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Archivio Agosto 2011

La proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurounionbond.

24 Agosto 2011 1 commento

Abbiamo una nuova proposta sugli eurobond elaborata da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. L’hanno definita come proposta degli eurounionbond facendo una sorta di sintesi tra l’originaria proposta di Jacques Delors 1993, mirata a sostenere la competitività e la crescita dell’economia europea, e le più recenti proposte mirate soprattutto ad assicurare assistenza finanziaria ai paesi con debito pubblico a rischio insolvenza. Sul Sole 24 Ore del 23 agosto, Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, dopo aver fatto una breve rassegna delle precedenti proposte, lanciano la creazione di un Fondo Finanziario Europeo che emetterebbe eurounionbond per tremila miliardi di euro di cui 2.300 destinati alla rilevazione del debito pubblico nella direzione della sua riduzione al 60% e i rimanenti 700 miliardi da destinare al finanziamento di grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere grandi imprese europee. Il FFE avrebbe un capitale conferito dai paesi membri dell’eurozona in proporzione alle quote di riserve auree del Sistema europeo delle banche centrali e della BCE. Presuppone la modifica degli statuti del SEBC e della BCE. L’oro delle riserve, in pratica, costituirebbe garanzia reale a fronte dell’emissione di eurounionbond. Anche la proposta Prodi-AQC, a mio giudizio, sembra incentrata sul problema della stabilizzazione e/o ristrutturazione del debito pubblico – senza porsi nessun quesito sulla bontà dell’obiettivo del 60%. La proposta prevede solo per il 23,33% un sostegno alla crescita e allo sviluppo riprendendo l’idea cara a Barroso dei project bond destinati al finanziamento di investimenti basati sulla partnership privato-pubblico. Il FFE non sarebbe un fondo strutturale di sostegno alla crescita né di garanzia di ultima istanza del debito pubblico europeo.
Su questo punto, semplificando, le alternative sono due: o si continua sulla vecchia linea graduale e parziale della costruzione di agenzie ad hoc monofunzionali o ci si avvia sulla strada della costruzione di un vero e proprio ministero dell’economia e delle finanze intestatario diretto – anche se non esclusivo – della funzione di coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri. In altre parole, c’è un’analogia tra la costruzione di un’agenzia per il debito pubblico europeo come prevista della proposta Juncker-Tremonti del dicembre 2010 e il FFE di Prodi-Quadrio Curzio anche se quest’ultima sembra affrontare anche in maniera pratica e più precisa sia il problema delle garanzie sia quello della crescita – quanto meno parzialmente. Tuttavia ritengo che anche questa proposta ha dei limiti strutturali in quanto intanto comporterebbe la riduzione dell’oro in mano al SEBC e della BCE ed, in secondo luogo, sappiamo che, dopo il crollo del sistema di Bretton Woods dell’agosto 1971, si possono nutrire seri dubbi sulla idoneità di legare una garanzia per titoli a lungo termine a un bene reale sottoposto a forti oscillazioni speculative che possono andare in tutte le direzioni – al di là e a prescindere dai rimedi approntati per risolvere i problemi di sostenibilità del debito pubblico europeo. E sappiamo che la sostenibilità del debito pubblico è garantita da un suo impiego a sostegno della crescita e dello sviluppo.
Per questi motivi, a mio giudizio, le proposte di fondi di stabilizzazione sono inadeguate e restano tali se non si prevede anche una profonda riforma del bilancio europeo – fin qui costruito con il metodo dei saldi netti che evidenzia una meschina contabilità del dare e dell’avere tra i paesi membri ed impedisce che di esso si abbia una gestione unitaria rapportata all’esigenze dell’economia europea nel suo insieme. Come hanno proposto altri economisti, detta riforma dovrebbe mirare intanto a renderlo congruo ed efficace non solo come strumento di politica anticongiunturale (ossia, di stabilizzazione – cosa che ancora non fa neanche minimamente) ma anche come strumento di sostegno della crescita e dell’occupazione nelle aree periferiche arretrate o in stagnazione.
Una considerazione sulle garanzie da attaccare alle emissioni dei vari tipi di eurobond di cui si discute a livello europeo. Chi garantisce chi e che cosa? Chi è il vero garante di ultima istanza? Leggo proposte di vario genere ma, alla fine, si arriva sempre al garante o ai garanti di ultima istanza : la Francia o la Germania. Sappiamo che la Merkel, in calo di consensi, è molto sensibile agli umori dei contribuenti tedeschi. La proposta Prodi-Quadrio Curzio metterebbe le ingenti riserve auree a garanzia delle emissioni ma per quanto consistenti esse siano e pur considerando il meccanismo della leva esse potrebbero rivelarsi insufficienti per l’eurozona e, in prospettiva, per tutti gli altri paesi dell’Unione – problema che prima o poi si porrà. La proposta Prodi-Quadrio Curzio è molto interessante ma, a parte il complesso procedimento di riforma degli Stati del SEBC e della BCE ammesso e non concesso che ci sia il consenso, alla fine prevede che i veri garanti siano i singoli paesi membri. Anche questo meccanismo resta connaturale alla logica intergovernativa se, alla fine, sono sempre i governi che conferiscono l’oro delle loro banche centrali. Io ritengo invece che la vera garanzia per tutti i tipi di eurobond sta nella riforma del bilancio europeo e nella capacità del governo e del parlamento europeo di assicurare l’ordinario servizio del debito pubblico e dall’altro la sua sostenibilità nel tempo. Le varie proposte tranne alcune (Amato-Verhostadt, ecc.) alla fin fine non trattano la questione della sostenibilità del debito pubblico europeo qualunque essa sia la dimensione dello stesso. Prevedono migliori strumenti di assistenza e introducono qualche strumento di ristrutturazione. Solo poche (e tra queste quella di Prodi-Quadrio Curzio) quelle che introducono qualche strumento a sostegno della crescita. Ma parliamoci chiaro, anche un vero e proprio meccanismo di ristrutturazione può rimediare in via straordinaria a situazioni di insostenibilità che prima o poi sfocia nell’ insolvenza o default, se non si ottimizza il tasso di crescita.
Per questi motivi, a mio giudizio, il problema della crisi dei debiti pubblici dei paesi membri dell’eurozona va affrontato in termini tax design o modello istituzionale ottimale. Il problema è quello di costruire un bilancio europeo che sia in grado di svolgere, in via sussidiaria, le 3-4 funzioni classiche del bilancio di uno stato federale o centralizzato che sia: la stabilizzazione, la ridistribuzione, la funzione allocativa, la crescita e/o lo sviluppo. Un bilancio europeo che sia in grado di emettere debito pubblico europeo e di garantirne la sostenibilità nel lungo periodo. Non è questione di nuova ingegneria finanziaria e tanto meno di finanza creativa – che tanti danni ha creato negli ultimi decenni. Si tratta di costruire un sistema di finanza pubblica ordinaria in grado di finanziare in via ordinaria le attività di un governo federale per quanto piccolo esso si possa immaginare. Tenendo presente che, anche a questo livello, secondo la teoria economica del governo suddiviso, si pone ineluttabilmente un problema di ottima dimensione della giurisdizione. Gli eurobond devono : a) finanziare i beni pubblici europei; b) servire a ristrutturare il DP dei paesi in difficoltà; c) devono sostenere gli investimenti pubblici e privati, innanzitutto, negli stessi paesi in difficoltà. Nell’insieme: 1) devono aprire la strada ad una politica fiscale comune e, quindi, centralizzata; 2) devono consentire la manovrabilità del bilancio europeo a fini anticongiunturali. Quindi si deve quadruplicare o quintuplicare detto bilancio, superare la rigidità delle c.d. prospettive finanziarie settennali e arrivare ad una legge finanziaria a livello europeo (vedi al riguardo proposta Amato).
I federalisti americani erano quasi tutti contro il governo grosso ma, gradualmente, nel tempo, hanno dovuto ampliare le funzioni del governo centrale. Stiamo fronteggiando gli effetti di una crisi mondiale iniziata nel 2008-09. Abbiano letto decine di confronti di questa crisi con quella del 1929. Solo pochi ricordano la fase di centralizzazione cui sono andati incontro gli USA – fase che è durata dal 1932 al 1975. Il design delle attuali istituzioni europee è fortemente influenzato dall’ideologia neo-liberista ( mercatista) che si è affermata nel mondo e in Europa tra il 1975 e il 2005: vedi l’Atto Unico del 1986 e il Trattato di Maastricht del 1991. Quel disegno istituzionale non è più all’altezza del compito – semmai lo è stato. O si riforma o soccomberà sotto gli attacchi virulenti della speculazione internazionale. Anche una proposta molto articolata come quella di Prodi-Quadrio Curzio non prevede un governo europeo. Condannerebbe il parlamento, la commissione e il composito governo economico europeo all’irrilevanza.

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Funziona ancora il carro franco-tedesco?

Nel loro incontro bilaterale a Parigi del 16.08.2011, la Merkel e Sarkozy hanno concordato quattro obiettivi: 1) proporre un nuovo Consiglio europeo per l’euro che si riunisca almeno due volte all’anno; 2) chiedere agli altri paesi membri dell’eurozona di costituzionalizzare un pareggio di bilancio non meglio precisato; 3) proporre l’applicazione di una tassa sulle transazioni finanziarie; 4) armonizzare le imposte sulle società. Hanno affrontato i problemi della crisi? No. Neanche minimamente. Proporre un altro Consiglio o una sorta di governo economico e affidarne la presidenza al buon Van Rompuy significa aggiungere un altro strumento intergovernativo a quelli esistenti come se non ce ne fossero abbastanza. Costituzionalizzare il pareggio di bilancio, supposto che gli altri paesi membri accettino, significherebbe elevare la fonte legislativa rispetto alle regole recentemente inasprite del Patto di stabilità e crescita con i complessi protocolli sui deficit eccessivi; significa rinviare e andare per i tempi lunghi. Applicare una Tobin tax solo nell’eurozona è velleitario e controproducente; potrebbe generare una fuga di capitali. Armonizzare le imposte sulle società – sulle quali da tempo lavorano gruppi di esperti franco-tedeschi – è auspicabile per limitare gli effetti deleteri della concorrenza fiscale ma sono venti anni che se ne parla e non si è mai concluso alcunché di serio. Salvaguardare la residua sovranità fiscale resta il vero obiettivo e, quindi, siamo di fronte ad un incontro bilaterale che la dice lunga sulla statura dei due protagonisti. Certamente deluso è apparso Sarkozy che sperava di uscirne come il “salvatore” dell’UE in vista delle elezioni presidenziali del 2012. Certamente più modesta e solida resta comparativamente la Merkel ma il suo secco no agli eurobond pesa come un macigno proprio sulla strada dell’assegnazione al governo europeo di un necessario strumento di politica economica e finanziaria. Eppure anche a Berlino, secondo quanto riferisce Beda Romano sul Sole 24 ore del 17.08.11, l’eurobond non è più un tabù. Ne discutono politici, economisti e giornalisti. L’IFO, un istituto di ricerca economica, ne ha stimato i costi per la Germania (47 miliardi all’anno) in termini di maggiori interessi sul debito pubblico tedesco. Infatti, è ragionevole assumere ch l’emissione congiunta di eurobond farebbe ridurre l’attuale vantaggio di cui gode la Germania nel piazzare sul mercato i propri bund.
Ma è proprio questo il problema. La Germania non può essere l’economia leader e non pagare alcun prezzo. Non può imporre una moneta comune che avvantaggia la sua penetrazione economica all’interno della UE e impedire che si costruiscano meccanismi compensativi che aiutino le aree meno favorite ad uscire dalle secche della stagnazione – come esistono in tutti i paesi federali. Non può fare l’accordo con l’Inghilterra di Cameron per bloccare qualsiasi aumento del bilancio europeo (2014-2020), impedire che esso diventi manovrabile e congruo ai fini anticongiunturali e poi “illudersi” di costruire un governo economico dell’eurozona. La Germania non può imporre il pareggio di bilancio a livello sub-centrale e sanzionare le probabili violazioni del Patto di stabilità e crescita con il blocco dei fondi europei. Se Francia e Germania dovessero insistere su tali obiettivi, tutti i paesi membri dell’eurozona – inclusi gli stessi proponenti – si verrebbero a trovare in una situazione veramente paradossale. A fronte della sfida degli speculatori internazionali, i paesi europei sarebbero del tutto disarmati, ossia, senza alcun vero strumento di politica economica e finanziaria a livello nazionale né a quello centrale, essendo la Tobin tax di incerta imputazione, di dubbia efficacia ma non senza effetti. Il paradosso e/o vicolo cieco è che i governi dei paesi membri – tuttora in preda a rigurgiti nazionalistici – non avrebbero strumenti per difendersi. Se passassero le proposte franco-tedesche, i governi europei si legherebbero le mani, e abbiamo visto le estenuanti trattative di fine luglio tra Obama e i repubblicani sulla modifica del limite al debito pubblico – non estranee alle manovre della speculazione internazionale. Sarebbe un vero suicidio. Tanto varrebbe affidare la gestione della politica economica e finanziaria ad un’Autorità amministrativa indipendente sul modello ormai accettato della BCE. Si risolverebbero più facilmente i problemi del coordinamento – sempre auspicato ma mai realizzato – e probabilmente la qualità delle decisioni sarebbe relativamente migliore di quella attualmente attribuibile alla sommatoria dei 17 paesi dell’eurozona per non parlare di quella di tutta l’Unione.

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Dalla riduzione alla doppia manovra di aumento delle tasse.

Se ci si mette pure il Presidente della Banca Centrale europea (BCE) siamo fritti. Premesso che è difficile prendere partito con la borsa nel mese di agosto, ma se i tentativi speculativi riguardano non solo le azioni delle società quotate ma anche i titoli del debito pubblico di Paesi diversi dell’eurozona, allora servono nervi saldi. Non bisogna farsi prendere dal panico e occorre manovrare per schivare le onde anomale qualunque sia la causa che le ha originate.
Tutti nel tempo abbiamo apprezzato la trasparenza della Federal Reserve USA (FED) che addirittura rende accessibili le minute delle discussioni tra i governatori. Lo scopo della trasparenza é quello di convincere i mercati circa le linee fondamentali della politica monetaria nordamericana. Nel passato, invece, le banche centrali dei diversi paesi europei restavano “abbottonate”, ossia, non facevano trapelare nulla sulle loro linee di azione rispetto ai problemi contingenti – ovviamente fino al momento dell’azione sia che si trattasse di manovre sul tasso di sconto e/o di operazioni di mercato aperto. Adesso opportunamente la BCE cerca di imitare la FED e questo in tempi normali è certamente un fatto positivo.
Ma le parole di troppo non sono trasparenza specialmente in situazioni di forte nervosismo dei mercati come quelle che stiamo vivendo in queste settimane.
Il Board della BCE ha deciso di lasciare invariati i tassi e di essere pronto ad ogni opzione per fermare la fuga dai titoli del debito pubblico. In conferenza stampa, però il Presidente Trichet sarebbe apparso incerto quando ha accennato alle modalità della decisione circa le operazioni di salvataggio. Evidentemente il Board non gradisce di dover continuare a comperare titoli del debito pubblico di Paesi membri sotto stress in attesa dell’inizio dell’operatività del fondo EFSF deliberato lo scorso 21 luglio.
Trichet ha detto quello che non doveva dire quando ha escluso che la BCE possa o debba continuare a comperare titoli del debito pubblico italiano. Questo è stato sufficiente a rovesciare il recupero degli spread tra Bund e BTP decennali che era iniziato nella mattinata. Da qui il peggioramento progressivo della borsa italiana nella fase di chiusura del giovedì (calo del 4,78 del MIB pari a quello dell’indice S&P a Wall Street). Venerdì gli indici in parte hanno recuperato ma in un continuo saliscendi.
La trasparenza nella gestione delle operazioni di mercato aperto non hanno bisogno di annunci. Le operazioni si fanno o non si fanno e basta. E gli operatori se ne accorgono subito. Giovedì la BCE ha comperato titoli del debito pubblico portoghese e irlandese. Non c’era alcun bisogno che dichiarasse che escludeva acquisti dei titoli del debito pubblico italiano. In economia gli annunci hanno effetti economici reali e, in borsa, anche in anticipo sulla base di semplici voci (rumor). Ma Trichet ha anche detto che la manovra approvata dal Parlamento italiano non basta e che bisogna anticipare almeno in parte quelle del 2012-13. E questo dopo che la stessa manovra aveva ricevuto gli apprezzamenti della Commissione europea, dell’Eurogruppo, dell’OCSE e del FMI. Ora Trichet nel caso italiano è andato veramente oltre. Anche lui ha finito con il giocare al massacro come ha fatto il governo italiano che l’aveva approvata con forti e aperti dissensi tra i ministri, tra Berlusconi e Tremonti, prima e dopo l’approvazione.
Il paradosso è che venerdì 5 Tremonti mostra contrarietà rispetto alla proposta Trichet e, subito dopo, Berlusconi l’accoglie anticipando al 2013 l’obiettivo del pareggio di bilancio. Probabilmente per dimostrare che è lui il dominus della politica economica e non il MEF.
Per quanto mi riguarda resto fermo alla diagnosi largamente condivisa secondo cui la prima manovra era necessaria ma non sufficiente specialmente sul versante delle misure necessarie per spingere in alto il tasso di crescita del PIL. Senza crescita non si può affrontare seriamente il problema della sostenibilità del debito pubblico. È questo il problema che indebolisce la posizione dell’Italia sui mercati non il deficit relativamente basso rispetto a quello di altri di altri paesi fuori e dentro l’eurozona. Su questo voglio ribadire un concetto già affermato e che aiuta a valutare anche la rilevanza dei temi affrontati nell’incontro tra governo e parti sociali. A mio giudizio, qui ed ora non si tratta solo di varare e, nei tempi più o meno lunghi, approvare provvedimenti legislativi sulle privatizzazioni e liberalizzazioni, sull’ordinamento tributario, sul mercato del lavoro, sullo statuto dei lavoratori, sugli artt. 41 e 81 Cost, sui costi della politica e quant’altro. Vedi gli otto e i cinque punti del governo e delle parti sociali. Per crescere servono investimenti pubblici e privati aggiuntivi. Con riguardo ai primi serve lo sblocco dei grandi lavori (l’unico punto concreto posto da entrambi le parti). Ma non è chiaro che questo (quello di aumentare gli investimenti pubblici), è un problema pratico di alta amministrazione che potrebbe o dovrebbe svolgere l’alta dirigenza dello Stato – a parità di livello della spesa pubblica. Solo questa sa dove stanno gli sprechi e sa come liberare risorse per tradurle in investimenti all’interno dei vari programmi di spesa. In questo senso, non servono nuove commissioni di spending review e – lo ripeto – è sbagliata la proposta di Trichet di nuovi tagli alla spesa. È la solita vecchia ricetta che rischia di deprimere ulteriormente la domanda interna. La spesa pubblica ammonta a 723 miliardi di €. Se solo il 4-5% è manovrabile, si potrebbe provare a utilizzare questi due punti abbondanti di PIL per sostituire spesa corrente con investimenti pubblici. Questa operazione eroica può essere condotta solo dall’alta dirigenza anche in tempi utili per l’approvazione della legge di stabilità e, quindi, entrare nei vari bilanci dello Stato, delle Regioni e degli EELL a partire dal 2012. Assumendo un successo anche a metà, si potrebbe conseguire un aumento degli investimenti pubblici nell’ordine di un punto aggiuntivo di PIL. Non è molto ma neanche poco. Sarebbe il doppio della recente decisione del CIPE di sbloccare 7,5 di fondi FAS a favore del SUD che è apparsa più nominale che sostanziale.

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Carlo Vallauri: Ecco chi e’ P.L. BERSANI, segretario del PD.

Ricevo e volentieri pubblico la nota di Carlo Vallauri sulla intervista di Miguel Gotor e Claudio Sardo al segretario del PD
Pier Luigi Bersani.

Per tutti gli italiani che hanno visto il lungo percorso della creazione del “partito democratico” la lettura dell’intervista – a cura di Miguel Gotor e di Claudio Sardo – a Pier Luigi Bersani può essere un utile chiarimento, giacché le segreterie Veltroni e Franceschini hanno dato l’impressione di un movimento politico costituito principalmente dalla presenzialità mediatiche mentre il nuovo segretario nazionale, nelle risposte fornite agli interlocutori, offre un quadro chiaro ed esauriente non solo sulla sua personalità ma sulle “ragioni” più sostanziali e profonde della recente formazione politica della sinistra, nata dal congiungimento tra ex comunisti della nota tradizione storica con una parte di democristiani, con prevalente provenienza di esponenti che “guardavano a sinistra”. E quindi non a caso il libro ha il sobrio titolo Per una buona ragione (Edizioni Laterza, 2011) e si apre con un richiamo al “futuro del Paese” e alle innovazioni proprie delle nuove generazioni.
“Andare oltre Berlusconi” diviene allora fatalmente il punto di riferimento di questo “emiliano pragmatico” chiamato a guidare il partito. Ed egli si rende perfettamente conto della necessità di affrontare il terreno dell’azione politica sul terreno di una “missione” trasformatrice, senza pensare a nuovi schemi ideologici, bensì ad una “democrazia del lavoro”, fondata nella concretezza di una battaglia da condurre sul terreno classico dei principi di libertà ed eguaglianza, nel quadro della situazione politica esistente. Sul piano personale Bersani espone “quel tanto di anarchico che è in lui”, e nonché il suo atteggiamento giovanile di fronte al fenomeno del ’68, visto non come “contestazione” bensì quale “partecipazione collettiva”, al contrario di quanto indicato dalle espressioni che gli intervistatori gli offrono. Ecco allora si spiega il suo ruolo attivo nelle formazioni di “Avanguardia operaia”, un movimento che contestava il PCI da sinistra, proponendo progetti innovatori.
La scelta per laurearsi in filosofia con una tesi su Gregorio Magno e la visione della grazia e dell’ “autonomia umana”, rivelano il carattere di una predisposizione che guardava sin da allora all’ “umanità” dell’uomo, oltre ogni forma di condizionamento. Poi c’è il passaggio al PCI, di cui diviene presto militante e quindi dirigente a Piacenza.
“Rigore morale” ed “umiltà”, come precisa delineando un percorso personale. L’elezione al Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna consente di chiarire la modernità di una concezione che non guardava certo a modelli dell’Est europeo. Il “trauma”, della Bolognina, vissuta come qualcosa di “sperato” eppure imbarazzante, con la scelta “visionaria” di Occhetto, accettata e dimostratasi positiva. Cade la “gabbia populista”: la condanna è netta, come il riconoscimento delle responsabilità delle forze progressiste per quanto avvenuto negli anni ’90. Per l’Europa vengono auspicate “istituzioni più forti” che sappiano colmare il “deficit di politica”.
Interessante è la osservazione che “uno sguardo retrospettivo” può aiutare a recuperare l’intera cultura politica della sinistra, con il riconoscimento del “contributo attivo” dei socialisti, quello laico radicale e della cultura nazionale”. E, da studioso qual è, Bersani precisa di non condividere una visione strettamente storicistica della cultura politica del PCI e richiama i motivi della “modernizzazione” da attuare nel campo sociale del paese esprimendo un giudizio complessivamente positivo sulla prima Repubblica sino agli anni ’60.
L’attività poi svolta al governo in delicati compiti concernenti l’industria lo inducono a valutazioni sull’attuale stato del capitalismo italiano con le difficoltà evidenti a reperire i capitali necessari per la ripresa. Riconosce l’esito non soddisfacente della privatizzazione della Telecom da parte del governo D’Alema. A proposito delle polemiche recenti nel mondo sindacale il segretario del PD afferma che la contrattazione nazionale non può scomparire: abbiamo bisogno – precisa – del decentramento delle relazioni non di soluzioni che porterebbero alla disarticolazione. Valida è anche la precisazione che “il partito non è un’autorità morale” ma che il suo compito è di suscitare risorse etiche e civiche, indirizzandole su un programma di riforme.
E la continuità ed individualità del pensiero formativo di Bersani risulta anche nelle risposte alle domande sulla “confluenza” cattolica nel partito, tanto più che egli tiene a ricordare l’esperienza riformista di tutto il centrosinistra europeo, costituito dal contributo di tradizioni diverse. La “sfida riformista” approfondisce l’essenza principale che egli tiene a sottolineare per l’avvenire del partito. Vogliamo infine notare come la finezza e l’essenzialità dei validi interlocutori abbia contribuito alla chiarezza espositiva dell’intervistato.

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