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Archivio Maggio 2007

Dal global al local: la questione dell’ICI sulla prima casa.

23 Maggio 2007 1 commento

A volte la domenica i nostri politici parlano della globalizzazione e dei suoi effetti sulla nostra vita. Durante la settimana se ne dimenticano e continuano a comportarsi come se la globalizzazione non ci fosse mai stata o non ci fosse più. Questa ha numerose conseguenze sull’economia pubblica e privata. Qui voglio occuparmi solo degli effetti della globalizzazione sulla concorrenza fiscale tra gli Stati e/o grandi aree economiche in relazione anche alla proposta di abbattere l’ICI sulla prima casa. Me ne sono già occupato nel blog del 18 aprile u.s. ma visto che Rutelli ed altri uomini politici tornano insistentemente a sostenere la proposta e visto che, da ultimo, anche il Presidente Prodi ha mostrato qualche apertura, torno ad occuparmene in modo più specifico anche per i suoi effetti più generali sulla tassazione diretta e personale del reddito. Gli economisti classici ed in particolare J. S. Mill avevano raggiunto la conclusione che i redditi di solo lavoro dovevano essere tassati in modo agevolato rispetto alle rendite fondiarie e ai redditi di capitale. Il motivo era semplice e di tutta evidenza. Allora non c’era neanche l’ombra di un sistema di sicurezza sociale e i lavoratori dovevano poter accantonare risparmi da utilizzare quando si ritiravano dall’attività produttiva e/o non potevano più lavorare o dovevano curarsi. Circa qualche secolo dopo, negli Stati europei si affermava lo Stato sociale. Il risparmio veniva “istituzionalizzato”, ossia, reso obbligatorio attraverso la generalizzazione delle contribuzioni sociali per la pensione, la sanità, ecc.. La questione della discriminazione qualitativa dei redditi passava in seconda linea e anzi, negli anni ’60 e ’70, si allargava il consenso tra esperti a favore di un’imposta diretta assisa su una base imponibile tendenzialmente onnicomprensiva che, da un lato, non discriminasse tra le varie categorie di reddito – la nostra Irpef ne distingue sei – dall’altro, consentisse di abbassare le aliquote marginali più elevate. Nella riforma tributaria dei primi anni ’70, tuttavia, la discriminazione qualitativa dei redditi non fu abbandonata. Infatti, da un lato, accanto all’imposta personale e progressiva sul reddito fu introdotta l’imposta locale sui redditi di impresa e di lavoro autonomo (Ilor), dall’altro le rendite finanziarie furono sottoposte ad aliquota sostitutiva agevolata e gli interessi sui titoli del debito pubblico erano lasciati esenti. Successivamente l’Ilor veniva fortemente contestata dai professionisti che riuscirono ad ottenere una sentenza della Corte costituzionale n. 42 del 1980 che esentava ed imponeva il rimborso per i lavoratori autonomi che non utilizzassero beni strumentali di una certa rilevanza, creando un enorme carico di lavoro per gli Uffici finanziari e le Commissioni tributarie. Nel anni 1984 e 1986, a tappe, si arriva prima alla introduzione di restrizioni alla deducibilità degli interessi passivi in presenza di interessi attivi esenti nei bilanci delle imprese e, quindi, superando quello che era stato fino ad allora un tabù, alla tassazione degli interessi sui titoli del debito pubblico delle persone fisiche e giuridiche, fino ad allora esenti, con ritenuta alla fonte secca prima del 6,25 e poi del 12,5% non tanto perchè si anticipavano gli effetti della globalizzazione quanto perché si voleva contenere il processo di finanziarizzazione delle imprese, arbitraggi e ampi fenomeni elusivi attraverso i titoli del debito pubblico. Sempre nella linea della discriminazione qualitativa dei redditi nel 1993 entrava in vigore l’imposta comunale sugli immobili nella logica del rafforzamento dell’autonomia tributaria dei Comuni e del migliore ancoraggio del prelievo al principio del beneficio e/o controprestazione per i servizi resi dagli enti locali. Consapevole o no, quella scelta era corretta anche in relazione al vincolo imposto dalla concorrenza fiscale tra gli Stati. Bisogna infatti tenere conto che la globalizzazione dei mercati e l’adesione dell’Italia al regime di piena libertà dei movimenti di capitale e ancor prima all’obiettivo del grande mercato unico europeo imponeva una tassazione agevolata del fattore produttivo relativamente più mobile: il capitale finanziario. La globalizzazione infatti imponeva a tutti di abbandonare le indicazioni degli economisti classici sulla discriminazione qualitativa dei redditi. I primi a rendersene conto sono i Paesi scandinavi che introducevano la c.d. dual income tax che in pratica significa lasciare fuori dalla progressività diretta e personale i redditi di capitale o rendite finanziarie. Le riforme si valutano a parità di gettito. Nel caso italiano in cui non si riesce a tagliare la spesa pubblica e con bilancio storicamente sempre in deficit, è chiaro che ad una riduzione di imposta sui fattori produttivi mobili deve corrispondere un aumento di quelle sui fattori produttivi fissi o meno mobili: beni immobili – tra cui le case – e il lavoro soprattutto quello dipendente. Se non si riesce ad aumentare il livello del prelievo sulle rendite finanziarie – vedi lo stallo della proposta governativa al riguardo – è chiaro che se si riducono le tasse sulle case bisognerà aumentare quelle sul reddito di lavoro dipendente. Queste conseguenze sono chiare agli studenti che seguono il corso introduttivo di scienza delle finanze ma, a quanto pare, non entrano in testa ai politici demagoghi e populisti di destra e sinistra. Non paghi di avere ottenuto tempo fa l’esenzione della rendita catastale dell’abitazione principale dall’Irpef, ora reclamano a gran voce, l’esenzione della prima casa dall’ICI. Perché demagoghi e populisti insieme quelli di destra e di sinistra? Perché se la misura venisse assunta a favore di tutti costerebbe molto e si tradurrebbe in un ennesimo grosso regalo alla rendita immobiliare che, negli ultimi sette anni, ha avuto uno sviluppo paragonabile a quello avvenuto negli USA, dove c’è stata e c’è una vera e propria bolla immobiliare. Demagoghi e populisti perché, in realtà i più bisognosi non riceverebbero alcun vantaggio. Infatti in cambio di qualche centinaio di euro di ICI risparmiata vedrebbero aumentare il loro carico tributario diretto e/o indiretto. Visto che un altro importante fattore rigido è il lavoro dipendente, nel medio termine, l’aumento delle altre imposte andrebbe ad incidere proprio su quelle categorie più deboli che, a parole, si vorrebbero aiutare. Al riguardo, occorrerebbe notare che già con la LF 2007 è in parte attuato un provvedimento di riduzione del c.d. cuneo fiscale, ossia, di riduzione del costo del lavoro per favorirne il maggiore impiego. In prospettiva la riduzione delle contribuzioni sociali mentre far venir meno entrate agli enti previdenziali potrebbe essere neutralizzata dall’aumento delle imposte dirette sul reddito di lavoro o da quelle indirette sui consumi. L’esenzione generalizzata della prima casa dall’ICI sarebbe quindi regressiva e ancor più tale se il legislatore non fa alcunché per i soggetti che non possiedono una casa e che, negli ultimi decenni, hanno dovuto pagare canoni crescenti, senza la possibilità di portare alcunché in detrazione. Vedi a questo riguardo la proposta della Ministra Melandri di prevedere nell’ambito di un c.d. piano casa, una detrazione del 19% del canone di affitto per l’inquilino parallela a quella del 19% degli interessi sul mutuo per l’acquisto della prima casa. La proposta Melandri è motivata da buone intenzioni ma debole. A ben riflettere, infatti, occorre essere consapevoli che se c’è scarsità di case da affittare e rigidità nell’offerta di nuove case, nel breve e medio termine, la detrazione di una quota del canone va a beneficiare innanzitutto la rendita immobiliare e solo quando aumenterà l’offerta di case da affittare potranno abbassarsi sia i valori delle case e i canoni. Questo è un punto fondamentale che il piano casa dovrebbe considerare. La detrazione al 19% del canone andrebbe a cumularsi con un altro vantaggio che potrebbe materializzarsi se si adottasse un’altra proposta poco meditata all’esame nell’ambito del c.d. piano casa, ossia, quella di tirare fuori dalla progressività dell’Irpef anche i canoni delle case date in affitto per sottoporli ad un’aliquota sostitutiva agevolata del 20% nella speranza (meglio: pio desiderio) che, così facendo, quelli che occultano in tutto o in parte i fitti incassati si decidano a dichiararli. Resto convinto che, al riguardo, il vero problema non è uno di aliquota ma di accertamento e controlli efficaci. Far finta di risolverlo con l’aliquota agevolata è illusorio e finirebbe di nuovo con l’ingrassare ulteriormente la rendita immobiliare. Se dovesse passare tale proposta in pratica quasi tutti i redditi di fabbricati uscirebbero dalla progressività. Questa inesorabilmente si applicherebbe a tutto il reddito di lavoro dipendente prodotto. Perché? Lo vediamo subito. Come noto, l’Italia è probabilmente l’unico paese “avanzato” che applica gli studi di settore non per accertare ma per stimare i redditi di impresa e di lavoro autonomo. Il risultato è che piccoli e medi imprenditori, professionisti ed altri lavoratori autonomi pagano le imposte dirette (formalmente progressive) non sui redditi effettivi prodotti ma sulla base di ricavi stimati (più precisamente: concordati) notevolmente più bassi di quelli reali (in buona parte occultati). In pratica queste importanti categorie di contribuenti si esercitano a manipolare le scritture contabili per dichiarare redditi imponibili largamente al di sotto di quelli veri, non di rado, inferiori a quelli dei loro dipendenti e collaboratori. I motivi per cui da 23 anni si avanti in questa direzione sono gli stessi che motiverebbero l’agevolazione sul reddito proveniente dalle case, negozi e capannoni dati in affitto. Certo formalmente la progressività resta per i soci delle società di persone e i lavoratori autonomi ma essa morde molto meno del dovuto se si considera l’occultamento del reddito e la possibilità di molti di questi soggetti di operare l’income splitting con i parenti ed affini. Le ultime stime ufficiali, rese note la settimana scorsa e definite imbarazzanti da Visco, vedono l’evasione fiscale e l’economia sommersa in crescita. Secondo me, esse costituiscono la prova che la strategia seguita anche da questo governo non è quella adatta e che gli sbandierati successi in materia di contrasto all’evasione fiscale non sono tali nella quantificazione assunta e comunque del tutto precari. Mi permetto di rinviare a precedenti blog in cui ho trattato più a lungo questi problemi. Alcune considerazioni conclusive. Se si adottasse la proposta avanzata così insistentemente da Rutelli, si eliminerebbe quel che rimane della discriminazione qualitativa dei redditi tra l’altro erodendo la base imponibile del più importante tributo dei Comuni. La proposta tassazione sostitutiva per i fitti delle case locate porterebbe un altro duro colpo all’Irpef. Si andrebbe avanti nella logica dell’imposta cedolare per cui ogni categoria di reddito avrebbe un trattamento particolare abbandonando definitivamente l’idea di una base imponibile tendenzialmente onnicomprensiva, sistematicamente erosa dal legislatore fiscale, e a cui non crede più nessuno. Il costo della prima proposta è stimato in tre miliardi e così quello della seconda. Solo queste due misure assommano 6 miliardi. Tutti eventualmente regalati alla rendita immobiliare. Ma il fantomatico piano casa, con che lo finanziamo con questi sgravi fiscali?

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Essere di sinistra oggi.

Che cosa significa essere di sinistra oggi dopo la fine delle ideologie? Ce lo spiega il sindaco di Roma Walter Veltroni nel suo discorso al Congresso di scioglimento dei Democratici di sinistra a Firenze, venerdì 20 aprile. Secondo un resoconto de La Stampa, il colto Veltroni avrebbe trasformato in una sorta di “preghiera laica” la lettera al figlio che Rudyard Kipling aveva scritto nel suo libro If. “Sono di sinistra se di fronte alla solitudine di un’anziana mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa e mi impegno affinché una rete di assistenza possa prendersi cura di lei. Sono di sinistra se le rinunce di una famiglia di quattro persone in cui entrano 1.200 euro al mese, rende anche la mia vita più povera. Se l’attesa di mesi che un malato è costretto a sopportare per sottoporsi ad una operazione che potrà restituirgli la salute è anche un mio problema. E se di fronte a tutto questo il mio impegno è per una maggiore giustizia sociale, per una flessibilità che non sia precarietà, per un’eguaglianza non delle condizioni di arrivo, ma delle opportunità di partenza affinché prevalgano il talento e le capacità individuali, allora sono di sinistra. Se la disperazione di un contadino del Sud del mondo che vede il suo terreno, un tempo coltivato, diventare arido per colpa della desertificazione, se la sua disperazione diventa anche la mia, allora sono di sinistra. E sono di sinistra se il dramma di 32 studenti, uccisi a colpa di arma da fuoco in un campus universitario mi riguarda. Sono di sinistra, infine, se un bambino africano non ha quella ciotola di riso che potrebbe sfamarlo e non ha le medicine che gli salverebbero la vita. Sono di sinistra se quel bambino diventa mio figlio o mio fratello più piccolo. Se sono tutto questo, potrò dirmi orgogliosamente di sinistra, anche se magari non so di esserlo. Mentre faccio tutto questo potrò anche non spiegarmi come mi chiamo e a quale famiglia politica appartengo, ma so che ciò che voglio e ciò per cui mi batto mi definisce meglio di ogni altra cosa. Walter l’Africano – come lo hanno chiamato – è certamente un uomo di buoni sentimenti e compassionevole. Non senza presunzione da parte mia, ritengo che a buon diritto, il super Sindaco di Roma può definirsi di sinistra con una piccola precisazione: l’impegno all’assistenza degli anziani, dei disabili, ai poveri, ecc. non possono essere considerati questioni di sensibilità sociale ma precisi compiti di attuazione di leggi esistenti. Ma se passa tutta la giornata a pensare e a cercare di dare una risposta concreta ai problemi planetari, dove trova il tempo per occuparsi di Roma e degli altri problemi strettamente locali? Ne elenco solo alcuni. Se le strade di Roma sono disastrate e danneggiano un parco di bus oltre che le auto private, a chi devo chiederlo? Se le strade di Roma sono sporche e laide, se esse non vengono spazzate e meno che mai lavate, a chi lo devo? Se la pulizia e la manutenzione delle strade non vengono fatte come si dovrebbe e camminiamo avvolti in dense nubi di polveri sottili, a chi ne chiedo conto? Se il traffico di Roma è congestionato e abbandonato a se stesso, chi n’è il responsabile? Se i 7.000 vigili urbani (1/8 di tutti i vigili urbani d’Italia) non bastano e la città è autogestita anche nelle ore di punta, a chi lo devo? Se a ottobre 2006 Roma viene dichiarata in stato di emergenza per il traffico, per i morti sulla strada, per gli incidenti di moto e motorini che incappano in buche che sono vere voragini , a chi lo dobbiamo? Se dopo avere ottenuto i fondi speciali lo stesso Sindaco si autonomina commissario speciale per il traffico ma ancora non ci fa conoscere nei dettagli come intende spendere i fondi ricevuti, a chi lo chiedo? Se per allargare gli spazi di parcheggio si stringono i marciapiedi peraltro sempre invasi da moto e motorini – se si allargano gli spartitraffico centrali e si predispone il parcheggio a spina e si costringono le auto a marciare in fila indiana continuamente costretti a fermarsi per via delle fermate dei bus o di automobilisti in sosta, a chi lo chiedo? Se mi pongo queste domande e pongo questi problemi al super Sindaco di Roma, sono di sinistra o di destra? Certo l’On. Veltroni non è solo il Sindaco di Roma. È anche un politico nazionale di lungo corso. Aspira a diventare il capo del costituendo Partito democratico. E’ un glocal. I suoi interessi spaziano dalla dimensione planetaria a quella locale. E’ un maestro della comunicazione per immagini. Dà anche più di una prova di comportamenti effettivi raccogliendo fondi per finanziare scuole in Africa o per portare scolaresche in visita ai lager nazisti. Gli piace il cinema e promuove l’iniziativa del Festival di Roma, aprendo un ufficio a Los Angeles. E’ inesauribile e pieno di iniziative culturali e dello spettacolo. Ma come amministratore locale, secondo me, non raggiunge la sufficienza.

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