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Archivio Marzo 2010

I “mutanti” nella politica italiana di Carlo Vallauri

 Chi sono i “mutanti” ai quali è dedicato il bel libro di Giuseppe Averardi dal titolo tanto intrigante?

            Sono semplicemente i post-comunisti, reduci dell’esperienza comunista e che in Italia si sono riuniti, attraverso svariati percorsi e denominazioni, nel partito cosiddetto “democratico”, a parte le formazioni impietrite nel mantenimento del nome per essi sacro, nella speranza di raccogliere quell’eredità. Ma questi “Mutanti” (Data News editore) attualmente in crisi, dopo le segreterie Veltroni e Franceschini, non si portano appresso – a nostro avviso – tutto il bene e il male di una grande realtà che costituì per mezzo secolo una significativa speranza per tanta parte delle forze politiche a livello mondiale quanto i residui di quei tentativi falliti che hanno dato vita in varie gradazioni, al PDS e ai DS. In effetti – questo l’argomento sostanziale di Averardi – essi anziché richiamarsi ai valori del socialismo – matrice di tanti contributi alla lotta contro lo sfruttamento e il potere dispotico della finanza internazionale – hanno preferito darsi sembianze e denominazioni proprie dei raggruppamenti politico-elettorali operanti nei sistemi liberal-democratici senza mostrare nelle scelte, nei comportamenti pratici, negli svariati programmi volta per volta elaborati, una autentica vocazione ad una apertura democratica di conio rinnovatore. Nelle molteplici metamorfosi, sino all’Ulivo e poi all’ “Unione”, è sempre mancata – il rilievo non è solo nostro – una reale predisposizione a “cambiare”.

            Pagina per pagina l’autore riporta sia precedenti pericolosi (come l’assurda ma lunghissima lotta condotta contro la cosiddetta “socialdemocrazia del tradimento”, negli anni ’20-’30 e successivi) sino al rifiuto sistematico di accettare l’amara lezione della storia. Come fallimentare si dimostrò ogni “nuovo corso” del PCI, tutti vani sono stati gli approcci di Occhetto per una configurazione più al corrente con i tempi nuovi della globalizzazione. Il “maremoto” (dettagliatamente ricostruito nel libro) e il partito “nuovo” da costruire quale rappresentanza di una sinistra nuova non hanno chiarito neppure i termini veri del problema, cioè il rinnovamento politico-organizzativo, sulla base di una cultura critica della società contemporanea ed il richiamo all’anima delle moltitudini sacrificate e desiderose di partecipare ad un movimento di riscatto. Viceversa, esperienza dopo esperienza, gli italiani hanno assistito a tante “prove” di allestimento di nuovi partiti senza che nessuno di essi abbia sinora saputo ritrovare, indicare, un’anima.

            Chi non ricorda i tanti “forum” nei quali si dispersero energie promettenti ai fini di un ripensamento capace di condurre all’effettiva creazione di una comune istituzione capace di raccogliere tante volontà disperse per dare un preciso punto di riferimento? Averardi cita nomi, fatti, gruppi, immagini cangianti dimostratisi insufficienti al fine di sviluppare una iniziativa credibile, continuativa, solida nei programmi e persistente nei propositi.

            Coalizioni elettorali destinate ad infrangersi alla prima sconfitta e quindi sostenute da alleanze altrettanto improbabili, tanto da faticare a ritrovare un aggancio con la nuova realtà. L’esperimento Prodi – che è stato poi l’unico capace di conseguire risultati positivi – si è infranto ogni volta per rivalità e contrasti interni alla stessa sinistra. Ancora oggi quello che è considerato uno dei gruppi più importanti del vecchio PCI pensa ancora di affidarsi a Casini, quasi riconoscendo la impossibilità, per coloro che sono stati comunisti, di riunificare e guidare una parte consistente di italiani. Eppure il vecchio PCI, a modo duo, seppe farlo. Dai vari seminari, incontri – rievocati con precise analisi dall’autore – frazioni, aree, rimane solo un “vuoto” assoluto, dal quale si salvano personali comportamenti e indicazioni come quelle di Michele Salvati o di pochi altri, il resto è la ripetizione avvilente di una rappresentazione opaca dei “mutanti”.

            La lettura colpisce per la crudele presa d’atto di una realtà confermativa di una triste verità. Le montature via via cangianti d’ogni singolo tentativo di passi in avanti, i milioni di votanti generosi a nulla sono serviti perché manca tuttora la convinzione e la capacità di dar vita ad un movimento chiaramente definito nei suoi scopi, nel rifiuto “di ogni rivalutazione del passato totalitario”, come ha scritto Averardi, per guardare al futuro senza più riserve mentali politiche e culturali.

 In corso di pubblicazione su FORMAZIONE POLITICA

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L’oscuramento del dibattito politico.

“I talk show televisivi non si limitano a essere un brutto spettacolo. Da loro passa anche l’impoverimento della democrazia italiana. La consueta scena avvilente di uomini politici che sbraitano l’uno contro l’altro è solo un sintomo (fra i più seri, certo) di un dibattito pubblico di scarsa qualità, dove gli argomenti sono miseri o confusi, il rapporto con la verità dei fatti è inconsistente, conta solo lo schieramento, non esistono torti e ragioni e dunque ha la meglio la ragione peggiore” così Leopoldo Fabiani – Repubblica del 25 febbraio u.s. – sintetizza il contenuto del libro di Franca d’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, pp. 258, € 15.

“Gli argomenti cattivi o fallaci – dice la D’Agostini – sono quelli ad hominem: si tende non a discutere tesi e programmi, ma ad attaccare le persone. Sono frequentissimi, e ne esistono molte varianti. Per esempio il tu quoque, ossia banalmente: se accuso x di comportamenti immorali, vengo accusata a mia volta di avere percorsi poco chiari. Una variazione sullo stesso tema produce rovesciamenti impensati: “sono gli omosessuali che veramente discriminano, accusando gli altri di discriminarli”.

Ancora: le fallacie ad populum: tutti quegli argomenti che si rivolgono all’emotività collettiva. Sono utilizzati spessissimo nelle discussioni che riguardano la sicurezza, la lotta alla  criminalità, l’immigrazione. Insomma: fatto così il discorso politico diventa privo di logica e di verità”.

Nell’intervista a Repubblica la D’Agostini sostiene che in Italia “c’è una sorta di totalitarismo della comunicazione che consente ai sofisti di oggi di diffondere il falso praticamente senza conseguenze…. perché la  voce di chi vuole stabilire il vero farà fatica  a farsi sentire… e se gli argomenti fallaci non vengono smascherati, ma anzi si moltiplicano, … ne consegue una sfiducia generale nella possibilità di riconoscere il vero, la ragione, il torto. Nessuno crede più a nessuno, e si genera una fondamentale disaffezione all’azione politica e alla democrazia stessa”.

L’intervista riporta altre interessanti considerazioni della D’Agostini sulla personalizzazione della politica, sulla rinuncia da parte di molti a formarsi un’opinione, sul conflitto di interessi, sull’abnorme anomalia berlusconiana, sul popolo  italiano distratto e sottostimolato che ha fatto l’abitudine a un linguaggio politico confuso o scadente”. Vale la pena di leggere l’intervista per chi non l’abbia fatto già e, per chi vuole approfondire,  il libro che si prospetta molto interessante.

Sono motivi sufficienti per non rimpiangere l’oscuramento dei talk show.

Cosa diversa è però l’oscuramento del dibattito politico sull’elezioni regionali. A  Meno di venti giorni dal voto, la questione delle liste  non ammesse alla competizione elettorale, la questione del decreto legge sui cui si addensano forti dubbi di costituzionalità,  hanno oscurato l’analisi di bilanci consuntivi, di programmi e quant’altro.

Secondo me, hanno ragione i Radicali a chiedere un rinvio. Non si può andare a votare come se nulla fosse successo in queste ultime settimane. Si devono rispettare le regole, non si può apporre la firma a sostegno di una lista senza sapere chi sono i candidati ma, senza dibattito, non si può andare a votare e, in pratica,  dare una delega in bianco.

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Il vaniloquio sulla riforma fiscale.

Solo l’1% dei contribuenti italiani dichiara redditi superiori a 100 mila euro. Di essi, il 60% sono dirigenti pubblici e privati in attività o in pensione. Il 20% sono lavoratori autonomi. Il 12% altri lavoratori dipendenti e pensionati. Questo risulta  dall’analisi delle dichiarazioni 2008 recentemente pubblicate.

I dati confermano cose note. L’evasione si annida soprattutto tra i lavoratori autonomi e imprenditori, tra titolari di redditi di partecipazione e redditi diversi. La progressività opera soprattutto all’interno del lavoro dipendente pubblico e privato.  

Il governo formalmente tiene aperta l’ipotesi di una riforma fiscale. Ha rispolverato l’idea di rilanciare quella proposta nel 1994. Le sue proposte sono retrograde e ulteriormente sperequanti per i salariati.

Ieri il segretario generale Angeletti svolgendo la relazione introduttiva al Congresso della sua organizzazione non ha potuto fare a meno di toccare questa spinosa questione. Ha detto che in Italia i salari sono bassi  a causa del ritardo nella riforma del modello contrattuale del 1992-93 e  del fisco iniquo.  

Ha detto:  “Siamo al 23mo posto nella graduatoria dei 30 paesi OCSE e abbiamo guadagnato in media il 17% in meno.  Questo è il risultato di un pessimo sistema fiscale e di un inefficace politica salariale. La media dei lavoratori dipendenti risulta più ricca della media dei datori di lavoro; i gioiellieri dichiarano di essere  più poveri delle maestre”;….. da lodare la sincerità!

Da qui – ha aggiunto –  la necessità ineludibile di una riforma fiscale che “non può che basarsi su una riduzione delle tasse sul lavoro dipendente, magari anche attraverso un sistema di deduzioni”.  Critica quindi la proposta di introdurre in Italia  il sistema francese del quoziente familiare e parla di un bonus per ogni figlio a carico, a suo dire, più efficace. Non menziona in che rapporto detto  bonus si combinerebbe con gli attuali assegni familiari e scarta pure l’idea di intervenire sulla scala delle aliquote.

Mentre concordo su queste punto, nel senso che non si può intervenire su una modifica dell’intera scala delle aliquote senza preliminari analisi sui cambiamenti nella distribuzione dei redditi e simulazioni degli effetti redistributivi, non sono d’accordo che non si possa modificare qualche aliquota, ad esempio, quella iniziale che risulta troppo elevata (23%) –  a tale livello, a suo tempo,  innalzata proprio dall’attuale mef Tremonti.

Ho discusso questa ipotesi proprio in un convegno organizzato dalla UIL nel settembre 2007 e anche allora fu scartata dallo stesso Angeletti che puntava alla detassazione dei compensi per lo straordinario e, addirittura, degli aumenti contrattuali. Si era alla vigilia della crisi finanziaria e non si pensava che essa  si potesse trasmettere così velocemente nell’economia reale.

In ogni caso, è chiaro che l’abbassamento di una o più aliquote può avere effetti equivalenti a quelli del quoziente familiare e/o dello splitting americano o tedesco.  Come noto, in quest’ultimo i redditi guadagnati si dividono  per due in parti eguali. Nel sistema francese con appositi coefficienti si tiene conto anche dei figli a carico.

A mio parere, il quoziente familiare potrebbe essere più adatto alla situazione italiana caratterizzata dalla presenza di milioni di PMI e lavoratori autonomi che organizzati in società in nome collettivo o di fatto, praticano la suddivisione del reddito con i soci e i collaboratori familiari. In questo modo, si prenderebbero due piccioni con una fava. Si abbasserebbe la pressione tributaria sui redditi tartassati e si farebbe una buona politica per la famiglia e per le donne che in Italia hanno un basso tasso di partecipazione al lavoro. Si spiega in questo modo perché i gioiellieri dichiarano meno delle maestre o dei loro dipendenti.

Nel  settembre 2007, l’allora vice-ministro delle finanze Vincenzo Visco respinse la proposta perché costava troppo. Ma respinse anche la proposta di abbassare l’aliquota iniziale. Più di tre anni dopo ci troviamo sempre ai nastri di partenza.

Si parla sempre di riforma fiscale, ma si tratta di vaniloquio. L’IVA e le imposte di fabbricazione sono imposte europee. Si possono manovrare solo le aliquote. L’Irpef  come struttura è simile alle imposte personali degli altri paesi avanzati.  Il problema fondamentale resta la sua attuazione. Il persistere dell’evasione fiscale significa che l’accertamento non funziona checché ne dica  l’Agenzia delle entrate che aggiorna continuamente i dati sui versamenti diretti e spontanei.

Anche la CISL vuole fare della questione fiscale un problema da risolvere nel corso del 2010. Mi conforta un po’ la circostanza che la CGIL nelle sue tesi congressuali abbia scelto  di chiedere realisticamente un abbassamento dell’ aliquota iniziale.

Trovo strano peraltro che di questo non si sia parlato nell’autunno scorso prima di approvare la legge finanziaria (o di stabilità) e che, adesso, se ne faccia una questione urgente.  8-10 mesi non bastano neanche a Berlusconi  per far  approvare un ddl di riforma fiscale. Sarebbe quindi auspicabile che le tre maggiori organizzazioni sindacali si mettessero d’accordo per chiedere interventi limitati,  efficaci e di sicuro effetto perequativo, da introdurre nella prossima legge finanziaria.

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