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Archivio Gennaio 2011

Il difficile accordo sul fisco municipale

27 Gennaio 2011 2 commenti

Prima nel 1993 si è tolta la rendita catastale della prima casa dall’Irpef. Si accoglieva l’idea che non si poteva tassare un reddito figurativo. Poi si è abrogata a tappe l’ICI sulla I casa. L’On. Rutelli, politico di traballante cultura finanziaria, ebbe a dire che essendo la stragrande maggioranza delle famiglie proprietarie di casa, questa non poteva costituire capacità contributiva differenziale.

In piena fase di accelerazione della   globalizzazione siamo andati  contro la sua logica che vuole una tassazione maggiormente ancorata ai fattori fissi. E gli immobili sono tali per definizione. Ora si continua sulla stessa linea: quella di tirare fuori dall’Irpef anche le rendite della case affittate  con motivazioni risibili. Una tassazione secca al 20- 23% potrebbe incentivare l’adempimento. Ci si rifiuta di prendere atto che molti italiani continuano ad evadere semplicemente perché non funzionano i controlli – nonostante quello che racconta l’Agenzia delle entrate durante le vacanze. E i controlli non funzionano perché il governo non lo vuole assecondando lo scarso senso civico di molti italiani in cerca di favori. Si ha un bel dire che è difficile controllare la proprietà capillarmente diffusa sul territorio  e in possesso di milioni di famiglie. Ma abbiamo 450 mila uomini nelle forze dell’ordine e 8.103 Comuni e se non riusciamo a controllare le case fisse sul terreno  figuriamoci come possiamo controllare le persone che si spostano liberamente sul territorio! E infatti abbiamo la nostra  criminalità che dilaga al Nord come al Sud, in Italia, in Europa e nel mondo.

Oggi la tecnologia e l’informatica offre strumenti e opportunità mai viste prima. Essa è già a disposizione dell’amministrazione finanziaria ma sono convinto che non la si vuole utilizzare sul serio. Periodicamente ci dicono che esistono due milioni di edifici fantasma ma poi non si fa niente per individuarli e si prevedono incentivi per un improbabile adempimento volontario. Ci dicono che esistono tali e tanti comodati ed usufrutti finti da potere recuperare  un miliardo di euro di imposte. Ma se questi ultimi sono regolarmente registrati perché non si procede con i previsti controlli?

Tornando alla cedolare sugli affitti, tutti i calcoli fatti dalla Confedilizia, dalla CNA, dai commercialisti ed esperti dimostrano  che la cedolare secca avvantaggerebbe i possessori di case in affitto con redditi medio-superiori. Il governo imperterrito va avanti non curante delle critiche, anzi desideroso di assumere una misura che va a costituire un ennesimo regalo alle famiglie più ricche. Qualcuno ha giustamente osservato che detta operazione  aggraverebbe la sperequazione tra redditi di lavoro e rendite. È questa una novità? No. la ricchezza italiana non è formata all’80-85% da rendite immobiliari e finanziarie? E guai a toccarle!  Non è il momento giusto. Solo nel 1939, alla vigilia dell’ingresso in guerra, Mussolini adottò un’imposta patrimoniale ordinaria, su base reale e proporzionale. Nel 1947 essa fu riscattata con un lieve prelievo straordinario, in altre parole, abrogata. Tutti i successivi tentativi di discriminare appropriatamente tra redditi di lavoro dipendente e altri redditi sono via via falliti. Vedi il caso dell’Ilor (imposta locale sui redditi), dell’Invim (l’imposta comunale sugli incrementi di valore degli immobili), e quello dell’Irap ormai destinata a fare la stessa fine. Ora si va in direzione opposta.

Certo la globalizzazione e il regime di piena libertà dei movimenti di capitale costituisce un forte limite alla tassazione dei redditi di capitale. Ma alleggerire il carico anche sui redditi delle case in affitto delle famiglie più fortunate non ha alcun fondamento teorico né empirico. A me sembra palesemente incostituzionale.

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Un lavoro a settimana.

18 Gennaio 2011 Nessun commento

 Un giovane laureato si mette alla prova. In giro per gli USA con la sfida di cambiare lavoro ogni sette giorni.  Si chiama Daniel Seddiqui. È stato il primo job trotter  degli USA. Nel 2008 ha viaggiato trovando 50 lavori in 50 Stati. La sua storia è su “livingthemap.com”. Prima di Seddiqui, un altro giovane Sean Aiken  – secondo la   cronaca di Cristina Sivieri Tagliabue, nova sole 24 Ore del 13.01.11 – tra il febbraio 2007 e il marzo 2008 è riuscito a trovare 52 lavori in 52 settimane. Come ha fatto? Primo ha creato un sito web: oneweekjob.com; si è offerto di lavorare gratis per non più di una settimana; i datori di lavoro dovevano fare solo una donazione di beneficenza. In secondo luogo, si trovò uno sponsor per finanziare i suoi viaggi e lo trovò in nicejob.ca. Quindi parte e viaggia per 46 miglia tra Stati Uniti e Canada, dormendo spesso sui divani. Migliaia di giovani hanno iniziato a seguire il suo esempio commentando i suoi post e scrivendone nei loro blog. Aiken e Seddiqui  sono  diventati  personaggi dei media che a volte riescono a svolgere una utile funzione sociale. Hanno creato una rete di blogger.

È chiaro che tutto questo negli USA è possibile, anche in momenti di alta disoccupazione, perché c’è una forte mobilità del fattore lavoro. C’è un’alta propensione alla ricerca del nuovo, alla sperimentazione, a mettersi in gioco.

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Il Decennio terrorista in Italia. Recensione di Carlo Vallauri

16 Gennaio 2011 Nessun commento

 Antonella Colonna Villasi fornisce con Il terrorismo (Mursia, Milano, 2010) una lucida esposizione delle tragiche vicende che hanno caratterizzato la storia italiana dalla fine degli anni ’60 agli inizi degli anni ’80.

Il libro – che si aggiunge a tanti scritti sull’argomento – riesce a sintetizzare con chiarezza, in poco più di 200 pagine, la traiettoria dell’eversione rossa, nera e di altri non definiti colori, indicando di ogni evento (da Piazza Fontana, 1969, alle stragi ed uccisioni degli anni ’80) i dati di fatto incontrovertibili ed accertati – quando è stato possibile – insieme a tutte le altre delittuose azioni di cui invece non si conoscono esattamente moventi e responsabili. Una descrizione obiettiva con il richiamo a luoghi, persone, obiettivi. L’A. si sofferma dapprima sulle maggiori stragi (Banca dell’Agricoltura a Milano, Peteano, Piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna), riferendo per ciascuna di esse l’iter delle relative inchieste giudiziarie, come anche per il rogo di Primavalle e l’eccidio di Acca Larentia.

 Nella seconda parte sono indicate dettagliatamente le operazioni delle brigate rosse e degli altri gruppi di analoga origine (dai “comunisti combattenti” a Prima linea), per esaminare quindi nella terza parte sia iniziative “nere” non condotte a termine (come il cosiddetto golpe Borghese) sia l’operato dei NAR. Dalla lettura emergono gli elementi principali riguardanti la progressiva escalation dagli anni settanta agli anni ottanta. Come osserva nella prefazione un esperto della materia quale Piero Luigi Vigna, lo studio costituisce una testimonianza del rapporto tra compimento delle azioni terroristiche e relativi interventi investigativi. È noto come molte di quelle pagine siano ancora coperte da ombre interne ed internazionali tutt’altro che chiarite, e quindi l’A. non poteva che raccogliere gli elementi emersi nei connessi procedimenti, mentre forti dubbi sussistono su fasi e momenti determinanti di quelle tragiche esperienze, malgrado lo svolgimento di processi che hanno lasciato insoluti i punti nevralgici dei singoli eventi. Precise e circostanziate le notizie su accertamenti giudiziari relativi a operazioni risalenti a individui processati e condannati mentre sulle più gravi azioni di strage l’A. non può che riferire circa l’andamento altalenante delle diverse pronunce della magistratura. 

Pur fornendo una amplia bibliografia nella parte finale del libro, per le singole vicende non vi sono citazioni dirette e complete dei testi consultati, salvo richiami ad alcune pubblicazioni e risultanze della Commissione Stragi: così, trattandosi di una opera divulgativa, il lettore riesce comunque a venire a conoscenza di come esattamente si siano verificati certi fatti, sia nella fase operativa che in quella successiva degli accertamenti. Restano naturalmente aperti tutti gli interrogativi che derivano dai depistaggi nei diversi casi. Molto accurata – ed è merito precipuo dell’autrice, da sottolineare particolarmente – è la distinzione tra le diverse formazioni brigatiste, come raramente accade nei libri su questi delicati argomenti. Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro la sintesi appare troppo breve rispetto alle stesse risultanze processuali e al complesso nodo con cui quella tragedia si compì, sì da apparire, al limite, evasiva.

 Chiara e condivisibile la netta conclusione alla quale la Colonna Villasi conduce il lettore, cioè la constatazione circostanziata ed inequivoca che il sistema politico-istituzionale ha sostenuto e superato la dura prova,  grazie all’impiego di mezzi legittimi, senza violare o forzare gli strumenti giuridici, riuscendo così a preservare il paese dai mali maggiori per i quali  i terroristi operavano. Essi infatti sono riusciti a compiere i loro delitti – e tante vittime innocenti sono state immolate – ma non a travolgere la Repubblica, come era invece negli intendimenti, interni ed internazionali, dei fautori e degli esecutori di tanti delitti, e il libro si occupa di questi ultimi. Di fronte a tanto sangue versato la conoscenza della realtà rappresenta un fattore fondamentale di chiarimento, e a tal fine il lavoro va apprezzato proprio per le particolarità richiamate.

 In corso di pubblicazione su SCENA ILLUSTRATA (www.scenaillustrata.com)

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Delle ciance sulle primarie del PD.

4 Gennaio 2011 2 commenti

 Le primarie non sono un progetto politico ma uno strumento di democrazia ha dichiarato un suo autorevole esponente. È vero. Finora, però,  sono servite per dare maggiore legittimazione alle scelte dell’oligarchia centrale. Infatti su indicazione del centro, le primarie hanno confermato le scelte dell’oligarchia e, qualche volta come nel caso di Prodi, la scelta è stata confermata anche in sede elettorale.

 Nel passato quando  le strutture di partito funzionavano meglio erano i congressi di partito che sceglievano i segretari di partito e i candidati  tra i vari esponenti delle correnti che si erano messi in qualche modo in evidenza.

Qual è il problema generale? È quello della competizione e del merito, analogo a quello che dovrebbe valere nel privato e nella società civile, nei partiti e nel sistema politico in generale. Lasciando da parte, da un lato  i piccoli partiti personali e, dall’altra, il partito-azienda dell’imprenditore Berlusconi, il problema si pone principalmente nel Partito Democratico, al momento il secondo partito più grosso del Paese.  Un partito necessariamente plurale in una società fortemente pluralista, nel quale occorre presentare candidati non necessariamente sulla base della quota interna di iscritti e riconoscere una rappresentanza alle varie componenti. Candidati che siano riconosciuti anche da non iscritti e che, comunque, sappiano conquistarsi il consenso più largo ed il rispetto di simpatizzanti e avversari. Se il problema riguardava anche gli altri partiti si poteva pensare ad una disciplina legislativa delle primarie per assicurare l’affidabilità e la correttezza delle procedure o a una riforma elettorale che prevedesse il doppio turno la quale può produrre effetti equivalenti. Ma se il problema è solo del PD, è quest’ultimo che deve decidere se mantenere la scelta all’interno delle sue strutture o allargarla alla eventuale coalizione che intende guidare o estendere la partecipazione a chiunque volesse parteciparvi.

Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 3 u.s. fa un’analisi interessante della problematica e sostiene che negli USA i partiti sono deboli e sono scelti dagli uomini politici. Anche in Italia i partiti sono deboli e gli uomini politici si impadroniscono di essi. Negli USA i partiti politici sono deboli, sono prevalentemente macchine elettorali e sono contendibili. In Italia sono deboli ma non sono contendibili specie se si considera che il meccanismo pubblico di finanziamento consolida il potere di chi, per un motivo o per un altro, ne ha acquisito il controllo. Il punto toccato da Sartori è molto delicato e merita qualche osservazione. Non basta dire che “agli italiani delle primarie non importa un fico secco”. Il problema fondamentale è che se la guida dei partiti non è contendibile, se non si pratica il metodo democratico nella vita interna dei partiti, non c’è concorrenza democratica neanche nel sistema politico complessivo. In fatto,

c’è una correlazione tra attività interna dei partiti e  sistema elettorale che forse è sfuggita a Sartori. Se si considera infatti  che da un lato c’è un partito aziendale e, dall’altro lato, c’è un PD che non ha saputo rinnovarsi a sufficienza  nella sua classe dirigente, si capisce poi come anche la dirigenza di quest’ultimo non abbia cercato di modificare la legge elettorale del 2005 che consente di nominare i parlamentari o i rappresentanti in tutte le assemblee legislative e amministrative. Di recente, il PD si è ravveduto sulla legge elettorale e,  proprio per questo, la questione delle primarie o della concorrenza è importante e merita un approfondimento.  A mio giudizio, si  richiede una disciplina legislativa dei partiti specialmente ora che essi beneficiano di generosi contributi pubblici. Si richiedono nuove regole.  Come noto, la questione fu affrontata in sede costituente nella fase di elaborazione dell’art. 49 Cost dove si afferma che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Si discusse allora su che cosa si dovesse intendere per “metodo democratico” ed, in particolare, se questo dovesse applicarsi  anche nella vita interna dei partiti. A questa estensione si opposero tra gli altri anche gli On. Togliatti e Marchesi – giocando anche  sulla correlazione con l’art. 18 sul “diritto dei cittadini di associarsi liberamente, senza autorizzazione , per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale”. E così un emendamento al testo della commissione proposto dall’On. Mortati, secondo cui i partiti dovevano “uniformarsi al metodo democratico nell’organizzazione interna  e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale”, alla fine, venne ritirato. Ma allora come oggi, non viene colta un’altra correlazione, quella con l’art. 51 Cost,  secondo cui “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Ora se i partiti o le associazioni sono strumenti essenziali per la vita democratica del Paese e se essi hanno altissimi costi di transazione – come è comprovato dal finanziamento pubblico – è chiaro che la libertà di associarsi riconosciuta in pieno dalla Costituzione, in pratica va a cozzare contro una barriera finanziaria che viene riconosciuta solo ex post. Non  c’è vera competizione democratica esterna se da un lato ci sono partiti monopolistici, oligopolistici o personali che controllano l’offerta politica e dall’altro singoli cittadini che possono sempre liberamente associarsi e costituire un partito  ma che difficilmente riusciranno a contendere ad armi pari il potere e le macchine organizzative di quelli più grossi. In queste condizioni, in pratica, non ci sono condizioni di eguaglianza tra chi è cooptato dal sistema oligarchico esistente  e chi potrebbe o vorrebbe conquistarsi  un nuovo spazio e  nuovi consensi.

Se poi lo scopo fosse quello di assicurare un’alternanza non solo tra le diverse coalizioni al governo ma anche tra i diversi iscritti alla guida dei partiti, perché non prevedere regole che vietino più di due mandati non solo nelle cariche elettive ad ogni livello  ma anche nelle cariche interne dei partiti. Se si volesse veramente un  rinnovamento generazionale, queste ultime potrebbero essere adottate con semplici modifiche statutarie. Sarebbe questo un modo per cominciare ad attuare sul serio sia l’art. 49 sia l’art. 51 sopra citati. La verità è che concorrenza, meritocrazia e competizione democratica, al di là delle previsioni costituzionali, in Italia non sono generalmente bene accolte né nel settore privato né in quello pubblico.

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