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Archivio Marzo 2008

Analisi elettorali tendenziose e previsioni pessimistiche.

Si sta rilevando un triplo errore strategico da parte dei Democratici di sinistra e dei Democratici liberali della Margherita : a) l’accelerazione della costituzione del Partito democratico; b) la nomina, attraverso primarie finte, di un segretario politico a fronte di un leader dell’Unione che guidava il governo; c) la mancata difesa del governo Prodi, in crisi di popolarità, da parte dello stesso PD e da parte di alcuni dei principali media che pure lo avevano sostenuto all’inizio. Dopo le drastiche misure di risanamento dei conti pubblici in particolare con la legge finanziaria 2007 era spiegabile la crisi di consenso per il Presidente Prodi. A mio giudizio, bisognava sostenerlo  e lasciare agli italiani il tempo per capire ed apprezzare i risultati delle sue politiche. Ma secondo alcuni collaboratori e osservatori Veltroni non doveva farsi logorare in una estenuante attesa per il cambio della guida di governo e doveva segnare comunque una discontinuità rispetto a Prodi. A gennaio scorso, i senatori Dini e Mastella e i loro adepti hanno rotto ogni indugio e hanno offerto un bel alibi a Veltroni. Al Senato hanno messo in minoranza Prodi e questi si è dimesso dopo un  richiesto ed esplicito voto di sfiducia. Fallisce, secondo aspettativa, il tentativo poco credibile dell’ineffabile Presidente del Senato Marini per un governo che riformasse almeno la legge elettorale. Arriva la scelta di Veltroni, di "correre" da solo.   A mio giudizio si tratta di scelta certo innovativa ma comunque sbagliata perché non fondata su alcuna seria analisi delle probabilità di vincere le elezioni. In politica è anche il successo la prova della bontà di una scelta  e quella di Veltroni  sembra essere stata motivata solo dal desiderio di accaparrarsi del premio di maggioranza – un istituto di dubbia legittimità costituzionale e democratica. La mossa di Veltroni  è prontamente imitata da Berlusconi.

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Voto utile, democrazia e riforme costituzionali.

Secondo i maggiori contendenti, voto utile sarebbe quello dato a loro stessi, specialmente nell’elezione del Senato dove il quorum è dell’8%. Entrambi i “partiti” maggiori (PD e PdL) vogliono un tipo di riforma costituzionale centrata su un governo tendenzialmente autocratico. Un leader, un programma, una maggioranza assicurata da un forte premio e dietro un partito azienda oppure un partito fluido – questo ultimo coerente con la società fluida di Bauman. Sennonché le preferenze degli elettori da un lato e la legge elettorale per il Senato, dall’altro, rendono un tale trittico poco probabile in questa seconda Camera. Proprio per questo motivo, entrambi i partiti maggiori vogliono la fine del c.d. bicameralismo perfetto riducendo i poteri del Senato e, comunque, eliminando il rapporto di fiducia tra governo e camera alta. Entrambi i partiti maggiori, a seguito del referendum popolare del 22-23 giugno 2006 che bocciò la riforma costituzionale di Berlusconi, dicono: mai più riforme costituzionali a colpi di maggioranza. Osservo io: se correttamente riforme costituzionali di tale portata vanno fatte con il concorso “necessario” dell’opposizione, perché preoccuparsi del rischio di non avere una solida maggioranza in Senato? O mentono entrambi le parti e la richiesta di un accordo bipartisan è solo formale mentre ognuna di esse, in realtà, medita di andare avanti anche da sola? Se le intenzioni riformatrici fossero oneste, se il modello a cui si pensa è lo stesso, dov’è il problema? Con o senza una maggioranza al Senato, il partito che formerà il governo o, meglio, i partiti maggiori dovrebbero comunque trovare un accordo bipartisan per fare non solo le riforme costituzionali ma anche per portare avanti politiche nazionali – come quella estera, la giustizia, la lotta alla criminalità, la politica di risanamento dei conti pubblici e per lo sviluppo del Mezzogiorno, ecc. – che richiedono costanza di approccio e continuità nel tempo. Se tra le forze politiche principali ci fossero valori veramente condivisi, una forte maggioranza in entrambe le Camere al limite non sarebbe necessaria né auspicabile. La teoria economica della democrazia dimostra come il voto a maggioranza sia di per sé instabile, ossia, suscettibile di ribaltoni, perché le preferenze degli elettori non si aggregano facilmente se, nella società, non ci sono valori largamente condivisi, se le scelte riguardano temi plurimi, se le scelte distributive sono camuffate, poco trasparenti, se le scelte dipendono da alternative irrilevanti, se il sistema tende a premiare gli interessi particolari a danno di quello generale. Il voto a maggioranza stretta non solo produce instabilità ma se non c’è self restraint può sfociare nella c.d. dittatura della maggioranza dove il 51% prevarica e/o sfrutta il rimanente 49% degli elettori. Una questione bene illustrata nella letteratura. Ora se con il 51% ci può essere dittatura della maggioranza, è chiaro che con il c.d. premio di maggioranza – che in realtà premia la maggioranza relativa – è più alto il rischio di una dittatura della minoranza. In ogni caso, più grosso è il premio previsto e tanto più ci si allontana dalla democrazia. Lo sappiamo: non esiste la democrazia perfetta ma allontanarsene consapevolmente può risultare pericoloso specie in un Paese che ha già sperimentato la soluzione dittatoriale. Alcuni esponenti delle principali forze politiche citano il modello nord-americano dove il Presidente è eletto per quattro anni e non può essere messo in minoranza. Dimenticano di precisare che il modello USA ha adottato il principio della separazione netta dei poteri e che, non di rado, il Presidente si ritrova senza maggioranze omogenee alla sua nelle due Camere anche perché i mandati non coincidono temporalmente e sono previste elezioni c.d. di medio termine. Quando il Presidente e le due Camere esprimono maggioranze politiche diverse, il sistema impone la cooperazione o la coabitazione alla francese. Nessuno può chiedere elezioni anticipate per cercare di ottenere maggioranze omogenee. Non sono previste. La democrazia moderna è fondata sul principio della separazione netta dei poteri. Il voto a maggioranza può produrre instabilità. Questa non è ammissibile sulle leggi e le questioni fondamentali che tengono insieme il Paese. L’instabilità della maggioranza può essere rimediata e prevenuta o con la previsione di forti premi di maggioranza o con la previsione di maggioranze qualificate più o meno ampie e al limite con l’unanimità. Questa ultima dà un potere di veto alla minoranza più piccola, alias, dittatura della minoranza. In buona sostanza, i premi contraddicono il principio democratico in quanto consentono ad una maggioranza relativa di diventare una maggioranza più che assoluta. Le maggioranze qualificate impongono la ricerca preventiva del consenso più ampio e promuovono la coesione sociale. Personalmente preferisco questo secondo rimedio che, del resto, è codificato nella Costituzione europea di cui i nostri politici – per lo più e all’occasione ferventi europeisti – non tengono alcun conto.

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Il cuneo fiscale e la questione salariale al centro del dibattito elettorale.

L’eredità del governo Prodi

4 Marzo 2008 1 commento

Secondo Berlusconi e i suoi alleati il governo Prodi avrebbe prodotto solo disastri e danni irrimediabili. Ha messo le mani nelle tasche degli italiani. I dati recentemente rilasciati dall’Istat raccontano una storia diversa e più veritiera. La crescita del PIL, espressa ai prezzi dell’anno precedente, è risultata pari all’1,5% rispetto  al dato del 2006 (1,9). Certo rispetto ai risultati di alcuni principali paesi industriali – Gran Bretagna (2,9); Germania (2,5);  USA (2,2); Giappone (2,1); Francia (1,9) – registriamo il dato più basso ma tutti sanno che il nostro Paese deve affrontare seri problemi di efficienza allocativa e produttività.

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