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Archivio Luglio 2011

Un patto per la crescita come quello del 2002 ?

Grande risonanza mediatica oggi per l’appello lanciato ieri da 17 parti sociali – Confindustria in testa – che invocano un Patto per far crescere e rilanciare il Paese. È certamente un fatto importante che sembra raccogliere di nuovo le esortazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Grazie alla responsabilità di tutta l’opposizione, da lui chiamata direttamente in causa, Il Presidente della Repubblica ha consentito al governo di approvare una discutibile e discussa manovra nel giro di pochi giorni. L’approvazione della manovra non è bastata a fermare gli attacchi speculativi all’Unione europea perché come mette in evidenza il documento la crisi c’è ma non dipende solo da noi. Dipende anche dall’Unione europea e dagli USA che, da soli, scimmiottando la metafora di Ulisse e le sirene, si sono dati per legge un limite invalicabile al debito pubblico. Ora le forze politiche non trovano l’accordo per modificare la legge e giocano alla scarica barile pensando di trarre a proprio vantaggio elettorale il fatto che il Presidente Obama non sia riuscito a far rispettare il tetto.

Certo in Italia l’inattività del governo italiano appare ancora più grave se uno pensa alla perdita di credibilità subita dallo stesso e dal suo ministero dell’economia. Il Premier non si pronuncia e pensa all’ennesimo provvedimento che lo possa tenere lontano dai Tribunali. Quindi ben venga l’appello delle parti sociali che invoca responsabilità e discontinuità. È una questione fortemente sentita, come dimostra anche l’intervista dell’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato sul Corriere della Sera di ieri, che in qualche modo evocava lo spirito di cooperazione che avevano guidato le parti sociali durante la crisi del 1992 .

Quella di oggi è una crisi diversa e per alcuni aspetti più grave di quella del 1992 – lo sottolineava ieri anche Giuliano Amato – perché siamo in un contesto in cui da venti anni l’economia complessivamente ristagna e, quindi, servono delle misure veramente eccezionali non solo per risanare i conti ma per rilanciare l’economia. Oggi non c’è un problema di politica dei redditi come nel 1992. Dopo venti anni di sacrifici molti lavoratori si trovano di nuovo chiamati a ulteriori sacrifici. C’è un problema molto serio di sostenibilità del debito pubblico – a cui guarda la speculazione – ed esso non può essere seriamente affrontato se non si riesce a rilanciare la crescita, la produttività e l’occupazione. Ne da sola basterebbe una eventuale tassazione straordinaria sul patrimonio che rischia di creare panico, alimentare una fuga di capitali, di produrre minusvalenze, ecc.

Nel documento delle parti sociali si invoca una Patto per la crescita ma non viene chiamato in causa esplicitamente il governo anche se è ovvio che il discorso lo riguarda. Ma come fare il Patto sul serio? Non basta sottoscrivere un documento. Non basta chiedere e ottenere il consenso di tutte le parti sociali. Serve a mio giudizio discontinuità nel governo ma anche nel Paese, nei comportamenti concreti delle imprese. Queste in particolare – sia che crescano sia che vivacchino perché protette – devono ristrutturare, investire ed innovare. Devono dare priorità agli investimenti interni. La produttività non può crescere solo con la modifica del modello contrattuale o con le esenzioni fiscali dei salari di produttività. La conferma a queste mie considerazioni viene dall’indagine Banca d’Italia su industria e servizi riassunta da Rossella Bocciarelli a p. 19 del Sole 24 Ore di oggi. “nel 2010 , rispetto al 2009, sono aumentate le imprese in utile dal 53 al 57,8% ed è diminuita la quota di quelle in perdita che è passata dal 30,5 al 25,5%. Ma gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 3,5% nel 2010 (un misero 0,7% nell’industria, 6,8% nei servizi). Anche in questo caso – sottolinea l’indagine riassunta dalla Bocciarelli – l’incremento peraltro modesto dell’industria è in larga misura attribuibile alle imprese fortemente orientate all’esportazione e a quelle di piccole dimensioni, ma i programmi delle aziende per il 2011 prefigurano una lieve flessione degli investimenti (-0.9%)”.

Ecco questi sono fatti e purtroppo poco rassicuranti sui fondamentali dell’economia. Se non si investe, da dove può arrivare la crescita? Vogliamo ancora credere alla manna dal cielo? Se non investe il settore privato e non lo fa neanche il settore pubblico, allora la situazione è veramente tragica. Le imprese private hanno aumentato la loro redditività ma non investono. Non investe il governo perché per risanare i conti e non incrementare il debito pubblico finisce con il tagliare gli investimenti e non riesce a attuare neanche quelli finanziati. Il governo, quindi, deve rilanciare in un modo o nell’altro gli investimenti pubblici.

Delle due l’una: o le parti sociali e il governo riescono a modificare i loro comportamenti effettivi oppure, si potrà fare un altro Patto per la crescita come il Patto per l’Italia del 5 luglio 2002 ma non cambierà niente. La crescita non arriverà se non si aumentano gli investimenti e per molti anni a venire.

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Dal decentramento allo spacchettamento dei ministeri.

24 Luglio 2011 2 commenti

Maroni sfida Tremonti. Basta con il superministero dell’economia perché così il MEF riassume in se tutto il  governo dell’economia (vedi l’intervista di F. Verderami in Corriere della Sera del 23 u.s.) .  Bisogna spacchettare il MEF e tornare a due ministeri separati: il Tesoro e le Finanze. E dell’ex  ministero  del bilancio e della programmazione economica che ne facciamo? Niente perché storicamente quel ministero non ha mai contato molto ed ha avuto sempre problemi a convivere con il Tesoro e la Ragioneria generale dello Stato. E poi a che cosa serve un ministero della programmazione ad un governo liberale e liberista dalla veduta corta?

Ma torniamo alla proposta principale. Dopo l’affissione a Monza di alcune targhe ministeriali ai portoni della Regia – Maroni non c’era – questi  non  vuole essere da meno rispetto al suo raggiante collega Calderoli. Non bastano sedi di rappresentanza in mini appartamenti. Per  Maroni ci vuole ben altro. Dopo il voto della Lega su Papa da lui orchestrato, Maroni vuole consolidare la sua immagine proponendo di ridimensionare i poteri di Tremonti – in forte affanno dopo l’”avvertimento” di Berlusconi.

Nel merito, secondo me, il ministro dell’interno ha scelto l’argomento sbagliato. Negli anni ’60 il ministero del bilancio e della programmazione economica non riusciva a essere incisivo perché trovava resistenza    interna nel Tesoro ed esterna nella Banca d’Italia, oltre che nel ministero delle finanze. Negli anni ’70  e ’80 i vari governi di coalizione non riuscivano a tenere i conti in equilibrio perché c’era la diarchia – almeno così si diceva. Il Tesoro non riusciva a controllare la spesa pubblica. Il ministero delle finanze faceva previsioni di entrate per suo conto. La copertura della spesa non c’era e, negli anni, si accumulavano crescenti deficit correnti che, di anno in anno, diventavano debito pubblico. Anche questa analisi, a ben vedere, era parziale perché il Tesoro non può non dare attuazione alle leggi di spesa approvate dal Parlamento e volute dallo stesso governo. Negli anni ’80 di Craxi – nonostante 6 anni  di continua crescita economica dal 1983 al 1989 – Visentini alle finanze faceva previsioni di entrata a parità di pressione tributaria e accusava il collega del tesoro di incapacità a tagliare la spesa . il debito pubblico continuò la sua folle crescita.

Prima ancora c’erano state le beghe tra Andreatta e Formica, ma queste sono e restano folklore. Il vero problema era e rimane quello del coordinamento generale della politica economica e finanziaria  del governo che spetta al Presidente del Consiglio e che, per un motivo o per un altro, non c’è mai stato salvo in casi di assoluta emergenza come quello della manovra della settimana scorsa – peraltro da ascrivere a merito del Presidente della Repubblica più che del Primo ministro. Negli anni ’60, ’70 e ’80, senza il maggioritario  e con governi di coalizioni raccogliticce, il governo dell’economia era volutamente frantumato per suddividere il potere.  I  ministri dei  vari partiti della coalizione erano gelosi delle loro prerogative e si coordinavano poco tra di loro.  Negli anni ’90 e 2000, con governi sulla carta più omogenei – quanto meno quelli di centrodestra – si è preferito accentrare la politica economica e finanziaria in testa al MEF alla stregua di quanto avviene nei principali paesi occidentali.

Il sistema non ha funzionato lo stesso perché, a mio giudizio, è di nuovo mancata la effettività nella funzione di coordinamento della Presidenza del Consiglio salvo che nelle brevi esperienze di Prodi. È mancata nel caso di Berlusconi per i noti motivi e interessi personali.  Specialmente negli ultimi tre anni in cui le manovre in Consiglio dei ministri sono state varate rispettivamente in 9, 29 e 60  minuti, evidentemente senza alcuna discussione di merito dei singoli punti e, poi, con manomissioni notturne di norme, introduzione di emendamenti ad opera di “ignoti”. A valle le tre manovre sono state approvate fuori dalla sessione di bilancio con maxiemendamenti e voti di fiducia. L’ultima manovra fortemente voluta dal Presidente della Repubblica, nei giorni scorsi,  è stata promossa direttamente dalla Merkel nel tentativo di dare qualche credibilità a un Presidente del Consiglio e a un ministro dell’economia e delle finanze che l’hanno persa entrambi per le note vicende. È emblematica a riguardo anche la vicenda del Piano nazionale di riforme, elaborato dal MEF nel giro di un paio di settimane, senza consultazioni di alcun tipo, è stato inviato a Bruxelles a fine Aprile e li giace in qualche cassetto degli uffici della Commissione dell’Unione europea.

Se questo è lo scollamento generale del governo, in materia così delicata come la politica economica e finanziaria,  la politica delle riforme per rilanciare la crescita e l’occupazione,  ci vuole ben altro che lo spacchettamento del MEF proposto da Maroni. Oppure anche il ministro degli interni pensa che – in barba al tanto ossequiato federalismo –  più aumenta il numero dei ministeri e più sono le sedi di rappresentanza che si potranno creare nelle varie regioni? E forse questo un nuovo modo di ridurre i costi della politica?  Riproporre  così lo spacchettamento del MEF, secondo me,  è segno di leggerezza o sconsideratezza pari a quella dei suoi colleghi di governo che tirano a campare per non tirare le cuoia.

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I sette punti del nuovo piano di salvataggio della Grecia.

23 Luglio 2011 2 commenti

 A conclusione  del vertice   del 21.07.2011:

  1. I capi di Stato  e di Governo  approvano le misure adottate dal governo greco come il nuovo programma di privatizzazioni.
  2. Appoggiano un nuovo programma di aiuti alla Grecia di 119 miliardi di € per coprire il fabbisogno di liquidità. Il programma prevede bassi tassi interessi e l’allungamento della maturità del debito pubblico  greco. Richiedono al riguardo l’assistenza del FMI. Intendono utilizzare l’EFSF come veicolo di finanziamento. Affidano alla Commissione  UE, alla Banca Centrale Europea  e al Fondo Monetario Internazionale  uno stretto monitoraggio dell’attuazione del programma di stabilizzazione.
  3. Prevedono un allungamento della maturità del DP greco al massimo possibile, ossia, dagli attuali 7,5 anni ad un minimo di 15 anni sino a 30 anni. L’EFSF (european financial stability facility che alcuni chiamano Fondo)  offrirà i finanziamenti necessari a tassi di interesse prossimi all’attuale 3,5% ma non sotto il costo di approvvigionamento della stessa Facility. Saranno previsti adeguati incentivi per assicurare l’attuazione del programma di riscadenzamento. La misura non può che essere apprezzata positivamente se si tiene conto che le ultime emissioni di debito greco sono state fatte con rendimenti del 15-16%, ossia a livelli assolutamente insostenibili a fronte di crescita negativa del PIL.
  4. I capi di Stato e di Governo  vogliono (sic!) una strategia comprehensive  per la crescita e l’investimento in Grecia. Al riguardo, approvano la proposta della Commissione  UE  per la creazione di una task force che, in collaborazione col governo greco, specializzerà i fondi strutturali alla promozione della competitività , della crescita,  creazione di posti di lavoro e formazione. Mobiliteranno i fondi dell’UE e di altre istituzioni finanziarie come la BEI al fine di rilanciare l’economia greca. Plauso generale, ma ci si può chiedere: perché solo per la Grecia e non anche per tutti i paesi PIIGS visto che hanno problemi analoghi? c’è una risposta facile. L’UE va la passo di tartaruga; non è una gazzella;  decide solo in stato di necessità. Tuttavia è da valutare in modo assolutamente  positivo che in questo modo si cerchi di mobilitare i fondi del bilancio europeo e, soprattutto, si affermi la necessità di puntare non solo alla stabilizzazione ma anche alla crescita. Vedremo a settembre quando saranno elaborate tecniche di attuazione di questo impegno se alle parole corrisponderanno i fatti.
  5. Banche ed altri intermediari finanziari parteciperanno al programma su base volontaria – ne hanno dato la disponibilità – con diverse modalità sempre allo scopo di rafforzare la sostenibilità del DP greco. La contribuzione netta del settore privato si aggirerebbe  sui 37 miliardi. Considerando anche il contributo proveniente dal buy back (riacquisto di titoli ai prezzi di mercato con “utile” previsto nell’ordine dei 12,6 miliardi €), si arriverebbe a circa 50 miliardi di €. Proiettando tale contributo su tutto il periodo 2011-2019, la contribuzione netta complessiva del settore privato si collocherebbe ad un livello vicino a 106 miliardi di €. È soprattutto  questo esito che fa dire ad alcuni commentatori ce, in ogni caso, c’è un default c.d. tecnico. A mio parere,  se default parziale  c’è – e c’è – è anche equo. Infatti non si capisce perché operatori privati che hanno sottoscritto titoli ad alto rendimento non possano o non debbano accettare un ridimensionamento del rendimento che resta comunque positivo. Lo speculatore pensava di realizzare un alto lucro, ne realizzerà uno più ragionevole e comunque più elevato rispetto alle alternative disponibili nei diversi mercati. Dov’è il problema? Non è forse vero che il programma è volontario ed ha già dimostrato di funzionare nei Paesi membri dell’Est europeo a seguito della c.d Vienna Initiative?
  6. Preoccupati per quanto previsto al p. 5, i capi di S e di G sottolineano che il caso greco richiedeva una soluzione eccezionale ed unica. In altre parole, sembrano volere riassicurare gli operatori del settori privato e le opinioni pubbliche dei loro paesi. Nel caso non solo i risparmiatori privati ma soprattutto  banche ed assicurazioni (ai primi posti quelle francesi e tedesche) che andranno incontro ad una certa svalutazione dei titoli greci ne loro portafogli. Sappiamo infatti che banche francesi e tedesche sono ampiamente esposte con titoli del DP della Grecia e di altri paesi in difficoltà.  Anche loro quindi hanno interesse a che il contagio non si diffonda.
  7. I capi di Stato e di Governo riaffermano solennemente la loro precisa determinazione a rispettare gli impegni assunti. In un secondo pezzo vedremo le decisioni riguardanti gli   aggiustamenti agli strumenti necessari all’attuazione del piano di salvataggio della Grecia.
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Sulla credibilità ed autorevolezza del governo.

18 Luglio 2011 2 commenti

Il ministro delle politiche agricole Romano è un po’  il contrario del cittadino al di sopra di ogni sospetto del film di Elio Petri. Il commissario si accusava da solo ma gli inquirenti non davano alcun peso agli indizi e alle prove che lui deliberatamente lasciava loro. Quella è fiction. Qui siamo nella sgangherata realtà politica italiana.  Il ministro, nominato da Berlusconi in cambio del sostegno alla sua traballante maggioranza, si rifiuta di prendere in seria considerazione gli indizi e le prove che i giudici avrebbero raccolto per provare il suo concorso in associazione di stampo mafioso. A suo tempo, a fronte delle perplessità del Presidente della Repubblica Napolitano, Romano si era difeso invocando la presunzione di innocenza e sostenendo che le indagini preliminari sarebbero state archiviate dal GIP. Ora che è stato rinviato a giudizio, lui insiste nel rifiutare le dimissioni richieste dall’opposizione ed evocate dalla opinione pubblica. È l’arroganza del potere di chi arrivato ad occupare la poltrona di ministro, grazie ad uno “scambio”  di assai dubbia legittimità, non esita a prendersi gioco degli altri e a mettersi sotto i piedi ogni etica pubblica e ogni senso del pudore. Sul caso Romano, il Presidente del Consiglio tace ma, invece, fa trapelare la sua assoluta contrarietà alla richiesta di arresto dell’On. Papa del PdL, accusato di corruzione e concussione, dai suoi colleghi della Procura della Repubblica di Napoli. Berlusconi avrebbe detto che se passasse il principio secondo cui la Camera autorizza l’arresto di un deputato per simili accuse sarebbe la fine (del suo governo). Si creerebbe un precedente estremamente pericoloso – a fronte della dilagante corruzione che evidentemente non sfugge neanche al PdCdM – che assoggetterebbe i parlamentari al controllo di legalità dei giudici. Qualcosa di assolutamente inaccettabile per un politico “unto dal Signore” e, a suo dire, eletto direttamente da popolo, e che non può essere giudicato da giudici non elettivi.  Un politico che ha passato gli ultimi 18 anni della sua vita a delegittimare la magistratura e che le ha provate tutte per assicurarsi l’impunità. Quelli di Romano e Papa sono due casi emblematici del degrado etico e politico in cui è caduto il governo e il suo Presidente – peraltro anch’egli sottoprocesso e imputato di accuse infamanti. Il principio secondo cui tutti i cittadini – eletti o non eletti – sono uguali davanti alla legge è ridotto a carta straccia e il primo a contribuire a tale scempio è sempre il Presidente del Consiglio.

Può un governo del genere continuare a reggere il timone del paese in una congiuntura in cui si richiederebbe la  più alta autorevolezza e credibilità? Quale autorevolezza e credibilità  possono avere un governo ed una maggioranza le cui componenti interne litigano giornalmente non solo sui contenuti specifici della manovra economico-finanziaria ma anche sull’atteggiamento che lo stesso governo e la stessa maggioranza devono assumere collegialmente a fronte delle richieste dei giudici su casi gravi di corruzione che ora toccano anche uno dei più stretti collaboratori del Ministro dell’economia e delle finanze? Si sostiene che c’è l’ennesima congiura (o bomba ad orologeria) dei giudici ma tra essi mettiamo anche Bossi che, un giorno si ed un giorno no,  sostiene da un lato l’arresto di Papa e, dall’altro, che Tremonti non si tocca?

Non sono stati la stessa maggioranza e gli stessi componenti del governo a dare prove ripetute di mancanza di coesione e a scatenare, in questo modo, l’iniziativa delle società di rating? Non pochi politici ed osservatori se la prendono queste ultime: certo anche esse non sono al di sopra di ogni sospetto, ma prendersela con loro è come prendersela con il proprio medico (più o meno avido) che ti diagnostica una brutta malattia.

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Come si manipolano le regole per proteggere gli evasori e i debitori.

12 Luglio 2011 1 commento

L’anno scorso con il dl n. 40/2010 Tremonti ha introdotto la doppia soccombenza per cui il processo tributario deve  essere estinto se l’amministrazione finanziaria, alias, Agenzia delle entrate, risulta soccombente in primo e secondo grado. Pare che il provvedimento sia stato preso anche per aiutare la Fininvest che aveva un grosso procedimento davanti alla Corte di Cassazione. La motivazione del provvedimento era quella di sfoltire il contenzioso tributario anche se gli ultimi rapporti del Consiglio superiore della giustizia tributaria non evidenzia un grave problema di congestione del processo tributario. Anche nel DL n. 98/2011 c.d. manovra d’Estate c’è un’altra sanatoria per le controversie inferiori ai 20 mila euro. Ormai snellire il contenzioso tributario è l’ossessione del governo in spregio degli effetti diseducativi che i condoni fiscali e non hanno sulla propensione all’adempimento delle leggi.

Nella logica del primo provvedimento, se l’amministrazione finanziaria perde due volte, non può ricorrere in Cassazione. Nella norma introdotta nottetempo nella recente manovra, si era previsto che se nel processo civile, una delle parti perde due volte di seguito, non deve pagare sino a che si conclude il procedimento davanti alla Cassazione. In altre parole, l’interesse privato merita il terzo grado, quello pubblico no.  Come noto, il terzo grado davanti alla Cassazione è processo di legittimità che valuta soprattutto il rispetto delle regole processuali e, in generale, delle leggi. Non il merito anche se questo, pur fondato,  può essere compromesso dal mancato rispetto delle regole procedurali. Viene in mente un certo giudice della Cassazione – definito dai media: ammazzasentenze – che annullava le sentenze emesse dai giudici di Palermo nei  confronti dei mafiosi processati nei c.d. maxi-processi. Con decine e decine di imputati non era difficile trovare qualche vizio procedurale tenuto anche dell’innovazione chiesta e voluta dal pool di Palermo, guidato da Falcone e Borsellino.

Mi si potrà obiettare che il processo penale è alquanto diverso da quello civile e che questo è ancora diverso da quello tributario. Resta tuttavia l’analogia tra il processo civile e quello tributario con la differenza che in quest’ultimo, è direttamente coinvolta l’amministrazione finanziaria a difesa  degli interessi dell’Erario. In entrambi i casi legiferati da questo governo – che tra l’altro minaccia di introdurre la norma in sede di conversione del DL  manovra 2011 – due pesi e due misure. Ma con una sola finalità: privilegiare l’interesse privato rispetto a quello pubblico. Altro che norma di civiltà giuridica!

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L’etica e l’equità fiscale del Governo.

A proposito della proposta di introdurre un aggravio della tassa sui SUV e le macchine superpotenti, Il ministro La Russa dichiara: “non possiamo tassare di più chi vota per noi”. Parlando oggi  al Consiglio nazionale del PdL che ha acclamato il ministro Alfano segretario del partito, la Meloni, ricordando le grandi cose fatte da Berlusconi, menziona al primo e secondo posto l’abrogazione dell’imposta di successione e l’ICI sulla prima casa.  Non ultimo, ieri presentando la manovra appena approvata dal Consiglio dei ministri, Tremonti ha detto che puntare al pareggio di bilancio non era un obiettivo ragionieristico  né politico. È un obiettivo etico. Sennonché nella lunga serie di provvedimenti previsti dalla manovra ha messo l’ennesimo condono sulle liti fiscali pendenti. Ora tutto si può dire tranne che i condoni siano etici. Nel passato sono stati giustificati o con esigenze di gettito o con la necessità di ricominciare da capo dopo una riforma fiscale. Ma questa è stata rinviata al futuro e la manovra da 47 miliardi è suddivisa in modo truffaldino: 1,5 miliardi per il 2011; 5,5 per il 2012; 20 e 20 rispettivamente per il 2013 e il 2014. Ormai sembra chiaro da questa calendarizzazione della manovra che il governo pensa di andare  alle elezioni politiche nel 2012 per tentare di imbrogliare i cittadini con le promesse di una riforma fiscale che dovrebbe prevedere sconti e riduzioni di aliquote per tutti, tranne per i consumatori più deboli. Quest’ultimi, però, secondo Tremonti hanno libertà di non consumare se non vogliono pagare aliquote IVA più elevate. Con queste premesse è fortemente dubitabile che per il 2014 si possa conseguire un pareggio di bilancio – come del resto non è stato mai raggiunto negli ultimi sessanta anni.  Ma questo semmai sarà un problema per il prossimo governo.

La linea di Tremonti, di La Russa e della Meloni è perfettamente coerente con lo slogan di Berlusconi e Tremonti “non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani” , anzi  mettiamo un po di soldi in quelle dei più ricchi. Questo significa abolire l’imposta di successione e l’ICI sulla prima casa. La ministra Meloni farebbe bene a studiarsi più attentamente l’art. 53 della Costituzione sul principio di capacità contributiva. E farebbe ancora meglio se si limitasse a cercare posti di lavoro per i giovani – uno su tre senza lavoro. Che le tasse vengano equiparate a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” è solo coerente con la visione predatoria della finanza pubblica per cui le imposte     sono un furto e non servono invece per produrre e/o assicurare la fornitura di beni pubblici pure domandati dai cittadini.

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