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Archivio Agosto 2010

Maurizio Sacconi: un nuovo apostolo del neo-neoliberismo.

31 Agosto 2010 3 commenti

Abbiamo un nuovo apostolo del neo-neoliberismo: il ministro del lavoro Sacconi Maurizio che invece di cercare nuovi posti di lavoro per i disoccupati pensa ad altro. In una intervista a pagina intera ad Aldo Cazzullo, Corriere della Sera del 300810, Sacconi scimmiotta il premier inglese  Cameron : meno Stato più società. Questo dice il premier inglese dopo che il precedente governo laburista,  negli ultimi due anni, ha dovuto fare grosse operazioni di nazionalizzazione di banche e assicurazioni per circoscrivere i danni causati dalla crisi. Sacconi, controcorrente, afferma: “Con la crisi mondiale finisce il Leviatano. Finisce lo Stato pesante ed invasivo, più o meno consapevolmente costruito sul presupposto di Hobbes: l’”homo homini lupus”. Se il riferimento è all’intervento dello Stato nell’economia,  osservo che, sino al 1915, nei paesi più avanzati, il governo era sotto il 15% del PIL. Probabilmente Sacconi  si riferisce al vero patto sociale del Leviatano: assenza di pieni diritti che, al tempo di Hobbes, non erano stati mai appannaggio delle masse, in cambio della sicurezza. Definisce quella di Hobbes antropologia negativa. Prima sciocchezza. Lui ora parla di antropologia positiva (partito dell’amore?). Lo scambio che Sacconi ora teorizza é: meno diritti in cambio di un posto di lavoro. Anche sottopagato e  comunque in condizioni di incertezza perché nella globalizzazione nessuno può dormire sonni tranquilli per via dell’acuirsi della  concorrenza internazionale. Nei contratti locali – propone Sacconi -  la “modulazione delle tutele”. Paradossalmente, era più equo il Patto “leonino” di Hobbes: i deboli si affidavano totalmente ai forti in cambio di un minimo di ordine e sicurezza.

2°  sciocchezza: Sacconi arriva a collegare l’antropologia positiva alla riforma dell’art. 41 Cost e la libertà di impresa. Sic! Ci sono sarebbero controlli preventivi prima di aprire un’impresa o addirittura prima di ottenere una partita IVA. E’ un’assoluta urgenza riformare l’art. 41  quando in Italia abbiamo una intensità imprenditoriale tra le più alte d’Europa: 66 imprese ogni mille abitanti rispetto a 22 in Germania, 39 in Danimarca e 40 in Francia. Vedi  Irene Tinagli  su la stampa del 16.06.2010.  Secondo il ministro del lavoro i controlli ex ante sarebbero  collegati all’antropologia negativa , all’ipotesi dell’uomo cattivo. Mentre bisognerebbe  passare ai controlli ex post. Fa pure un esempio sbagliato. Imputa a Visco i controlli ex ante sulle partite IVA. Si dà il fatto che controlli ex post ci sono da oltre 20 anni ma non funzionano bene e che fa il governo berlusconi? Allarga progressivamente l’area delle procedure in deroga, cioè,  quelle previste originariamente solo per la protezione civile, cioè, nessun controllo. I misfatti delle c.d. Cricca sono sotto gli occhi di tutti.

3°  sciocchezza: sulla giustizia. “L’esigenza fondamentale della persona e delle forme comunitarie che genera, a partire dall’impresa, è di disporre di un quadro di certezze. E  quindi  la giustizia è giusta se è certa. La nostra anomalia è l’incertezza che domina la giustizia civile, penale, del lavoro, amministrativa, contabile”. La giustizia non si salva in nessuna  branca. Se uno lo prendesse sul serio, le sue affermazioni significano che innocenti sono condannati e colpevoli sono assolti per caso. Che non c’è giurisprudenza e che le sentenze dipendono dall’umore variabile dei giudici – da Berlusconi definiti “mentalmente disturbati”. Ma no,  il ministro non è così sprovveduto. Il problema è difendere Berlusconi  dalla giustizia politicizzata. E allora come lo fa? Affermando che la giustizia deve essere certa nei tempi. È questa la “giustizia ad orologeria” che piace al PdL. Una giustizia con un preciso e soprattutto breve scadenzario. Che poi l’imputato sia colpevole o innocente, che l’attore abbia ragione o meno, non importa. È scaduto il termine. È arrivata la prescrizione. Il processo va rottamato. Vedi caso è ciò che vuole Berlusconi per i suoi tre più delicati processi che lo attendono a Milano. Gli economisti studiano le decisioni in condizioni di incertezza. La dinamicità dei processi economici, politici, gli eventi imprevisti creano incertezza ed ansia circa la stabilità del posto di lavoro, gli sviluppi dell’economia, la prevedibilità del futuro. Questi non sono problemi che interessano il governo Berlusconi che ha la veduta corta. L’incertezza che interessa Berlusconi è quella causata dalla giustizia. Veduta corta e, quindi, tempi brevi, anzi brevissimi.

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L’ineffabile leggerezza dell’On. Veltroni.

27 Agosto 2010 2 commenti

Veltroni scrive agli italiani perché ha preso quasi 14 milioni di voti e perché, dopo la batosta, si è dimesso dalla carica di segretario del PD. Non è andato in Africa né si è ritirato dalla politica attiva. Lui è un professionista. Ha oltre 30 anni di carriera e soprattutto ha ancora cose da dirci. Ci dice che la linea di demonizzare Berlusconi è sbagliata, che non è il caso di costruire sante alleanze contro il Sultano e che, in buona sostanza, bisogna dialogare con lui per convincerlo a essere ragionevole.

Ma come si può dialogare serenamente con chi, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, scende in campo e vince per tre volte le elezioni su un ticket anticomunista? Delegittimando continuamente  la magistratura e, negli ultimi due anni, tutta la pubblica amministrazione. Come si possono fare accordi con chi non li vuole fare ed usa i dossier veri o falsi per distruggere il “nemico” anche interno al suo partito? Chi ha fatto fallire la Bicamerale presieduta dall’On.  D’Alema? Chi ha sposato come ideologia fondante la logica amico-nemico (Carl Schmitt) mentre la sinistra postcomunista – più precisamente la maggioranza degli ex compagni del PCI – mandano in soffitta la lotta di classe? Ma questa è archiviata veramente da parte di tutti? E Rifondazione Comunista? E i 2-3  partiti minori che non rinunciamo a chiamarsi comunisti?

Si rende conto Veltroni che la logica amico-nemico è equivalente alla lotta di classe  alla rovescio? Questi schemi riflettono culture politiche egemoniche del Secolo Breve: comunismo, anticomunismo, fascismo, nazionalsocialismo che hanno provocato  tragedie senza precedenti. Per archiviare il suo passato giovanile di comunista a Veltroni è bastato sostituire il ritratto di Berlinguer con quello di Bob Kennedy ma a milioni di persone e militanti dell’uno o dell’altro schieramento tale operazione non è bastata, anche perché non pochi avevano morti in casa da onorare. Veltroni non lo capisce e continua a fare il buonista o l’evangelico: porge l’altra guancia. Dice che il maggioritario in Italia non ha funzionato per via dell’anomalia Berlusconi. Ha avuto anche l’opportunità di sperimentare direttamente il suo approccio dialogante ma il suo avversario non l’ha neanche riconosciuto come avversario. Ci ha provato ma ha fallito e ha riconsegnato il paese a Berlusconi. Ha rifiutato alleanze o apparentamenti con la c.d. sinistra radicale  e ha impedito che questa avesse una qualche rappresentanza parlamentare. Rivendica come un successo personale di aver preso quasi 14 milioni di voti ma non lo sfiora il dubbio che molti hanno votato obtorto collo per la coalizione di Centro-sinistra perché non avevano un’alternativa per via del sistema elettorale. Non lo sfiora il dubbio che altri hanno votato non per la sua bella faccia ma per l’organizzazione che gli stava dietro e tantissimi altri si sono astenuti. Prodi aveva vinto  per la seconda  volta ma a lui non piaceva rimanere sempre in seconda linea. La sua smisurata ambizione gli ha annebbiato la vista nell’autunno 2007. Lui era  un ambizioso esponente del partito dei sindaci irresponsabili il cui motto era: chi sa governare una grande città può governare il paese. Veltroni ha male amministrato la capitale d’Italia lasciando un debito pubblico quasi il doppio di quello della Regione Lazio. Saggiamente Alemanno ha rifiutato di gestirlo e con un escamotage è riuscito a farne commissariare la  gestione. È stato aiutato dal Gran Maestro della finanza creativa italiana Giulio Tremonti. È stato Veltroni a scegliere Marrazzo come presidente della Regione e così il Centro-sinistra, alla fine, ha perso anche la Regione. Come si spiega? Il boss di turno della politica romana controlla anche la Regione e la Provincia. La riprova? La signora Rauti, moglie del sindaco Alemanno, ambiva a far politica in prima persona. È stata subito accontentata. E’  stata inclusa nel listino della Polverini  e ora siede nel consiglio regionale. Come sono usciti i dossier su Marrazzo? Se l’è chiesto Veltroni?

Non pago dei risultati conseguiti nell’amministrazione della capitale, Veltroni va all’elezioni e perde. Aveva promesso di andarsene in Africa ad aiutare i diseredati di quel continente ma ha tradito anche questa promessa.  Ora torna con un discorso marinettiano e  di alta retorica populista. Scrive non al Direttore del Corriere ma agli italiani, al Suo meraviglioso Paese. Saggiamente ha evitato la parola popolo, riservata a Berlusconi. Si tratta di una lettera lunghissima, piena di belle frasi, che fa intravedere agli addetti ai lavori alcune cose interessanti ma ne nasconde altre essenziali. Ho già menzionato la sua preferenza per il maggioritario che non ha funzionato per via di Berlusconi non perché in Italia è una società pluralista nelle idee e nei valori, in forte declino civile ed etico, con una classe dirigente pubblica e privata deresponsabilizzata e dove le cricche di ogni tipo la fanno da padrone. Non dice una parola sul sistema elettorale. Sappiamo che a lui la porcata di Calderoli va bene. Non dice nulla sulle riforme costituzionali e la forma di governo che vuole. Mi correggo lo dice: vuole una repubblica forte e decidente. Sappiamo che in realtà il suo modello è lo stesso di quello di Berlusconi: un leader, un programma e una maggioranza (blindata). In sostanza, “un uomo solo al comando”,  come nei municipi e nelle regioni. Non dimentichiamo che è stato Sindaco di Roma e autorevole esponente del partito dei sindaci irresponsabili. Ma il governo del Paese non è il municipio della capitale. Veltroni ha una grande capacità di semplificazione. Lui vuole una democrazia forte e decidente o decisionista di craxiana memoria. Certo da sindaco lui mandava i fiori alle vecchiette che compivano cento anni ma aveva anche risanato le periferie di Roma. Ora scopriamo che Alemanno addirittura vorrebbe radere a suolo Tor Bella Monaca. È evidente che mentono entrambi platealmente. L’uno aveva restaurato con una grande archistar l’Ara Pacis l’altro vuole cancellare le modifiche e il muro di protezione.

Ma  seguiamone le argomentazioni più forti. “in una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere…..”una repubblica forte e decidente.. comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali”. Magari abolendo la magistratura ordinaria e contabile!? Al di là dell’ironia, detto così può sembrare tutto ragionevole e, invece, no. Perché supposto che si facessero al meglio tutte queste riforme, esse non basterebbero. Dette riforme riguardano la democrazia interna. In Italia la democrazia funziona male non perché mancano le leggi o le regole ma perché gli italiani non le rispettano, se le mettono sotto i piedi.  Ricordo continuamente che in Inghilterra non c’è una costituzione scritta, eppure è considerato il paese di più antica democrazia. Nessuno propone di introdurre una costituzione scritta e, non a caso, gli inglesi hanno criticato aspramente il lungo e complesso Trattato costituzionale europeo.

Tirare  in ballo la globalizzazione senza però dire una sola parola sull’Unione europea è profondamente errato. Anche lui continua a ragionare con il modello di stato nazionale di stampo ottocentesco troppo piccolo per affrontare i problemi globali e troppo distante per occuparsi dei problemi della gente. Veltroni non si rende conto che, alla luce della costituzione europea, i governi nazionali possono essere appropriatamente considerati alla stregua dei governi regionali e, presi ad uno ad uno, sulla scena internazionale contano poco o nulla. Purtroppo anche lui,  come tanti altri, è in preda ai rigurgiti nazionalisti per cui tutti i leader europei resistono ad oltranza ad accettare una progressiva riduzione del loro ruolo.  Chi ha risolto il caso greco ? un solo governo nazionale o l’UE sia pure con qualche mese di ritardo? Certo nella concertazione, la Merkel vi ha avuto un ruolo significativo da prima donna nonché di freno ma, in buona sostanza, la crisi l’ha risolta la co-decisione  o cooperazione di organismi collegiali europei ed extra-europei come il Consiglio europeo, la Commissione, l’Eurogruppo, l’Eurofin, il FMI. Dov’è il leader in tutti questi organismi che condividono poteri e responsabilità? Quando vogliono o vi sono costretti i leader riescono a prendere le decisioni giuste! Veltroni – come Berlusconi – continua a ragionare con le categorie dei leader decisionisti, della politica personalizzata. Di nuovo, eccesso di semplificazione o costruzione dell’immagine? Il controllo dei media non consente di farlo a prescindere dal merito effettivo?

Tornando all’Italia di oggi. “Cosa sta succedendo agli italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi – dice Veltroni. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini”. Bene, bravo! Ma perché non dice chi è il protagonista principale di tutto questo? Non è quello con cui lui ha tentato di dialogare direttamente e inutilmente? Il PD viene criticato perché sta a guardare. E che cosa avrebbe potuto fare se anche le prediche del Presidente della Repubblica rimangono inascoltate? Di che cosa si meraviglia, lui che,  quale membro della Commissione antimafia, ha fatto dichiarazioni interessanti sulla presunta trattativa tra pezzi deviati dello Stato e mafia e ora, di nuovo, li evoca? Parli se sa qualcosa di concreto! Chi è che, non da oggi, utilizza dossier di dubbia provenienza o addirittura ha voluto una Commissione parlamentare di indagine c.d. Mitroskin? Forse Veltroni ha la memoria corta e allora, implicitamente e masochisticamente, sembra riconosce al Centro-destra riformismo e innovazione mentre il Centro-sinistra viene dipinto come conservatore e arroccato a difesa dell’esistente.

Tornando all’Italia di sempre, pluralista, divisa a lungo in due Chiese, con forze laiche e socialiste minoritarie, stenta a rimuovere le sue culture comuniste, anticomuniste e ad assumere un comune spirito laico e repubblicano.  Per questi motivi, non ci sono le condizioni per un maturo maggioritario. Perché non cresce come vorremmo il progetto del PD voluto anche da lui? Perché non è bastato cancellare dallo Statuto – come lui ha voluto – la parola socialista perché si compiesse l’amalgama con i cattolici di sinistra? Non basta dire che la Destra e la Sinistra non esistono più. Per fortuna – direi – ci sono ancora ma manca quel minimo di regole e valori condivisi che consente ad una democrazia di funzionare chiunque sia al governo.

Abbiamo una costituzione europea ma dei valori e dei principi in essa codificati non si è tenuto conto né al momento della riforma del Titolo V né al momento della riforma di tutta la II Parte della Costituzione e così ci troviamo a discutere inutilmente dell’artt. 1 e 41 che, secondo la Destra, rifletterebbero visioni da democrazia popolare di stampo sovietico. Come si fa a dialogare seriamente con chi ritiene che la I Parte della Costituzione riflette un mondo che non c’è più, addirittura, il Patto di Yalta?

Manca il progetto generale condiviso. Non ci sono valori condivisi da tutti. Non ci sono valori condivisi da tutti all’interno dei due schieramenti. E il sistema maggioritario tende ad accentuare o a sfruttare tali diversità. In Italia, il sistema maggioritario spacca in due il nucleo moderato del paese e lo mette alla mercè delle ali radicali dei due schieramenti. Inoltre, non c’è in Italia un signore che ha fatto dell’antipolitica un modo per conquistare il potere?   Non c’è in questo momento  una lotta senza quartiere all’interno   del Centro-destra per conservare questo potere tutto intero in testa ad una sola persona? Ma dice Veltroni, dimentico della premessa su cui ha costruito i suoi superficiali ragionamenti: “L’Italia è un paese meraviglioso. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una pre-condizione per partecipare alla vita politica”. Alice nel paese delle meraviglie! Si noti l’assonanza con il Partito dell’Amore del suo avversario. Certo l’Italia è un paese bello ma gli italiani sono quello che sono da duemila anni a questa parte. Gli italiani non sanno stare in squadra. Il nostro spirito repubblicano è molto raro ed il nostro senso civico molto scarso. Perseguiamo l’interesse particolare anche a scapito di quello generale.  Se serve un rinnovamento culturale, bisogna sapere  che questo richiede tempi lunghi e, quindi, non basta che Berlusconi si ritiri perché tutto torni a funzionare in modo “meraviglioso”. Non è mai successo e non succede in tempi normali. È stato detto – e secondo me è vero – che gli italiani danno il meglio di sè nelle tragedie che magari si sono procurati da soli. Certo l’Italia e gli italiani hanno grosse potenzialità ma di certo non hanno un progetto condiviso né una classe dirigente all’altezza del compito. E anche il brillante e suadente Veltroni è un esponente di questa classe. Non di quella che servirebbe.

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L’incerta etica di Vito Mancuso.

 Quello degli autori che pubblicano con Mondadori SpA è un problema di etica pubblica analogo a quello di quanti di noi, saltuariamente o sistematicamente, acquistano beni e servizi in nero da imprenditori, artigiani, professionisti, commercianti, ecc.. Se la Mondadori SpA fa un condono – e non è il primo che fa – ammette di avere evaso le imposte. Autori, clienti e consumatori diventano o no complici degli evasori? Fino a che punto non entrano in profonda contraddizione con se stessi specialmente quanti come autori o opinionisti denunciano il conflitto di interessi di Berlusconi che è ben altro problema di incompatibilità e/o di etica dei politici?

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Sovranità popolare e art. 67 della Costituzione.

Secondo Piero Ostellino , Corriere della Sera del 23.08.10, la sovranità passa  attraverso il voto. Lui parla di governo eletto e usa il caso inglese. Ma questo è un modello diverso dal nostro. Secondo me, in Italia si può ragionevolmente discutere sul soggetto destinatario della delega.  A chi passa? Alle assemblee legislative o solo al I ministro designato nella scheda elettorale?  Entrambe le ipotesi sono legittime ma devono essere codificate nella Costituzione e non semplicemente in una legge elettorale ordinaria modificabile dalla maggioranza di turno. Se si ammette questa ultima ipotesi,  facilmente si scivola nella c.d.  dittatura della maggioranza e tutto il sistema legislativo precipita nell’instabilità, come già avvenuto non solo con quelle elettorali ma con molte leggi che vengono riscritte a ogni cambio di maggioranza. A prescindere dai destinatari (parlamentari e/o governo eletto), occorre qualificare il concetto di sovranità che oggi non si trasferisce solo con il voto ogni 4-5 anni. Questa visione  è storicamente in parte superata e asfittica. Non funziona bene una democrazia dove i cittadini votano, delegano e si mettono da parte. Intanto viviamo società molto complesse e, invece, i programmi elettorali sono di norma generici, vaghi e per molti aspetti convergenti – in Italia per la verità molto divergenti. Se si lasciano da parte gli elettori per tutta la durata della legislatura, si lascia alla maggioranza o al premier troppa discrezionalità. Nelle democrazie più avanzate , si cerca di passare dalla partecipazione al voto a istituti di democrazia diretta e deliberativa sia attraverso referendum propositivi e non solo abrogativi, sia attraverso altre forme di coinvolgimento diretto nel processo decisionale di forze sociali organizzate, gruppi di interesse organizzati, lobby,  di comunità qualificate interessate a certi problemi  vuoi perché se ne occupano professionalmente o perché si tratta di questioni di interesse generale che implicano delicati e complessi problemi ( anche eticamente sensibili)  e/o intergenerazionali. È troppo semplice dire: si vota, si delega e i delegati facenti della maggioranza risolvono tutti i problemi. Servono forme sofisticate di consultazione e concertazione. Peraltro la tecnologia già oggi offre tutti gli strumenti per poterlo fare ma, nel  nostro pseudo regime plebiscitario, discutiamo vanamente l’idea o il modello di un uomo solo al comando, del capo supremo che a tutto pensa e provvede. Tutti si devono piegare al suo volere. I suoi ordini vanno sempre e comunque eseguiti anche se illegittimi. Senza ricordare che nello Stato di diritto persino un ordine ritenuto illegittimo di una gerarchia militare non va eseguito. Se si accettasse l’idea che solo il programma generico,  vago e  “votato” dagli elettori è quello da attuare senza correzioni o integrazioni, non avrebbe senso eleggere un migliaio di parlamentari. Basterebbe un ristretto Consiglio del Sultano.

Anche Ostellino chiama in causa l’art. 67 della Costituzione quello che non prevede un vincolo di mandato per i parlamentari  per dire che è proprio quest’articolo che “esautora il popolo della sua sovranità, in quanto ne affida l’esercizio alla discrezionalità dei suoi rappresentanti, conferendo istituzionalmente un carattere elitario, oligarchico, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa”.

I rappresentanti del popolo che usano la discrezionalità sarebbero quindi degli oligarchi, dei trasformisti e autocrati. Ma se la democrazia moderna è nata proprio per rompere il monopolio e l’oligopolio del potere? E che liberale è quello che toglie ogni discrezionalità al singolo parlamentare? Che razza di democrazia è quella che prevede una esecuzione automatica e meccanicistica di un programma elettorale vago ed ambiguo che, ad un’analisi più attenta, si riveli non idoneo a risolvere il problema per il quale era stato studiato oppure perché è idoneo a risolvere quel problema ma ne crea altri che prima non erano stati previsti?

Parole grosse ed inappropriate perché delle due l’una: o si crede nella democrazia diretta tuttora praticata in molte piccole comunità elvetiche – dove si vota nella piazza del villaggio per alzata di mano –  oppure si deve accogliere con tutti i limiti una via intermedia tra la democrazia rappresentativa di massa (con ampio uso della delega) e la dittatura. In ogni caso,  non mi sembra ragionevolmente sostenibile che il monopolio  sia meglio dell’oligopolio.   Certo se l’oligopolio è collusivo può essere equivalente al monopolio ma se è competitivo è molto meglio del monopolio. Ma questa è roba che si discuteva 80-90 anni fa. Oggi, come detto sopra, se in Italia si dovesse prendere sul serio l’idea di restituire al popolo la piena sovranità che gli è stata tolta, allora bisognerebbe suggerire tra l’altro una modifica dell’art. 67 che  prevedesse la revoca del parlamentari e dei leader che radicalmente tradiscono il programma o il mandato che gli è stato affidato. Sarebbe bello mandare a casa Berlusconi  perché non ha mai ridotto le tasse come promette da 16 anni o no?

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Costituzione materiale e sovranità popolare.

L’altro ieri il Direttivo del PdL, alias, il Gran Consiglio del Sultano ha confermato i 4-5 punti programmatici del governo. Punti generali ed essenziali  come quelli da campagna elettorale e, su di essi, Berlusconi  proporrà la fiducia alla ripresa dell’attività parlamentare. I finiani hanno detto che, in questi termini,  vanno bene e voteranno la fiducia. È ovvio che poi occorrerà valutare gli articolati di legge. E lì l’accordo potrebbe saltare o rivelarsi più difficile. In conferenza stampa,  il Sultano ha confermato che non ci sono margini di trattativa: prendere o lasciare e che il PdL è contrario a riformare la legge elettorale del 2005, la c.d. porcata di Calderoli. A quanti nei giorni scorsi hanno discusso e argomentato sul concetto e sulla sede della sovranità popolare secondo la costituzione formale e quella materiale vorrei ricordare il caso americano. Premesso che il PdL utilizza il concetto ad usum delfini e quindi in maniera non attendibile, ricordo che nella Costituzione americana c’è la netta separazione dei poteri. Congresso e Presidente sono eletti direttamente dal popolo ma nessuno dubiterebbe che la vera ed autentica sede della sovranità sia il Congresso. Originariamente, ossia ancora al tempo delle monarchie assolute, nelle intenzioni dei padri fondatori americani, il Presidente doveva sostituire la figura del monarca, essere la persona con la quale la gente potesse identificarsi, essere la più alta carica dello Stato che, alla pari, ricevesse i capi di Stato o re di altri Paesi. Come noto, negli USA l’iniziativa legislativa è condivisa tra Congresso e Presidente. Questi devono mettersi d’accordo se vogliono vedere le loro iniziative legislative arrivare a buon fine. Il Presidente ha un potere di veto sulle leggi di iniziativa parlamentare che non condivide. Il Congresso, a sua volta, può non approvare leggi di iniziativa presidenziale. Non di rado, avviene che le due camere con identici poteri e il Presidente partano con testi diversi che poi attraverso negoziati vengono unificati. Anche negli States, in linea di prassi o di costituzione materiale, molte leggi sono di iniziativa presidenziale e la loro approvazione dipenderà dall’abilità del Vice-presidente che presiede il Senato oltre che dal colore politico della maggioranza e del presidente della Camera. In ogni caso, il Presidente deve guadagnarsi il consenso del Senato e della Camera e tutti sanno come ciò possa essere particolarmente difficile quando capita che il Presidente non ha una maggioranza nell’una o nell’altra Camera o in entrambe perché non c’è nessun meccanismo che assicuri automaticamente l’omogeneità della maggioranza parlamentare con quella del Presidente. Anzi le elezioni di mid term ( a metà del mandato presidenziale) sembrano volere assicurare il contrario o, quanto meno, prendere atto degli eventuali cambiamenti di orientamento da parte degli elettori. Come se tutto questo non bastasse a complicare le cose, bisogna tener presente la natura complessa dei due grandi partiti americani: quello democratico e quello repubblicano. Sia nell’uno che nell’altro ci sono ali conservatrici e  progressiste.  Non di rado, leggi importanti riguardanti i diritti civili o grosse questioni economiche, la politica estera, della difesa, ecc. sono approvate con accordi bipartisan tra le ali moderate dei due partiti. Nessuno grida allo scandalo o parla di inciuci.  Nei casi in cui non c’è omogeneità di indirizzo politico e non c’era ad esempio con Clinton, a nessuno viene di pensare che la Costituzione sia sbagliata e vada modificata perché non produce una maggioranza per il Presidente. In Italia, invece, se i risultati elettorali  non sono quelli desiderati o dalla maggioranza o dall’opposizione, si dice che la legge è sbagliata perché non assicura la stabilità o l’efficienza del sistema. A nessuno viene di pensare che le preferenze dei cittadini possono essere così diversificate da non produrre una maggioranza omogenea e stabile per tutta la durata della legislatura. Le preferenze possono cambiare prima.

Non c’è dubbio che in Italia la costituzione formale prevede una Repubblica parlamentare  e che il governo deve avere la fiducia del Parlamento. Nella riforma del 2004-05 era previsto che il governo non avesse un rapporto fiduciario con il Senato federale come nel sistema americano dove il Presidente viaggia autonomamente senza un rapporto di fiducia né con la Camera né con il Senato. Alcuni saccenti parlarono di modello Minotauro. Ma veniamo ai cambiamenti della costituzione materiale in Italia. Anche prima del Berlusconi 1(di una sola estate), il  governo aveva espropriato il Parlamento dell’iniziativa legislativa e si riteneva, in modo trasversale, che si dovesse assicurare la sua stabilità nella legislatura – prerequisito essenziale  per la governabilità. Si era già approvata la legge per le direzione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province (l. n. 81/93) e si parlava molto del modello Sindaco d’Italia. Poi si approvò la legge per l’elezione diretta dei governatori delle regioni (l. n. 43/95) e si pensava di applicare questo modello al governo nazionale. Con le leggi citate, si assicurò certo la stabilità dei sindaci e dei presidenti, ma di buon governo se n’è visto poco specialmente in certe latitudini. Ad un certo punto ci si rese conto che per il governo nazionale non andava bene la soluzione regionale – per me profondamente sbagliata – di concentrare tutti i poteri nel governatore. Finché si tratta del Molise può ancora andare,  ma quando uno pensa alla Lombardia una delle regioni più ricche d’Europa e con nove milioni di abitanti, concentrare tutto il potere in una sola persona mi sembra eccessivo e pericoloso. Analogo il mio discorso per l’elezione diretta del Sindaco. La legge può andare bene per i piccoli e medi comuni ma non per quelli grandi. Il modello un uomo solo al comando è superato persino nelle piccole e medie imprese che operano in un contesto competitivo e di economia aperta. In maniera più o meno condivisa, per il livello di governo nazionale si decise di ricorrere ad un escamotage: quello di arrivare ad una designazione del Presidente del Consiglio all’interno della scheda elettorale in assenza di una vera e propria riforma della forma di governo. Escamotage era e tale è rimasto. Ma Berlusconi non la pensa così e ritiene che ci sia stato un grosso  cambiamento della costituzione materiale in particolare con riguardo ai poteri del Presidente del Consiglio. Il quale riceverebbe una investitura diretta dal popolo e risponderebbe solo al popolo delle libertà. Berlusconi nasce come capo di un’azienda inizialmente familiare e in questa non c’è neanche la formalità di una vera e propria assemblea degli azionisti.  Al diavolo, quindi, la costituzione formale e i riti della democrazia parlamentare. Se per un motivo o per un altro, lui viene a perdere la maggioranza, lui il Sultano non accetta di dimettersi. Lui scioglie il Parlamento come può fare il governatore di una Regione con il suo consiglio regionale. È chiaro che una tale interpretazione del sistema non è accettabile e se dovesse essere accolta in fatto la deriva autoritaria che ha caratterizzato i governi Berlusconi si tradurrebbe in una vera e propria fuoriuscita dal sistema liberaldemocratico e rappresentativo. Entreremmo in un regime c.d. plebiscitario, nella sostanza, in una dittatura. Anche nella dittatura si mantiene qualche larva di rappresentanza allargata ma il Parlamento non sarebbe più la sede della sovranità popolare. In buona sostanza, è il modello che in maniera condivisa si è adottato per i governatori delle Regioni dove i consigli regionali contano poco o punto perché, ipocritamente, si è adottato il principio “simul stabunt simul cadunt”.

Nella stessa logica, Berlusconi nel 2005 aveva fatto approvare dopo 4 letture e 2 anni di lavoro e a colpi secchi di maggioranza la riforma di tutta la seconda parte della Costituzione. Un leader, un programma ed una maggioranza (blindata). In quella riforma – poi bocciata dal referendum popolare – era previsto appunto che se il leader  avesse perso la maggioranza della Camera egli poteva scioglierla. Ma in nessuna costituzione avanzata al leader eletto direttamente viene dato tale potere. Non ce l’ha il Presidente degli Stati Uniti non ce l’ha  il premier inglese che può fare solo la proposta di scioglimento.  Per il Regno Unito,  non ricordo casi in cui la Regina abbia respinto la proposta. Il confronto con il caso inglese non regge anche perché per lunga prassi costituzionale il leader del partito che vince le elezioni automaticamente va a Downing Street e non si pone il problema della costituzione formale perché quest’ultima non c’è.

Tornando a casa nostra, conviene ricordare che la legge elettorale restava fuori dalla riforma della II parte della Costituzione ma essa veniva prontamente riformata  a parte per assicurare comunque una maggioranza omogenea al leader in entrambe le Camere e nell’imminenza della scadenza della legislatura.  L’assenza di partiti ben strutturati sull’uno e sull’altro fronte ha in fatto consentito che tutti i candidati fossero scelti o nominati dalle oligarchie centraliste. Che ciò sia desiderabile nel PdL non sorprende data l’originaria  natura aziendale dei partiti fondati da Berlusconi. Che tale metodo di selezione sia stato accettato dalla coalizione di Centro-sinistra è frutto della miopia della sua classe dirigente. I partiti come noto, sono attori fondamentali della democrazia. Sono previsti dall’art. 49 Cost che è  norma programmatica troppo generica. Essa  abbisogna di una disciplina attuativa che ne assicuri la democrazia interna e la corretta gestione. Neanche i partiti di centrosinistra in oltre 60 anni hanno manifestato alcuna solerzia per promuovere tale disciplina  e, così, non si può revocare in dubbio la fondazione di un partito azienda come Forza Italia. E così gli italiani continuano a discettare astrattamente quanto innocuamente dei conflitti di interessi. Anche questa è questione di costituzione materiale che si è affermata in assenza di precisazioni su una norma costituzionale generale ed essenziale. Vedi a questo riguardo il sistema inglese e il ruolo che in esso giocano i partiti. 

Tornando alla legge elettorale, non mi pare di ricordare che l’opposizione abbia organizzato l’ostruzionismo in Parlamento   o  dimostrazioni nelle piazze al momento della sua discussione e approvazione nel 2005.  Anzi ricordo invece che ad alcuni costituzionalisti vicini al Centrosinistra il sistema proposto non dispiacesse affatto. Ne proponevano varianti marginali ma con lo stesso obiettivo: quello di assicurare per legge la nomina diretta del Presidente e la sua stabilità. Allora se così, è chiaro che tra costituzione formale e quella materiale in questo quindicennio si è registrata una notevole divaricazione. Non si può sostenere che niente sia accaduto rispetto alle regole del 1948. Se volessimo discutere sul serio di sovranità popolare con l’idea di restituirla al popolo e di ricollocarla nella sua sede naturale (il Parlamento), allora dovremmo pensare a riformare non solo la legge Calderoli, ma anche quella per l’elezione diretta dei governatori, dei sindaci e dei presidenti delle province. Dovremmo pensare anche ad una seria disciplina di attuazione dell’art. 49 Cost sui partiti. Non credo di avere un largo consenso su questa mia impostazione. Ma questo è particolare irrilevante. Il problema resta grave. Ora abbiamo un governo  che ha perso o sta perdendo la sua maggioranza, non può assicurare la sua stabilità né tanto meno la governabilità del paese – basti citare i problemi della crescita e dell’occupazione – e quando riesce ad approvare alcune leggi  quasi sempre contengono forzature costituzionali. In questi ultimi dieci anni,  il contenzioso davanti alla Corte costituzionale sui conflitti di attribuzione è enormemente cresciuto e, nella maggior parte dei casi, il governo nazionale ne esce perdente – come del resto davanti alla Corti di Strasburgo e del Lussemburgo.

L’altro ieri Berlusconi ha detto che la legge elettorale non si tocca e, quindi, non c’è consenso bipartisan per rivedere le regole elettorali o del gioco democratico. L’unica ipotesi che potrebbe consentire un accordo bipartisan è quella non di un governo tecnico ma di un governo di responsabilità nazionale – come proposto dall’UDC – ma esso è escluso dalla logica dell’amico-nemico, del prendere o lasciare, del bere la sua minestra o saltare dalla finestra che guida Berlusconi sin dalla sua discesa in campo. Una simile proposta non è accettata neanche dall’opposizione. Non c’è un progetto condiviso e, quindi, la proposta di Casini è impraticabile.

Secondo costituzione formale il Presidente Napolitano farà le sue brave e oneste verifiche parlamentari ma, quand’anche dovesse trovare una maggioranza alternativa a quella di Berlusconi, è chiaro che la modifica del sistema elettorale non può essere fatta in modo unilaterale e alla vigilia di nuove elezioni. Ammesso e non concesso che in tale maggioranza ci fosse unanimità sulla questione – e non c’è -, sarebbe scorretto dal punto di vista della teoria e della prassi costituzionale:  le modifiche delle regole del gioco democratico devono essere condivise. Mi si dirà che Berlusconi lo ha fatto nel 2005? Un torto non giustifica l’altro. Non c’è un progetto condiviso. Il Centro-sinistra deve   dimostrare una sua superiore e/o diversa etica pubblica. Non può seguire l’esempio di Berlusconi. Deve accettare la sfida elettorale e batterlo, se possibile,  nelle cabine elettorali. Può e deve assumere come punto programmatico prioritario la riforma della legge elettorale e includerla tra le leggi da approvare nei primi 100 giorni. Una diversa etica pubblica ha un costo e forti rischi ma non ha alternative se non in compromessi di bassa lega. Se questo significa dover sciogliere anticipatamente la legislatura, ben vengano le elezioni. Berlusconi ha fin qui fallito i suoi obiettivi, non ha più una maggioranza sicura in Parlamento  e gli italiani se ne sono  resi conto.

Ben altra e ben più grave questione è quella di verificare se i cinque punti programmatici rilanciati dal Gran Consiglio del Sultano siano in tutti i punti compatibili con l’attuale costituzione formale vigente e con lo Stato di diritto. Ma su questo torneremo nel prosieguo se e in quanto Berlusconi avrà il tempo e la maggioranza per farli discutere ed approvare prima delle elezioni. Secondo Michele Ainis il governo programmatico, della non sfiducia, delle astensioni che abbiamo visto già con la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo e che Berlusconi propone oggi assomiglia molto al governo Andreotti 3 del luglio 1976. Quindi un ritorno  ai riti della tanto biasimata I Repubblica. Come disse allora la vecchia volpe della politica italiana: “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. E ciò che, malgrè lui, è costretto a fare il Sultano.

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Cambiare il modello culturale richiede tempi lunghi.

Come da diversi anni, ad agosto, si intensifica la campagna di stampa dell’Agenzia delle entrate sui recuperi di evasione “attuati” e di quelli realizzabili con nuovi incroci telematici. “Non ci sfugge più nessuno” ha dichiarato nei giorni scorsi il direttore centrale dell’accertamento mentre il direttore dell’AdE parla oggi della necessità di un nuovo modello culturale -  che ovviamente richiede tempi lunghi. Certo serve un cambio di mentalità da parte di molti contribuenti evasori parziali ma, prima ancora, un nuovo modo di legiferare con meno condoni, meno norme “novellate” e meno violazioni dello Statuto del contribuente,  un’Amministrazione finanziaria credibile che lavori in silenzio e con più controlli esterni efficaci. Servono dei giornali che non si prestino a fare cassa di risonanza della propaganda governativa e sappiano valutare attentamente non solo gli annunci ma soprattutto i risultati.

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Il nuovo fronte della lotta all’evasione.

Oramai è tradizione. Agosto è il mese in cui si affilano le armi della lotta all’evasione. Un giorno si e uno no scende in campo in prima persona  il Direttore dell’Agenzia delle entrate e, quest’anno, ci mette bocca anche il direttore centrale dell’accertamento Luigi Magistero che secondo il servizio del Sole 24 Ore del 14 agosto avrebbe detto: “ormai non ci sfugge più nessuno”. Entrambi si esercitano a individuare gli obiettivi della lotta all’evasione ed enumerano i potenti  strumenti che utilizzeranno per conseguirli. Dopo che negli anni scorsi, erano stati definitivamente sconfitti – si fa per dire – i professori delle scuole secondarie che preparavano gli studenti con debiti formativi, massaggiatori e massaggiatrici di ombrellone, proprietari di seconde case date in affitto in nero, proprietari di yacht e barche a vela battenti bandiere di comodo, ecc.,  quest’anno tocca a soggetti ben più solidi e più facilmente identificabili: tocca ai lavoratori dipendenti che stanno pagando più degli altri non solo gli effetti della crisi economica e finanziaria ma anche il costo della manovra d’estate. I lavoratori in nero  sarebbero circa 2,96 milioni come  da stime dall’Istat. Di essi 2,3 sarebbero dipendenti  e il 77,5% opererebbe nel settore dei servizi. Voglio sperare che  tra di essi non ci siano anche i dipendenti pubblici da oltre due anni accusati dal Ministro Brunetta di essere dei fannulloni e quindi delegittimati. Sarebbe esilarante scoprire che, per via dei bassi salari, anche i dipendenti del settore pubblico svolgono un secondo lavoro per arrotondare. Tra di essi  il direttore Magistro elenca quelli che operano totalmente in nero, quelli in grigio (secondo impiego non ufficiale) e quelli che ottengono il versamento dei contributi sociali per assicurarsi la pensione ma accettano una retribuzione occultata al fisco.  La novità scaturirebbe dalla possibilità di fare un nuovo (sic!) incrocio telematico tra i dati dell’Inps e quelli fiscali dell’Anagrafe tributaria. Dubito fortemente che questa sia la vera novità se penso solo che il compianto direttore generale dell’Inps Gianni Billia, passato alla segreteria generale de ministero delle finanze nei primi anni ’90 dava  per realizzati tali tipi di incroci già ai tempi del governo tecnico del Presidente Ciampi. Allora come si spiegano le baldanzose dichiarazioni del direttore Magistro? A mio modo di vedere, c’è un nuovo orientamento del MEF e dell’Agenzia sui soggetti su cui utilizzare la c.d. nuova arma totale del fisco: l’accertamento sintetico. L’anno scorso questo strumento doveva essere applicato ai lavoratori autonomi e a piccoli e medi imprenditori soggetti agli studi di settore. Per via della crisi, questi hanno chiesto e ottenuto diversi aggiustamenti degli studi. Crisi o non crisi quelli che non si adeguano dovrebbero essere perseguiti comunque. Forse il governo non ritiene opportuno irritare il suo popolo delle partite IVA.

Il problema è che, nel frattempo, in nessun modo, l’AdE ha chiarito come si potevano coniugare correttamente i ricavi concordati degli studi con eventuali redditi in eccesso da quelli desumibili per differenza con i costi e le rimanenze specialmente per soggetti che svolgessero esclusivamente attività di lavoro autonomo o di impresa. In altre parole, se io ho solo reddito d’impresa e ho  concordato con l’Agenzia i ricavi di 70 mila euro e poi calcolo correttamente un reddito netto di 30 mila, non vedo come l’Agenzia potrebbe accertarmi con metodo sintetico un reddito netto da 70-80 mila euro senza contestazione. Un tenore di vita superiore a quello sostenibile con 30 mila euro potrebbe essere giustificabile con il reddito di altri familiari, donazioni, vincite al gioco, ecc. e quindi l’AdE uscirebbe probabilmente perdente in sede contenziosa. Anche perché  è vero che, sulla carta e in fatto,  la metodologia di  determinazione dei ricavi a mezzo degli studi è ben più complessa e affidabile di quella relativamente semplice dell’accertamento sintetico. Probabilmente per tali motivi o per proteggere i soliti evasori l’arma totale del fisco è stata ora puntata sui lavoratori dipendenti.

Nel servizio del Sole citato si esemplifica la metodologia dell’accertamento sintetico che, come noto, tiene conto del possesso di abitazioni, dell’intestazione di muti, affitti, utenze, dell’utilizzo di mezzi di trasporto quali:  aerei, barche, auto di lusso, leasing/noleggio auto, motocicli, minicar; della iscrizione a centri benessere, centri ippici, circoli; dei viaggi turistici, di contributi delle colf, di investimenti finanziari, di conti correnti, assicurazioni, scuole private , ecc..  Tutti questi elementi da ricercare in testa a lavoratori dipendenti in nero o in grigio come sopra. È esilarante l’illustrazione dell’esempio contenuto nella tab. 2. Si tratta di un contribuente residente nella provincia di Milano che avendo dichiarato un reddito complessivo di 17.200 euro attraverso il metodo sintetico si vede accertato un reddito di 160.950 euro – oltre 9 volte di più. Questo lavoratore dipendente in nero o in grigio avrebbe acquistato un autovettura per 70 mila euro con assicurazione di 1.350 €; pagherebbe un canone di locazione per l’abitazione di 25.000 €; utenze elettriche per 1.200 € del gas per 2.300 €; avrebbe pagato un premio per l’assicurazione vita di 6.600 €; pagherebbe una quota sociale di 8.000 € per il circolo privato e 6.500 € per il centro benessere; non ultimo avrebbe fatto investimenti per 40.000 €. Proprio una vita da cani per un lavoratore in nero o in grigio! Non è detto ma probabilmente nero e grigio  sono i colori dei vestiti di sartoria che indossa. Probabilmente si tratta di un marchiano errore di chi ha impaginato il testo del  servizio di due giornalisti competenti e le tabelle perché se esse venissero dal MEF sarebbe veramente grave.

Ma c’è un ultimo aspetto che vorrei segnalare al lettore. L’idea di dirigere i controlli a tavolino contro i lavoratori dipendenti non è nuova. Anche nell’Estate del 2006 c’era stata una vera e propria guerra di annunci e minacce nei confronti degli evasori. Poi il 14 dicembre veniva firmato   un nuovo  patto contro l’evasione tra il Vice-ministro Visco, il ministro dello sviluppo economico Bersani, il sottosegretario Lettieri e i presidenti di Casartigiani, della CNA, di Confartigianato, della Confcommercio e di Confesercenti. Nel mio blog061218 – http://enzorusso2020.blog.tiscali.it –  commentai la scelleratezza di tale patto tra rappresentanti del governo e vertici di categorie all’interno delle quali si annidano molti evasori.  Il patto individuava numerose priorità tra cui, al primo posto, quella di “rafforzare in modo mirato l’attività di controllo e repressione nei confronti degli evasori totali, soprattutto se l’evasione deriva da secondo lavoro”. Si proprio così: evasori totali del secondo lavoro! In realtà, si trattava di una tregua firmata alla vigilia delle vacanze natalizie. Quando nei primi mesi del 2007, le categorie firmatarie si resero conto che anche loro dovevano pagare qualcosa di più con la stretta sugli studi di settore scatenarono la protesta che fu prontamente cavalcata da Berlusconi allora all’opposizione. In Primavera,  il Patto  finiva nel cestino della carta straccia. Potrebbero fare la stessa fine gli attuali propositi dell’AdE. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che dopo l’annuncio del conseguimento di continui successi nel recupero dell’evasione poi, alla fine di ogni anno, la stessa  Agenzia è costretta a confermare che  il dato complessivo dell’evasione stimata (120 miliardi) è più o meno sempre lo stesso da diversi anni. Dopo i tanti successi annunciati sulla repressione dei fitti in nero, nel recente decreto legislativo sulle finanze locali,  il governo introduce la cedolare secca del 20% allo scopo di fare emergere il nero che ivi persiste.

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Ancora sulla politica industriale.

In un interessante pezzo: “aiuti di stato, il confine beffa”, Corriere della Sera del 29 luglio scorso, Massimo Mucchetti commenta la decisione della FIAT di delocalizzare la costruzione della  Multipla a Kragujevac in Serbia dove riceverà sostanziali aiuti di stato dal governo serbo. L’auto potrà essere venduta anche all’interno della UE. È un paradosso che la UE proibisca gli stessi aiuti nel proprio territorio e li ammetta fuori porta in un Paese che intende entrare nell’Unione? Messo in questi termini il paradosso c’è. Ma il problema va affrontato alle radici e in termini diversi.  In altre parole, bisogna mettere in discussione la logica neoliberista  del mercato unico: quella secondo cui basta ridurre le regole o deregolamentare perché le imprese possano competere liberamente e il libero funzionamento del mercato nel tempo aggiusterà le cose. I capitali affluiranno dove sono scarsi e la manodopera abbondante. Lì, il costo dei capitali si ridurrà, i salari cresceranno e tutti vivranno felici e contenti. Si dà il fatto che i capitali di norma affluiscono dove più alti sono i rendimenti ed il costo del lavoro è solo uno degli elementi da considerare. Bisogna tenere conto inoltre delle economie e diseconomie esterne, degli aiuti di stato, della vicinanza o lontananza dai mercati, dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, del sistema giudiziario, delle qualifiche della manodopera, del tipo di relazioni industriali, ecc.. L’esperienza storica degli ultimi venti anni del c.d. mercato unico dimostra che esso non ha funzionato per i Paesi del Sud Mediterraneo (i PIGS). In fatto, non c’è mercato unico ma solo interno oppure è unico nei termini i cui tende a essere unico quello globalizzato. Ma come capita spesso, gli economisti liberisti fanno forti resistenze a tener conto dell’evidenza empirica e così il prof. Monti ha buon gioco a rilanciare il suo discorso sul mercato unico in risposta ad una consulenza affidatagli dal Presidente della Commissione UE Barroso.   Se, procedendo in questo modo,  i diritti del lavoro e lo stesso  Stato sociale, che nella UE  pesa per il 25-30% del PIL ed è il fiore all’occhiello del modello europeo, sono messi in discussione, va bene lo stesso. Per effetto della martellante propaganda della destra e del governo che essa esprime tutti siamo indotti a ritenere che bisogna ridurre comunque la spesa pubblica a prescindere dalla sua utilità o necessità.

Allora qual è la risposta corretta al problema? È che se abbiamo un problema di occupazione e sviluppo delle aree arretrate  sia a  Kragujevac che  a Canicattì dobbiamo intervenire  direttamente e indirettamente per creare quel sistema di convenienze che possono indurre le imprese a localizzarsi nella aree arretrate. Direttamente con gli interventi diretti nelle infrastrutture, nella scuola,  nella formazione professionale, nell’assistenza sanitaria e quant’altro. Indirettamente con congrue agevolazioni inclusi i contributi in conto capitale a fondo perduto. Non si può pensare che un’impresa si vada a stabilire in un contesto arretrato addossandosi tutti i costi dell’arretratezza e delle diseconomie esterne connesse. L’alternativa è che gli inoccupati e/o  disoccupati di quelle aree vengano sussidiati a vita – incrementando la spesa sociale che si vorrebbe ridurre – oppure vengano costretti ad emigrare creando problemi di coesione sociale e di congestione nelle regioni più sviluppate. Quindi se si vuole contenere la crescita della spesa assistenziale bisogna promuovere lo sviluppo sostenibile e la massima occupazione in tutte le aree  arretrate. Proibire gli aiuti alle imprese che operano nelle aree deboli significa favorire quelle che operano nelle aree forti.

In una logica di globalizzazione governata, il problema può e deve trovare soluzioni analoghe sia dentro che fuori i confini della UE. Nel suo pezzo Mucchetti cita opportunamente l’esempio macroscopico degli Stati Uniti che rientra appunto nella logica della globalizzazione non governata o, meglio, guidata dalle multinazionali finanziarizzate,  che vedono nell’abbondanza di manodopera dei paesi emergenti un esercito industriale di riserva di marxiana memoria. L’aver lasciato liberi tali soggetti di operare secondo strette logiche di mercati non regolati ha portato alla distruzione della base manifatturiera  degli Stati Uniti, “esportando  in Cina capitali e competenze per aumentare i profitti delle multinazionali finanziarizzate e avere merci a buon mercato per la propria classe media a redditi stagnanti”. Wal-Mart insegna. È in effetti quello che è avvenuto non solo negli USA ma anche in tutti gli altri paesi industrializzati. L’impoverimento delle classi medie, una più forte concentrazione della ricchezza e la condanna delle classi più povere ad un futuro senza speranza. Se questo è vero, è chiaro che non basta la formuletta: concorrenza, innovazione, ricerca o ricerca, innovazione e concorrenza. Specialmente in un paese come l’Italia dove il tessuto industriale prevalente e formato da piccole e medie imprese e, per lo più, queste non hanno risorse sufficienti per promuovere ricerca e innovazione. Ecco perché  non bastano le quattro priorità che Berlusconi sta elaborando (federalismo, fisco, giustizia e Mezzogiorno) nel tentativo disperato di salvare il suo governo. Queste priorità pur necessarie non sono sufficienti se non inserite in  un coerente e strategico disegno di politica economica, industriale e delle relazioni sindacali.

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L’assenza di politica industriale in Italia e in Europa.

L’Italia non ha una politica industriale ma a Bruxelles ha Antonio Tajani Commissario per l’industria che non riesce a combinare niente. Prendiamo il caso auto. Negli USA collassa l’industria dell’automobile. Interviene il governo americano con massicci investimenti. In un anno sono stati creati 55 mila nuovi posti di lavoro. Nella UE l’auto è in crisi ma la Commissione non fa alcunché. Nella UE ci sono 16 piccoli e medie industrie automobilistiche di cui 3-4 filiali di grandi industrie estere.  Nel 2007 l’AD della FIAT ebbe a dire che se una casa automobilistica non raggiungeva i sei milioni di auto prodotte non ha futuro perché troppo alti sono gli investimenti  necessari  per la ricerca e lo sviluppo. E senza alti profitti detti costi non sono sostenibili. E la UE che cosa fa? Sta a guardare. La Commissione UE svolge prevalentemente attività di regolazione dell’esistente. Ha gli stessi problemi delle classi dirigenti nazionali che la nominano. Ha la veduta corta. Non ha una visione del futuro.

Che cosa significa avere una politica industriale  attiva per il settore dell’auto? Cercare di accorpare le varie fabbriche di auto per produrre più auto europee in Europa, ovviamente, senza escludere la delocalizzazione dove e quando necessaria, soprattutto per entrare nei nuovi mercati. Durante la crisi la Commissione non ha fatto intravvedere neanche l’ombra di una tale politica e ognuno si è mosso individualmente. La FIAT ha ottenuto l’accordo con la Chrysler ed è divenuta un global player. La scommessa non è ancora vinta ma ci sono tutte le premesse per il successo. In  Germania, la GM  ha salvato la Opel tagliando migliaia di posti di lavoro e ricevendo aiuti per diversi miliardi di euro dal governo tedesco. La Svezia ha realizzato il passaggio della SAAB dalla General Motors  alla Spyker Cars N.V.  grazie anche a un prestito ponte di 400 milioni di euro ricevuto dalla Banca europea per gli investimenti.

Serve  una politica industriale che tenga conto degli effetti della crisi, della globalizzazione e che ripensi il sistema degli aiuti di Stato. Ma siamo al paradosso i governi nazionali non possono fare niente date le dimensioni globali dei problemi e  la nuova Commissione UE è ridotta ad una sorta di Ufficio studi. Il nostro Commissario tace. Berlusconi promuove qualche affare ora con i russi ora con i libici senza una chiara strategia e, soprattutto,  senza alcuna informazione né preventiva né successiva al Parlamento.

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