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Archivio Gennaio 2007

Primi commenti all’accordo sul pubblico impiego.

31 Gennaio 2007 1 commento

Nella linea di costruzione del consenso attorno alle riforme, governo e sindacati confederali maggiormente rappresentativi (CGIL, CISL e UIL) hanno firmato il 18 gennaio scorso un accordo quadro sulle linee di intervento per ammodernare la pubblica amministrazione (PA). Premetto che sono e resto favorevole alla concertazione ma se essa finisce con il confondere le responsabilità, i ruoli e rallentare fortemente il processo decisionale, allora è alto il rischio che essa si traduca in una cogestione impropria che riduce l’autonomia della dirigenza e paradossalmente ne aumenta la deresponsabilizzazione che è già molto elevata. Commento alcuni punti che, a mio giudizio, avallano queste preoccupazioni. Riorganizzazione. Lascia perplessi il punto dell’accordo secondo cui “le iniziative di riorganizzazione debbano essere attuate in relazione ai rinnovi contrattuali…”. Se uno pensa ai ritardi con cui essi avvengono vuoi per l’inerzia del governo vuoi per i comportamenti conflittuali di alcuni sindacati, non mi pare che si tratti di una scelta particolarmente brillante. È alto il rischio che la ricerca di assetti organizzativi più efficienti venga inclusa tra la materia del contendere. È naturale la propensione dei sindacati a volere contrattualizzare tutto mentre lo studio e l’analisi dell’organizzazione del lavoro dovrebbe essere continua, frutto della cooperazione ordinaria e sistematica laddove è possibile. Pertanto sorprende la logica dell’intervento straordinario come se ci fosse una macchina PA da ricostruire ab imis e, quindi, fosse necessaria una nuova macchina. In alcuni casi sarà pure così ma nell’insieme non mi sembra se penso alle riforme Bassanini, alle agenzie (comunque malfunzionanti) del ministero dell’economia e delle finanze, ecc.. In alcuni casi, serve una manutenzione ordinaria e continua, in altri una straordinaria. In ogni caso, non sembra saggio il collegamento con la tempistica dei contratti che, non di rado, subiscono ritardi e rinvii. Precariato. Il documento ne prevede nientemeno la scomparsa. Da un estremo all’altro. Dalla totale rigidità all’estrema flessibilità e di nuovo alla rigidità. Nell’economia dei servizi servono anche lavori molto flessibili per cui o si gioca con il significato delle parole oppure si esprimono pii desideri. In molti casi, precarietà e temporaneità si intrecciano. I contratti formazione dovevano servire a formare e meglio selezionare il personale da assumere a tempo indeterminato nel settore privato. Se le imprese lo utilizzano come strumento per ridurre il costo del lavoro, è una questione di abuso del diritto. Nel settore pubblico, peraltro, intervengono inevitabilmente rallentamenti e blocchi delle procedure concorsuali e delle prese di servizio. Non di rado, è inevitabile che si assuma personale e tempo determinato (precario) per coprire i vuoti di organico. Dire che dovrà scomparire del tutto suona utopistico. Misurazione della qualità. È positivo l’intento di coinvolgere gli utenti ma si dovranno superare difficoltà enormi, ostacoli pratici e resistenze culturali. Se uno pensa alla scarsa trasparenza sui dati sui controlli fiscali, sul dispiegamento sul territorio delle forze di polizia e a scendere al livello comunale come sono utilizzati giornalmente vigili urbani e gli operatori ecologici della capitale, ci si rende conto della difficoltà cui si va incontro. Le intenzioni sono buone ma si dice che di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno La questione dei fannulloni. Da 6-7 mesi a questa parte Pietro Ichino porta avanti un dibattito c.d. sui fannulloni che ha attirato l’attenzione di molti proprio per la crudezza dell’approccio che sembra colpevolizzare i singoli appartenenti alle pubbliche amministrazioni. È chiaro invece che se qualcuno riesce a sfangarla senza lavorare certo non è commendevole ma bisogna guardare attentamente non solo alle responsabilità del singolo ma anche a quelle di chi dovrebbe organizzare il suo lavoro, ai politici, ai dirigenti e non ultimi ai sindacalisti. “La ragione di tanti nullafacenti – afferma Michele Salvati sul Corriere della Sera del 29.01.2007 – sta infatti nella catena di comando del settore pubblico. Sta nell’incapacità o nella scarsa volontà dei politici e dei dirigenti pubblici di assicurarsi che gli uffici siano ben organizzati e rispondenti alle esigenze degli utenti e fare in modo che gli impiegati lavorino con la stessa solerzia dei loro colleghi nel settore privato. Sta anche nel ruolo che il sindacato ha finito per assumere nel settore pubblico, immischiandosi in problemi di gestione che in qualsiasi organizzazione ben funzionante dovrebbe essere prerogativa della dirigenza”. L’analisi di Salvati coglie i punti centrali della questione, individua correttamente i soggetti responsabili ma, a mio giudizio, abbisogna di alcune precisazioni per andare al cuore del problema e avere una bussola per capire se il recente accordo abbia centrato o meno i problemi da affrontare e risolvere. Comincio con i politici e/o legislatori formalmente titolari della sovranità popolare. In Italia prevale un clima di illegalità ed anche il legislatore ci mette del suo producendo un’alluvione di leggi che i più forti riescono a violare restando impuniti e che i deboli subiscono a volte innocenti. Da decenni prevale una prassi secondo cui “si governa amministrando e si amministra legiferando”. Ne emerge in generale un eccesso di legislazione che, non di rado, nega il diritto e la legalità. Per inciso noto che questa parola nel documento è menzionata una sola volta e che a distanza di qualche mese tutti si sono dimenticati dell’allarmante rapporto dell’Autorità anti-corruzione che denuncia le infiltrazioni di stampo mafioso all’interno delle pubbliche amministrazioni. Non è solo la legge finanziaria con un articolo unico da 1365 commi il problema. Non è vero che i nostri parlamentari non lavorano. Lavorano molto di più di quelli inglesi. Il Parlamento italiano produce ogni anno un numero di leggi pari a 5-6 quelle prodotte (15-20) dal parlamento inglese. Il parlamento italiano tuttavia in molti casi è costretto ad approvare leggi come quella finanziaria esaminate superficialmente nonostante le estenuanti riunioni fiume e quelle notturne. La conseguenza è che il Parlamento non ha più il tempo di controllare l’attuazione delle leggi che esso stesso sottoscrive. A sua volta il governo che ha espropriato quasi del tutto la funzione del parlamento è sovraccarico di lavoro legislativo ed esso stesso non riesce a controllare l’esecuzione delle leggi da parte delle amministrazioni da esso dipendenti. Svolge male il lavoro del Parlamento e poco o punto quello proprio. Se le leggi sono in realtà atti amministrativi, ne emerge una totale deresponsabilizzazione dei dirigenti pubblici i quali non decidono più niente e cercano continuamente di spostare in alto le responsabilità. Salta la separazione tra politica e amministrazione. Vengono meno le possibilità di valutare attentamente l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa che a un tempo politica. Se ogni singola importante decisione è prevista dalla legge, se questa è fatta anche male, se le cose non funzionano la colpa è di chi ha voluto e approvato la legge non di chi l’ha applicata male o per niente o ancora non ha fatto del suo meglio per applicarla bene. In queste condizioni, assume il valore di pio desiderio anche la concordata intenzione di sottoporre a riesame il problema delle esternalizzazioni per lo più operate senza alcuna dimostrazione dei costi e dei benefici. La colpa dei sindacato non è solo quella di immischiarsi nei problemi di gestione come dice Salvati. Se i sindacati devono occuparsi delle condizioni di lavoro dei dipendenti è inevitabile occuparsi anche di gestione e organizzazione del lavoro. La colpa più diretta del sindacato è quella di non avere mai accettato una riforma della struttura del salario che mettesse nel giusto equilibrio la parte fissa e quella variabile nella quale ultima si può adeguatamente tenere conto del merito e dello sforzo individuale. Naturalmente anche con salari incentivanti il problema non è risolto. La produttività dipende dalle qualifiche, dalla dotazione di risorse materiali e immateriali di cui il lavoratore potrà disporre e dall’organizzazione del lavoro. Anche una persona molto dotata e molto qualificata, inserita in una struttura complessivamente inefficiente e sgangherata, non potrà fare molto. Inevitabilmente renderà di meno. Dell’organizzazione del lavoro nella grande fabbrica fordista si occupava in primo luogo il sindacato interno. Oggi in un’economia terziarizzata lo spazio per l’intervento del sindacato è minimo o nullo sia nel settore privato che in quello pubblico. In via compensativa il sindacato fa sentire la sua voce esercitando “male” il suo potere in materia salariale. Nel settore pubblico ciò avviene in maniera più perversa perché il sindacato ha contribuito a determinare una situazione per cui ai dirigenti, ai capi-ufficio non è dato di influire in alcun modo sulla paga dei dipendenti. La quota incentivata del salario per le qualifiche medio basse è troppo bassa per costituire un vero incentivo allo sforzo individuale.

Le “nuove direttive” ministeriali per la lotta all’evasione fiscale.

12 Gennaio 2007 Nessun commento

L’altro ieri il vice-ministro dell’economia e delle finanze Visco ha mandato al Parlamento copia delle sue direttive all’Agenzie con lui convenzionate per lo svolgimento della lotta all’evasione fiscale. L’AdE dovrà cambiare la composizione dei controlli aumentando il numero di quelli sostanziali rispetto a quelli formali. Insieme alla Guardia di finanza dovrà svolgere più attività di intelligence per rendere più mirate le verifiche. Agli uffici saranno assegnati precisi obiettivi in termini numerici e di gettito da recuperare. Gli uffici delle agenzie si occuperanno anche di stimare i costi amministrativi di adempimento dei contribuenti, ecc.. Di massima, sono obiettivi condivisibili se non fosse che, in grossa parte, suonano retorici, sfondano porte aperte, e si spiegano solo con la ritualità di dover rinnovare anno per anno la convenzione tra le agenzie che formalmente sono degli enti pubblici strumentali con forte autonomia gestionale ed il ministero. Di questa sceneggiata che si rinnova di anno in anno non ci sarebbe stato bisogno se il ministero delle finanze fosse rimasto formalmente tale come era sino al 2000, organizzato in dipartimenti, con compiti istituzionali fissati dalle leggi. Ma la storia non si fa con i se e così, ogni anno, dobbiamo leggere che bisogna affinare i criteri per capire dove sta l’evasione in un Paese in cui anche le pietre sanno che l’evasione è largamente diffusa ed è lo sport nazionale di imprenditori e lavoratori autonomi. Dobbiamo leggere che, dopo avere approvato una legge finanziaria con 1365 commi, una vera alluvione di norme che frastornano i contribuenti e fanno la gioia dei professionisti che devono studiarle e interpretarle per il loro clienti, il vice-ministro si preoccupa ora di capire gli effetti sui costi di adempimento che essa comporta ordinando un’indagine che, a sua volta, appesantisce i compiti amministrativi delle agenzie. Polemiche a parte, torno a qualche considerazione di fondo. La strategia di contrasto all’evasione fiscale negli ultimi sei mesi ha subito all’apparenza una grande messa a punto attraverso le nuove norme approvate rispettivamente nel decreto n. 223/2006 c.d. Bersani-Visco , nel decreto 262/2006 c.d. manovra d’autunno e infine nella l. n. 296 legge finanziaria 2007. Abbiamo visto su un terreno informale l’accordo indecente del 14.12.2006 tra governo e rappresentanti degli artigiani e commercianti e ora le direttive e/o atto di indirizzo alle agenzie. In apparenza ci sono tutti i presupposti per la “nuova” strategia di lotta all’evasione. Nella sostanza non è così e cerco di spiegare perché. Oltre quelle individuate dai modelli teorici sono tante le cause che spiegano l’evasione fiscale: scarso senso civico (familismo amorale), la corruzione diffusa, la legislazione alluvionale, l’inefficienza ed inefficacia dei controlli e del contenzioso, il ricorso continuo ai condoni, ecc.. In questo blog mi occupo essenzialmente solo di due di questi fattori: l’inefficienza ed inefficacia del mix dei controlli (modello di accertamento) e del contenzioso. Pur in assenza di statistiche disaggregate non pare dubitabile che gli oltre due milioni di controlli (formali e sostanziali) all’anno per gli ultimi cinque anni non bastano a contenere l’evasione dilagante. L’adozione della metodologia degli studi di settore come confermata ed attuata in Italia introduce una profonda contraddizione nelle regole di determinazione dei redditi di impresa e di lavoro autonomo e conseguentemente nel modello di accertamento di tal che da un lato, si stimano i ricavi anche a livelli crescenti, dall’altro, si consente la deduzione analitica dei costi anche se non piena per via di misure restrittive discutibili e al limite della legittimità come la recente sentenza della Corte di giustizia europea sulla deducibilità dell’IVA sugli autoveicoli aziendali dimostra. Il risultato sul primo periodo di applicazione degli studi di settore è che a ricavi dichiarati in valori crescenti corrispondono redditi imponibili di impresa e di lavoro autonomo in grandezze decrescenti. Nonostante ciò non si cambia strategia ma si tenta di affinarla. Se l’attività degli uffici è imbrigliata da una serie di vincoli procedimentali, se il loro modello organizzativo non è efficiente e non aduso a programmare tempestivamente i controlli più complessi, se i pochi controlli di questo tipo svolti vengono annullati in sede contenziosa, se il legislatore anche quello della LF 2007 , in sede di accertamento, pone vincoli di difficile interpretazione e applicazione pratica, se un sistema serio di incentivi agli ispettori tributari non tiene conto dei risultati dei controlli di tipo globale (più complessi), ossia di quelli che approssimano la capacità contributiva, ma solo del numero complessivo, non di rado, gonfiato ad arte, è chiaro che tutto il meccanismo risulta disincentivante e deresponsabilizzante. Gli uffici finiscono con lo svolgere i controlli più semplici, quelli di tipo parziale che mentre non incidono sensibilmente sulla propensione ad evadere dei contribuenti c.d. di serie A, non di rado, risultano vessatori nei confronti dei contribuenti che hanno commesso omissioni o violazioni minori. In queste condizioni, a mio giudizio, non basta neanche evocare un cambiamento nella metodologia dei controlli. Da quelli sulle violazioni c.d. formali, parziali di poco conto, relativi a un solo anno di imposta, effettuati nella logica del “pizzicato”, a quelli sostanziali, approfonditi, estesi a imposte dirette e indirette, a più anni di imposta, che mirino all’accertamento della coerenza nel tempo tra tenore di vita, indici di consumi rilevanti e redditi dichiarati e, non ultimo, le variazioni patrimoniali. Occorre incidere sulle cause sopra individuate, occorre riordinare seriamente il modello di accertamento. La mancata sinergia tra il lavoro degli uffici e quello dei giudici tributari di merito porta all’annullamento da parte di questi ultimi di gran parte degli accertamenti fondati sugli studi che per ragioni intrinseche alla metodologia risultano portatori di elementi di incertezza e probabilità. Il continuo e a tratti massiccio ricorso ai condoni e un sistema diffuso di premialità negativa per cui si disincentivano i comportamenti virtuosi da un lato, e la mancanza di un approccio condiviso da tutte le forze politiche (di maggioranza e minoranza) e dall’opinione pubblica non promettono niente di buono circa le prospettive future.

A chi il merito dei miglioramenti registrati nei conti pubblici?

4 Gennaio 2007 3 commenti

I dati sulla riduzione del fabbisogno del settore pubblico portano a stimare un indebitamento per il 2006 attorno al 3,2-3,3% (prima 3,6%) e al 2,5% (prima 2,8%) del PIL rispettivamente per il 2006 e il 2007. In Italia, siamo tutti bravi ad accampare i meriti e a scaricare le colpe sugli altri.
L?Unione sostiene che il merito è suo avendo impostato in tre mosse (decreto legge n. 223 c.d. Bersani-Visco, decreto n. 262 di ottobre e legge finanziaria per il 2007) una seria manovra di risanamento dei conti pubblici e di rilancio dell?economia.
La Casa delle Libertà sostiene che i risultati sono dovuti alla LF 20006, impostata dal Governo Berlusconi che, negli anni scorsi, avrebbe seminato bene.

Né la prima né la seconda affermazione danno una rappresentazione corretta e pienamente condivisibile della situazione. Spunti di ripresa del ciclo economico si erano manifestati nell?autunno 2005 come documentati dall?ISAE e sono stati tutti confermati nel corso del 2006. Il cambio di governo dopo le elezioni politiche non sembra avere influito sulla congiuntura economica. I risultati in termini di minore fabbisogno sono in grossa parte dovuti al miglioramento della congiuntura, agli effetti della c.d. manovra del luglio scorso, del decreto fiscale dei primi di ottobre (n. 262 convertito nella legge n. 286/2006) e non ultimo agli effetti di annuncio della legge n. 296/2006 finanziaria per il 2007.

Quello che si sta verificando è la concomitanza del miglioramento della situazione economica di breve da un lato e dei conti pubblici dall?altro. E? chiaro che la manovra sui conti economici potrà anche frenare la crescita economica del 2007 di alcuni decimali di punto come ha previsto recentemente il Centro Studi Economici della Confindustria ma è un fatto che gli ultimi dati confermano il consolidamento del miglioramento simultaneo degli indicatori reali e finanziari. Che le dinamiche reali e finanziarie debbano muoversi congiuntamente nella stessa direzione non sta scritto da nessuna parte anzi nel passato non sono mancati i casi in cui a fronte di andamenti disastrosi dei conti economici si realizzassero tassi di crescita economica reale molto positivi. Vedi in particolare la dinamica reale dell?economia italiana negli anni ?70 ? 3,6% all?anno – in un contesto del tutto diverso di libera fluttuazione dei cambi, di inflazione galoppante e grossi deficit che hanno generato un fortissimo aumento del debito pubblico.

Sembra pertanto del tutto inconsistente la rivendicazione dei meriti da parte di Berlusconi se appena si ricorda quello che il suo maggiore stratega economico Tremonti, non senza qualche fondamento, ha sostenuto negli ultimi anni per giustificare il fallimento della sua principale strategia di intervento nell?economia basata sul rilancio degli incentivi attraverso una riduzione generalizzata delle imposte: i governi non riescono a determinare gli andamenti dell?economia reale.
L?affermazione è contraddittoria ma non priva di fondamento se uno pensa ad un?economia come la nostra fortemente integrata con le altre economie europee e con quella internazionale. In mancanza di coordinamento con i principali partner, infatti, un solo governo nazionale in effetti non è in grado di fare gran che e le sue manovre possono scaricarsi sulle economie degli altri paesi. La strategia di Tremonti è fallita non tanto per la mancanza di coordinamento quanto perché da un lato la riduzione delle imposte è stata fittizia essendo essa stata compensata in grossissima parte dal maggior gettito una tantum dei condoni e, dall?altro, non ha saputo governare la dinamica della spesa pubblica corrente.

Tuttavia un governo può fare molto per tenere in ordine i suoi conti. Se, così facendo, può ridurre di qualche decimale la ripresa, ciò non è grave perché le correzioni bei conti sono comunque meno dolorose in fase di ripresa che di recessione. Il risanamento non blocca necessariamente la ripresa – neanche quando esso sia fondato in buona parte su maggiori entrate – se queste vanno a finanziare spese pubbliche strettamente necessarie e produttive.
Come è stato sottolineato ripetutamente in queste ultime settimane dal Presidente Prodi, dal Ministro Padoa Schioppa e da commentatori qualificati il problema vero è oggi non tanto quello di accampare meriti e distribuire colpe quanto quello di sostenere la crescita economica senza abbandonare il rigore sul lato della finanza pubblica. Tenendo conto che l?attuale ripresa allo stato si caratterizza come un fenomeno di breve termine e, nelle previsioni, dà segni di flessione già a partire dal 2008.

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