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Archivio Novembre 2010

Crisi irlandese e debito pubblico italiano.

22 Novembre 2010 2 commenti

Nell’asta del 10 novembre, in mezzo alle turbolenze provocate dalla situazione critica di Irlanda e Portogallo, sono stati collocati 5,5 miliardi di BOT annuali; ne scadevano 6,05 miliardi; la domanda era di 11,5 miliardi. Il rendimento lordo è calcolato all’1,778% superiore di 33,7 centesimi a quello del mese precedente. Un tasso vicino all’1,80% ha attirato i non residenti. Detta variazione sconta l’incremento dei tassi dell’interbancario, dei tassi overnight e il rischio discendente da un possibile contagio.

Per i residenti, al netto della ritenuta e delle commissioni, il rendimento netto è calcolato attorno all’1,248%. Il BOT a 12 mesi è ritenuto il titolo italiano più esposto alle intemperie.

Non c’è da stare allegri e, soprattutto sarebbe miope pensare che quello che sta succedendo in Irlanda, Portogallo e Spagna non ci riguardi.

Per rendersene conto basta guardare i dati più recenti  sugli spread rispetto al bund (obbligazione decennale) tedesco. Il corrispondente titolo decennale irlandese, nell’ultima emissione, è salito al 9,26  + 6,83. Il  deficit irlandese si aggira attorno al 32%;  per l’Irlanda questo potrebbe essere il picco della crisi, ma si attende il piano quadriennale di risanamento. 

Il decennale portoghese mostra uno spread di  500 punti base; quello  greco dà un rendimento  pari  all’ 11,44 + 925 punti base. La disoccupazione in Grecia è al 12% poco più di quella italiana. Con tassi a quel livello è difficile risanare e meno che mai rilanciare l’economia. Infatti la previsione è di un calo del Pil del 4% nel 2010 e una riduzione del deficit della metà di quella prevista la primavera scorsa. I tassi irlandesi e portoghesi saliti di 2 punti in sole 2 settimane. C’è stato un piccolo effetto contagio sulla Spagna il cui spread è salito a 223 pb. In Italia siamo a 182. Nel febbraio 2007 lo spread dell’Italia era solo di 20 pb.  Sono bollettini di guerra o quantomeno di forte turbolenza.  

A distanza di poco più di sei mesi dalla crisi di maggio, L’Unione europea sta dimostrando di fare sul serio.  Ha varato un piano di salvataggio per l’Irlanda nonostante le resistenze del suo governo.

C’è un pericolo di contagio per l’Italia?  Al di là delle dichiarazioni di Tremonti, secondo me sì, se il governo agonizzante (o quello nuovo) non riesce a mettere a punto una strategia di rilancio della crescita e dell’occupazione. In questo senso è consolatoria la tesi secondo cui l’accumulazione finanziaria dei privati può sostenere più del PIL il bilancio pubblico (Fortis,  Sole 24 ore del 20 ottobre u.s.).

Se calcoliamo il debito aggregato (famiglie, delle imprese non finanziarie e della PA) per il 2009,  la Germania schizza al 203,1%; l’Austria al 205,6%; la Finlandia al 210,3%; la Grecia al 224,1%; la  Francia  al 231,3%; l’Italia al 233,8%; la Svezia al 269%; i Paesi Bassi al 270,6%; la Spagna al 272,8%; l’Inghilterra al 283,1%; il Belgio al  301,7%; l’Irlanda al 308,8%; il Portogallo al 330,7%. L’Italia migliora la posizione ma non sta proprio bene. Il miglioramento statistico c’è ma che cosa significa?

Guardiamo alla ricchezza privata – dice Fortis. Bene ma alla ricchezza di chi? Delle famiglie o delle imprese? Guardare a quella delle famiglie e delle imprese non è del tutto corretto. Si può toccare congruamente  la ricchezza delle famiglie senza prevedere imposte straordinarie espropriative nei confronti delle stesse? C’è  un governo pronto a  tassare i più ricchi e rovesciare la linea fin qui seguita? L’indebitamento delle imprese è basso perché le stesse non stanno finanziando un flusso adeguato di investimenti. Che cosa tassiamo delle imprese i cespiti patrimoniali?   Sarebbe questo il miglior modo di rilanciare la crescita e la sviluppo?

Il debito pubblico  si riduce con le privatizzazioni – soggiunge Fortis. D’accordo.  Ma cosa può vendere il governo centrale oltre le licenze sulle frequenze? Non può vendere le imprese miste degli Enti Locali. Può forse indurli a fare qualche operazione e comunque il problema più grave  del debito pubblico è quello del governo centrale e non degli Enti Locali o delle Regioni – ben poca cosa rispetto al primo.

Nel 2005 i tecnici di Tremonti calcolarono  che per abbattere di 5 miliardi la spesa pubblica  per interessi occorreva vendere asset per 100. Nel programma elettorale 2008, il PdL  promise dismissioni per 300 dei 700 utilizzabili a tal fine. Il conto patrimoniale delle PA è pari a 1.840 miliardi a prezzi di mercato (pari all’attuale DP) ma non tutto è alienabile.  Patrimonio dello Stato spa e KPMG stimarono nel 2005 che la disponibilità potenziale era nel 2005 pari al 46% per le amministrazioni centrali, al 58% per gli enti territoriali. Qualche settimana fa, Tremonti ha istituito un gruppo presieduto d Piero Giarda “per analizzare il patrimonio pubblico per verificare la realizzabilità di un programma di dismissioni”. Per questi motivi la strada maestra resta quella dell’avanzo primario (differenza tra entrate e spese correnti).  Per altro, nella presente fase congiunturale, la strada della riduzione della spesa pubblica  mal si concilia con la necessità di rilanciare la crescita economica senza la quale non c’è sostenibilità per la finanza pubblica. Ma se non si può ridurre la spesa pubblica, non si possono ridurre le imposte. Eco allora che il recente rilancio della riforma tributaria appare solo il frutto dell’improvvisazione o l’ennesimo tentativo di ingannare i contribuenti  – se irresponsabilmente si promettono sgravi generalizzati. L’accumulo di avanzo primario e dismissioni non sono alternativi ma complementari dati i termini quantitativi  del problema.  Non senza trascurare – aggiungo io – che le dismissioni di beni immobili possono portare ad aumenti della spesa pubblica  corrente se la dismissione di alcuni immobili porta poi all’affitto degli stessi a canoni di mercato.

In conclusione, è vero, in teoria, è  più corretto il rapporto DP/Ricchezza  di quello DP/PIL ma esso va visto distintamente per ogni singolo operatore.  In pratica, servono non solo le privatizzazioni ma anche il rigore fiscale. O si riduce la spesa corrente  oppure  si aumentano le entrate correnti. Oppure si fanno entrambe le cose. Ma è un lavoro da fare con il bisturi non con le riduzioni di tutte le spese nella stessa percentuale. C’è un problema di composizione della spesa pubblica e delle entrate tributarie. C’è un problema di equità nel patto intergenerazionale e/o di equilibrio intertemporale nella gestione del bilancio dello Stato. Ci sono grossi problemi  di perequazione sia dal lato delle entrate che delle spese ma da operare quanto meno a parità di gettito. Per tali motivi mi sembrano alquanto campati in aria il progetto di riforma tributaria di Tremonti che promette sgravi a tutti.

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Carlo Vallauri recensisce il libro in cui Cossiga spiega la politica.

19 Novembre 2010 1 commento

La  lunga conversazione di Andrea Cangini con Francesco Cossiga si trasforma, di pagina in pagina del libro Fotti il potere (Aliberti editore), in una specie di piccolo trattato sulla logica del potere.

            Il giornalista incalza il suo interlocutore nel chiedere chiarimenti e precisazioni su punti che sono stati al centro dell’attività politica del Presidente ed ottiene risposte che confermano quella mentalità estremamente pragmatica di Cossiga, che non si affida – come qualche suo successore – a modelli virtuosi di vita, ma anzi tiene a configurarsi estremamente realistico nelle valutazioni degli altri come dei propri caratteri ed errori. Sulla scia di un Kissinger infatti preferisce affrontare di petto i problemi più delicati ed insidiosi senza “infingimenti” a sostegno di “false virtù”.

            L’uomo – “lupo per gli altri uomini” – non può che comportarsi seguendo il proprio tornaconto e, perciò, pretendere dai politici atteggiamenti “egregi”, non si addice affatto a chi ha scelto l’impegno politico, che richiede ed impone determinati atti e non prepara a futuri posti nel paradiso. Comportarsi diversamente sarebbe esiziale. Così, considerata la condizione di paese “a sovranità limitata”, l’Italia repubblicana non aveva – afferma il presidente “fustigatore” – che scelte obbligate. D’altronde egli da giovane – rivelazione di questo libro – si recò negli Stati Uniti con altri promettenti giovani europei di formazione euro-occidentale, e così fu “allevato” a ben comprendere come è fatto il mondo, insieme a tanti altri rispettabili futuri capi politici del nostro continente, dalla Thatcher a Schmidt, a Giscard d’Estaing. La sua strada era quindi già tracciata e fedelmente alle istruzioni ricevute, egli si è comportato in coerenza di quanto si pretendeva da lui. D’altronde precisa alcuni punti al riguardo: ad esempio per la nomina del ministro degli Esteri in Italia occorre il via libera degli americani.

            Le grandi potenze hanno sempre “eliminato” i propri nemici: violenze, assassini, colpi di Stato diventano indispensabili quando appaiono “utili”, e lo sguardo storico ripercorre anche i secoli passati, citando vari casi. Tornando alla politica interna, il piano “Solo” redatto dal generale Di Lorenzo per il presidente Segni – dice Cossiga – non era altro che un documento necessario per ottenere un preciso e determinato risultato, presto verificatosi con il freno al centro-sinistra appena avviato. Ed egli, tra l’altro, rivendica di aver “infiltrato” agenti provocatori nel corpo dei gruppi estremisti negli anni di piombo: ne conosciamo – vogliamo aggiungere – gli effetti nell’assassinio di Giorgiana Masi a Ponte Garibaldi.

            Nella “logica di Caino” si spiega anche il caso Moro. Tutto è dipeso – a suo avviso – da una “imperizia” dei sequestratori che non vollero attendere un possibile scambio del prigioniero con brigatisti in carcere e compiendo l’assassinio per “una leggerezza, un calcolo sbagliato: un caso” (!) (l’esclamativo è nostro). E che dire del governo D’Alema? Lo stesso Cossiga assicurò gli americani – che non si fidavano troppo di Prodi e delle propensioni pacifiste di alcuni esponenti politici cattolici – circa la convenienza ad avere in quel preciso momento un presidente come l’ex esponente comunista, disponibile ad effettuare l’operazione Nato contro la Serbia.

            Questo realismo – che sconfina nello scetticismo sui comportamenti umani – diviene così “alta politica”, cioè mezzo per risolvere qualsiasi problema, senza pregiudizi e nessuna riserva morale. Questa visione concretista della politica come “arte” fa comprendere come la violenza e il tornaconto siano alla base dell’agire dei governanti. Alla luce dei tradimenti “doverosi” e degli omicidi “necessari”, il panorama illumina di un grigio tendente al buio peggiore la storia della nostra repubblica. E’ la realtà, ragazzo, non un gioco. Pensare diversamente significa allora non “capire” la politica. Un insegnamento utile, nella “ottusità generale” di cui il presidente fornisce la chiave di lettura. La forza è forza, e tutto ciò che diviene “necessario” anche, anzi specie, se si tratta di un atto di per sè non encomiabile.

            Leggere per credere e per apprendere altre interessanti rivelazioni, dai legami di Licio Gelli con la diplomazia degli Stati Uniti, ai dirigenti del servizio segreto italiano nominati d’accordo con il partito comunista. Quanto alla magistratura, l’ex Presidente del Consiglio Superiore di quella istituzione spiega che le avvisaglie di quel che poi successe in quegli organismi è nella legge che garantì la promozione per “anzianità” di tutti i magistrati indipendentemente dai meriti o demeriti. L’ideale dei magistrati – dice Cossiga – è di fare essi direttamente tutte le leggi. La stessa Corte Costituzionale è, a suo avviso, un organo di “arbitraggio politico esercitato in finta forma giurisdizionale”.

            Critico nei confronti del falso pacifismo, afferma inoltre che la guerra, quando è necessaria per una parte, diviene inevitabile. A proposito della tesi del “doppio Stato” che sarebbe esistito in Italia egli afferma che “la verità è persino peggiore” di quel che si dice comunemente, nel senso che i vari terrorismi, servizi deviati e le notizie su fatti del genere sono tutti fenomeni spiegabili con la logica del potere. Quanto a Berlusconi ritiene che “l’interesse, a braccetto con la follia, può averlo spinto a scendere in politica”. In conclusione “l’interesse generale non esiste”, “la ragione non conta nulla” e i politici per essere realmente pronti all’esercizio del potere “devono aver frequentato il male”: ecco il panorama dell’Italia di ieri e di oggi, secondo il presidente sardo.

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