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Archivio Novembre 2006

Alla fine la sinistra comprende i ricchi: privacy più protetta per i VIP.

24 Novembre 2006 1 commento

Nei giorni scorsi, in sede di Commissione parlamentare di vigilanza sull?Anagrafe tributaria il vice-ministro Visco con delega alle finanze ha risposto ad alcune domande di parlamentari che giustamente hanno sottolineato i rischi connessi alla costruzione ed esistenza di banche dati con informazioni sensibili. Non avendo trovato sul sito del parlamento il resoconto mi riferisco ai virgolettati di più giornali circa le risposte alle domande relative alle famigerate proposte di rendere tracciabili tutti i pagamenti ai professionisti e lavoratori autonomi, alle norme che prevedono di memorizzare tutti i rapporti finanziari tra individui, famiglie e intermediari finanziari di ogni specie.
Visco intanto ha dovuto ammettere che negli Stati Uniti non c?è niente del genere quanto meno come banca dati collegata al Ministero del tesoro. Negli USA, gli ispettori delle tasse, alla bisogna, accedono alle banche dati private esistenti.

Una seconda considerazione che Visco ha fatto è che ?oggi i controlli fiscali sono poco efficaci e pertanto l?evasione è a livelli record?.
Semplificando, le domande che bisogna porsi sono due: perché gli accertamenti sono poco efficaci? Sono le suddette banche dati strettamente necessarie per migliorarne la qualità? Ho spiegato già, in precedenti blog, che i controlli dell?Agenzia delle entrate sono di tipo parziale, recuperano qualche piccola evasione, applicano le relative sanzioni ma non mirano ad accertare la vera capacità contributiva dei contribuenti come singoli. Non possono riferirsi alla famiglia perché osta la sentenza n. 179/1976 della Corte Costituzionale. Tanto meno i controlli mirano ad accertare le loro variazioni patrimoniali. Se poi considero che secondo la legge e la metodologia degli studi di settore il fisco deve concordare con imprese e lavoratori autonomi solo ricavi stimati e non accertare quelli effettivi, non vedo a che cosa possano servire suddette delicatissime banche dati. Meglio, in teoria possono essere utili per accertare imprenditori, lavoratori autonomi, organizzati su base individuale, ma in pratica non sono strettamente necessarie. Se ne può fare a meno e l?esperienza USA citata dallo stesso Visco lo dimostra.

Merita un commento l?altra considerazione che Visco ha fatto, come dire, per cercare di tranquillizzare gli stessi soggetti che da mesi cerca di spaventare: ?non vogliamo perseguitare nessuno, non ci interessano i piccoli artigiani e commercianti, ma non vorremmo che le preoccupazioni circa i possibili abusi delle banche alla fine coprano o assicurino l?immunità ad altri?. Se è vero quello che ho detto prima circa il tipo di controlli, il modello attuale di accertamento attraverso gli studi di settore, insistere nel ritenere che tali banche dati siano necessarie per migliorare i controlli è sbagliato. E il vice-ministro Visco aggrava la sua posizione quando afferma che rispetto alle possibili anzi probabili violazioni delle suddette banche dati da parte di ?guardoni? e/o di delinquenti con il colletto bianco prevede controlli interni rafforzati e tutele speciali per politici, grandi imprenditori, personaggi dello sport e dello spettacolo, insomma, i c.d. VIP.

Che cosa deve pensare un cittadino normale, un borghese piccolo ed insignificante? Che le tutele non sono e non possono essere uguali per tutti. Che non c?è giustizia!
A ben vedere, in alcuni casi speciali, può essere fondato un trattamento differenziato che preveda per ruoli e responsabilità diversi tutele e garanzie diverse: è il caso in evidenza in questi ultimi tempi degli operatori dei servizi segreti ma nel caso che ci occupa il trattamento differenziato non trova alcun fondamento. Le regole della privacy o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Semmai devono essere asimmetriche all?incontrario, nel senso che politici, funzionari e manager pubblici devono essere sottoposti ad un regime di maggiore trasparenza che non il comune cittadino. Anni fa si era parlato di un?anagrafe patrimoniale per i dirigenti pubblici. Perché Visco non si impegna a costruirla?

Lo ripeto, in linea di principio: le regole della privacy o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Siccome quest?ultima ipotesi non è accettabile perché con la tecnologia oggi disponibile il mondo diventerebbe non il villaggio ma il cortile globale, anzi, il famoso panopticon di Jeremy Bentham che nel 1791 progettava in forma radiocentrica il carcere ideale nel un solo guardiano potesse controllare tutti i prigionieri in ogni momento del giorno e della notte, il vice-ministro delle finanze farebbe bene a usare maggiore cautela. Non si possono proporre schemi diversi di protezione della privacy a seconda che parliamo di VIP o di comuni cittadini. In un Paese democratico, questo non è accettabile e i comuni cittadini di destra o di sinistra che siano hanno fondati motivi per arrabbiarsi.

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La guerra all’evasione fiscale e l’esercito che non c’é.

20 Novembre 2006 1 commento

Roba da non crederci! Chi ha detto in Italia c?è un?evasione dilagante? Lo dicono i comunisti, lo dico io, lo dice il governo Prodi che, da cinque mesi, elabora con affanno e senza tregua, provvedimenti kilometrici, che ha inzeppato la legge finanziaria di misure presumibilmente destinate a combattere le tre E, ossia, l?evasione, l?erosione e l?elusione, che la Camera dei deputati è riuscita ad esaminare solo nei primi quindici articoli.

Grazie alla cortesia del direttore ad interim dell?agenzia delle entrate Attilio Befera, sono riuscito a mettere le mani sul Rapporto 2005 della stessa, presentato solennemente in Campidoglio il 6 luglio scorso. Il Rapporto, preparato dal direttore Ferrara, costa di 133 pagine. Sapete quante di esse sono dedicate al contrasto all?evasione? Solo 3 (dicesi: tre). Sapete quanti sono i controlli effettuati ogni anno? Oltre due milioni senza considerare gli accessi brevi mirati al controllo del rispetto degli adempimenti strumentali e le verifiche per evitare doppi conteggi. I dati sono disaggregati per tipo di controllo. Di ogni tipo non si dà una definizione ma il lettore è libero di chiedere spiegazioni agli addetti ai lavori, di rivolgersi ai call center o di presentare un interpello. Per ogni tipo di controllo, però, è dato di leggere la percentuale di incremento rispetto all?anno precedente: 178% per le verifiche; 15% in più del 113% per i controlli sostanziali programmati dall?Agenzia stessa ? no, scusate, dalla Convenzione stipulata con il Ministero dell?economia e delle finanze. Neanche negli anni precedenti, l?AdE è rimasta con le mani in mano. Il totale dei controlli si è aggirato sempre attorno ai due milioni.

Qual?é il problema? A che sono serviti detti controlli? Quanto hanno reso in termini maggior imposta accertata o, più realisticamente, in termini di maggiore imposta riscossa? Qui le cose si complicano. Non mi pare che il Rapporto 2005 dia alcuna cifra al riguardo. Forse l?ho letto in modo affrettato e mi è sfuggito il dato relativo all?ultimo anno disponibile. Però da una tabella pubblicata recentemente da Massimo Romano, designato a ricoprire di nuovo la carica di Direttore, è possibile utilizzare i dati dei quattro anni precedenti. Lasciando fuori gli anni 2003 e 2004 fortemente influenzati dalla raffica di condoni, da essi si può calcolare che l?imposta definitasi aggira sui 528 milioni di euro all?anno. Se l?imposta definita fosse quella effettivamente incassata dall?Erario, sarebbe chiaro che l?AdE riscuote circa un quinto di quello che costa (2.5 milioni di euro all?anno).
Se rapportiamo il dato dell?imposta definita ai soli controlli sostanziali viene fuori una produttività media di 638 euro a controllo.

Sono dati, a mio giudizio, impressionanti che evidenziano da soli il fallimento del progetto delle agenzie. Su di essi il Parlamento dovrebbe riflettere attentamente prima di approvare l?ennesimo grande scatolone di misure antievasione inutili.

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Settimo: non evadere le tasse.

12 Novembre 2006 Nessun commento

Alcune settimane fa, lo aveva ricordato il ministro dell?economia e delle finanze Tommaso Padoa Schioppa: ?evadere le tasse viola il settimo comandamento?. Molti non avevano gradito. L?altro ieri (10.11.06) è giunta la conferma autorevole del Vescovo di Chieti Monsignor Bruno Forte: ?non pagare le tasse è un peccato grave: è rubare?. Ma la gente no lo sa o non ne è convinta perchè sembra ritenere che l’evasione fiscale non sia altrettanto grave del rubare il bene altrui. Non ne sono convinti neanche i cattolici credenti. Monsignor Forte ha detto che, pur avendo una grande esperienza di confessore, non gli è mai capitato che qualcuno abbia confessato di non pagare le tasse.

Ha chiesto che la Chiesa cattolica, come guida morale dei credenti, che sono maggioranza in questo Paese, si pronunci con maggiore decisione sull?argomento. Se ricordo bene, l?ultimo documento della Commissione ecclesiale ?Giustizia e pace? della Conferenza episcopale italiana, ?Educare alla legalità?, che ha trattato anche la questione della evasione fiscale, risale al lontano 1991, credo pertanto che l?appello del Vescovo di Chiedi cada quanto mai opportuno nel momento in cui il Governo Prodi cerca di rilanciare la lotta per la giustizia tributaria e vediamo ogni giorno le grandi difficoltà e resistenze che incontra.

Questo Paese non è solo in una fase di grave declino economico ma anche di avanzata desertificazione morale. Proprio per questo bisogna reagire con decisione ed appoggiare gli sforzi di quanti politici ed uomini di buona volontà vogliono rinnovarlo e avviarlo su una nuova frontiera di crescita e giustizia.

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Ombre sulla liberazione di Torsello.

6 Novembre 2006 Nessun commento

La trattativa per la liberazione del fotoreporter Torsello ha avuto successo. La vita di un ostaggio è stata salvata e c?è fondato motivo per essere tutti soddisfatti. Anche io sono contento per Torsello ma non posso non vedere qualche ombra sinistra che si allunga sulla vicenda. Il Gen. Pollari, capo del contestato servizio segreto militare SISMI, è andato di persona in TV a vantare la capacità dei nostri servizi. Certo essi hanno fatto un ?buon? lavoro. I servizi italiani riescono a cavarsela dove quelli americani, francesi ed inglesi, pur dotati di mezzi superiori, ?falliscono? in casi analoghi. Per non dire di quelli americani che da cinque anni e passa non riescono ad agguantare Bin Laden.

Come si spiega? Si spiega semplicemente con il fatto che gli italiani pagano i riscatti richiesti e, quasi, se ne vantano. Leggo sui giornali i particolari del ritardo nel trasporto del denaro dall?Italia all?Afganistan ad opera degli stessi servizi e come tale disguido abbia rischiato di far fallire la trattativa. Viene da chiedersi: dov?è questa grande efficienza dei servizi se il loro lavoro consiste nell?attendere il contatto e nel negoziare l?entità del riscatto e le modalità della consegna del denaro e dell?ostaggio? A quando il prossimo sequestro e la prossima brillante operazione dei servizi?

Mi sembra che all?estero i servizi facciano un po? quello che le nostre forze di polizia fanno all?interno del Paese. Sfruttano la storica abilità italica a ?convivere? con le grandi organizzazioni criminali o con le bande di piccoli delinquenti comuni. Sanno tutto sulle loro strutture organizzative, sulle loro attività ma non fanno abbastanza per combatterle e sradicarle. A Napoli ? e non solo lì ? il risultato è sotto gli occhi di tutti ed in particolare evidenza.

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