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Archivio Ottobre 2010

Il misantropo di Molière regia di Castri

29 Ottobre 2010 Nessun commento

Carlo Vallauri recensisce Il Misantropo di Molière come visto da Castri e con Popolizio.

           La stagione romana dalla prosa ha trovato un inizio folgorante con la rappresentazione de Il misantropo nella regia di Massimo Castri e nell’interpretazione amara e fervida nello stesso tempo di Massimo Popolizio.            Moliere viene incontro agli spettatori presentando la società del suo tempo (un Seicento già rivolto a cambiamenti di costume) con tutti i mali che ancora reggono le società moderne. Una descrizione accurata, nella conversazione di Alceste con i suoi interlocutori, nella frivolità di corrotti, corruttori e loro complici mentre le donne sembrano cercare le simpatie del protagonista. Amanti e amati si rincorrono, si contendono, si nascondono e ciascuno tira al proprio egoismo in una vita artificiosa e piena di falsità e sotterfugi.             Sembra, nel sentire attrici ed attori esprimere le loro brame ed i loro raggiri, quasi di vivere in quella superficialità cui oggi qualcuno guarda con apprensione. Popolizio usa tutte le sue qualità nel mostrare debolezze e timori del bilioso protagonista che cerca di difendersi dai compiacenti come dai furbi – miserabili gli uni e gli altri – mentre dame, coquettes, marchesi e valletti fanno a gara nell’untuosità delle “buone maniere”. Il pennello di Molière sa dipingere questi tratti umani che Castri esalta nella sua lettura del testo per spiegare agli spettatori di oggi che ciò di cui si lamentano le persone del terzo millennio sono cose già accadute.            L’impianto scenico s’impone alla vista con tanti specchi illuminati che si rifrangono l’un l’altro, costumi e parrucche ridondanti in un palcoscenico movimentato dalle luci. Gli altri ruoli importanti sono affidati a Federico Castellini (Célimene), Ilaria Genatiempo (Elinante), Graziano Piazza (Filinti) e Sergio Leone (Orante).             Successo pieno di uno spettacolo ricco di umori che civettano con il senso proprio di una visione che dall’autodistruzione soggettiva cerca di scoprire meglio la realtà. In questa cornice il risultato è pienamente raggiunto grazie da una intensa partecipazione degli interpreti.

 in corso di pubblicazione su SCENA ILLUSTRATA

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La cedolare secca sulle case affittate.

15 Ottobre 2010 Nessun commento

Il giorno in cui si respinge la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo e si certifica che il governo Berlusconi non ha più  una maggioranza alla Camera dei Deputati,   il consiglio dei ministri ha varato   il 4° decreto legislativo sulla fiscalità dei comuni in attuazione della delega n. 42/2009 sul federalismo fiscale. Si prevede una “profonda” (si fa per dire) revisione della imposizione immobiliare. Ma come di consueto, si annuncia l’ennesima legge manifesto verosimilmente destinata a rimanere per lo più sulla carta se è vero che tra il c.d. terzo polo politico (destinato ad avere un peso condizionante) tendono a prevalere le forze dichiaratamente contrarie al federalismo.

Il governo ha ripreso una sua vecchia proposta di 16 anni fa. Si pensa ad un grosso accorpamento delle imposte che gravano sulla casa e sarà introdotta la cedolare secca al 20% sugli immobili dati in affitto. Rispetto al provvedimento ho obiezioni di metodo e di merito. La prima è che il governo procede, come al solito, top-down alla stregua del più bieco centralismo. Infatti, si tratta di una misura di pseudo federalismo telecomandato dal centro che opera direttamente sulla fiscalità degli enti locali consolidando il disegno a tre punte per cui enti locali e regioni hanno tutti rapporti diretti con lo Stato. Certo in questo  caso della fiscalità degli EELL l’intervento dello Stato era inevitabile anche perché è lo Stato che dovrebbe cedere quota parte del gettito  di imposte erariali nel senso pieno del termine. Resta il fatto che per le imposte di registro ed altri casi, si tratta in buona sostanza di devoluzione di gettito di imposte erariali e, quindi, di un trasferimento implicito. Quindi non mi sembra corretto sostenere – come fa il governo – che si sta aumentando l’autonomia tributaria degli EELL perché, in questo caso, di tributo proprio c’è solo il nome e non la sostanza.

La riforma entrerebbe in vigore in due tappe: la prima è  quella che istituisce la cedolare secca sugli immobili in affitto  a partire dal 2011 e l’altra (quella dell’autonomia tributaria degli enti locali) a partire dal 2014[1].

La parte di più ravvicinata rilevanza del provvedimento riguarda la cedolare secca del 20% sugli immobili in affitto. L’aliquota  proposta inizialmente dal MEF era del 25% ma il CdM l’ha abbassata al 20%. Il nuovo regime è peraltro opzionale. Nella sostanza la cedolare secca è  equivalente a un regime sostitutivo dell’Irpef e, quindi, si tratta di gettito devoluto ai comuni a parziale compensazione di quello venuto meno con l’abrogazione totale della ICI sulla prima casa. Un gettito devoluto è,  nella sostanza, un trasferimento implicito. Inoltre è previsto un Fondo sperimentale di riequilibrio (perequazione) che evidentemente vuole tenere conto della diversa potenzialità di gettito a seconda del diverso patrimonio di immobili in affitto presente nei comuni poveri e in quelli ricchi, nelle grandi e nelle piccole città, nei comuni a vocazione turistica, ecc..[2] Per questo motivo, il provvedimento di per sé non aumenta l’autonomia tributaria degli enti locali.

Il provvedimento, come al solito, è assunto nel nome della semplificazione ma in realtà complica enormemente il sistema. In primo luogo perché, come detto, è opzionale. Lascia al contribuente la scelta e questa dipende anche dalla circostanza dell’adesione agli accordi comunali agevolati secondo cui solo il 58,5%  del canone  è tassato. In ogni caso, introduce un secondo regime sostitutivo rispetto a quello principale.

 tabella confedilizia

Dalla tabella emerge chiaramente come la proposta per l’ennesima volta va a premiare le famiglie più ricche. La simulazione tiene conto dei diversi regimi previsti attualmente: libero o concordato. Le famiglie con i redditi più bassi sarebbero addirittura penalizzate e la penalizzazione sarebbe più forte nel caso di contratti a canone concordato. Di tal che, per questi casi, non si vede la convenienza a optare per la cedolare secca – supposto che a tali livelli di reddito si possano possedere appartamenti dati in affitto.

In secondo luogo, la convenienza a passare al nuovo regime  potrebbe  non verificarsi per niente o verificarsi solo per quelle  persone fisiche che hanno un cospicuo patrimonio immobiliare  intestato direttamente, senza interposizioni fittizie. E qui, secondo me, c’è un altro limite della proposta. Le famiglie con redditi superiori alla media che possiedono diversi immobili di norma gestiscono il loro patrimonio attraverso società immobiliari che, a torto o a ragione, utilizzano ben altri strumenti per abbattere il peso delle imposte e, quand’anche, fossero soggetti estremamente scrupolosi che denunciano correttamente tutti i canoni percepiti,  hanno sempre  la possibilità del tutto legale di suddividere il reddito per quote tra i soci – di norma, familiari -  e non incorrere nel rigore della progressività dell’Irpef.

In terzo luogo,  c’è un’altra complicazione che revoca in dubbio la efficacia della norma. L’applicazione dell’aliquota del 20% è condizionata all’emersione degli immobili. In testa ai comuni è previsto l’obbligo di recuperare almeno il 60% degli immobili in affitto non denunciati per niente o solo in parte. Questo allo scopo di non perdere gettito. L’intenzione è nobile dati i fabbisogni correnti ma cervellotica.  I calcoli sarebbero stati fatti sull’ipotesi di un’aliquota del 25%. L’abbassamento di questa al 20% comporterebbe un recupero più forte del sommerso. In altre parole si assume la possibilità di una  graduale e discrezionale  accelerazione dell’attività di accertamento da parte degli uffici finanziari dei comuni come se questi avessero a disposizione una struttura di controllo di comprovata efficienza ed efficacia. Ci si può chiedere se i redattori di questa bellissima norma conoscano veramente lo stato degli uffici finanziari locali. Mi chiedo: se non c’è il previsto recupero del sommerso, si dispone un rialzo dell’aliquota?

In quarto luogo, il provvedimento prevede il raddoppio delle sanzioni ma in assenza di controlli efficienti, l’escalation delle sanzioni appare inutile e dannosa. Siamo alle solite. Il cane legato al palo abbaia alla luna. La norma in fatto non tiene conto che l’evasore è meglio informato del contribuente medio. Egli sa che la stragrande maggioranza dei comuni italiani non hanno uffici finanziari all’altezza del compito e la riprova è l’esistenza di oltre due milioni di immobili non denunciati al fisco (e rilevati attraverso il satellite dall’agenzia del territorio)  e il fallimento di tutti gli incentivi che da dieci anni a questa parte sono stati previsti per la partecipazione dei comuni all’attività di accertamento[3]. Ma la stragrande maggioranza di comuni piccoli e medi avevano bisogno della rilevazione satellitare per scoprire immobili abusivi sul loro territorio? Se questo è vero, la nuova cedolare secca rischia di rivelarsi un mero escamotage propagandistico di finta lotta all’evasione.

 

 


[1] E questo governo potrebbe non esserci più proprio a partire dal 2011 se è vero che nei mesi scorsi la maggioranza ha perso coesione e spinta propulsiva. In ogni caso, sembra poco probabile che riesca a finire la legislatura.

[2] Da quello che si sa fin qui, i parametri del fondo perequativo che verrebbero presi in considerazione sarebbero: a) lo spessore dei mercati immobiliari locali; b) il numero ed il valore dei  contratti di locazione; c) il livello medio delle rendite catastali. Da un lato è positivo che si cerchi di superare il fondo unico e non condizionale di perequazione di cui al comma 3) dell’art. 119 Cost (fondo perequativo senza vincoli di destinazione), dall’altro, dal mio punto di vista,  è negativo che si adotti un meccanismo di tipo orizzontale che mette in contrapposizione gli interessi dei Comuni ricchi e di quelli poveri. Non ultimo, osservo che un tale meccanismo orizzontale solleva qualche dubbio di legittimità costituzionale perché in contrasto con le previsioni dell’art. 119 Cost..

[3] Secondo Grassi (2006) diverse sono le cause del fallimento della partecipazione dei comuni all’accertamento delle imposte erariali: a) mancata trasmissione ai Comuni delle copie delle dichiarazioni da controllare; b) disinteresse dei Comuni ad esercitare il loro diritto al riguardo; c) la sfiducia da parte degli uffici statali di ottenere informazioni utili e nei tempi previsti – al riguardo aggiungo che non di rado gli uffici lavorano in prossimità della decadenza della loro azione e quindi non hanno il tempo per chiedere il parere; d) la riluttanza dei politici locali a inimicarsi il proprio elettorato tanto più che la proposta di aumento dell’imponibile ai sensi del comma 4 dell’art. 44 del DPR 600/73 (partecipazione dei comuni all’accertamento)  va adottata in piena trasparenza (ad evidenza pubblica) con deliberazione della giunta comunale.   Vedi più approfonditamente Grassi (2006) che fa notare come già con i provvedimenti del 2005 fosse previsto il riconoscimento del 30% sulle maggiore imposta accertata. Aggiungo che dopo cinque anni il governo non si perita di fare un’attenta valutazione sul mancato funzionamento di tale schema incentivante ma si limita a incrementare la partecipazione “agli utili” e suggerire la istituzione dei consigli tributari previsti nella norma.

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