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Archivio Giugno 2011

La progressività soprattutto per i più poveri.

17 Giugno 2011 2 commenti

Le aliquote vigenti attualmente sono cinque e si applicano ai seguenti scaglioni di reddito. Sino a 15 mila €: 23%; da 15 a 28 mila €: 27%; da 28 a 55 mila €: 38%; da 55 a 75 mila €: 41%; oltre 75 mila €: 43% . La scala delle aliquote dà un prima idea della progressività dell’Irpef e, tuttavia, anche da un primo sguardo, si evidenzia che la progressività crescente soprattutto per i redditi medio bassi. Infatti nel passaggio dal secondo al terzo scaglione, c’è un incremento dell’aliquota marginale di ben 11 punti. Poi per i redditi più alti, l’aumento delle aliquote è rispettivamente di 3 e 2 punti. Naturalmente tutto questo in termini di aliquote nominali, cioè, senza tener conto delle detrazioni e/o deduzioni che per i primi scaglioni,  abbattono le aliquote nominali aumentando la progressività sui redditi medio-bassi.

Ci sono tanti metodi statistici per misurare la progressività.  Alcuni sono molto complessi e  non posso spiegarli qui. Quello più semplice e immediato – che i volenterosi possono svolgere da soli –   è calcolare l’aliquota media effettiva, ossia, rapportare l’imposta effettivamente pagata alla base imponibile. Se l’aliquota media effettiva cresce al crescere del reddito imponibile si può affermare – senza tema di sbagliare – che l’imposta è progressiva. Il problema sta nella definizione di reddito imponibile. Negli anni sessanta si teorizzava correttamente una base imponibile onnicomprensiva di tutte le sei categorie di reddito che prevede il nostro testo unico sull’imposta personale sul reddito. Ma se il legislatore ne  lascia fuori alcune (rendite finanziarie, dividenti azionari, redditi di fabbricati, incrementi di valore patrimoniale, ecc.),  è chiaro che per i soggetti che introitano questi tipi di reddito non sta considerando la loro capacità contributiva effettiva come prescrive l’art. 53 Cost.. Così facendo favorisce alcuni e danneggia altri perché sta usando misurazioni diverse della loro capacità contributiva, violando non solo l’art. 53 ma anche il tre sull’uguaglianza. I due articoli vanno necessariamente coniugati.

Fin dalla riforma del 1971, le rendite finanziarie sono state lasciate fuori dalla progressività e,  come altre voci, sono state sottoposte a c.d. regimi sostitutivi più o meno favorevoli ma tutti agevolati rispetto a quello principale.  Così è stato per i capital gain, gli interessi sui titoli del debito pubblico e, negli ultimi venti anni, per la rendita della prima casa prima esonerata dall’Irpef e poi dall’ICI e, in prospettiva, dalla nuova imposta municipale unificata. In questo modo, il legislatore, scientemente ha determinato una situazione per cui la progressività – come ho già detto nel post del 7 giugno scorso – si applica quasi esclusivamente ai redditi di lavoro dipendente o autonomi sottoposti a ritenuta alla fonte. Se poi considero che i titolari di redditi di lavoro autonomo (per la parte non sottoposta a ritenuta alla fonte) e di impresa evadono alla grande, si capisce che è violato  gravemente il principio di uguaglianza perché alcuni sono tassati su basi imponibili effettive e altri su basi imponibili evase o sottostimate generosamente dagli studi di settore – comunque largamente inferiori a quanto effettivamente incassano.

 La proposta di Tremonti di ridurre il numero delle aliquote senza precisare l’altezza comparata né l’ampiezza degli scaglioni è nella linea illusoria della semplificazione. Ci si aspetterebbe, infatti, che la rimodulazione delle aliquote e degli scaglioni fosse operata in relazione a studi approfonditi con riguardo alle modifiche che si sono determinate nella distribuzione personale  del reddito ma non mi risulta che i quattro tavoli abbiano fatto analisi di questo tipo. Anche per questi motivi confermo che la proposta è avventata e propagandista. Comunque pericolosa perché potrebbe preludere non solo a consistenti perdite di gettito ma anche all’ennesimo condono fiscale questa volta giustificato dalla riforma. Chiudiamo con il passato e apriamo a parole una nuova era. E sappiamo che con i condoni Tremonti è stato sempre di manica larga.

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Riforma fiscale: dalle chiacchiere all’imbroglio.

15 Giugno 2011 1 commento

Parlando ieri al convegno Rete Impresa Italia, Tremonti ha rilanciato sulla riforma fiscale dopo che nei giorni scorsi aveva frenato temendo gli effetti inflazionistici di un aumento delle aliquote IVA. La riforma – ha detto ieri – sarà realizzata a tappe all’insegna della semplificazione con sole 5 imposte e tre aliquote per l’Irpef. Niente di nuovo se negli anni ’90 sia Tremonti sia Visco, in ruoli alternati, parlavano di voler fare il federalismo fiscale con 7-8 imposte. Sono passati 10-15 anni, il federalismo fiscale sulla carta è “cosa fatta” e, quindi, può apparire ragionevole la proposta di ridurre ulteriormente il numero delle tasse. In un vero e proprio Stato federale, in teoria, al governo centrale vengono lasciate poche imposte: quelle strettamente necessarie a finanziare i beni pubblici nazionali. Tutte le altre imposte vengono assegnate ai livelli sub-centrali di governo che in Italia sono tre (Regioni, province e comuni per non menzionare le comunità montane, le ATO ed altri consorzi che riscuotono a vario titolo contributi vari).

Ma l’Italia non è ancora una Repubblica federale e se uno va a leggere i decreti legislativi sul fisco regionale e locale, si rende subito conto che a detti livelli di governo è lasciata scarsa autonomia tributaria in senso tecnico. Pochi tributi propri. Il grosso del gettito dovrebbe arrivare dai tributi propri derivati (rectius: statali, il cui gettito è devoluto alle regioni e/o agli enti locali) e dalle c.d. compartecipazioni al gettito delle imposte erariali. Le compartecipazioni vanno a sostituire i trasferimenti diretti ed espliciti dal governo centrale. Quindi, secondo me, si tratta di una operazione di nuovo allestimento della vetrina,  che non cambia i termini sostanziali di finanza derivata per tutti i livelli sub-centrali di governo.  Se così delle due l’una: o Tremonti ha intenzione di rivedere da cima a fondo tutta la costruzione del federalismo fiscale fin qui messa in atto sulla base della legge delega n. 42/2009 oppure, come dicevo in un precedente post, sta facendo solo delle chiacchiere – sotto la pressione crescente del PdL e della Lega Nord che vedono nella proposta di riforma fiscale un modo di recuperare il consenso elettorale perduto.

Ma c’è di più.  Tremonti ha detto ieri che bisogna abbattere le aliquote perché così si combatte meglio l’evasione. È vero abbassare le aliquote, in teoria di prima approssimazione,  riduce l’incentivo ad evadere. Chiunque però capisce che se riduci il numero delle imposte e vuoi o devi, allo stesso tempo,  mantenere la parità di gettito,  non puoi ridurre anche le aliquote. Sarebbe bello se fosse possibile. Tremonti in più  propone uno scambio sciagurato: intende ridurre alcune aliquote dell’Irpef e aumentare quelle dell’IVA. Il discorso  è infondato perché le aliquote più alte si abbattono per lo più sui redditi di lavoro dipendente e autonomo soggetti a ritenuta alla fonte ed esse dovrebbero essere ridotte soprattutto per motivi di perequazione rispetto a quanti, come operatori economici e quindi soggetti IVA, evadono in primo luogo questa ultima imposta e poi, a cascata, tutte le altre. È evidente quindi che se fosse attuata detta operazione, l’evasione potrebbe addirittura aumentare se sono solo le aliquote a determinare l’incentivo ad evadere. Se così, non siamo più a livello delle chiacchiere ma dell’imbroglio vero e proprio. Qualche giorno prima,  Tremonti aveva presentato il suo progetto ad un convegno di sindacalisti CISL a Levico. Mi sorprende molto che il segretario generale di questa organizzazione Bonanni abbia potuto definire interessanti le proposte principali di Tremonti. Ho menzionato la CISL ma il discorso vale per tutte le parti sociali e per tutti i partiti che, all’unisono, invocano una riduzione della pressione fiscali per le famiglie, le imprese, i giovani, le nubili, i pensionati e quanti altri. Ma siamo veramente nelle condizioni di fare una riforma con riduzione generalizzata delle tasse?

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Le chiacchiere sulla grande riforma fiscale.

7 Giugno 2011 3 commenti

Sulla grande riforma fiscale è parlare del nulla per lo più  da parte di soggetti incompetenti. Eppure all’indomani della sconfitta del PdL e della Lega, nell’ultima tornata di elezioni amministrative che hanno interessato 15 milioni di elettori, si moltiplicano le prese di posizione del premier, del MEF Tremonti, del ciarliero ministro della funzione pubblica, della Confindustria, dei sindacati, ecc. Alcuni – e tra questi si distinguono politici della maggioranza –  pensano ad un recupero di consenso in vista delle elezioni politiche che al più tardi arriveranno nel 2013. Altri rappresentanti di gruppi di interesse organizzati pensano di approfittare della debolezza del governo e della maggioranza che lo sostiene proprio per ottenere sconti ed agevolazioni varie dimenticando i vincoli di quadro (nazionale e sovranazionale) che la situazione ci impone se non vogliamo metterci da soli nella condizione disperata della Grecia. I suddetti, con in testa il premier,  quasi all’unisono reclamano che il Mef allenti “i cordoni della borsa”  e faccia la grande riforma fiscale da tempo promessa.

Si ragiona come se all’ordine del giorno ci fosse una riduzione generalizzata delle imposte. Tutti amano dire che bisogna ridurre le aliquote delle imposte sul lavoro e sulle società. È vero sono alte e pesano maledettamente sul lavoro dipendente. L’aliquota iniziale dell’Irpef è del 23% dopo che per decenni era stata al 10% e poneva dei problemi di capienza per gli oneri deducibili dei soggetti con i redditi più bassi. Ora se c’è un problema con l’Irpef – come con l’Iva – è quello dell’evasione. La sua struttura è ormai un colabrodo. La sua progressività ormai si applica prevalentemente ai redditi di lavoro dipendente. Le rendite finanziarie non vi sono mai entrate. I redditi di fabbricati ne sono usciti gradualmente negli ultimi venti anni e, da ultimo, ne sono usciti anche i canoni delle case date in affitto da persone fisiche.

Il problema dell’Irpef è quello dell’evasione da parte di imprenditori, lavoratori autonomi, e quanti altri sono soggetti solo in parte al sistema della ritenuta alla fonte e di quanti possono nascondere parte dei ricavi. Ma nascondere ricavi significa in primo luogo evadere l’IVA che per capacità di gettito è la seconda imposta del sistema. La gestione politicizzata dell’accertamento e degli studi di settore ha di fatto legalizzato l’evasione ordinaria. Quindi non si capisce che cosa si possa fare in riforma dell’IVA che è imposta regolamentata a livello europeo. Si possono aumentare le aliquote che è esattamente quello che propone Tremonti. È un suo vecchio obiettivo quello di spostare il carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette. Ma queste sono regressive e graverebbero maggiormente sulle persone e le famiglie con redditi medio-bassi che consumano tutto il reddito. Una ipotesi allo studio è quella di portare dal 4 al 6% l’aliquota più bassa e dal 20 al 21% quella normale. Basterebbe questo per dire quali effetti sperequativi potrebbe avere detta manovra. E suona come una beffa l’affermazione di Tremonti secondo cui con le imposte indirette c’è libertà di non pagare le tasse perché, a monte, il consumatore  può decidere di non consumare. Oltre che iniqua detta operazione taglierebbe i consumi e danneggerebbe la crescita se questa deve contare sul rilancio dei medesimi oltre che degli investimenti.   

Secondo i piani del governo approvati da Bruxelles solo nel 2014 con le previsioni di entrate e spese fatte con le attuali imposte si raggiungerebbe il pareggio. Ma secondo gli impegni assunti al momento dell’irrigidimento delle regole del Patto di stabilità e crescita, il governo dovrebbe tornare abbassare il debito pubblico di un ventesimo della differenza tra l’attuale 120% ed il 60% fissato nel 1991 dal Trattato di Maastricht. Il che significa che il governo dovrebbe mettere in programma nei prossimi anni manovre nell’ordine dei tre punti di PIL. Le manovre interesseranno sia l’entrate che le spese.  La cosa può significare anche un aumento delle entrate. Rimettere in discussione il sistema tributario significherebbe rimettere in discussione la sua capacità di produrre maggiore gettito. Governi seri e responsabili studiano le riforme fiscali a parità di gettito,  valutando i miglioramenti delle misure alternative in termini di equità ed efficienza del sistema nel suo insieme. Il nostro governo ragiona come se si trattasse di ridurre le imposte a tutti e aumentare la spesa pubblica, pensando soprattutto ad un eventuale ritorno elettorale.  

Se compito principale di un governo è quello di assicurare la giustizia penale, civile e non ultima quella tributaria, mi sembra che il nostro governo tira solo a campare alzando il livello delle promesse irresponsabili.

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