“L’arco della pace” di Carlo Vallauri.
In una prospettiva millenaria, Steven Pinker (The better angels of our nature, Viking, 2011) sostiene che l’uso della violenza è drasticamente diminuito. Secondo dati desunti da referti archeologici, nell’età tribale , ossia, dal 5.000 avanti Cristo a scendere, il 15% della popolazione moriva per cause violente. Nel Medioevo la percentuale degli omicidi sarebbe fortemente calata. Nell’epoca moderna tre grandi accadimenti spiegano il continuo calo della violenza secondo Pinker: la nascita dello Stato moderno che monopolizza l’uso della forza; lo sviluppo del commercio tra gli Stati e i popoli che crea reciproci vantaggi; la c.d. rivoluzione umanitaria innescata dall’Illuminismo che eredita lo ius gentium di Grozio, e sviluppa il diritto internazionale, il cosmopolitismo e le relazioni internazionali ispirate alla coesistenza pacifica e alla cooperazione. Questa la prospettiva millenaria.
In essa si può inserire l’analisi di Carlo Vallauri (L’arco della pace. Movimenti e istituzioni contro la violenza e per i diritti umani tra Ottocento e Novecento, Ediesse, 2011, pp. 1.800, 50 €) che riguarda i movimenti pacifisti che si sono sviluppati nel XIX e XX secolo. Questo di Vallauri, pur partendo da dispense universitarie per studenti stranieri, non è più un manuale universitario. È molto di più. È una sorta di compendio della storia universale dell’Ottocento e del Novecento con il terzo volume dedicato ai maggiori problemi degli ultimi 20 anni e, quindi, del nuovo secolo, con l’apertura ai problemi attuali della globalizzazione, dei diritti, della democrazia e della pace e della guerra.
Viene subito da pensare al secolo breve martoriato da due Grandi guerre mondiali con molte decine di milioni di morti nella prima sua parte e dalla Guerra Fredda e da quella del Vietnam nella seconda metà che ha diviso la coscienza del mondo e ha innescato la protesta giovanile a livello mondiale o quasi. Non c’è contraddizione con i dati di prima e se è stato possibile coinvolgere l’opinione pubblica mondiale, ciò è stato possibile proprio perché nel frattempo si erano sviluppati una coscienza cosmopolita e un pensiero federalista che trova la sua stella polare in Kant. Trova le sue gambe e le sue teste nella galassia dei movimenti pacifisti che Carlo Vallauri analizza con competenza e maestria nei suoi tre volumi dell’arco della pace. Dice Vallauri che non c’è una formula unica per interpretare i vari movimenti che si sono sviluppati nel mondo: Gandhi in India; Bertrand Russell in Inghilterra, Aldo Capitini e il partito Radicale transnazionale, non violento in Italia; Romain Rolland in Francia; il movimento internazionale per la pace sostenuto dall’Unione Sovietica, ecc.. ma tutti hanno un comune denominatore. L’arco della pace poggia su due pilastri: il primo e quello della pace e dei diritti; il secondo è quello dei rapporti tra movimenti e istituzioni.
È vero che la violenza diminuisce ma ciò non significa che la pace sia automaticamente implementata. Ci sono vere e proprie guerre e focolai di guerra in giro per il mondo e la pace trova grosse difficoltà implementative. E analogamente la teoria dei diritti a partire dalla dichiarazione universale dei diritti del 1948 e le successive Convenzioni. Non si capiscono queste difficoltà se non si chiarisce la natura di questi beni. La pace e i diritti di cittadinanza sono beni pubblici globali. Essi richiedono strutture pubbliche appropriate, istituzioni in grado di produrli ed attuarli. Molte speranze nell’immediato secondo dopoguerra sono state riposte nell’ONU ma la guerra Fredda prima e più recentemente la presenza al suo interno di oltre 150 stati dittatoriali impediscono la formazione di quel consenso necessario per avere un vero braccio armato dell’ONU in grado di intervenire efficacemente per imporre la pace ai belligeranti e spegnere i focolai di guerra. Ha assunto un ruolo di supplenza la NATO ma sappiamo le difficoltà che essa incontra.
Servirebbe un vero e proprio governo mondiale ma non c’è. E questo spiega la difficoltà anche dei movimenti pacifisti a interloquire con un assetto istituzionale embrionale, squilibrato, frammentato che manca di un suo assetto naturale che dovrebbe collocarsi a livello planetario. Se i diritti sono di cittadinanza e se la cittadinanza è quella planetaria è chiaro che c’è uno iato con gli Stati nazionali che, in pratica, continuano a cincischiare con lo ius soli o lo ius sanguinis. Alla globalizzazione della finanza non corrisponde la globalizzazione dei diritti e delle democrazia. Abbiamo i G-8, i G-20, il Financial Stability Board che sono organizzazioni informali che si limitano a fare raccomandazioni e finiscono in qualche modo a spiazzare il Fondo Monetario internazionale che ogni anno di più risulta meno rappresentativo della struttura del potere economico a livello mondiale. Sul terreno politico, tuttavia, in un modo o nell’altro, la Comunità internazionale è costretta a intervenire ieri a Sarajevo e l’Estate scorsa in Libia (vedi appendice al III volume).
Può sembrare un paradosso ma non lo è. Nell’epoca moderna e contemporanea, lo Stato ottocentesco ha prodotto guerre e pace allo stesso tempo. Per tali motivi, il pensiero federalista ne ha teorizzato il declino e il suo superamento in entità regionali di aria vasta come quella europea che sta coinvolgendo un intero continente in un processo di integrazione economica e politica che finora ha assicurato un lungo periodo di pace, di integrazione economica ed una moneta comune per l’Eurozona.
Stiamo vivendo una fase di forte accelerazione del processo di globalizzazione della finanza e dei mercati, ma questa provoca forti reazioni contro la libertà di movimento dei capitali, la libertà dei commerci, contro i movimenti migratori, contro il potere delle multinazionali, ecc.. Non sono pochi quelli che attribuiscono all’ingresso della Cina nel WTO la causa di alcuni squilibri globali e temono che questi possano acuirsi ulteriormente con l’ingresso della Russia. Ieri, come oggi, le spinte nazionaliste sono un problema. Se dovessero prevalere, se dovessero moltiplicarsi le misure protezioniste, gli accordi sul commercio sul global warming sarebbero a forte rischio. Ricordiamoci che in tutti i sistemi politici deboli, i governanti locali tendono a inventarsi un nemico esterno per preservare il loro potere e i politici locali hanno la veduta corta.
Non ultimo, ci si può chiedere – probabilmente ingenuamente – perché il cammino della pace, dei diritti e della democrazia sia così difficile ed irto di ostacoli. Una risposta viene da Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, edizione italiana, 1969: cap. IX), secondo cui c’è un parallelismo tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni politico-istituzionali. Entrambe partono dalla constatazione del “malfunzionamento” e/o inadeguatezza del modello esistente (paradigma dominante), ma la comunità scientifica e politica si divide tra i difensori del vecchio e gli assertori del nuovo – questi ultimi di solito una sparuta minoranza. Oggi, in fatto e in diritto, lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare efficacemente i problemi della globalizzazione e troppo grande per curare appropriatamente i problemi giornalieri della gente comune. Questa evoca l’intervento dello Stato ma non si rende conto che, da un lato, esso è destinato a dissolversi in entità sovranazionali, dall’altro, esso costituisce ancora il paradigma istituzionale esistente che non ammette alternativa. È in corso una fase di forte accelerazione della globalizzazione. Questa evoca una rivoluzione istituzionale ma le “rivoluzioni politiche mirano a mutare le istituzioni politiche in forme che sono proibite da quelle stesse istituzioni”. Seguendo Kuhn, bisognerebbe sostituire alcune istituzioni con altre ma questo programma indebolisce le istituzioni esistenti – come indebolisce il ruolo dei paradigmi scientifici dominanti. Molti individui si allontanano dalla politica… Alcuni di questi si organizzano attorno a un programma per cambiare le istituzioni… dividendo la società in schieramenti e/o partiti avversi: gli uni a favore di un nuovo assetto istituzionale, gli altri a difesa di quello esistente. La polarizzazione rende inutile e fa fallire il ricorso al metodo dialogico e alla mediazione politica. Siccome gli schieramenti e/o partiti contrapposti non riconoscono un arbitro (umpire) al di sopra e al di fuori del loro modello istituzionale, il conflitto rivoluzionario degenera. Si fa “ricorso alle tecniche della persuasione di massa che spesso includono la forza” (pp. 93-94). Conclude Kuhn: “sebbene le rivoluzioni abbiano avuto un ruolo vitale nello sviluppo delle istituzioni politiche, questo ruolo dipende dal fatto che esse sono eventi in parte extrapolitici ed extraistituzionali”.
Ha ragione Pinker: la violenza fisica è certamente diminuita. Ma c’è da chiedersi: non è forse violenza quella dell’1% che impone la sua volontà al 99% della popolazione (Occupy Wall Street)? Non è violenza negare i diritti ai lavoratori, ai cittadini, ai risparmiatori, agli emigrati, alle donne, ecc.? ci sono i diritti e le Corti che cercano di implementare l’eguaglianza e la giustizia tra i più deboli e ci sono gli abusi del diritto perpetrati dai più forti. Ci sono le istituzioni democratiche, imparziali e trasparenti e c’è la violenza di certe istituzioni e degli Stati criminogeni. Per questi motivi, non di rado, l’arco della pace può apparire ad alcuni solo come la visione di uno splendido arcobaleno all’orizzonte dopo l’ennesima tempesta.

