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Archivio Febbraio 2011

Per meglio approfondire le anomalie dell’Italia unita. di Carlo Vallauri

18 Febbraio 2011 Nessun commento

 

          Storia dell’Italia unita s’intitola il nuovo complesso volume di Alberto De Bernardi e di Luigi Ganapini (Garzanti editore). Apprezziamo da tempo gli autori. Del primo abbiamo riferito, per il suo libro scritto con Guarracino, in sede di una conferenza all’Accademia dei Lincei sui diritti umani nei manuali scolastici, trattandosi di uno dei migliori in uso nelle nostre scuole superiori. Di Ganapini abbiamo recensito un interessante volume sulla rivoluzione delle camicie nere.

            Adesso questo ampio studio presenta alcune caratteristiche meritevoli di attenzione. Innanzitutto il grosso nodo affrontato viene esposto in termini problematici nell’andamento delle vicende ricostruite con una serie di richiami a più ampie considerazioni coinvolgenti politica e morale, economia e costume, in una continuità di presentazione critica approfondita. Considerata la mole dell’opera (oltre 1000 pagine) non possiamo qui trattenerci che su alcuni punti. Innanzitutto il capitolo sulla politica internazionale dell’Italia che, appena unita, si trova subito di fronte alla precarietà della sua condizione di media potenza, poi sul significato, le cause e gli effetti della sconfitta militare del 1943, conseguenza di una politica pragmatica condotta dal fascismo con i conseguenti disastrosi risultati.

            Al termine di quegli eventi l’alleanza con l’Occidente è restata la scelta di campo necessaria per aver ancora l’illusione di poter esercitare un “peso determinante”, ma le più recenti prospettive si scontrano, chiuso il processo di emigrazione degli italiani poveri, con nuove tematiche, prima tra esse gli effetti dei flussi di immigrazione.

            Ben svolto il richiamo all’Italia post-risorgimentale e al ruolo liberale di Zanardelli, un aspetto spesso trascurato, e ciò sembra dannoso particolarmente in occasione delle celebrazioni unitarie perché non sottolineare il rilievo di quel contributo rende monca la conoscenza effettiva di progressi compiuti tra fine ottocento e inizio Novecento. Molto chiare sono le schede su tanti singoli problemi, ricchi di richiami precisi, specie quantitativi, spesso dimenticati, mentre vi fu allora una crescita civile, che accompagnandosi ad una intensificazione produttiva, malgrado l’assenza di materie prime, trasformò l’Italia in un paese moderno, premessa della ripresa economica della repubblica democratica. E il libro si sofferma peraltro sui dualismi e le diseguaglianze sociali.

            L’altra parte, di grande rilievo, riguarda la cultura, dagli incunamboli alla “grande Italia”, come le identità deboli e le memorie divise, di cui la “contro narrazione” della Resistenza appare il segno più manifesto, fattore che ha contribuito a gettare “fasci di luce ambigua” sulla giovane democrazia. Contraddizioni evidenti, ben chiarite insieme a numerosi dati riportati. La riflessione “incompiuta” sul passato, compreso quello fascista, ha influito – osservano gli autori – sulla “faticosa” rielaborazione della memoria comune. Altro rilievo giustamente evidenziato è lo “smottamento” nel consenso degli intellettuali, dopo gli eventi ungheresi mentre dalla metà degli anni ’50 lo sviluppo delle iniziative editoriali ha contribuito allo svecchiamento complessivo della cultura italiana. Tutte osservazioni che quindi vanno oltre il mero fenomeno evenemenziale per cogliere aspetti più riposti. L’emergere della distanza tra elite intellettuale e la cosiddetta plebe “corrotta” sia pure nelle forme della classe media consumatrice, disegna, in un certo senso, il destino nel quale è oggi intrappolata, a noi sembra, la nostra classe dirigente.

            Ecco perché il testo qui richiamato merita di essere letto per la capacità mostrata di toccare con mano accorta, anche gli eventi più sgraditi della nostra storia unitaria.

 In corso di pubblicazione  anche su Scena Illustrata (www.scenaillustrata.com)

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Sulla riforma dell’art. 41 della Costituzione.

9 Febbraio 2011 2 commenti

Vorrei venire in soccorso della maggioranza neo liberista e libertaria che vuole riformare l’art. 41 Costituzione  e non sa come fare. Ecco un possibile testo emendato e altro.

Il primo comma può anche restare così com’è ora: “L’iniziativa economica privata è libera”.  Aggiungerei semmai  la parola “ e sacrosanta”.

2° comma: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Abrogato e sostituito con i seguenti.

Le imprese non pagano imposte né sul reddito né su altro.

Le imprese hanno diritto  a socializzare le perdite.

Le imprese hanno diritto a tutti gli incentivi presenti e futuri.

 3° comma: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Abrogato e sostituito con i seguenti commi.

Le imprese sono esenti da ogni controllo preventivo e/o successivo, interno o esterno.

Possono presentare agli azionisti il bilancio se lo ritengono opportuno a scopi di pubblicità e marketing o alterarlo liberamente alla bisogna. È abrogato del tutto il reato di falso in bilancio.

Le imprese possono ma non sono tenute a distribuire dividendi.

Possono inquinare l’ambiente senza doverne rendere conto a chicchessia.

Andrebbe aggiunto un 4° comma specifico  sull’imprenditore.

L’imprenditore fissa il suo stipendio secondo i suoi desideri.

L’Imprenditore può bandire il sindacato dalla sua impresa.

Può assumere e licenziare quando e come vuole.

L’imprenditore può sottoporre i lavoratori a tutti i controlli (anche corporali) che ritiene utili.

Purtroppo l’art. 41 è inserito nel Titolo III Rapporti economici. Non si può intervenire su un solo articolo e lasciare inalterati gli altri 12.  La riforma dell’art. 41 difficilmente potrebbe funzionare da sola. Per motivi di stretto coordinamento, quindi,  andrebbero opportunamente modificati o abrogati come segue. L’art. 35 per vietare la libertà dei lavoratori di emigrare; il 36 per togliere alla legge la disciplina della durata massima della giornata lavorativa (pause incluse) e darla all’imprenditore; il 37 per eliminare i privilegi accordati alle donne lavoratrici e ai minori; il 38 per abrogare l’assistenza pubblica e lasciare solo quella privata;  il  39 per abrogare la contrattazione collettiva e lasciare ai sindacati l’assistenza volontaria fuori dall’impresa; il 40 sul diritto di sciopero perché danneggia l’impresa; il 42 sulla proprietà privata da estendere e valorizzare; il 43 sull’utilità generale – da abrogare perché essa consegue automaticamente dalla valorizzazione di quella individuale privata; il 44 sugli obblighi e vincoli alla proprietà terriera; il 45 sulla cooperazione da valorizzare solo a fini speculativi; il 46 da abrogare senza se e senza ma; il 47 da abrogare anche esso perché, da un lato, anche le banche sono imprese e, dall’altro, i lavoratori sono e devono rimanere solo consumatori dei beni che le imprese producono per loro. I lavoratori non hanno bisogno di risparmiare perché le imprese eventualmente possono farlo per loro.

Analizzare tutte queste tematiche è compito arduo che ci porterebbe molto lontano e lo faremo solo per salvare la maggioranza sempre a corto di idee.

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I lager sovietici nei ricordi di Salamov. di Carlo Vallauri

1 Febbraio 2011 Nessun commento

Si danno ormai per scontati, conosciuti, obsoleti, gli eventi drammatici che condussero la Russia a trasformarsi in una enorme prigione per i suoi figli, dove, indipendentemente da una qualsiasi “colpa” si poteva essere arrestati, torturati, condannati a morte o ai lavori forzati a vita. Lo scrittore Varlam Salamov – per lunghi decenni imprigionato – ricorda in Visera – Antimonianze (Adelphi, 2010) la sua tragica esperienza, sottoposto come fu per anni ad un regime spietato di segregazione, lavoro pesante e punizioni.

            Il libro, pubblicato dai suoi eredi, è stato scelto da Roberto Saviano per lanciare la sua agenzia letteraria, e lo scrittore italiano dichiara:  “leggere Varlam Salamov mi ha cambiato la vita”, dichiarazione elogiativa quanto mai. Tra l’altro egli, precisa nell’introduzione, che la “sua gradizione non è solo nella testimonianza” perché il testo ha “una dimensione universale”, se la sua lettura richiede impegno e forza morale in quanto perché rappresenta “un’ascesa verso la spogliazione dell’anima”. Eppure nella consapevolezza del proprio essere individuale, l’autore, vittima di tante violenze, ha ritrovato in quell’inferno quotidiano “la bontà del singolo”.

            Una realtà lacerante nella descrizione dei corpi lacerati, nella disperazione dei tanti condannati, donne ed uomini, ridotti a larve. Eppure – osserva Saviano – questa scrittura diviene per Salamov una forma di liberazione, l’unica “speranza” per  raccontare la propria verità”. Pagina per pagina, il lettore ripercorre quell’inferno, nei suoi aspetti fisici, politici, psicologici: innumeri episodi, ricordi che spiegano sino a qual punto possa pervenire la degenerazione ideologica. Provocazioni, tradimenti, delusioni, tutto il peggio dell’esistenza in quei campi di fatica e di sterminio, conferma di come il totalitarismo del XX secolo abbia organizzato i suoi tribunali, le sue carceri, gli strazi infiniti per distruggere popolazioni intere, decine di milioni di esseri umani, Eppure – ecco le ragioni della scelta di Saviano – in quelle terribili vicende si possono scorgere (e l’autore infatti scorge) – la possibilità del “bene”, la capacità di non lasciarsi corrompere e di salvarsi. Questa è l’autentica forza che ha sorretto tanti in quelle terribili e disumane esperienze.

            Malgrado le privazioni, le sofferenze “c’è una possibilità di vita: resistere si può”. Ecco il messaggio, per quanto terribile, pure se “male” e “bene” s’intrecciano, c’è modo di distinguere l’uno dall’altro. Quale la conclusione della testimonianza?

“Volevo una cosa sola: dimenticarsi del padre, dimenticarsi in genere dei problemi, dimenticarsi di se stesso in un qualche angolo remoto, senza che nulla lo distinguesse da altri vicini, conosciuti o passanti diversi per vestiario, interessi,  o condotta”. A questo nulla hanno condotto i regimi di un fondamentalismo cinico e perverso. Eppure non mancano segni di “umanità” e di “bontà” che Varlav Salamov ha rintracciato nell’inferno dei gulag – come ha scritto Roberto Saviano nell’introduzione a Visera che, malgrado gli errori, le privazioni, in ogni singola vicenda c’è una possibilità di “vita” “per darsi la forza di continuare a vivere … per scrivere”.

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