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Archivio Luglio 2010

Sull’Università “svuotata”. Repubblica del 20.07.2010

2-3 osservazioni sull’analisi di Carlo Galli sull’università “svuotata”.

Sono d’accordo su tutto tranne che su 2-3 punti: 1) non c’è correlazione necessaria tra liberalizzazione degli accessi e progressivo degrado dell’Università se si introduce una rigorosa selezione di ingresso alle varie Facoltà; 2) nel degrado avrà giocato anche il “conservatorismo dei baroni” ma anche la demagogia dei politici. Tuttavia, la causa fondamentale, secondo me, sta nel fatto che la società e l’economia (composta per lo più da PMI) non valorizzano il merito: i laureati non servono a niente; 3) i governi di C-S e di C-D degli ultimi 40 anni non hanno mai spinto l’economia verso il pieno impiego e, quindi, è sempre mancato il contesto in cui valorizzare le conoscenze acquisite. In dette circostanze, la qualità media del laureato non interessa nessuno: non i docenti disimpegnati e bistrattati, non le famiglie che parcheggiano i figli all’Università, non i governi dalla veduta corta.

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Chiesa e Stato e reciproche strumentalizzazioni.

Raffaele Carboni, Cristianesimo  e civiltà occidentale. Edizioni associate, 2009.

 Il libretto raccoglie tre interessanti saggi. Il primo “Lo Stato, la Chiesa e i matrimoni di fatto” verte  sulla storia dell’intervento prima della Chiesa o meglio del potere religioso e poi del potere politico in materia di matrimoni. Il secondo “Brevissima storia dell’anima”, più a sfondo filosofico, oltre che storico, si occupa della storia dell’anima, della nascita e sviluppo dell’idea di immortalità dell’anima. Il terzo saggio “la questione delle ingerenze della Chiesa e dei finanziamenti alla Chiesa”  affronta in particolare le relazioni finanziarie che intercorrono tra la Chiesa cattolica e l’Italia dopo l’annessione a quest’ultima della maggior parte del territorio dell’ex Stato Pontificio sino ai giorni nostri. Non è Vaticano Spa ma Carboni aiuta a dipanare una complessa matassa attraverso i Concordati del 1929 e del 1984 . Da ultimo, i provvedimenti del 2004 hanno ulteriormente consolidato un sistema di trasferimenti diretti dallo Stato italiano alla Chiesa, di esenzioni e agevolazioni fiscali poco trasparente e – a dir poco – alquanto disinvolto.

Più godibile la storia del matrimonio o dell’evoluzione sia del diritto civile sia del diritto canonico. In tutta sintesi, la verità è che, per secoli e secoli, anzi per oltre due millenni, i rapporti tra uomo e donna restarono fondamentalmente privati o sotto l’occhio “benigno” delle autorità religiose. È con l’avvento del Cristianesimo che si complica la questione e, tuttavia, la Chiesa istituisce il matrimonio canonico solo nel 1563 e solo nell’Ottocento, gli Stati nazionali – nel frattempo assurti a massimo del loro potere dopo la Pace di Westfalia del 1648  – istituiscono il matrimonio civile davanti ad un funzionario pubblico. “In senso sostanziale – scrive Carboni -  Il matrimonio, nella nostra civiltà, è la convivenza stabile ed esclusiva tra un uomo e una donna, condotta in modo pubblico, e diretta a costituire una famiglia. Stabile ed esclusiva significa che le due persone non mettono in programma di lasciarsi o di tradirsi”. Ricorda quindi che l’art. 29 della Costituzione italiana  definisce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Ricordo io che Bertrand Russell in Matrimonio e Morale (1929) dice che il matrimonio consiste in un contratto che assicura ai due coniugi l’uso esclusivo degli organi sessuali, senza escludere del tutto rapporti extramatrimoniali. Carboni dice che tale visione oggi è superata. Non c’è relazione necessaria tra sposalizio e sessualità. Afferma che la disciplina del matrimonio attiene all’ordine sociale e questa è materia civile, dello Stato. Se nel passato se n’è meritoriamente occupata la Chiesa è solo  un accidente della storia. È  visione laica e liberale: è un affare di Cesare specie oggi nei tempi moderni in cui alla famiglia, allo stato civile,  sono connessi problemi molto delicati di politica demografica,  assistenza, di welfare, di diritto successorio. Di questa visione non sembrano  avvertiti a sufficienza molti uomini politici contemporanei  che pure si richiamano al pensiero liberaldemocratico.

Il secondo saggio ripercorre la storia dell’idea dell’anima rifacendosi alle Sacre scritture, agli Atti degli Apostoli e a due recenti libri sull’argomento: il primo quello del biblista Ravasi e il secondo quello del teologo Vito Mancuso che riscuote tanto successo come pubblicista. Non mi sento in alcun modo attrezzato per commentare il secondo saggio. Ho letto a suo tempo il Fedone di Platone e lì il dualismo tra anima immortale e corpo mortale è bene illustrato ai discepoli da Socrate prima di morire. La dicotomia tra anima e corpo e l’idea dell’immortalità dell’anima è presente nella cultura greca e sistematizzata da Platone. Secondo Cullmann (1956) Il Cristianesimo l’avrebbe ripresa da lui e approfondisce l’idea ebraica del castigo, del premio e quella della promessa fatta da Dio al popolo di Israele. Quelle di Carboni sono  30 intense pagine che cercano di spiegare le visioni dell’anima anche qui nel corso dei secoli e dei millenni. La storicizzazione è molto utile perché mette in luce il passaggio tra le credenze e il pensiero scientifico. Dice Carboni che con la nascita del pensiero scientifico si è  prodotta una fondamentale distinzione tra ciò ch è dimostrabile con metodo scientifico e ciò che non lo è. E conclude: “ciascuno è liberissimo di credere in tutto ciò che non è dimostrabile, ma non può accreditarlo come verità che tutti debbano riconoscere”. Il riferimento è ovvio.

Più corposo è il terzo saggio sulla questione delle ingerenze e dei finanziamenti. L’argomento è complesso ed estremamente delicato. Di nuovo, i continui richiami storici di Carboni aiutano a capire meglio. In particolare ricorda che la religione ebraica era teocratica e che quella cristiana parte con il principio di separazione dei poteri religioso e politico, con il principio di libertà che caratterizza all’inizio ogni movimento minoritario. Ma l’Impero romano non aveva i secoli contati specie se considero la sua evoluzione nel Sacro  romano impero. Dopo la fine delle persecuzioni (Editto di Costantino 313 dC) e l’inserimento lento ma progressivo  della Chiesa nel sistema del potere temporale. Durante le invasioni barbariche il Papa Leone I, secondo alcuni,  avrebbe usato la sua influenza per allontanare Attila dall’Italia. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 dC) e la nascita dell’Esarcato d’Italia cresce continuamente il ruolo della Chiesa tanto che nel 756 l’Esarcato viene donato al Papa dal Re di Francia Pipino e così nasce in fatto lo Stato della Chiesa.  Si arriva quindi all’incoronazione di Carlo Magno da parte di Papa Leone III e, successivamente, molti imperatori del SRI non potevano fare a meno di farsi incoronare dal Papa o, quanto meno, di riconoscerne l’autorità. Per brevità salto al dopo Westfalia e all’affermarsi degli stati nazionali moderni del Centro e del Nord Europa. L’Italia rimane indietro di alcuni secoli anche per la presenza della Chiesa. Segue un percorso diverso che aiuta a spiegare i 150 anni di storia più recente, fortemente condizionati dalla perdita formale del potere temporale da parte della Chiesa e dallo sviluppo successivo al Concordato, dopo 60 anni di aperta ostilità. Nihil sub sole novi! Perché alla fine Mussolini arriva al Concordato del 1929 e perché Craxi lo rinnova nel 1984? È la Chiesa che insegue la politica o viceversa? Secondo me, è la seconda. Una classe dirigente sempre più scadente, senza visione, debole e incerta cerca la benedizione o l’appoggio della Chiesa se non proprio l’investitura. È una corsa bipartisan in cui non c’è differenza tra centrodestra e centrosinistra. La legge  n. 62 del 2000 sulle scuole private parificate è del centrosinistra e i procedimenti del 2004 sono del centrodestra. E la Chiesa, in particolare, la Curia romana e la Conferenza Episcopale italiana ne approfittano in chiave utilitaristica.

C’è un calo della pratica religiosa? Si se ci si riferisce all’Italia. Vedi al riguardo  l’analisi di Piero Ignazi sul settimanale l’Espresso del 15.07.2010 a commento dei risultati di alcune indagini demoscopiche svolte in Italia. Ma non dimentichiamo la storia millenaria dell’Italia, di un paese che non ha conosciuto la riforma. Nei secoli il comportamento religioso degli italiani è stato, non di rado, paganeggiante, sanfedista e propenso a credere ai miracoli prima e, addirittura,  durante le campagne elettorali. Più recentemente In Italia nasce la categoria degli “atei devoti” e si afferma un costume nuovo: corteggiare la religione per poi strumentalizzarla (Dario Antiseri, il Sole 24 ore del 17.03.2006).  Questa storia e l’asserito recente calo di religiosità potrebbe far pensare che si stiano determinando le condizioni per una distinzione tra spirito religioso e attività politica e per il consolidamento del principio di laicità dello Stato. Non c’è da illudersi.  I politici italiani di centrodestra  e di centro sinistra, in ogni caso,   tengono in grande considerazione le posizioni e l’appoggio della CEI. Probabilmente  non dimenticano, ad esempio, che uno dei motivi non secondari della caduta del governo Prodi II nel 2008 è da imputare anche  alle sue proposte legislative sulle c.d. unioni civili i PACS e i DICO (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) fortemente osteggiate dalla CEI.

C’è un calo del sentimento religioso in giro per il mondo? Non mi sembra. Un esempio macroscopico. Negli USA Bush Jr., al rinnovo del mandato nel 2004,  fece un forte appello al profondo spirito religioso degli americani. E questi risposero positivamente. E le sette religiose in Cina? E il fondamentalismo islamico e l’affermarsi di governi che direttamente o indirettamente valorizzano le credenze religiose dei loro elettori in diversi continenti? Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che a livello internazionale non ci siano stati negli ultimi decenni né grossi decadimenti né grosse rinascite dello spirito religioso. A me sembra che il problema per l’Italia e per il mondo, in vario grado e in vario modo, sia  quello di una più netta separazione tra potere religioso e potere politico. E questo tema nel primo e terzo saggio di Carboni è svolto in maniera chiara e forte.

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I beni pubblici globali e quelli europei.

7 Luglio 2010 2 commenti

La teoria dei beni pubblici inizialmente è stata sviluppata in un modello di economia nazionale chiusa. Sotto la spinta della liberalizzazione degli scambi del secondo dopoguerra e, successivamente,  della globalizzazione si è arricchita la letteratura sui beni pubblici globali e su quelli transnazionali e/o regionali. Anche per impulso delle organizzazioni specializzate delle Nazioni Unite, una quota crescente degli aiuti internazionali che queste erogano ai PVS è destinato a finanziare beni pubblici nei vari paesi. Una buona parte di questi aiuti interessa non solo beni pubblici globali ma anche beni regionali  che producono esternalità diffuse in aree  ampie transnazionali e/o transfrontaliere. Negli ultimi due decenni si è scavato molto a fondo su detta distinzione e si è approfondito il discorso sulla terza caratteristica (di publicness) dei beni pubblici sovranazionali che prima era stata alquanto trascurata: la c.d. tecnologia    di aggregazione, ossia, come si combinano i singoli contributi o le varie modalità di finanziamento nel determinare il livello di offerta pubblica di un dato bene pubblico.

E’ noto che, assumendo – per lo più convenzionalmente -  indivisibilità e non rivalità per i beni pubblici (nazionali) si determinano incentivi a non contribuire o ad assumere comportamenti strategici non cooperativi. In contesti globali o transnazionali dove il legame di solidarietà  è meno forte che a livello nazionale, il prevalere di comportamenti free-riding  determina un livello inefficiente di offerta pubblica. Gli economisti che lavorano con le organizzazioni specializzate delle NU sono stati quindi spinti ad approfondire, anche in termini operativi, non solo le prime due caratteristiche di publicness ma anche la terza in particolare per i BPG e quelli regionali, trovando indicazioni molto utili non solo per l’applicazione del principi del beneficio o di “chi inquina paga”  ma anche di quello di sussidiarietà come criterio operativo per l’assegnazione e/o riassegnazione delle competenze e disegno o ridisegno delle istituzioni che devono gestirle ai vari livelli.

Essendo l’Unione Europea un’area vasta di dimensione continentale, è d’obbligo distinguere innanzitutto tra beni pubblici che interessano tutti i paesi membri ed altri beni che interessano sottoinsiemi di paesi e/o ambiti territoriali transfrontalieri più o meno ampi che possono essere individuati sulla base di criteri economici.

Nella UE c’è un deficit di democrazia e di offerta pubblica.  Cercheremo di dimostrare come il consolidamento e/o il rilancio del progetto europeo possa avvenire consentendo al governo della UE di produrre e/o fornire i nuovi beni pubblici europei che rafforzino il suo ruolo e la sua identità sostenendo la crescita e lo sviluppo sostenibili.

Chi vuole approfondire l’argomento, può leggere il testo integrale sul sito web:

www.eurosapienza.it/RJ_materiali_it.htm

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