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Archivio Dicembre 2010

Il governo italiano e la speculazione internazionale.

24 Dicembre 2010 2 commenti

Nella sua conferenza stampa di ieri Berlusconi spezza una lancia a favore della stabilità del suo governo. La tesi è che una crisi del suo gabinetto porterebbe ad elezioni anticipate ed esporrebbe il nostro debito pubblico ad attacchi speculativi. E’ un argomento non irrilevante ma specioso di cui il Presidente del Consiglio si ricorda quando gli fa comodo. Infatti, Berlusconi non ha menzionato che, pur avendo il suo ministro dell’economia e delle finanze messo i conti pubblici in sicurezza già nell’Estate 2008, dal gennaio 2009 a oggi, il debito pubblico è passato da 1.670 miliardi del gennaio 2009 a circa 1860 miliardi di oggi con una variazione di circa 12 punti di PIL al lordo della provvista di liquidità per i primi mesi del 2011. Questo è un dato statistico inoppugnabile. E se il debito è aumentato di tanto, all’origine c’è un aumento del deficit. E allora la manovra dell’Estate 2008 non è stata all’altezza nonostante la propaganda del regime e l’immeritata fama riconosciuta al suo artefice. Nonostante tutto, nonostante la crisi greca e irlandese, gli spread rispetto  al tasso per i bund tedeschi, sono rimasti tra i 160 e 200 punti base – a livelli significativi di una certa differenza nella qualità del credito.  Merito del governo ma soprattutto dell’Unione europea che, nel frattempo, ha messo in piedi uno strumento comune di assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà sulla carta di 750 miliardi di euro che fin qui ha impedito il fallimento sia della Grecia sia dell’Irlanda  e che, alla fin fine, protegge anche l’Italia. Il Fondo monetario internazionale aveva proposto nei mesi scorsi il raddoppio di tale fondo ma la proposta non è stata accettata dalla Merkel e dal Consiglio europeo di metà dicembre.  Non è stata accolta neanche la proposta di Juncker  e Tremonti di un’Agenzia europea del debito da collocare a livello centrale dei Paesi dell’eurozona per gestire ed emettere congiuntamente  debito pubblico. Nonostante la bontà della proposta che riprende un’analoga iniziativa di Jacques Delors del 1993, la verità è che, a livello europeo, il governo italiano non conta nulla perché tutti, più o meno, hanno capito che è inaffidabile  e  che i suoi comportamenti non corrispondono agli annunci ufficiali.  I tedeschi hanno visto nella proposta italo-lussemburghese anche un tentativo dell’Italia di scaricare a livello europeo la patata bollente del nostro debito pubblico.

A me una cosa sembra chiara. Non è la stabilità di questo governo che può frenare o impedire gli eventuali attacchi speculativi specialmente se non riesce ad adottare una politica economica e finanziaria in grado di rilanciare la crescita e l’occupazione. Solo così sarà possibile aumentare l’avanzo primario e ridurre il debito senza operare un taglio drastico dei prezzi e dei salari. Purtroppo, a distanza di due anni e mezzo non ha elaborato alcuna strategia idonea per rilanciare l’economia.  Ieri l’ha ripetuto anche l’ineffabile  ministro Brunetta – quello che considera fannulloni tutti i dipendenti pubblici.  Questo governo ha fronteggiato  l’emergenza; ha messo in sicurezza le banche e con esse le famiglie con grossi pacchetti di titoli finanziari (anche pubblici). Nei giorni scorsi la Banca d’Italia ha confermato che il 10% delle famiglie più ricche ha aumentato la quota di controllo della ricchezza  del paese al 45%. E questo governo ha allargato l’esonero dell’ICI anche alle famiglie più ricche. E’ questo il problema dei governi conservatori  dell’Italia e dell’Unione europea: salvare le banche e i rentiers. Chi più chi meno.  Il Consiglio europeo di metà dicembre ha respinto per ora anche la proposta di trasformare lo strumento straordinario di assistenza finanziaria in un meccanismo ordinario di politica finanziaria che, oltre ad aiutare i Paesi ad alto debito ad uscire dalla relativa trappola, possa emettere titoli a lungo termine per cofinanziare infrastrutture materiali ed immateriali nei Paesi in difficoltà e non solo in essi. Ha respinto, come detto, l’Agenzia per il debito, alias, proposta Juncker-Tremonti, che potrebbe ridurre notevolmente il costo monetario e sociale  del servizio e di eventuali  ristrutturazioni parziali del debito medesimo. Come lo dice chiaramente Philippe Legrain su Repubblica di ieri, i costi opportunità di queste scelte italiane ed europee sono la bassa crescita e la disoccupazione crescente. Fino a che punto, possiamo tollerare che si proteggano gli interessi ristretti delle banche e delle famiglie più ricche a danno delle masse femminili e di giovani  inoccupati, disoccupati e senza futuro?

Tornando all’affermazione di Berlusconi sulla crisi del suo gabinetto, il vero problema non è la stabilità del governo ma la governabilità, ossia, la sua capacità di governare gli eventi e risolvere i problemi che il Paese ha davanti a sè. Per troppi anni, Berlusconi ha dimostrato di non saperlo fare se è vero come è vero che su otto anni di questo primo decennio del terzo millennio la crescita in media è stata zero.

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Lettera a Marco Pannella

11 Dicembre 2010 Nessun commento

Caro Marco, girala come vuoi, ma il messaggio che passa è che, a certe condizioni, i parlamentari radicali sarebbero disposti a votare la fiducia a S. Berlusconi. Lo ha detto a suo tempo The Economist e lo ha detto più recentemente Foreign Policy, lui non è adatto a governare  e ha trasformato l’Italia in un Bordello State. Capisco che tu possa e voglia fare di tutto per stare al centro dell’attenzione e far vedere a tutti che sei stato determinante; capisco che tra i militanti radicali ci siano anche persone con il cuore a destra, ma ora è il momento delle scelte chiare: o dall’una o dall’altra parte. Tutto il resto è tatticismo. Con i migliori saluti.

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La questione degli eurobond.

9 Dicembre 2010 1 commento

Lunedì 6 dicembre u.s.,  Juncker (Presidente dell’Eurogruppo)  e Tremonti hanno proposto un’agenzia europea  del debito europeo. L’European Debt Agency (EDA) dovrebbe prendere il posto dell’attuale fondo europeo per la stabilità finanziaria, creato per far fronte all’emergenza.

L’EDA potrebbe giocare un doppio ruolo: A) in via straordinaria, essa dovrebbe far fronte all’emergenza di paesi in difficoltà e sottrarli al gioco della speculazione. In una prima fase, potrebbe emettere titoli solo per procurarsi la liquidità con cui acquistare – anche a sconto –  i titoli di singoli Paesi membri che si rivolgono ad essa per essere aiutati, ossia, avere a tassi ragionevoli la possibilità di rinnovare titoli in mano agli investitori e procedere alla ristrutturazione del debito a rischio default. L’EDA, avendo la garanzia europea, sarebbe meglio in grado di approvvigionarsi di liquidità a tassi più bassi di quelli richiesti ai Paesi sotto pressione speculativa.

Qualcuno sospetta che l’Italia stia cercando di “delocalizzare” o trasferire sulla UE il compito di ridurre il peso del debito pubblico italiano. Non so se queste sono le vere intenzioni di Tremonti ma oggettivamente il meccanismo proposto porta con se un problema di moral hazard ma non solo per l’Italia; B) in via ordinaria, l’EDA potrebbe svolgere non solo un ruolo di stabilizzazione finanziaria per i paesi in difficoltà ma anche di finanziamento della crescita. E attuare così il volet del patto di stabilità che  fin qui non ha trovato alcuna vera implementazione. L’EDA potrebbe innanzitutto aiutare i paesi a bassa crescita a sostenere i costi di finanziamento di programmi di sviluppo necessari per uscire dal circolo vizioso, dalla trappola del debito in cui cadono i paesi c.d. non virtuosi, i paesi che non sanno coniugare il rigore con la crescita. Deve essere chiaro che qui non si sta proponendo una riforma del bilancio europeo per metterlo in condizioni di fare politiche espansive a livello europeo. Per fare ciò servirebbe almeno una triplicazione delle risorse attuali e sappiamo che la RFT e l’Inghilterra sono nettamente contrarie ad una tale misura. Si tratterebbe più realisticamente e più gradualmente di consentire ai paesi in difficoltà un finanziamento a costi ragionevoli di politiche di crescita e sviluppo. Abbiamo visto che i paesi a rischio default del loro debito sono costretti a pagare tassi altissimi e questi diventano proibitivi per finanziare investimenti infrastrutturali. I tassi proibitivi o la concorrenza del settore pubblico fa alzare gli interessi per gli investitori privati e, quindi, si tagliano sia gli investimenti pubblici sia quelli privati. L’economia entra in una spirale perversa di deflazione con taglio dei salari e dei prezzi. In simili condizioni, è interesse comune ad aiutare le autorità locali di politica economica ad avviarsi su un sentiero di crescita sostenuta e sostenibile che è la condizione fondamentale per evitare il default.

La proposta è stata immediatamente respinta dalla Merkel che teme soprattutto un rialzo del costo del debito della Germania. Come noto, nelle recenti aste i rendimenti offerti dal Tesoro tedesco sono stati così bassi che non tutta la quantità di titoli offerti è stata collocata. Se si accetta un meccanismo comune, con garanzia europea, appare altamente probabile che il rischio medio verrebbe calcolato sull’insieme dei paesi dell’eurozona e il meccanismo mentre agevolerebbe sicuramente i paesi a più alto rischio danneggerebbe quelli a più basso rischio.       

Ad addolcire la pillola ci pensa Schauble, vecchio europeista e ministro delle finanze del governo Merkel, secondo cui non è urgente istituire un meccanismo che consenta di emettere debito pubblico a livello centrale. Una tale facility richiede un più effettivo coordinamento delle politiche economiche e finanziarie dei diversi paesi europei e siamo ancora lontani dall’aver conseguito un simile obiettivo. Secondo  Schauble, inoltre,  c’è bisogno di un lungo lavoro di preparazione del Parlamento tedesco prima che si arrivi ad una tale decisione.

Resta un grosso problema aperto: come europei, vogliamo farci governare dalle società di rating o da autorità di politica economica democraticamente elette? La risposta sarebbe ovvia, se non fosse che c’è un deficit di democrazia a livello europeo. Ma chi ha determinato e mantiene tale deficit a livello europeo? I governi nazionali che non vogliono rinunciare alle loro prerogative in materia di politica economica e fiscale. Sono loro che negli anni ’80 hanno rinunciato persino all’armonizzazione fiscale delle imposte indirette (per non parlare di quelle dirette),  ritenendo che una sana concorrenza fiscale avrebbe svolto bene il suo compito. Sono loro che ancora oggi non vogliono aumentare nella misura strettamente necessaria le dotazioni del bilancio europeo. Sono loro che si trastullano con l’idea del coordinamento. Ma il coordinamento c’è già. È  quello automatico previsto nei parametri di Maastricht che, evidentemente, non funziona abbastanza. E non basta perché le sanzioni ivi previste in pratica sono state applicate una sola volta al Portogallo, mai ai paesi europei più grossi che hanno tutti sforato e non solo in questa ultima crisi. Ora si vaneggia di affinare il meccanismo sanzionatorio e renderlo effettivamente operante. È una illusione. Intanto ci sono le sanzioni che decreta il mercato con i differenziali rispetto al bund tedesco. E la Merkel non vorrebbe perdere neanche questa sanzione impropria come avverrebbe se si adottasse la  proposta EDA di  Juncker – Tremonti. Si dà il fatto che la sanzione imposta dal mercato, in alcuni casi, può anche  uccidere il malato. Finora la UE ha proceduto caso per caso. E dal momento che la lista dei malati rischia di allungarsi, è   tempo di trovare un meccanismo ordinario. La proposta Juncker – Tremonti è molto più complessa di come l’ho presentata qui. Ci tornerò sopra per esaminarne altri aspetti.

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Carlo Vallauri recensisce il film di Martone: Noi credevamo

6 Dicembre 2010 Nessun commento

Ogni evento storico è liberamente interpretabile da chi scrive opere creative, e così è stato per Anna Banti alla cui lettura si richiama il nuovo testo cinematografico di Mario Martone Noi credevamo. Il film narra infatti le vicende di un gruppo di cospiratori dagli ideali mazziniani, i quali nel 1828 – in età di pieno dominio della Restaurazione in Europa ed in particolare del dominio borbonico nell’Italia meridionale – lottano nel Cilento per la libertà e l’unificazione nazionale, ma subiranno il duro peso di una repressione brutale. E seguendo il filo dei tenaci e coraggiosi sostenitori di quegli ideali, il regista fa vedere agli spettatori tratti e momenti significativi di quelle storie di un Risorgimento, considerato “incompiuto”, secondo le posizioni ed azioni di più convinti ed intransigenti rivoluzionari che esprimono la loro insoddisfazione e protesta per le successive pagine negative della storia nazionale, come si evidenzia in vari episodi sino allo sfortunato tentativo sull’Aspromonte dei garibaldini nel 1862 per dare un seguito positivo alla avvenuta costituzione del Regno e alla delusione per la esperienza trasformistica del Parlamento italiano, che sarà simboleggiata poi nel personaggio di Crispi.

            La scelta di uno specifico filone, tra i tanti che hanno contribuito alla formazione dello Stato unitario, fornisce quindi gli elementi critici per sottolineare il disincanto di quella grande speranza per la quale tanti – come i cospiratori del Cilento – si sono sacrificati. E nella raffigurazione di quella parte di italiani vi è una sostanza storica d’indubbio valore, e pertanto l’intera costruzione ha una sua intrinseca scenica vitalità, pur nell’asprezza di un giudizio che per sua stessa natura non può affrontare altri aspetti del fenomeno risorgimentale, in base ai quali in effetti l’unità italiana si è conseguita, e i cui risultati non possono essere considerati solo nei sacrifici compiuti e negli obiettivi più alti non conseguiti. Lo Stato nel quale noi oggi viviamo è stato il frutto di quelle battaglie ma anche di altre qui volutamente taciute (proprio perché diverso era il fine da raggiungere) e che nella visione popolare preferisce ad esempio ricordare il “miracolo” dei Mille di Garibaldi, l’epopea di Roma repubblicana e – perché no? – quanto portato a termine attraverso le trasformazioni avvenute con i pur tardivi interventi per estendere l’alfabetizzazione, assicurare un codice civile tra i più moderni del mondo (ogni straniero era parificato nei diritti civili e politici agli italiani, come allora avveniva nella sola Inghilterra), ed altre positive conquiste, pur tra le furiose repressioni dello spontaneo brigantaggio meridionale e le tante altre pagine buie della storia patria. È un’opera che ha saputo descrivere, con sobria asciuttezza drammatica, la realtà di una Italia che faticosamente si componeva ad unità, lasciando insoluti tanti altri problemi e sarebbe sbagliato valutare questo singolare e attraente lavoro artistico confrontandolo con quel che ad altri può sembrare manchi nel film. Quindi un giudizio chiaramente positivo perché Martone è riuscito a far conoscere ed apprezzare sul piano cinematografico uno dei filoni più preziosi e significativi della giovane Italia mazziniana, ricca di spirito rivoluzionario, di disponibilità al martirio, e proprio quelle azioni violente allora eseguite o tentate, nella loro contraddittoria simbolicità, sono tra le pagine più esemplari di una indelebile testimonianza.

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