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Archivio Giugno 2006

L?Italia sarà mai un Paese normale?

29 Giugno 2006 2 commenti

Vincere le elezioni è una cosa, governare il Paese è ben altro paio di maniche. Appellarsi al proprio programma politico-elettorale è una cosa. Farlo condividere dalla coalizione, tradurlo in leggi e farle passare in Parlamento è un?altra. In Italia il pluralismo dei valori e delle politiche è al limite dell?anarchia. Si è detto che il sistema elettorale proporzionale alimentava la frammentazione e, perciò, si è passati al sistema maggioritario più o meno corretto o temperato. Quattro elezioni generali hanno registrato coalizioni eterogenee e raccogliticce, alias, dei cartelli elettorali. Non potevano e non hanno promosso una comune visione della politica interna ed internazionale in un mondo globalizzato che pure la richiederebbe. Gli italiani per storia e cultura sono individualisti, frazionisti, attenti al loro interesse particolare, disattenti alle grandi questioni della politica internazionale e all?etica pubblica in generale.

Basta citare quello che è avvenuto negli ultimi anni nella politica, negli affari, nella finanza, nelle banche private, nella stessa Banca d?Italia, nello sport, nel sottobosco di tutti questi settori, del governo e del sottogoverno, per capire quale sconfinato deserto morale questo Paese sta attraversando. Se si vuole rimediare a tutto questo, è chiaro che non basta apportare qualche piccola modifica in senso maggioritario e/o proporzionale al sistema elettorale. Bisogna agire nel profondo della società civile, delle famiglie, nelle scuole, nelle università per promuovere una cultura del merito e della legalità. Bisogna lavorare ad una rigenerazione morale e culturale del Paese che possa portare ad un nucleo sufficiente di valori condivisi.

Ma torniamo alla politica estera. Il governo Prodi deve affrontare in Senato il voto sul rifinanziamento delle missioni di pace in diverse aree del globo. Partiti estremisti sedicenti pacifisti, dopo il ritiro dall?Iraq, chiedono il ritiro dall?Afghanistan e minacciano di votare contro o di astenersi in Senato dove il governo si regge su una maggioranza di pochi voti. Responsabilmente l?UDC ha deciso che voterà con la maggioranza e potrebbe compensare, all?occorrenza, i voti contrari degli estremisti di sinistra. Da diversi settori politici, alcuni gridano allo scandalo. A sinistra è avvertito il rischio che la maggioranza di Prodi si possa gradualmente sfilacciare sino a dissolversi. Ma se questo governo ha grandi aspirazioni e potenzialità in politica estera, non ha alternative: deve tener fermo il timone sulla UE, la NATO e l?ONU non solo come sono adesso ma come potrebbero diventare grazie anche all?iniziativa e al contributo dell?Italia.

Deve essere coerente con quanto dice in materia di art. 138 della Costituzione e di statuto dell?opposizione. Dice: mai più riforme costituzionali a colpi di maggioranza. e per impedirle alcuni autorevoli esponenti della maggioranza si dicono disposti a modificare l?art. 138 togliendo la possibilità di voto a maggioranza assoluta, irrigidendo ulteriormente le procedure di revisione costituzionale. Si obbligherebbero così le maggioranze a tenere conto delle posizioni dell?opposizione. In altre parole, si darebbe all?opposizione un potere di veto. Se la stessa logica deve valere per tutte le politiche sensibili (politica estera appunto, politica dell?integrazione europea, lotta alla criminalità, alla corruzione, leggi che incidono sui diritti e le libertà fondamentali
dei cittadini, le linee fondamentali della politica economica e delle leggi finanziarie, ecc.), è chiaro che chi propone la modifica dell?art. 138 e lo statuto dell?opposizione nel senso sopradetto, ossia, nel senso di prevedere veri e propri poteri di veto all?opposizione, sta proponendo in realtà il temperamento della logica brutale del maggioritario, secondo cui chi vince governa e chi perde si oppone.

Come se i valori e le politiche dovessero essere necessariamente, sempre e comunque, contrapposti. Nessun Paese avanzato, nessun sistema complesso può essere governato bene se viene adottata la logica brutale del maggioritario, del vincitore che prende e cambia tutto. Tutti devono capire che una cosa è il momento elettorale dove può prevalere la competizione più dura e le varie posizioni a volte vengono artatamente differenziate, ed un?altra cosa è governare il Paese, l?economia, le relazioni industriali dove deve prevalere la cooperazione anche con l?opposizione. Ci sono dei vincoli cogenti che valgono per chiunque stia al governo se si vogliono perseguire gli interessi generali, se si vogliono risanare i conti pubblici, se si vuole arrestare e rovesciare il declino, se si vogliono rispettare i patti e gli impegni internazionali, se si vuole giocare un ruolo costruttivo nella politica planetaria.

I poteri di veto si possono scrivere anche nella Costituzione o in leggi ordinamentali rafforzate ma se ci si crede veramente, se si condivide l?approccio cooperativo, questo si può praticare da subito. L?attività legislativa e di governo presenta diverse occasioni ogni giorno. Negli Stati Uniti c?è la separazione netta dei poteri in particolare tra legislativo ed esecutivo. Il Presidente può mettere il veto sulle leggi di iniziativa del Congresso e questi può non approvare quelle di iniziativa del Presidente. Le due Camere del Congresso possono avere maggioranze diverse tra di loro e con quella che elegge il Presidente. Da 220 anni circa a questa parte sulle grandi questioni di politica interna ed internazionali, con le dovute eccezioni, le decisioni sono promosse ed assunte con metodo bipartisan, alias, con il concorso dei moderati e progressisti dei due principali partiti.
Gli Stati Uniti sono un grande paese. E l?Italia?

Ma a parte la grandezza, l?Italia non è neanche un Paese normale. Qualcuno infatti dovrebbe spiegare perché sarebbe normale nella logica di un maggioritario ibrido che una maggioranza sia pure risicata possa essere ?ricattata? dal suo interno da un piccolo gruppo di estremisti, mentre sarebbe anomalo o addirittura scandaloso che i partiti moderati di centro ? seppure schierati in coalizioni diverse ? a fronte di comuni valutazioni e obiettivi votino insieme. E? questo il Paese normale, la democrazia governante che alcuni a parole vorrebbero?

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Allarme criminalità organizzata! Come attuare il programma?

La settimana scorsa dopo che di un agricoltore, collaboratore di giustizia e del movimento ?Sos Impresa?, Fedele Scarcella, sono state trovate le ceneri in una stradina di campagna in Calabria, il Presidente degli industriali calabresi dott. Callipo ha minacciato non solo di dimettersi ma di smobilitare i suoi investimenti e lasciare la sua regione.
Non è la prima volta che il dott. Callipo solleva il gravissimo problema dell?ordine pubblico in Calabria, ma questa volta è sembrato molto determinato.
L?altro giorno il ministro dell?ambiente Pecoraro Scanio ha dichiarato che le ecomafie si stanno espandendo al Nord e bisogna fermarle. Voleva dire che possono continuare a delinquere impunite nel Centrosud? Ovviamente no ma guardando allo stato dell?ambiente in Campania, in Sicilia ed in Calabria il sospetto trova forse qualche appiglio, ossia, che per il Centrosud la devastazione del territorio anche da parte delle ecomafie viene percepito come un dato non modificabile.
Dopo otto mesi dall?assassinio dell?on. Fortugno, dopo la dimostrazione organizzata dai giovani e dai sindacati a Locri, le indagini non sono approdate ancora a risultati concreti ed il silenzio sulla vicenda viene rotto da giornali non nazionali.
Ha ragione quindi il dott. Callipo a dire che alle parole, alle promesse, non seguono i fatti. Eppure abbiamo il più altro numero di addetti alle forze dell?ordine (118.000 carabinieri; 109.741 agenti della PS; 67.982 uomini della Guardia di finanza), certo non tutti impegnati in compiti stretti di polizia. In questi giorni pre-referendum costituzionale si discetta a sproposito di polizia amministrativa regionale ma non dei veri problemi di ordine pubblico e legalità. Resta valido ciò ebbe a dire il Presidente Cossiga, alla festa della Polizia, nell?ultimo anno del suo mandato, quando inopinatamente si domandò come mai, nonostante un così alto numero di addetti all?ordine pubblico, 1/3 del paese restasse sotto il controllo della criminalità organizzata.

Come si spiega? Non è una questione di quantità ma di qualità delle forze dell?ordine. E? anche una questione di volontà politica a monte e di efficienza ed efficacia delle istituzioni a monte. E? famosa la frase tante volte rinfacciata al Sen. Andreotti ? processato e solo in parte assolto per concorso esterno in associazione mafiosa – ?con la mafia si convive?. La verità è che se la mafia sopravvive nei secoli, evidentemente la lotta che i governi le hanno fatta non è comunque efficace.
Prima dell?assassinio dell?on. La Torre (30.04.1982) e del super prefetto di Palermo Gen. Dalla Chiesa ( trucidato insieme alla moglie il 3.09.1982), le forze dell?ordine si muovevano in maniera scoordinata. Poi arrivavano le norme di coordinamento, quelle più incisive sugli accertamenti patrimoniali e gli alti commissari ma la strategia terroristica dei corleonesi non deflette e si sviluppa sino agli assassini di Falcone e Borsellino – a maggio e luglio del 1992.
Si arriva in maniera mai chiarita all?arresto di Riina il 15.01.1993 ai colpi di coda della strategia stragista del 1992-93 e quindi al suo cambiamento. Poi la pax mafiosa in Sicilia? Chissà?

Tredici anni dopo si arriva all?arresto di Provenzano. Anche questo episodio ha molti aspetti poco chiari. Provenzano viene arrestato dopo 43 anni di ricerca a pochi kilometri dalla sua Corleone, lo stesso giorno (11.04.2006) in cui si conosceranno i risultati delle elezioni politiche – nell?aspettativa di una larga vittoria del Centrosinistra. Una coincidenza programmata? Un puro caso? Un regalo della Polizia alla nuova maggioranza? Ognuno legga l?episodio come vuole. Ma è strano che qualche settimana prima l?avvocato dello stesso capo mafioso aveva dichiarato ai giornali la morte presunta del suo cliente e che, dopo l?arresto, un alto ufficiale della Polizia di Stato dichiari che era più di un anno che stavano sorvegliando Provenzano con le telecamere, ovviamente, per capire i collegamenti. Sarebbe comunque molto strano che dopo 42 anni di ricerche la PS abbia avuto tutta la pazienza di aspettare ancora un altro anno prima di procedere. Voleva aspettare anche lo svolgimento delle elezioni regionali siciliane? Perché ha rotto gli indugi? Che dire del presunto complotto che il Presidente Cuffaro ha denunciato circa il ritrovamento di suoi volantini elettorali nel covo di Provenzano? Misteri siciliani che probabilmente non saranno mai chiariti.

Ma se a Napoli si assiste inermi alla recrudescenza delle lotte tra i clan camorristici e, in Calabria, la Ndrangheta continua a colpire impunita, qualcosa che non funziona nella lotta alla criminalità organizzata ci deve essere. Il ministro degli interni del precedente governo, Pisanu ha vantato grossi successi di cui stentiamo a renderci conto. Siamo del parere che ci voglia quanto meno una messa a punto della strategia tenendo presente che la lotta alla criminalità organizzata è materia bipartisan. E tale lotta non sarà mai efficace se non è condivisa da tutte le forze politiche vuoi che stiano al governo o all?opposizione, se non avrà l?appoggio convinto dell?opinione pubblica. Il nuovo Ministro degli affari interni Amato fin qui non ha fatto dichiarazioni programmatiche ma non servono dato che nel programma dell?Unione c?è tutto o quasi quello che c?era da dire. Il problema più urgente è ora la sua attuazione. C?è il campionato mondiale di calcio ed per ora Amato ha detto che le forze dell?ordine non dovranno occuparsi più della sorveglianza all?interno degli stadi. Misura che parrebbe appropriata visto che gli agenti più che sorvegliare i teppisti si distraevano a guardare la partita. Sono sicuro che non pensa di utilizzare gli stessi agenti a fare la lotta alla mafia nel Sud. Ci vuole ben altro. Non è con qualche migliaio di agenti in più e magari di origine meridionale che si può condurre la lotta alla criminalità organizzata. Servono forze altamente specializzate e motivate. Serve una strategia di governo idonea a portare ordine, sicurezza e cultura della legalità nei territori meridionali, in grado di dare serenità agli imprenditori locali e agli altri, nazionali e/o esteri che, in queste condizioni, si guardano bene dall?andare a investire al Sud. Il grido di disperazione del dott. Callipo non può essere lasciato senza risposta.

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Scalone e/o scalini per le pensioni.

?La spesa per pensioni è pari al 15,4 per cento del prodotto interno lordo – lo dice il neo governatore della Banca d?Italia nelle sue Considerazioni finali lette il 31 maggio scorso. Quasi un quarto è assorbito da pensioni di vecchiaia e anzianità versate a persone con meno di 65 anni. L?uscita dalle forze di lavoro è massima in corrispondenza dei requisiti minimi di pensione. Negli ultimi anni, dopo che le riforme introdotte li hanno innalzati, l?età media di uscita è stata in Italia intorno ai 60 anni; è di 61 in Germania, di 62 nel Regno Unito, di oltre 65 negli Stati Uniti. Le donne e gli uomini di 60 anni hanno ora davanti a sé un periodo di vita rispettivamente di 25 e 21 anni. In prospettiva, insieme con lo sviluppo della previdenza complementare, solo un innalzamento significativo dell?età media di pensionamento può conciliare l?erogazione di pensioni di importo adeguato con la sostenibilità finanziaria del sistema contributivo. L?allungamento della vita lavorativa aiuterà anche ad aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro?.

Draghi ha ripreso una vecchia proposta che è logica e naturale in un contesto demografico di invecchiamento della popolazione: un innalzamento dell?età media di pensionamento. No. Non va bene ai sindacati che conoscono i loro iscritti che sono per la metà circa pensionati e che pagano regolarmente le loro quote. Chiaramente e senza ipocrisia hanno detto che non sono d?accordo.

Ma suddetta scelta andrebbe bene per il Paese che non può permettersi il lusso di mandare in pensione, in via normale, persone a 57 anni anche se con 35 anni di contributi ma con un?aspettativa di vita di 85 e 81 rispettivamente per le donne e per gli uomini.
I sindacati lamentano poi lo ?scalone?, ossia, l?innalzamento, in un solo colpo, di tre anni dell?età media pensionabile previsto dalla riforma Berlusconi-Maroni. Monta quindi il mugugno sindacale e degli interessati sullo ?scalone? e il governo Prodi dovrà affrontare anche questo piattino avvelenato che gli ha lasciato il suo predecessore.

Per chiarezza, ed in via preliminare, sottolineo come il governatore della Banca d?Italia abbia parlato di età media e, quindi, il riferimento va ad un meccanismo ordinario che prevede possibilità diverse e, in pratica, lascia fuori la spinosa questione dei c.d. lavori usuranti che, comunque, dovrebbero essere veramente tali e non solo spacciati come tali.
Se lo ?scalone? non piace, l?alternativa seria e responsabile qual è? Una scala con scalini più bassi e comodi. Su una scala più o meno agevole occorre comunque salire per alzare l?età media pensionabile e se non si vogliono tagliare i benefici.

Mentre redigo questa nota, leggo che anche il ministro Damiano ?allo scalone preferisce gli scalini?. Bene. Se così, e se il governo condivide questa linea, bisogna essere coerenti. Bisogna emendare subito la legge Berlusconi-Maroni prevedendo che a partire dal 2007 l?età media pensionabile si alzi di un anno all?anno per tutta la legislatura ed oltre. Su una proposta del genere non dovrebbe essere difficile raggiungere un accordo bipartisan se tutti hanno veramente a cuore la sostenibilità del sistema pensionistico, se non vogliamo lasciare alle generazioni future un carico di imposte e contributi veramente insostenibile.

Si tratta di una proposta ragionevole se non si vogliono percorrere altre alternative ancor meno ?popolari? in un Paese in cui scarseggia il senso di giustizia e si apprezzano molto le rendite e i privilegi.

Un?alternativa potrebbe essere quella di rompere l?automatismo tra ritiro dall?attività produttiva e godimento immediato della pensione, innalzando solo il termine di quest?ultimo. Con tale previsione, è chiaro che molti sarebbero costretti a cercarsi un altro lavoro oppure ad utilizzare eventuali risparmi accumulati. Migliore rimarrebbe quindi la via ? legiferata prima dal governo Dini e poi ripresa e rafforzata da quello Berlusconi ? dell?incentivo a coloro i quali, pur potendo ritirarsi, continuano a lavorare.

Un?altra alternativa è quella distinguere i pensionati non attivi tra quelli ?giovani? e quelli ?anziani? e ridurre i trattamenti per i primi. Anche qui con le opportune distinzioni ma tenendo conto di quello che afferma sopra Draghi, ossia, che quasi un quarto della spesa previdenziale è assorbito da pensioni di vecchiaia e anzianità versate a persone con meno di 65 anni. Questa ultima soluzione sarebbe non solo più equa ma anche più efficiente.

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