Ne cito tre appena uscite. In realtà la crescita è legata alla capacità di attrarre cervelli ed, in Italia, lo straniero piace perchè lavora di più. Sul primo punto il Sole 24 Ore del 28.04.2006 cita lo studio realizzato da Jacob von Weizsacker per il think thank Bruegel , presieduto da Mario Monti, secondo cui l’Europa “non solo dovrebbe spalancare la porta all’immigrazione ma dovrebbe partecipare alla gara per attirare i migliori cervelli del mondo”, come fanno da almeno 40 anni gli Stati Uniti. Bisogna aumentare le tasse universitarie per aumentare le borse di studio e la qualità dei servizi offerti dall’Università. “intorno all’Europa, ad Est come al Sud, c’è un bacino di 50 milioni di studenti di livello universitario cui attingere. Gli aiuti all’estero, in parte prevalente, dovrebbero trasformarsi in borse di studio per i ragazzi provenienti dai paesi che vogliamo aiutare. La II indagine citata da il Sole 24 Ore è quella della Fondazione ISMU secondo cui il 74% degli immigrati continua a svolgere una occupazione regolare e la forza lavoro straniera è apprezzata dai datori di lavori che, nel 41% dei casi, hanno risposto di avere preferito un lavoratore straniero a un italiano per la voglia di lavorare.

La terza ricerca è quella del NBER, coordinata da Borjas, che analizza l’esperienza dell’immigrazione negli USA specie di quella messicana. Gli effetti del forte afflusso di manodopera sulle dinamiche salariali vengono valutate positivamente perché hanno consentito al sistema di preservare le attività di base, a bassa tecnologia ma comunque essenziali per la crescita del Paese. Hanno certo incrementato i differenziali salariali ma non si può pretendere che tutti guadagnino lo stesso salario se formazione e produttività sono diverse. Lo studio fa discendere gli effetti positivi soprattutto dalla mobilità. Negli USA si riscontra una forte mobilità dei fattori produttivi non solo del capitale ma anche del lavoro e quest’ultima, in particolare, consente lo spostamento dei lavoratori negli Stati dove i salari sono più alti. Vedi presentazione del lavoro da parte di Barba Navaretti il Sole 24 Ore del 7.05.2006.

Ma per Alvi dobbiamo comunque chiudere le porte all’immigrazione e dobbiamo cambiare il modello di sviluppo. “è finita l’Italia dei sindacati, dei tarantolati ragazzini in perenne protesta, dei pensionati, degli eredi, dei furbi” e visto che le svalutazioni competitive degli anni ’90 hanno allargato troppo l’apertura dell’economia, occorre un sistema di dazi. Occorre aumentare i salari, diminuire le rendite e la spesa statale (almeno di 7 punti di PIL) , premiando il lavoro e sottraendo allo Stato i servizi pubblici”. Bisogna fare sul serio perché ora l’Europa ci incastra di meno. La sua moneta e la sua forma politica non sono fatte per durare! E così anche l’Unione europea è sistemata. Naturalmente non ci spiega come un sistema di dazi non porti all’aumento delle rendite che vorrebbe ridurre, ma questo il lettore lo capisce da sè.

Dall?oligarchia alla diarchia? No grazie.

Ferrara è veramente un uomo luciferino (portatore di luce in senso letterale).
E? riuscito a ?incastrare? Fassino ? e con lui il centrosinistra – , farlo parlare e a confessare l?inconfessabile. Fassino ha detto che non vuole una Repubblica presidenziale.
Il nuovo Presidente deve garantire una fase di transizione.
Deve sciogliere il Parlamento se c?è una crisi politica.
Dovrà evitare ?ogni possibile corto circuito tra giustizia e politica?.
Dovrà vigilare perché dopo il referendum si porti a termine la riforma costituzionale.
Ha osservato Sergio Romano su il Corriere della Sera del 7 maggio che tali poteri configurano, malgré Fassino, una Repubblica presidenziale. Forse Romano esagera ma non ha torto. Mi sembra che i DS in pratica vogliano riprendere il vecchio progetto semipresidenzialista alla francese che si stava concordando nella bicamerale presieduta da D?Alema. Un caso? Forse no.

Alcune osservazioni sui compiti assegnati al Presidente della Repubblica che potrebbero essere esposti anche in un esplicito programma presidenziale.
1. Che cosa significa sciogliere il Parlamento in caso di crisi? Che Prodi non riesce a varare il governo? Che si formi un governo tecnico e che si vada subito all?elezioni? Che Prodi non deve provare ad allargare in qualche modo la propria maggioranza? Un meccanismo del genere non è previsto dall?attuale Costituzione tuttora vigente e, quindi, sarebbe incostituzionale. Nella Costituzione da sottoporre a referendum è prevista invece la blindatura del governo e della sua maggioranza. Anticipiamo in fatto la riforma costituzionale della CdL?
2. Evitare corto circuiti tra giustizia e politica. Anche qui non si capisce che cosa possa significare esattamente. La magistratura è un potere autonomo dello Stato. Attualmente il PdR presiede simbolicamente il Consiglio Superiore della Magistratura ma non ha alcun potere di indirizzo e/o coordinamento della politica giudiziaria né tanto meno delle Procure della Repubblica, come non lo ha il ministro della giustizia. La CdL lo vorrebbe dare al governo ma il suo programma non è passato. Dare in fatto un simile compito al PdR si tradurrebbe in una mera affermazione di principio oppure in un vulnus alla Costituzione.
3. Promuovere le larghe intese in materia di politica estera. Anche questo compito o si traduce in un invito al PdR a esortare le forze politiche a cercare larghe intese o sarebbe tipico della forma semi o totalmente presidenziale ma, di nuovo, senza legittimità costituzionale. Non ci si rende conto che le larghe intese sono questioni squisitamente politiche. Servono non solo per la politica estera ma anche in tante altre materie come (la riforma costituzionale, la legislazione sugli ordinamenti giudiziari, sulla lotta al crimine organizzato, sulle leggi finanziarie, sui diritti civili e di cittadinanza, ecc. Su queste materie ed altre che non elenco per brevità, delle due l?una o si danno veri e propri poteri di veto all?opposizione oppure rischiano di cadere nel vuoto. Larghe intese si impongono se sono richieste maggioranze qualificate. E queste o si scrivono direttamente nella Costituzione o in un apposito statuto dell?opposizione se vuole essere una cosa seria e che potrebbe essere una proposta per cercare un?accordo bipartisan.
4. E veniamo al referendum e alla riforma costituzionale. Qui siamo al paradosso. Si dice: azzeriamo tutto e ripartiamo da capo semplicemente evocando un metodo diverso. Ma non basta solo un metodo. Ci vuole una convergenza sugli obiettivi ed un primo obiettivo potrebbe essere quello di non perdere tempo inutilmente e tenere il Paese in una lunga ed esasperata transizione. Inoltre, siamo sicuri che la CdL vorrà rinunciare al premier autocrate?
Siamo sicuri che il Centro-sinistra è concorde sul semi-presidenzialismo alla francese o all?italiana che sia?
Siamo sicuri che abrogare la riforma costituzionale fatta dalla CdL sia la strada giusta?
Non meriterebbe qualche attenzione l?ipotesi di lasciare passare il referendum confermativo e mettersi d?accordo per modificare solo quegli istituti che il centro-sinistra non può accettare? Ce ne sarebbe tutto il tempo visto che alcuni di essi potrebbero entrare in vigore solo nel 2011.

Come si vede, la scelta del PdR e la riforma costituzionale sono in qualche modo collegate. Una scelta di tipo semi o totalmente presidenzialista contrasta fortemente con la scelta del governo del premier autocrate fatta e legiferata dalla CdL. Di nuovo, l?accordo sul metodo non basta, bisogna convergere, se è possibile, sul modello di fondo. Quali sono i problemi di fondo? Ne riassumo solo 2-3 per esemplificare la complessità della materia.
Preservare la forma di repubblica parlamentare con i suoi limiti ma anche i suoi pregi oppure andare avanti verso il presidenzialismo o il governo del premier?
Mantenere l?attuale separazione dei poteri o andare verso una più netta quale quella nord-americana recidendo il rapporto fiduciario tra legislativo ed esecutivo se non con entrambe le camere almeno con il Senato specie se questo deve diventare genuinamente federale?
Andare avanti sulla strada dell?attuazione del federalismo o rinunciarci visto che non c?è una consenso di fondo tra i due schieramenti?
Nei cinque anni passati non è stato possibile fare un accordo su tali questioni di fondo, secondo me, per colpa della CdL. Sarà possibile farlo in cinque giorni? Non mi pare. Le larghe intese non si costruiscono nel giro di qualche giorno o di qualche settimana. Nascono se in politica prevale l?approccio cooperativo da parte di tutti, se c?è un costume ed una cultura del bene comune. E purtroppo il maggioritario ha fatto prevalere l?approccio competitivo, la mentalità di quanti pensano che chi vince può prendere tutto.

E se così non è stato un errore politico grave di Ciampi e di chi gli ha suggerito tale scelta quello di non affidare subito a Prodi l?incarico di formare il nuovo governo?
Se l?elezione del PdR non arriva subito, come sembra probabile, dobbiamo restare per settimane senza governo sino a che non si raggiunga un accordo sulla persona da eleggere o, addirittura, sulla riforma costituzionale da fare visto che le due questioni sono collegate?
Oppure, supposto che per qualche mirabolante combinazione si riuscisse a imporre una candidato di centro-sinistra, non sarebbe un brutto esordio per questa legislatura e per il settennato presidenziale? Non si porrebbe un problema di poteri e di dimissioni se, per esempio, eletto il PdR, poi si riuscisse a fare una riforma costituzionale che ne cambiasse notevolmente i poteri?

Vengo al primo ed ultimo punto: quello del PdR come garante ad un tempo della Costituzione e della transizione. Si tratta di una questione molto complessa. Di nuovo non basta il metodo ci vuole la convergenza sugli obiettivi e su di essi sarebbe bene che convergesse lo stesso candidato alla PdR. Ma quest?ultima convergenza non è ora possibile perché non c?è la convergenza tra i due schieramenti. Anche perché non si capisce di quale costituzione il PdR deve essere garante: di quella vigente o di quella che verrà? Se il PdR deve essere un garante della Costituzione e delle regole, è difficile pensare che un ruolo del genere possa essere svolto serenamente dall?on. D?Alema che ha una spiccata caratterizzazione politica. Non perché sia un ex-comunista o non sappia rispettare le regole ma perché, a quanto pare, ha una precisa idea della riforma costituzionale (quella della Bicamerale rivelata dall?on. Fassino). E tale idea, come detto, contrasta con quella della CdL. E le regole? Quali regole? Quelle per guidare la transizione, quelle di arbitro. Le regole che io conosco sono quelle di cui ho parlato in un precedente blog, quelle di Dvorkin, Rawls, Buchanan e altri. Nelle riforme costituzionali i costituenti dovrebbero agire avvolti nel velo dell?ignoranza, ossia, senza sapere chi saranno i possibili avvantaggiati e i possibili svantaggiati. Le regole di voto, come ha detto bene l?ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, in occasione delle recenti celebrazioni della nostra Corte costituzionale, dovrebbero essere mutatis mutandis quelle che utilizzano i collegi dei giudici costituzionali: l?unanimità, una larga maggioranza e solo, in casi estremi, la maggioranza assoluta. Anzi afferma Onida che ogni volta che si decide a maggioranza assoluta, è inevitabile pensare ad uno strappo, ad un momento di rottura. E se questo vale per l?interpretazione e/o attuazione di un principio costituzionale, figuriamoci per una sua riscrittura. Più pianamente, l?arbitro è come il giudice. Deve essere imparziale e non deve in nessun modo apparire come tifoso di parte. Come ci fanno capire anche recenti episodi della cronaca sportiva, è scorretto che solo alcune squadre si scelgano l?arbitro e/o che questi parteggi per una o alcune di esse. Tornando alle regole di voto e/o di elezione del PdR, è chiaro che se il Centro-sinistra farà valere la maggioranza assoluta, magari eleggerà l?on. D?Alema alla PdR ma non un arbitro al di sopra di ogni sospetto di parzialità. Per questo è necessario pensare ad una personalità fuori dalla mischia che si impegni a fare solo l?arbitro e come tale sia gradito ad entrambi gli schieramenti.

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