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Sovranità nazionale e pareggio di bilancio.

30 Novembre 2011 2 commenti

Si avvita la crisi finanziaria. Molti continuano a parlare di commissariamento e di violazione della sovranità nazionale. Il Parlamento italiano in questi giorni sta discutendo una riforma costituzionale di non poco conto. Sta modificando l’art. 81 della Costituzione in modo da iscrivervi in maniera più stringente l’obbligo del pareggio di bilancio secondo gli accordi presi a livello europeo. Vale la pena di ricordare che il pareggio di bilancio in chiave incrementale c’è già nell’art. 81 così come attualmente formulato. Recita infatti il comma 3: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese”. Questo stabilisce il carattere formale del bilancio italiano. Per questo motivo è stata introdotta nel 1978 la legge finanziaria ora ribattezzata legge di stabilità. Il comma 4 prevede il pareggio: “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.
Purtroppo dal 1948 ad oggi i governi hanno sempre aggirato tale obbligo con coperture non di rado fittizie. Nello stesso periodo con lo stesso art. 81 è stato possibile il più lungo periodo di espansione economica dell’economia italiana dopo l’Unità e anche manovre “lacrime e sangue” come quelle del 1992-93, quella del 1996-97; quella del 2007. Non è la norma costituzionale ma la volontà politica che fa le manovre o tiene i conti in ordine. E’ soprattutto questione di cultura economico-finanziaria purtroppo in questo paese troppo bassa.
Da oltre un trentennio sono state avanzate molte proposte di modifica dell’art. 81 ma sono tutte cadute nel nulla. Uno dei motivi di tale esito è che nel frattempo sono state introdotte profonde revisioni delle procedure di bilancio e alla legge di contabilità nazionale che se applicate correttamente sarebbero state sufficienti a tenere in ordine e in equilibrio i conti pubblici. Un discorso lungo e complicato che è stato fatto da più parti in occasione del trentennale della legge finanziaria. Qui mi limito a dire che se si continuerà a costruire l’equilibrio a legislazione vigente e sui dati tendenziali, la situazione non migliorerà con o senza la riforma dell’art. 81 perché, con questo metodo, si fanno quadrare i conti su dati previsionali ampiamente manovrabili da parte del governo in carica. Si sopravvalutano le entrate, si sottostimano le uscite ma poi, a consuntivo, il deficit risulta superiore a quello stimato.
Il punto che vorrei fare qui è un altro. Nell’acuirsi delle crisi dell’euro da luglio a questa parte molti, incluso lo stesso Presidente Monti, hanno scritto e lamentato il commissariamento e/o la violazione della sovranità nazionale. Trovo l’affermazione non fondata atteso che come ha detto lo stesso Monti nel discorso di presentazione del suo governo: “noi siamo l’Europa e non c’è un noi e un loro”. Noi siamo a tutti gli effetti fondatori della Comunità europea e ora dell’Unione. Nella nostra costituzione – vedi artt. 11 e 117 – consentiamo alle limitazioni della sovranità e riconosciamo i vincoli discendenti dall’ordinamento comunitario. E la giurisprudenza della nostra Corte Costituzionale non prevede eccezioni alla generale prevalenza del diritto comunitario. È solo la mancanza di accountability (responsabilità) dei nostri politici che, da un lato, li spinge a cercare un vincolo esterno come alibi per assumere decisioni politiche sgradite agli elettori, dall’altro, a lamentare la violazione della sovranità nazionale. Non ultimo questo modo di comportarsi evidenzia la scarsa considerazione che gli stessi politici hanno dei loro elettori – ritenuti immaturi e creduloni.
Non è fondata la tesi della violazione della sovranità perché i rapporti tra il governo di Roma e quello di Bruxelles sono analoghi a quelli tra Roma e Palermo. C’è un Patto di stabilità e crescita tra i membri dell’eurozona e c’è un Patto di stabilità interna tra il governo nazionale e le regioni italiane.
Anche i vincoli del Patto di stabilità interna sono spesso pesanti e fanno mugugnare le regioni ma, per fortuna, nessuno ha parlato di violazione della sovranità di questa o quella regione. Neanche i buontemponi della Lega Nord, pur farneticando di Padania, hanno mai parlato di violazione della sovranità di detta fantasiosa entità anche se ipotizzano la secessione. Grazie all’impulso della Signora Merkel avremo anche la riforma dell’art. 81 ma è strano come solo pochi si chiedano come possa funzionare un sistema che prevede il pareggio di bilancio in periferia senza un vero e proprio governo centrale dell’economia europea. Negli USA è obbligatorio il pareggio di bilancio per i singoli stati federati ma al centro c’è non solo un governo federale vero e proprio – troppo grosso secondo i Tea Parties – ma anche una banca centrale che quasi sempre coopera con il governo a sostenere e promuovere la crescita e l’occupazione. In questi mesi stiamo tutti scoprendo (o riscoprendo) che la costruzione europea è incompleta, che l’euro non ha dietro una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Ma pochi ricordano le grida d’allarme quando nei suoi primi due anni di vita l’euro era sceso sotto la pari e che, a partire da fine 2001 e inizio 2002, mentre la FED fa scendere a zero i tassi di interesse la BCE li tiene volutamente positivi per sostenere l’euro. Nel 2008 in media il cambio dell’euro sul dollaro era pari a 1,47 avvicinandosi a 1,50. I ricchi italiani andavano a New York per lo shopping natalizio ma la imprese faticavano a esportare con un cambio molto al disopra del livello di equilibrio (secondo alcuni, tra 1 e 1,10).
Ma come si fa a prescrivere il pareggio di bilancio ai membri dell’eurozona senza un governo centrale che possa fare manovre congiunturali, senza un ministro del Tesoro europeo che possa emettere debito pubblico? Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e prima di esso quello di Maastricht prevedono che la politica economica e finanziaria resti decentrata. Ma come può funzionare questa se il governo nazionale non può indebitarsi?
Prima di chiudere vediamo la nuova versione dell’art. 81 nel testo unificato delle Commissioni. Comma 1: “lo Stato, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio.
Comma 2: “l’equilibrio del bilancio è assicurato tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico, prevedendo verifiche, preventive e consuntive, nonché misure di correzione. Non è consentito il ricorso all’indebitamento se non al verificarsi di eventi eccezionali o di una grave recessione economica che non possono essere affrontati con le ordinarie decisioni di bilancio. Il ricorso all’indebitamento, accompagnato dalla definizione di un percorso di rientro, è autorizzato con deliberazioni conformi delle due Camere, adottate a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi di eventi eccezionali o di una grave recessione economica, lo Stato concorre a garantire, ove necessario, il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali di cui all’art. 117, secondo comma, lettere m) e p). Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”.
Non c’è dubbio che il nuovo testo sia più articolato e stringente di quello attuale ma anche questo, a mio giudizio, non è privo di difetti, ambiguità e incertezze.
Essendo un testo non definitivo mi limito a osservazioni sommarie. Parla genericamente di entrate e spese senza distinguere tra le correnti e quelle di investimento. Ammette l’indebitamento solo per eventi eccezionali (es.: calamità naturali, guerra)o di una grave recessione economica – include la stagnazione? – che non possono essere affrontati con le ordinarie decisioni di bilancio. Prevede in tali casi l’approvazione a maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere. Eppure anche queste operazioni di indebitamento irrigidiscono al margine la politica di bilancio e pesano sulle scelte dei governi futuri. Occorrerebbe sottrarle alla volatilità delle maggioranze assolute, prevedere maggioranze qualificate tra i 3/5 e i 2/3, e così responsabilizzare l’opposizione. Il nuovo testo non prevede la golden rule per il governo nazionale come è prevista per quelli regionali dall’art. 119.
Trovo quest’ultima scelta veramente singolare alla luce di quanto prevede il TFUE e prima di esso quello di Maastricht. La politica economica e finanziaria resta decentrata. I governi dei vari paesi membri in preda a rigurgiti nazionalisti non vogliono cedere sovranità fiscale ma con questa norma lo Stato italiano rinuncia alla golden rule. Ma come pensa di finanziare pro-quota le reti transeuropee, le grandi infrastrutture nazionali se non può indebitarsi?
È stato detto che lo Stato nazionale è troppo grande per conoscere bene e risolvere i problemi della gente. È troppo piccolo per affrontare i problemi della globalizzazione, dei debiti c.d. sovrani e delle banche universali e multinazionali. Per tali motivi, un po’ ovunque, la sovranità dello Stato nazionale si sta spostando da un lato verso il basso e, dall’altro, verso l’alto. Per qualche aspetto, la riscrittura dell’art. 81 della nostra costituzione è in linea con queste tendenze. Ma in alto a livello europeo debbono esserci autorità in grado di assumere le decisioni rilevanti. Altrimenti è il suicidio.

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Sulla politica economica del governo Monti.

22 Novembre 2011 1 commento

Il Governo Monti certamente è una svolta politica molto significativa dal punto di vista dell’immagine. Mario Monti ha tutti i numeri per tentare di restituire al governo italiano l’autorevolezza e la credibilità che servono in questo difficile momento per cercare di affrontare i gravi problemi che affliggono l’Italia, l’Europa ed, in varia misura, il resto del mondo.
In questo post, intendo occuparmi solo della linea di politica economica come si profila in questi primi giorni di vita del governo. Non c’è al momento forte discontinuità con la linea di politica economica del precedente governo. E questo è un elemento preoccupante. Ha mantenuto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Olli Rehn due settimane fa ha detto e confermato che nel 2013 il deficit sarà del 2,3% e che le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso dallo 0,5 allo 0,1. Secondo me, se il governo Monti dovesse insistere per una 5° o 6° manovra nel 2011 rischierebbe di assestare un colpo mortale all’economia italiana. Se il governo Monti dovesse dare la priorità alle riforme liberali concordate dal precedente Governo con La BCE e non trovare le risorse per aumentare gli investimenti pubblici, si insisterebbe in una politica che si limita ad auspicare la crescita ma che non fa niente di concreto per farla arrivare. Infatti se fatte sul serio, le riforme liberali concordate potrebbero avere effetti verso il 2017. Lo ha confermato anche il Nobel per l’economia Stiglitz nei giorni scorsi presente in Italia per un seminario. Dette riforme non servono per il breve termine, ossia, per il 2012.
Per quello che è dato di capire fin qui si parla di un programma di infrastrutture da finanziare con il project financing che in Italia – per inciso – ha funzionato poco. Secondo me, non c’è barba di Passera che possa finanziarlo alla grande e che possa esonerare lo Stato dall’intervenire.
Nel suo discorso al Senato il Presidente Monti non ha detto gran che per il SUD tranne la nomina di Barca non si capisce se mantiene o modifica quello che Tremonti ha scritto nella legge di stabilità: il governo Italiano si chiamerebbe fuori dal cofinanziamento dei fondi strutturali.
Quindi ben vengano le citazioni per le donne e i giovani ma non vedo niente di concreto – almeno fin qui. Solo buoni propositi. Non vedo come il governo possa creare nuovi posti di lavoro.
Rigore equità e crescita è un bel trittico ma io preferisco il quadrato magico delle politiche keynesiane: crescita, piena occupazione, stabilità, e equilibrio nei conti con l’estero. Se non c’è una svolta nella politica economica, sicuramente avremo molto rigore, probabilmente un po’ di equità ma la crescita resta lontana all’orizzonte. Certo ci sono gli impegni assunti a livello dell’Unione e internazionale ma contrariamente al senso comune, alla c.d. saggezza convenzionale, la priorità oggi dovrebbe andare alla crescita dell’economia e dell’occupazione. Serve ovviamente il rigore nella gestione della cosa pubblica per combattere la corruzione, l’evasione e l’elusione fiscale. Non mi faccio illudere sull’equità per il semplice fatto che con l’attuale funzionamento delle istituzioni l’equità non è alla portata di mano nel breve termine. Il prof. Monti sa bene che si può fare equità innanzitutto con la crescita, ossia, utilizzando la funzione allocativa del bilancio pubblico. Come? Creando nuovi posti di lavoro, cercando di accorciare il deficit infrastrutturale delle regioni meridionali rispetto a quelle del centro-Nord, assegnando ai Comuni fondi vincolati per il riassetto del territorio. I recenti disastri della Liguria e della Toscana non insegnano niente? Quante volte si debbono ripetere prima che il governo decida di agire? Eppure è questo tipo di interventi che darebbe segnali e potrebbe avere effetti immediati molto più rapidi degli investimenti nelle grandi infrastrutture che hanno tempi inevitabilmente lunghi.
Ancora una osservazione sull’equità. Il PdL ha messo già il veto sull’imposta patrimoniale. Non a caso, Monti non ne ha parlato nel suo discorso. Ma ha confermato il proposito che era anche del precedente governo di abbassare le imposte sul lavoro e sulle imprese. Se questa operazione – come sembra – dovesse essere effettuata con l’aumento delle imposte indirette, allora non ci saranno o si restringeranno gli spazi per una redistribuzione progressiva o addirittura si potrebbe attuare una redistribuzione regressiva.
Forse è troppo presto per dare giudizi definitivi ma se è vero che la bella giornata si riconosce dal mattino, i primi segnali francamente non mi sembrano molto incoraggianti.
Ma oggi il Presidente Monti parte per Bruxelles per un primo giro di consultazioni con i vertici dell’Unione, Con la Signora Merkel e con il Presidente Sarkozy. Io non so cosa Monti va a dire o a chiedere ai suoi collegi europei. So quello che andrei a chiedere io se fossi al suo posto. Partirei dalla previsione circa la difficoltà di conseguire il pareggio di bilancio nel 2013 e chiederei il consenso per un’operazione di stampo keynesiano. Aumentare di 1-2 punti di PIL il deficit per lavori pubblici immediatamente cantierabili con effetti rapidi sull’economia per sostenere la crescita non nel medio termine ma nel 2012. Fior di osservatori internazionali sostengono come me che la linea del rigore e dell’austerità a livello europeo è suicida. L’Italia che il deficit più basso di altri importanti paesi ha i numeri per cercare la crescita qui ed ora. Solo in questo modo si potrà rendere più realisticamente perseguibile l’obiettivo della riduzione del debito pubblico. Con il governo Monti, l’Italia ha anche le persone adatte per tentare questa sfida.

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Carlo Vallauri sulle ambiguità delle sinistre in economia.

15 Novembre 2011 Nessun commento

Quando si è avviata la scelta delle liberalizzazioni a livello internazionale (Tatcher, poi Reagan) in Italia la sinistra era ancora fortemente ancorata alle visioni economiche di marca statalistica. E tali connotati ha conservato anche nella fase iniziale del compromesso storico, non a caso da realizzare con la cosiddetta sinistra democristiana, molto forte (da Bo a De Mita) nelle strutture politiche e del potere pubblico. Basta rileggere gli articoli di “Rinascita” per trovare i nomi dei convinti fautori del dirigismo.
Dopo il crollo del comunismo sovietico, il mutamento di rotta non poteva non riguardare anche il settore economico, tanto è vero che quando il PDS entra nel primo governo Prodi e nei successivi nella stessa legislatura, fa aperte dichiarazioni “liberalizzatrici”, a cominciare dal delicato settore del lavoro (D’Alema parla di “flessibilità”), e Treu sarà il ministro che esplicita nei fatti tale tesi. “Rinascita” non c’è più, ma per trovare ancora opinioni di tipo dirigistico occorre leggere “Il Manifesto” e “Liberazione”. Raggiustamenti e compromissioni teoriche si intravedono in vari organismi già di marca comunista, per non parlare del PSI che già da tempo con Craxi aveva apertamente abbandonato ogni velleità non solo statalistica ma anche dirigistica come aveva mostrato l’esaurimento della programmazione.
Il XXI secolo vede quindi estremamente ridotto il numero dei fautori di una economia opposta o diversa da quella capitalistica: parecchi economisti di provenienza comunista ostentano il loro “aggiornamento”, anche se le conseguenze della globalizzazione hanno rivelato – oltre alle straordinarie prospettive e integrazioni mondiali – l’aumento delle diseguaglianze, in forme nuove ma ancor più “ingiuste” che nel passato perché gli enormi progressi tecnologici non consentono un corrispondente sviluppo delle condizioni di vita sociale.
La crisi del 2007-8 rimette in discussione le “certezze” con tanta facilità accreditata degli stessi studiosi: i più recenti disastrosi effetti in Europa ed in America delle pratiche del “mercato” aumentano le incertezze, le contraddizioni, le ipocrisie degli esperti economici delle sinistre italiane variamente configurate (e lo si vede più chiaramente all’interno del nuovo P.D. con posizioni diversificate).
Infatti la gravità dei mali induce a considerare ancor più criticamente l’intero sistema di capitalismo finanziario che sta provocando tanti disastri, risospingendo in avanti idee radicali di un rifiuto totale, secondo la visione sostenuta prevalentemente da tanti giovani, da entrambe le sponde dell’Atlantico. In realtà si proclama un rigoroso diniego, che può avere un significato nel campo valoriale, sospingendo verso una pratica rinuncia ad indicare strumenti operativi in grado di influire concretamente oggi nella realtà per il superamento della crisi.
Anzi gli interventi impositivi della banca centrale europea richiedono obiettivamente, subito, l’assunzione di misure che vanno in senso nettamente contrario ai fautori del superamento del sistema per sollecitare invece interventi capaci di riproporre tutti gli adempimenti atti a riaffermare le liberalizzazioni, le privatizzazioni e l’abbandono di ogni misura regolativa delle economie locali, nazionali ed internazionali. Per la salvezza dell’attuale ordinamento si sollecita la più ampia libertà dei mercati e delle transazioni nel quadro delle strutture istituzionali stabilite negli scorsi decenni, quelle ritenute invece dagli “indignati”, responsabili dei mali sopravvenuti. La ricetta suggerita per guarire non può essere la riproposizione di tesi che storicamente appaiono superate dalla realtà dei fatti.
Ecco l’origine profonda della condizione di afasia delle sinistre. E queste stesse sanno che, per essere ben accolte a livello di governo dal concerto finanziario mondiale, debbono rinunciare a tutte le “vecchie” idee, rispolverate grazie alla freschezza e alle intemperanze della nuova generazione. Allora siamo di fronte ad un mondo immutabile nelle sue strutture e nelle sue gerarchie fondate sul profitto e la rendita?
Questa è la contraddizione da cui non sembra facile uscire. Per “risanare”, secondo le regole delle attuali forme di organizzazione economica internazionale, appare indispensabile operare strettamente secondo le regole del sistema, come ha tenuto a ricordare al governo italiano la Banca centrale europea. D’altronde, come ha affermato Ralf Dahrendorf, sino a quando le organizzazioni finanziarie internazionali restano nelle attuali forme saranno sempre dominate da interessi ristretti, e pertanto lo studioso sostiene che gli organismi super-nazionali debbono essere scelti direttamente dagli elettori, e non da governi cointeressati.
Chi vuol mantenere e portare avanti i propri sogni ed ideali di rigenerazione è costretto oggi a cedere il passo agli attuali controllori della finanza internazionale. Ecco perché la sinistra “intransigente” sul piano economico può difficilmente porsi quale guida dello Stato nei paesi che nel XIX secolo hanno ampliato la democrazia e se più accuratamente può invece predisporre progetti-programmi non può sottrarsi alla necessità obiettiva di proporre interventi realistici per prospettive meno inquinate dalla corruzione. Occorre che la società si muova ed esprima dal suo profondo, al di là della politica contingente, non cedendo soprattutto sul terreno dei diritti conquistati nella fase di creazione del Welfare: vanno ora preparati successivi, più precisi e validi obiettivi da realizzare. Se si rimane nell’ambiguità prevarranno sempre le forze più retrive e conservatrici. Allo scopo di frenarne il peso determinante delle forze oggi prevalenti è necessario lavorare tenacemente per chiarire il senso vero degli eventi in corso, senza utopiche speranze, e definire una linea di opposizione in grado di suggerire correzioni, miglioramenti, possibili integrazioni operative, rispondenti a concrete possibilità di realizzare “atti” pratici a vantaggio delle parti sociali più colpite dalla crisi. Non subire l’accettazione delle pretese più insidiose dei grandi centri di potere, ma usare le armi della ragione, del dialogo, della critica serrata, senza farsi risucchiare dalle pretese necessità “inevitabili”, senza rinunciare a far valere soprattutto i diritti economici e sociali, in base alle norme che regolano ancora la maggior parte dei paesi occidentali. Le recenti esperienze della Grecia come dell’ultimatum al governo Berlusconi hanno svelato ancor più l’impossibilità di sfuggire dall’ambiguità. Gli studiosi di economia che non ritengono di accedere alle richieste dei direttivi dell’Europa economica (malamente realizzata) debbono essere capaci di suggerire quali strade perseguire nelle condizioni date, lasciando ai giovani protestatari il diritto di dissentire pubblicamente, evitando qualsiasi reazione restrittiva ma anzi favorendo il più approfondito dibattito su questi temi.
Così siamo giunti al paradosso della sinistra italiana, aspirante alla successione nella guida di governo, nell’Italia post-berlusconiana, che dovrà farsi garante – di fronte all’Europa – della realizzazione di un diktat, imposto dal sinedrio della governance del mercato.

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Servono le immediate dimissioni del governo.

9 Novembre 2011 Nessun commento

E’ grottesco e paradossale quello che è successo ieri. Sul rendiconto su cui il Parlamento non ha mai fatto una discussione seria, il governo va in minoranza e non si dimette. Consapevole (sic!) delle implicazioni del voto di ieri, il Presidente del Consiglio sale al Quirinale per parlare ma non getta la spugna. Insiste per andare avanti per potere approvare la legge di stabilità (farsa) con un maxiemendamento che nessuno conosce e sul quale probabilmente metterà la fiducia. Il motivo è rispondere all’urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei. Viene spontaneo chiedersi: se, come ha certificato la Direttrice del Fondo monetario Internazionale, il problema del governo è quello della credibilità, come fa lo stesso a portare a termine un compito così delicato dopo che la Camera dei Deputati ha verificato che il governo non ha la maggioranza? Ma se il problema vero è quello della crescita, quali sono i provvedimenti da mettere nella legge di stabilità perché abbiano effetti nel 2012 e non nel medio-lungo termine?
Venendo al merito dei provvedimenti, sappiamo che dopo un decreto sviluppo, dopo le manovre di luglio e di agosto , la legge di stabilità è in realtà una scatola vuota, alias, un provvedimento ampiamente determinato nelle variazioni alle entrate, alle spese e al saldo. Il governo a parole (prive di ogni credibilità) mantiene fermo l’impegno del pareggio di bilancio nel 2013 ma tutti i centri di ricerca che hanno simulato gli effetti delle ripetute manovre, ci dicono che tale obiettivo non è raggiungibile – a maggior ragione ora che lo spread ha superato i 500 punti base. Allora che cosa si potrà mettere nel maxiemendamento per assicurare i mercati oltre che i partner europei? Solo un elenco di deleghe (manifesti) per riforme che potrebbero o dovrebbero essere attuate da governi diversi da quello presieduto dall’attuale Presidente del Consiglio. E questo governo non è nuovo ad una tale prassi.
È legittimo chiedersi quale probabilità di essere attuate hanno tali riforme “concordate” sempre che un governo di minoranza come quello attuale riesca a farle approvare. Ecco con tutto il rispetto per il Presidente della Repubblica Napolitano, credo che ieri si poteva e si doveva assumere una decisione più chiara: chiedere le dimissioni formali del Governo e aprire immediatamente le consultazioni per la formazione di un nuovo governo. Quello attuale aveva perso ogni credibilità ancor prima di perdere la maggioranza alla Camera dei Deputati. Mantenerlo in vita non aiuta la situazione e quello che sta succedendo nei mercati e allo spread tra BPT e Bund lo conferma con ogni evidenza.

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