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Archivio Settembre 2011

Carlo Vallauri su morale e cultura in Claudio Magris.

8 Settembre 2011 Nessun commento

“Comportati come se fossi felice: la felicità verrà dopo”. Questa citazione di Singer sintetizza il “partecipe distacco” di Claudio Magris, una visione della vita che da’ “forza morale” all’esistenza – secondo l’espressione di Marco Alloni che dialoga con lo scrittore in Se non siamo innocenti (Aliberti editore, Reggio Emilia, 2011).
Traendo dal comportamento dei genitori i valori di lealtà, fedeltà e coraggio lo studioso – certamente il più europeo ed internazionale dei nostri maestri – offre una lettura etica degli insegnamenti ricevuti e trasmessi attraverso la sua opera e la costante sollecitazione ad attraversare le tragedie e le incertezze della nostra epoca mantenendo sempre, pur nell’asprezza delle esperienze umane che hanno segnato in profondità il suo spirito, quel sufficiente livello di ironia, probabilmente raccolto dalla sua frequentazione culturale con l’ebraismo. Pur proveniente da una educazione cattolica di fondo (anche se appartenente ad una famiglia “non praticante”), la sua percezione intima di principi fondamentali non gli ha impedito di raccogliere una pratica quotidiana liberatrice dai rischi di ogni rigida impostazione. Le sue letture (da Cervantes a Weber, da Tolstoj a Svevo) gli hanno dato una “formazione esistenziale” lontana – egli scrive – dall’ambiguità del nichilismo ma consapevole della friabilità delle cose, donde la fascinazione del mito asburgico (caratteristica delle sue origini), come testimonianza di quella sofferenza vissuta, capace di far comprendere il “senso di colpa” nel coinvolgimento inquietante di una generazione non mera spettatrice. Così egli ha acquisito la consapevolezza di eventi subiti come possibilità di intendere le virtù e, nello stesso tempo, le debolezze dell’agire umano, dell’inevitabile logica del compromesso come del continuo mescolarsi della purezza e dell’ambiguità.
In questi concetti, nel contesto specifico di una memoria, contrassegnata dalle giovanili esperienze e nella conquista graduale, personale e morale di sentimenti e ricomposizione di orizzonti chiaramente intravisti e perseguiti, Claudio Magris simboleggia una convinzione di senso morale unita al “desiderio di fare”, aspetti centrali della presenza viva dello scrittore nella realtà di complessi sociali ed umani travalicanti le singole religioni, come le diverse tradizioni costituenti la sua essenziale personale identità. Come emerge dai sui studi di germanistica e dai suoi libri (da Danubio a Microcosmi, che l’autore di questa recensione indicava sempre agli studenti dell’Università per Stranieri di Siena come indispensabili per la conoscenza della moderna cultura europea), il senso dell’assoluto e del divino, caratteristica nella cultura della sua gente, emerge con chiara serenità nei suoi ricordi, nel suo infaticabile “fare” e – ci permettiamo di sottolineare – di “dare” agli altri.

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Carlo Vallauri sulla visione liberale di Umberto Zanotti Bianco

7 Settembre 2011 1 commento

Carlo Vallauri commenta qui l’introduzione dello storico Fabio Grassi Orsini che presenta nelle edizioni Piero Lacaita (Manduria, 2011) il volume di Umberto Zanotti Bianco La mia Roma. Diario 1943-1944. Il saggio introduttivo illustra la personalità dello studioso, eminente simbolo di quell’Italia liberale che, prima attraverso l’opposizione al fascismo poi con la partecipazione alla ripresa democratica nazionale dopo l’8 settembre 1943, testimonia il significato dei valori a un tempo umanistici e patriottici in un paese sconvolto dalle sue fondamenta morali e politiche.
L’importanza del volume è nella descrizione minuta che l’autore compie giorno per giorno negli anni dell’Italia tagliata in due subendo la duplice occupazione militare, tedesca al centro-nord e anglo-americana al Sud e nelle grandi isole. E Grassi Orsini, oltre a spiegare il ruolo e il comportamento dell’animoso difensore delle migliori tradizioni del Mezzogiorno, tiene a mettere in rilievo i colloqui che, in quei mesi convulsi, Zanotti Bianco ebbe con alcune persone, a cominciare da Maria Josè di Savoia, per cercare di individuare attraverso quali passaggi, formule a scelte si potessero trovare le soluzioni più adeguate per avvicinare a soluzione il problema della tenuta del sistema istituzionale. Nella confusione di quel tragico tempo i colloqui con il generale Caviglia da un lato e con gli esponenti liberali dall’altro, già collegati al Comitato nazionale di liberazione, nato a Roma l’8 settembre, con l’adesione dei maggiori partiti anti-fascisti (PLI, P. d’Azione, democrazia del lavoro, democrazia cristiana, socialisti, comunisti), rivelano il prestigio del rappresentante di quel movimento – l’unico dichiaratamente liberaldemocratico, durante l’instaurazione del potere fascista – ricostituitosi nel rinnovato ambiente politico di una Italia ormai in lotta armata per liberarsi definitivamente del fascismo e del suo alleato nazista. D’altronde alla sua qualità di politico Zanotti unisce le doti di studioso dal campo storico a quello archeologico. Egli si dedicò, durante la “presa teutonica” su Roma, ad una incessante opera di assistenza civile, corrispondente a quell’azione umanitaria che egli aveva già svolto dall’Italia alla Russia in più occasioni. E Grassi, proprio per la sua appartenenza ad una delle famiglie pugliesi, più impegnate nella riscossa liberale nel Meridione, è in grado di puntualizzare con grande precisione significato e valori dei singoli passi e delle scelte via via compiute.
Zanotti Bianco – come si legge nelle bellissime pagine del suo Diario – discuteva in quella fase circa l’eventuale decisione di Vittorio Emanuele di accettare una “reggenza” ed espose in un testo pubblicato e diffuso clandestinamente le sue opinioni. Egli spiega bene le ragioni che lo inducono a sostenere il mantenimento di quella monarchia, pur responsabile, dal 1924 al ’43, di atti indegni: occorreva infatti cercare – a suo avviso – forme di equilibrio provvisorio.
La lettura colpisce particolarmente per l’accuratezza con la quale l’autore registra e commenta tutte le voci – vere o false – che circolavano nella Roma occupata, in una condizione di generale disfacimento dello Stato e di confusione psicologica, ai vertici e alla base della piramide sociale.
Affiorano i timori per eventi scivolosi in seno alla guida politica dei partiti antifascisti, sono criticate più le esternazioni troppo leggere di La Malfa per gli azionisti che non le prese di posizione dei comunisti. Le conoscenze e le frequentazioni di Zanotti sono tali che, mantenendosi egli sempre al centro del dibattito sulle impostazioni circa la politica da portare avanti, risalta la lucidità e prudenza dei comportamenti di una personalità così attentamente seguita dai suoi interlocutori.
Naturalmente emergono con vivacità gli eventi maggiori e peggiori di quelle giornate, e prevalgono quelli di rilievo politico (come si trova nel noto, parallelo diario di Bonomi) ma, in questo caso, emergono anche aspetti più individuali e privati, grazie alla straordinarietà delle relazioni che Zanotti riusciva a tenere non solo con le altre parti politiche, e con personaggi istituzionali, ma anche a livello di singoli perseguitati, ricercati e condannati.
L’atmosfera cupa della capitale, lasciata in balìa dei tedeschi e delle bande fasciste, risulta nella amarezza delle valutazioni dell’autore e nella rincorsa per fornire di aiuti concreti un crescente numero di civili coinvolti nella resistenza agli oppressori.
Il libro appare una lettura istruttiva per meglio comprendere le ragioni ideali che spiegano la continuità di un liberalismo storico, spina dorsale dell’Italia unita, nell’intento di ricostruire le basi di un paese migliore, più giusto e civile. E, per chi – come l’autore di questa nota – ha vissuto quelle giornate come studente di liceo, però spesso assente da scuola per evitare le retate naziste, sembra di rivivere quelle ore di tensione e di speranza.
In particolare va sottolineata la celebrazione in maggio della messa a Santa Maria Maggiore in memoria delle vittime della strage compiuta dalle S. S. alle Ardeatine (momenti di grande emozione per tutti i presenti all’interno della chiesa e poi all’esterno). Zanotti fu in prima linea, dopo la notizia dell’orrenda carneficina, a cercare di avere informazioni più esatte (ed ogni ulteriore informazione allargava i termini di quella tragedia) per aiutare in ogni modo i familiari delle vittime. Pagine nere certamente, ma a noi sembra evidente che queste pagine confermino direttamente come Roma sia stata allora tutt’altro che “grigia” – secondo la definizione di De Felice, valida forse per altre aree – rispetto agli occupanti, perché in tutti i quartieri, dai popolari ai borghesi, comuni erano le certezze sulla validità della scelta per la libertà e contro nazisti e fascisti.

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Sulla governance economica europea.

6 Settembre 2011 Nessun commento

Quello che segue è il testo corretto e rivisto dell’intervento pronunciato il 6 luglio scorso al Forum degli economisti vicini alla CGIL, alla vigilia delle turbolenze finanziarie che hanno caratterizzato tutta l’Estate scorsa e non accennano a finire.
Ringrazio la presidenza per avermi invitato e per avermi dato l’opportunità di parlare. Sono emozionato per questo invito a discutere con gli amici e gli economisti vicini alla CGIL. Io sono di un’altra generazione. Per quelli che non mi conoscono, devo dire che sono stato a tutti gli effetti collaboratore integrato dell’ufficio studi economici della Confederazione negli anni ’71-’75. Un’altra epoca in cui il sindacato era forte, rispettato, temuto e contava moltissimo. Fu una stagione alta per il sindacato in una fase politica di grande incertezza e confusione.
Gli argomenti su cui intervenire sarebbero tanti perché le relazioni sono state veramente interessanti e stimolanti, ma ora voglio parlare di un solo argomento che ha molte sfaccettature e credo tocchi diversi argomenti.
Premetto che sono un amico e stimo moltissimo Marcello Messori, ma stamattina mi è sembrato che Egli abbia fatto un intervento un po’ troppo ottimistico sulla nuova governance europea. Io volevo fare appunto alcune osservazioni che cercano di fare un aggiustamento sull’assunta bontà dei nuovi strumenti di detta governance, perché detta valutazione può essere fonte di equivoci nel disegno delle politiche economiche non solo comunitarie ma anche nazionali.
Noi siamo governati tuttora dalle regole automatiche di Maastricht 1991-92 che sono nate in un altro mondo, con l’atto unico dell’86, in pieno fulgore delle teorie neoliberiste e di contenimento dell’intervento dello Stato nell’economia. L’architettura di Maastricht è semplice. Lo ricordo – per me stesso: politica monetaria centralizzata, politica economica e finanziaria decentralizzata. Quest’ultima resta tuttora in periferia e sono competenti i governi nazionali. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, dopo il fallimento dell’approvazione della Costituzione europea, incorpora totalmente e integralmente tutte le regole di Maastricht che, come ho detto, sono pressoché automatiche. Non si rispettano i parametri, scattano o dovrebbero scattare le sanzioni. È sempre il mondo del mercato unico. Non c’è bilancio europeo perché quello da 1,03% del PIL non è, nel parere di tutti gli economisti che hanno analizzato questo problema, un vero bilancio perché bisognerebbe raddoppiarlo o quadruplicarlo per potere conseguire un qualche effetto anticongiunturale di stabilizzazione, supposto che le autorità europee vogliano fare politica anticongiunturale coordinata e integrata.
Quindi, a livello federale, siamo senza un bilancio vero e proprio e, quindi, senza governance economica.
In questi mesi, si sta discutendo delle nuove prospettive finanziarie 2014-2020, appunto settennali, e si parla di un possibile aumento dello 0,5 per cento (dello 0,5 per cento). Le prospettive sono rigide. Le decisioni concrete e gli strumenti concreti che sono nati dopo la crisi sono sostanzialmente due. Uno è la European Financial Stability Facility, come la chiamano in inglese, che è meramente diretta a fornire assistenza finanziaria, ossia, liquidità ai paesi in crisi con il loro debito pubblico, ma non affronta il vero problema della crisi e/o della sostenibilità del debito pubblico. Consapevoli di questo problema, è stato poi creato il Financial Stability Mechanism, il cosiddetto meccanismo per promuovere la stabilità finanziaria, ma l’entrata in vigore di questo meccanismo è stata rinviata al luglio 2013. Alcuni mesi fa, ad un seminario Astrid prima e ad un incontro con alcuni economisti della Confederazione Europea dei Sindacati, io ebbi modo di chiedermi cosa avremmo fatto nel frattempo. Infatti abbiamo una situazione di crisi, abbiamo il problema appunto del rating del Portogallo i cui bond sono stati declassificati al livello “junk” o monnezza, come si dice in romano. Quindi, al momento, non abbiamo idonei strumenti istituzionali comuni per affrontare e avviare a soluzione le diverse crisi del debito pubblico di alcuni paesi membri dell’eurozona.
La proposta Juncker-Tremonti del dicembre 2010, non è passata. Io non sono un ammiratore di Tremonti – lo dico chiaramente a tutti – non capisco i rituali riconoscimenti che gli si tributano “per avere tenuto in ordine i conti pubblici”, però quella proposta aveva un senso. L’agenzia per la gestione del debito pubblico europeo costituiva un primo passo nella direzione giusta, ma sfortunatamente non è passata. Gli ultimi accordi vanno leggermente più avanti in una direzione intermedia tra le procedure (misure) azionabili dalla Financial Stability Facility e quelle del Mechanism, ma è su base strettamente volontaria. La proposta adottata nelle settimane scorse riprende nella sostanza il meccanismo che, a suo tempo, fu adottato con la cosiddetta iniziativa di Vienna per far fronte alla crisi di debito pubblico di alcuni paesi dell’Est europeo, componenti dell’Unione europea ma non dell’eurozona.
Riassumendo, non c’è un bilancio federale, non si possono fare manovre congiunturali a livello federale, non c’è un’unione fiscale, non c’è politica industriale a livello europeo, ecc.. Nella Ue, i governi non hanno saputo affrontare gli aspetti economici, reali della crisi finanziaria che, ad esempio, si è ripercorsa profondamente anche sull’industria automobilistica. Ricordo che quella americana è stata ridotta sull’orlo della bancarotta ed è stato necessario appunto un intervento finanziario massiccio da parte del governo federale per salvarla. L’Europa, come autorità comunitaria, non ha detto e non ha fatto assolutamente niente. Noi abbiamo sedici piccole e medie industrie automobilistiche europee senza futuro e senza speranza. Si può criticare quanto si vuole Marchionne ma ci ha provato con Opel, ci ha provato con i francesi della Peugeot e non c’è stata risposta positiva. La Commissione europea e il governo economico europeo, che è fatto anche dal Consiglio europeo, non sono stati capaci di dare alcuna risposta. Allora non ci si può meravigliare se la FIAT se ne va da un’altra parte e va a cercare l’integrazione con la Chrysler. Che poteva fare di diverso? Non è questione risolvibile con la mozione degli affetti o con gli appelli all’amor patrio.
Non c’è politica della ricerca a livello europeo, anche se ci sono strumenti a livello embrionale ma l’entità delle risorse che questi riescono a mobilitare sono assolutamente insufficienti rispetto al fabbisogno. Ci sono spiccioli da dividere in 27 o giù di lì.
Allora, rispetto anche a discorsi fatti in alcuni interventi che mi hanno preceduto, se non c’è ricerca non si può fare innovazione perché questa è l’equazione. Se non ci si inventa niente, come possiamo fare grande innovazione? Né l’industria privata, né il settore pubblico industriale, né le università fanno ricerca industriale sul serio, quanto meno nelle dimensioni necessarie. Poi abbiamo un altro problema. Oggi come ieri, molte grandi imprese che pure hanno un qualche budget per la ricerca preferiscono associarsi con le imprese americane e non con quelle europee perché, a quanto pare, a livello europeo, non c’è il sistema di incentivazione adeguato per promuovere joint venture europee.
Io sono federalista. C’è in Europa un governo federalista in embrione, però noi continuiamo a parlare di bilancia dei pagamenti dei singoli stati. Questa è un’incongruenza, è una contraddizione. Sappiamo che c’è l’analogia tra commercio internazionale e commercio interregionale. I conti interregionali li dobbiamo fare, ma voi avete mai sentito parlare della bilancia dei pagamenti del Texas o dello stato di New York o della California? No. Nella Unione europea si continua a ragionare con gli schemi dello Stato nazionale ottocentesco. Invece , siamo in un paradigma nuovo o seminuovo o comunque diverso da quello del passato e continuiamo a ragionare con modelli di politica economica e di contabilità, in grossa parte, vecchi e superati, non idonei ad una situazione che conosce oltre 50 anni di forte integrazione europea e di globalizzazione dell’economia.
Vogliamo un mercato tendenzialmente unico, ma ci limitiamo a credere nelle virtù miracolistiche della concorrenza. L’Unione è un continente caratterizzato da forti squilibri territoriali e settoriali ma non approntiamo una politica regionale adeguata a livello europeo perché, come detto, la politica economica resta competenza dei governi dei diversi paesi membri. Questa è una cosa gravissima, secondo me. Dopo l’ottimo (io l’ho letto e studiato), eccellente rapporto che Fabrizio Barca ha fatto per la direzione della politica regionale, la politica regionale è stata diluita dentro la politica – bellissima a parole – della coesione economica e sociale. Non è colpa di Fabrizio. Chiaramente, è colpa delle autorità europee, ma il rapporto non ha prodotto alcun significativo incremento dei fondi per la politica regionale, per trasferimenti compensativi. A livello europeo, elaboriamo politiche sofisticate ma poi non le finanziamo.
Vado subito a concludere. Siamo in una situazione veramente preoccupante. Io sarò ottimista, siamo fuori dall’era neoliberista ma, in Europa e specialmente in Italia, si stenta a prenderne atto. E’ stato detto e sbandierato da parte di esponenti del governo che da quest’anno abbiamo la sessione di bilancio a livello europeo, ma se non c’è un vero e proprio bilancio europeo che sessione è? È una farsa, cioè, ognuno comunica agli altri membri dell’eurozona quello che intende fare e, poi, se ne torna a casa e continua a fare quello che ha sempre fatto. Noi abbiamo comunicato a livello europeo quel “bellissimo” Piano nazionale delle riforme che in Italia nessuno ha letto, che non è stato partecipato a nessuno. Su cui non c’è stata alcuna concertazione. La Commissione europea ha detto: “Va bene. Queste sono le vostre intenzioni. Se le fate, va bene; se non le fate, peggio per voi”. Ne ha preso atto. Ma la UE non è l’OCSE. La UE non può limitarsi a prenderne atto.
Quello che abbiamo è il nuovo Patto di stabilità e crescita con regole veramente dure che i governi nazionali di destra utilizzano come alibi per imporre politiche deflazionistiche ed eludere le loro responsabilità rispetto ai problemi della crescita del PIL e della occupazione.
Abbiamo governi in preda a rigurgiti nazionalistici, populistici e sciovinistici. Sarebbe certamente necessario un forte accentramento delle politiche economiche, ma in questo momento non c’è la minima volontà politica di farlo in nessun governo europeo. Sarebbe necessaria la riforma del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ma ricordiamoci che cosa ha bloccato la ratifica della cosiddetta Costituzione europea: il referendum francese e quello olandese sotto l’incubo dell’idraulico polacco.
È stato detto stamattina – e lo condivido – che i governi nazionali non fanno abbastanza. Secondo me, neanche i sindacati europei fanno abbastanza. Sono in crisi e deboli anche a livello europeo. C’è stata una manifestazione a marzo a Bruxelles ma, per via del complotto mediatico, di essa non mi è capitato di sentire o vedere alcuna copertura. Io lo sapevo perché avevamo occasionalmente partecipato ad un gruppo di lavoro per discutere questi problemi dei meccanismi finanziari per fare fronte alla crisi del debito pubblico di alcuni Paesi membri dell’eurozona, ma quella manifestazione non ha avuto alcuna copertura di stampa. Bisogna fare altre manifestazioni, insistere, persistere, continuare a lottare.

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