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Carlo Vallauri recensisce il “Memoriale della Repubblica” di M. Gotor

29 Febbraio 2012 Nessun commento

Curatore del libro Lettere dalla prigionia di Aldo Moro, Miguel Gotor – studioso delle connessioni tra santi ed eretici nella metà del primo millennio – non ha avuto difficoltà ad inoltrarsi, con mente lucida, nel ginepraio dei testi manoscritti e/o dattiloscritti di uno dei padri della prima Repubblica, la cui vita è stata sacrificata dalle male intenzioni e dai compromessi di quell’età di falsi salvatori e avversari dello Stato costituzionale inseriti negli stessi organismi pubblici.
L’analisi contenuta in “Il memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) è molto dettagliata ed altrettanto ben spiegata dall’autore attraverso l’avventuroso percorso di quel drammatici scritti dalla prigione romana dei brigatisti a Firenze, Milano e ritorno, con particolari inediti (e sorprendenti) circa il doppio ritrovo delle misteriose carte a via Montenevoso nel ’78 e poi nel ’90. Ne esce una complessa vicenda che Gotor ricostruisce minutamente, seguendo indizi, tracce, suggestioni e rivelazioni, sino a delineare di fatto una storia “doppia” rispetto a quella ufficiale circa la cattura, il sequestro e l’uccisione dell’eminente politico democristiano. Le considerazioni consentono al lettore di rovesciare tante notizie, presunzioni e memorie tramandate dai responsabili del tragico calvario, a cui il protagonista insigne della storia nazionale venne sottoposto. Quel Moro tanto sensibile, sul piano personale, a noi sembra uscire dal libro, come un inflessibile ed intelligente tessitore.
Quali “nuove” certezze vengono acquisite grazie a questa faticosa ricostruzione? Innanzitutto il fatto che quelle lettere – stese da Moro nel chiuso di quel fondo nel quale è stato prigioniero per tanti giorni – dopo essere stato variamente trasferito da un luogo all’altro (e in qualche caso da un fronte all’altro in quelle realtà umane e politiche che allora sembravano scontrarsi mentre si sovrapponevano e combinavano) – una volta recuperate dai carabinieri di Dalla Chiesa (in effetti a servizio di quel che in quel momento il generale rappresentava rispetto all’ufficialità del potere e della stessa Arma) sono state trasportate in altre sedi per essere sottoposte ad autorità statali, abilitate – a titoli diversificati – a prenderne lettura.
Il groviglio complesso che viene fuori dal libro, grazie alle attente ricerche e agli approfondimenti compiuti dallo studioso, costituisce una serie di sorprendenti eventi, tanto più impensabili per chi sia stato estraneo a quelle particolari giornate di sofferenza e dolore. L’intricato nodo, il cui punto più incredibile (eppur vero) è il caso di un intellettuale (Senzani) che era contemporaneamente in grado di partecipare a ciò che facevano i brigatisti, e persino alla riunione fiorentina nella quale si decise l’uccisione, e di ciò che si “studiava” al Ministero dell’Interno presso l’apposita commissione costituita da Cossiga e composta da esperti americani e della P2. Ma quanti altri lacci e congiungimenti tra le due parti del fronte che si contendevano allora il destino di Moro e che poi in parte si contenderanno le sue lettere dalla prigione?
I due fronti contrapposti ufficialmente non corrispondono neppure alla leggenda del “doppio Stato” perché essi si intrecciavano misteriosamente in un susseguirsi di chiari e di scuri eventi: dalla rappresentazione estraibile da questo minuzioso studio risulta quindi che non pochi erano – come protagonisti – i personaggi presenti contemporaneamente in entrambi gli schieramenti. Basti pensare a tutti i nomi di noti esponenti politici di sinistra, tra le sinistre extraparlamentari, amici e confidenti dei brigatisti. Nessuno dei due poli del duplice schieramento – rispettivamente fautori della trattativa e difensori di una presunta “fermezza” – aveva un proprio definito confine, e lo stesso tipo irregolare di mescolamento si trova sul campo di quanti erano chiamati ad operare in nome dello Stato per salvare il martire, in effetti sacrificato sin dall’inizio, benché materialmente e deliberatamente “salvato” nella strage di via Fani, segno di una volontà, da parte degli organizzatori degli assassinî, mutata nel corso delle confuse trattative.
Tra l’altro va ricordato che non si è mai indagato a sufficienza sul percorso seguito dalla macchina nella quale salgono, subito dopo l’uccisione della scorta, sia Moro sia i rappresentanti degli assassini, primo tra essi, il Gallinari. Se ancora oggi provate a seguire lo stretto tracciato che da via Trionfale ad un certo punto sale per imboccare una stradina laterale, a destra, la trovate chiusa da un palo trasversale fisso. Superata con una sciabolata quell’ostacolo, i rapitori abbandonarono in una strada vicina la macchina, rintracciata solo 2 giorni dopo (!), ulteriore testimonianza dell’assoluta assenza di qualsiasi accertamento nelle 48 ore successive al rapimento. Di questi argomenti non parla il libro – che è dedicato alla storia delle lettere – ma noi li citiamo invece perché indicano come sin dal primo momento il rapimento lascia tracce concrete non seguite né approfondite, addirittura del tutto trascurate dall’attività di polizia, mentre l’autorità giudiziaria competente (il magistrato Imposimato) – come egli stesso ha scritto nel suo libro sull’argomento – è stato volutamente escluso per i 55 giorni da ogni concreta possibilità di indagare, in quanto formalmente non incaricato delle indagini.
Se questo è stato “il punto di partenza” è evidente che tutta la parte restante della vicenda non può essere ricostruita nel suo essenziale, vero andamento.
Veniamo adesso al nodo fondamentale dell’origine di tutta la storia raccontata nel libro. Come mai Moro divenne subito facile “parlatore” (e “scrittore” a domanda) tanto sciolto da ripercorrere ad es. le interne connessioni e controversie della D.C.? Erano i brigatisti interessati a “sapere”? Che cosa? Il “brigatista” tipo – come almeno lo descrive Gotor – e probabilmente ha ragione – era un individuo impegnato politicamente ma, soprattutto in quel momento, curioso di venire a conoscenza di quelli che egli riteneva importanti segreti di Stato, ma neppure sopra di lui appaiono strateghi più abili. Perché questa era la nuda verità. I nemici implacabili di quello Stato ritenevano che la D.C. coprisse una serie infinita di malefatte, e pensavano di venirne a conoscenza per poi denunciarle pubblicamente, al fine di scatenare una presunta rabbia popolare, tale da giustificare il loro operato violento e criminale. In verità l’ex presidente del Consiglio conosceva i rapporti che aveva intrattenuto con i responsabili del governo USA, le notizie concernenti la NATO, gli armamenti e servizi segreti italiani, ma invece i brigatisti – almeno seguendo il filo degli scritti del prigioniero – tendevano ad occuparsi prevalentemente di notizie che potevano gettare scandalo o discredito sui governi D.C., come se la loro acquisizione rivestisse una importanza straordinaria nell’intento di comprendere meglio sotterfugi della politica internazionale, al fine di poter denunciare pubblicamente il “male” arrecato al paese dal potere democristiano.
Diciamo la verità: Moro seguiva il ritmo delle domande a lui poste ma in effetti – a noi sembra – egli mirava a spostare l’attenzione sempre verso eventi di minor rilievo politico dal punto di vista internazionale. Egli era stato al centro della vita nazionale per tanti anni, aveva parlato con i presidenti USA, tra l’altro in particolare con Ford (succeduto a Nixon) a Helsinki nel ’75, come era accaduto anche con Kissinger (e da uno di quei colloqui vennero fuori interpretazioni mai dimostrate, circa l’irriducibilità di un contrasto personale), ma i brigatisti insistevano a voler sapere in sostanza fatti secondari (al limite del pettegolezzo) sui quadri della DC, lasciando da parte i grandi problemi di cui Moro si era occupato seriamente per tanti anni. Tutto ciò conferma l’ipotesi, l’impressione, che tutto l’ingranaggio del gruppo brigatista fosse di natura nettamente nostrana e del tutto impari allo stesso compito che si era prefisso.
Il giornalista Pecorelli, gli appartenenti al Sisde o all’Arma dei Carabinieri, i socialisti interlocutori dei brigatisti, i politicanti con i piedi in più staffe, sembrano pallide espressioni di un fatto tanto più grande di loro. Vittime innocenti gli uni, scrupolosi servitori dello Stato gli altri, perché in effetti, malgrado le letture fantasiose, malgrado Cossiga e la P2, uno Stato continuava a sussistere, e rivelerà la sua presenza – sia pure nei tempi lunghi – perché colpirà tardivamente, ma inesorabilmente, i suoi avversari, illusi di poter prevalere con le loro acrobazie e i terribili “giochi”, ai quali avevano dedicato la loro mente perversa, il loro cervello mediocre.
Merito indubbio di Gotor è di aver intravisto subito – e quindi di aver seguito con coerenza – la sequenza di relazioni intercorrenti tra i brigatisti, da un lato per il periodo della prigionia, e tra i rappresentanti del potere dall’altro, incaricati di venire a capo dell’intreccio, tra lettere autentiche e lettere trascritte in seguito, come l’autore dimostra con sapiente lavoro di ricostruzione.
“Anatomia del potere”, dice il sottotitolo del libro. Un potere per tanti aspetti “impotente” eppure poi capace di annientare il campo nemico. Proprio la leggerezza, la superficialità, l’ignoranza dei fatti realmente importanti che gravavano nell’Italia e l’Europa mediterranea, sono all’origine della inspirazione con la quale sono state condotte le trattative – messe in atto malgrado le smentite ufficiali – e proprio ciò spiega la conclusione “ingloriosa” per i brigatisti. Non rimane che il sacrificio di un uomo onesto, di un pensatore profondo, di una famiglia esemplare. Tutto il resto rappresenta un insieme di minuzie, che spiegano anche la successiva, quasi conseguente, triste fine di quella Repubblica che pure non era priva di qualche suo rappresentante di ben altra qualità e non privo di coraggio, capacità e lucidità. Il lettore non può non essere grato all’autore per essersi assunto un lavorio tanto ingrato e minuzioso, mostrando di aver scelto e seguito personalmente una chiave di lettura senza pregiudizi, alla ricerca di una possibile “verità” dei fatti. E tutto ciò aiuta a comprendere la sostanza materiale – negativa e positiva – di cui era composta allora la politica italiana, sia al governo che sul fronte degli implacabili accusatori ed assassini. Se “flessibile” può apparire la condotta del prigioniero, inflessibile a noi pare confermata la sua natura e qualità di “uomo” ancor prima che di politico.
E, sul piano personale, riscontriamo la certezza che quelle lettere esprimono l’essenza adamantina di chi non si piegava, contrariamente alla tesi fatta circolare allora da suoi presunti “amici” di partito che facevano a gara nel diffondere la leggenda di un Moro ormai in preda alla sindrome di Stoccolma, e quindi “debole”, ed utilizzato dai suoi carcerieri. Da quanto letto in questo libro, inoltre restiamo confortati nella nostra ostinata convinzione – e sostenuta in tutti i modi – circa la rispondenza delle lettere alla personalità limpida (tutt’altro che debole e cedevole) di Moro, come d’altronde avevamo avuto occasione di avvertire negli incontri personali avuti precedentemente con lui.

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Carlo Giannone su Fiscal Compact e Governance europea.

21 Febbraio 2012 Nessun commento

Il 30 gennaio scorso è stato definito a Bruxelles quello che è, per il momento, l’ultimo passo del travagliato cammino dell’integrazione europea. Il percorso del governo italiano, da pochi mesi sotto la guida del nuovo primo ministro Monti, appare singolarmente esemplificativo. Prima di provare ad esaminarne le ragioni, conviene richiamare le principali caratteristiche del nuovo Accordo, il Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, la cui bozza, elaborata il 31.01.2012, richiede l’approvazione di ognuno dei 25 Stati membri, con l’esclusione – volontaria – di Inghilterra e Repubblica ceca. Di specifico rilievo è l’applicazione della regola del pareggio di bilancio che stabilisce prefissati obiettivi di medio termine e un’agenda indicante la misura e la supposta data di convergenza, da aggiornare anche nei parametri, in base a una metodologia concordata per ognuno degli Stati interessati. Ancora più importanti sono gli aggiustamenti periodici, che vanno tarati su un’adeguata stima del “rischio paese” rispetto ai dati di finanza pubblica esposti e incorporati nel Patto di stabilità e crescita ( S&GP).
In ispecie, il meccanismo correttivo del “Nuovo Patto di Stabilità e Crescita Revisionato” ha la finalità di eliminare, o per lo meno ridurre, gli scostamenti dall’obiettivo di medio termine e il TFEU dà alla Corte il potere di applicare una sanzione. Si fa cenno, poi, all’accordo tra Capi di Stato o di Governo dei membri di “Eurolandia” del 26/10/011, il cui fine era quello di migliorare la Governance dell’area, con la fissazione di due Vertici annuali, fatte salve le circostanze eccezionali, da tenersi dopo le riunioni del Consiglio o di altri incontri dei membri.
Per quanto attiene al nostro paese, i presupposti dell’attuale politica risalgono a circa due anni fa, quando la preoccupazione del passato governo, e di larga parte degli economisti, per le vicende del mercato era dominante; il quadro non sembra, invero, sostanzialmente mutato. Nel maggio 2010, l’allora consulente della Commissione UE Monti fece pervenire al Presidente Barroso un “Rapporto” che individuava nel Mercato Unico l’obiettivo europeo strategico fondamentale . I suggerimenti spaziavano dall’accoglimento integrale dei principi della “economia sociale di mercato” prevedendo un’estensione a settori prima esclusi, a forme di coordinamento e cooperazione.
Ci si può chiedere che cosa resta di tali raccomandazioni. Il Mercato Unico è ben lontano dall’essere completato; l’approccio seguito pervicacemente in sede europea, sotto la spinta di influenti paesi membri e con la sostanziale acquiescenza del nostro esecutivo, lascia adito a talune critiche di fondo; né, d’altronde, traspare un’ applicazione del ”liberismo delle regole”.
Una prima riflessione induce a ritenere che, se fosse stata attuata la “Direttiva Bolkestein” nel 2006, forse le liberalizzazioni di cui si discute oggi, non sarebbero urgente materia di dibattito sociale. Si ricorda che la direttiva lasciava ai singoli Stati ampi poteri discrezionali, prevedeva meccanismi di decisione congiunta e, pur suscitando a sua volta vivaci polemiche, era stata recepita nell’ordinamento italiano con il D. Lgs. N. 59 del 26/3/2010.
Alla vigilia della firma del Fiscal ComPact e del suo ineludibile impatto sull’economia europea nel suo complesso, mi permetto di suggerire alcuni spunti di valutazione:
1)In primo luogo, la crisi attuale rispecchia, secondo molti autorevoli commentatori, una carenza di domanda . E, poiché il modo migliore di affrontarne una, resta quello di comprenderne le cause, sembra indubbio che anche quella presente non sia un “cigno nero” e richiedeva interventi propri della politica di bilancio, ossia tagli di imposte e iniezioni di spesa pubblica, anche uniti a manovre di adeguamento della Banca centrale. Purtroppo, l’opposto delle linee finora seguite;
2)In secondo luogo, il Fiscal Compact è un’evoluzione del Six-Pact e simili: l’estensione di norme e regole di bilancio a tutti i paesi non sembra proficua, né lo sono il coinvolgimento della Corte di Giustizia e l’adozione di un’identica regola di pareggio, di per sé non sufficiente. Inoltre, mentre secondo il TFUE la funzione di stabilizzazione e crescita resta una competenza del livello sub-centrale, l’Accordo la riduce a minimo.
3) E’ infine da sottolineare il contributo di Amato , il quale sostiene che le clausole restrittive imposte all’eurozona – pareggio di bilancio e riduzione in un ventennio dell’eccedenza del rapporto debito Pil rispetto al valore del 60% – implicano che, mantenendo l’avanzo primario fino al 2014, il secondo vincolo sarebbe soddisfatto automaticamente, solo nell’ipotesi di una crescita nominale del Pil del 2-2.5%, una finalità desiderabile quanto ardua da realizzare . Amato menziona da un lato il pericolo di 2-3 “gironi” concentrici dall’altro le opportunità che uno schema flessibile di c.d. geometria variabile può offrire.
Un ultimo aspetto preoccupante per l’Unione – su cui ci si limita a poche righe – riguarda, infatti, l’inesistenza di un unico livello di integrazione. Il mito del Mercato Unico non può restare indefinitamente tale. Occorre che sia ripreso con più coraggio di quanto attualmente sia dato riscontrare, nei diversi governi nazionali, il processo di integrazione politica dell’Unione. Poiché, i membri di un Mercato Comune si trovano in una posizione analoga a quella di un piccolo paese, ne deriva che il federalismo e il free trade sono entrambi utilizzabili, nella misura in cui rafforzano le capacità dei governi di cogliere l’opportunità di impedire abusi verso i cittadini. In assenza di altre vie percorribili, quali la chiusura delle frontiere ai beni e servizi esterni o la svalutazione di una moneta, i governi nazionali scoprono che il comune ricorso per obiettivi (re)distributivi alle tradizionali manovre di spesa e di tassazione, o di regolamentare le attività degli agenti economici, diviene irrealizzabile, causando l’uscita dei capitali; i cittadini, se vittime di soprusi, possono “votare coi piedi”. Esiste, quindi, un’analogia tra i concetti di “libero scambio” e quello di “federalizzazione”, inteso come un processo-contropartita del mercato, che istituzionalizza la concorrenza tra gli enti di governo. In questo senso, nonostante i problemi da affrontare, andrebbe ripensato un futuro governo multilivello. Sebbene non sia certo il tempo più propizio per far rifiorire l’ideale di un’Europa (con)federata, si auspica l’elaborazione di un programma di strumenti perequativi efficaci, onde evitare i disastri di singoli paesi.
In particolare, uno schema di equalization grants è altamente da suggerire, in una probabile Unione “a più velocità”. Quello che l’Italia e gli altri membri vanno ad affrontare è precisamente un “Patto”, dove l’azione rischia di esaurirsi in un tacito passivo assenso, senza alcuna contropartita; la scelta di incorporare un elemento di equità distributiva è fondamentale.
Per concludere, l’Italia non dovrebbe firmare o accettare le regole draconiane del Fiscal Compact senza contestuali e sostanziali modifiche al bilancio europeo, richiedendo almeno la previsione di schemi di trasferimenti per la stabilizzazione delle aree in difficoltà.

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Nel ventennale di Mani Pulite.

20 Febbraio 2012 Nessun commento

Il 17 u.s. è stato il ventennale di Mani Pulite e il giorno in cui Il Presidente della Repubblica tedesca Wulff si è dimesso spontaneamente alla sola notizia che la Procura di Hannover aveva iniziato ad indagare su di lui per episodi di corruzione perpetrati quando era Governatore della Bassa Sassonia. Inevitabile il confronto. A venti anni dall’arresto dell’ing. Mario Chiesa, non c’è stata alcuna rigenerazione morale degli italiani; soprattutto, non c’è stato alcun salto di qualità nel rapporto tra affari e politica. E’ una valutazione che accomuna, in un modo o nell’altro, tutti i commenti di politici, politologi, sociologi ed altri osservatori. Proprio venerdì, la Corte dei Conti confermava la sua stima sulla corruzione pubblica:60 miliardi. Il ddl sulla corruzione presentato dal precedente governo che nel 2008 aveva abrogato l’Autorità anti-corruzione dallo stesso creata nella legislatura 2001-2006, langue in Parlamento. L’attuale ministro della giustizia ha detto che la materia va attentamente approfondita. 60 miliardi di corruzione pubblica è un dato molto significativo, secondo me, anche se da maneggiare con cautela. E tuttavia se lo si somma a quello sull’evasione fiscale (120 miliardi), a quello dell’economia sommersa (270), a quello della contraffazione (di cui non ricordo stime recenti), a quello della corruzione privata, a quello dei reati contro il patrimonio, ci si avvicina pericolosamente ad un terzo dell’economia che affonda o galleggia nella illegalità e nell’attività criminale. Nei recenti Rapporti Svimez, si evidenzia anche una forte integrazione verticale e/o orizzontale tra economia illegale e quella legale – ovviamente non solo nel Mezzogiorno come tante indagini giornalistiche e giudiziarie dimostrano abbondantemente .
Spiegare bene come siamo arrivati a questo punto richiederebbe ben altro spazio. Qui vogliamo isolare tre cause principali: una di carattere generale e due più specifiche che hanno a che fare sempre con la qualità della legislazione. La prima causa è che buone e cattive leggi sono applicate male o per nulla, quando non si adottano leggi che invece di contrastare finiscono con il favorire certi fenomeni che, a parole, si dice di voler combattere. Vedi, ad esempio, il caso dell’interesse privato in atti d’ufficio (1997).
Una seconda causa ha a che fare con la politica dei controlli sulla efficienza e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Proprio all’indomani di Mani Pulite, si approvano leggi elettorali per la elezione diretta deli Sindaci, dei Presidenti delle Province e delle Giunte regionali. Qualcuno mi chiederà cosa c’entrino le leggi elettorali per il governo locale con la corruzione. C’entrano e come. Quelle leggi concentrarono tutto il potere nei vertici di detti enti e si disse che ciò assicurava stabilità ed efficienza. Alla fine del mandato gli elettori avrebbero giudicato ed eventualmente sanzionato il comportamento degli amministratori che sono ben più numerosi dei mille parlamentari. Dette leggi elettorali hanno fortemente ridotto la capacità di controllo interno dei consigli comunali, provinciali e regionali. Parallelamente, in vista della riforma federalista, si smantellò l’impianto dei controlli esterni sulle attività dei Comuni, delle Province e delle Regioni. L’argomento era i controlli – in particolare quelli preventivi – minavano l’efficienza di tali enti. Tali misure furono portate avanti dal primo governo organico di centrosinistra in sostanziale accordo con l’opposizione. Nel 2000 viene “abrogata” o radicalmente ridimensionata la c.d. legge manette agli evasori. E questa la terza causa specifica a cui accennavo sopra. È vero che detta legge aveva funzionato male ma non si fece alcun approfondimento delle vere cause del malfunzionamento. Non faceva comodo a nessuno.
Nel 2001-02, per non essere da meno, il governo di Centrodestra aggiungeva prima la nuova legge sul falso in bilancio e, poi, un’orgia di condoni fiscali edilizi e di altro genere. Non sto parlando di segnali, ma di precise misure legislative che smantellano e/o allargano le maglie del sistema dei controlli. Proprio nella Relazione della Corte dei Conti il Procuratore Giampaolino ricordava che l’Agenzia delle Entrate non è riuscita ancora a riscuotere le rate successive alla prima di alcuni condoni del 2002. Ma non ciò non impedisce che molti commentatori si eccitino per alcuni blitz della stessa Agenzia sui frequentatori degli alberghi e ristoranti di Cortina o sui frequentatori dei night club di Milano e dintorni. Non sto sostenendo che non bisogna fare detti controlli che, in alcune circostanze, possono essere utili anche per combattere lo spaccio della droga ma non si tratta di misure risolutive e, non di rado, tali controlli sottraggono risorse a controlli ben più produttivi e fondati che potrebbero essere svolti fuori dai riflettori della ribalta mediatica. Non sono risolutive neanche le leggi che sistematicamente hanno portato le sanzioni a livelli stratosferici e che gli stessi uffici irrogano nel valore minimo.
La democrazia non vive senza trasparenza e senza controlli di ogni tipo. Noi abbiamo abrogato quelli amministrativi. Facciamo controlli fiscali di scarsa qualità ma anche quelli giudiziari non godono di buona salute dopo che per venti anni , i giudici (comunisti) sono stati sottoposti senza tregua ad una eversiva campagna di delegittimazione che non trova precedenti in nessuna democrazia contemporanea. E tuttavia abbiamo un problema anche a monte della fase di implementazione. Per fare buone leggi, serve la rigenerazione morale che oggi non possiamo attenderci dalla politica proprio per i motivi che abbiamo richiamato sopra né tanto meno da un governo tecnico semplicemente perché per esso è missione impossibile anche in ragione della durata prevista. Serve un’etica pubblica che, non solo in questa fase storica, è stata sempre evanescente e meno rigorosa che altrove. Siamo il Paese della Controriforma senza avere avuto mai la Riforma. Per una pura coincidenza, nel ventennale di Mani Pulite, il Presidente Wulff si dimette per comportamenti di cui il giudice tedesco accerterà la sanzionabilità sul terreno penale. Wulff si è dimesso sulla notizia che la Procura di Hannover si accingeva ad aprire un’inchiesta su di lui. In Italia non si dimette nessuno – è il commento più diffuso – e il Parlamento non di rado, rifiuta l’autorizzazione a procedere. In Italia, in non pochi casi, negli ultimi decenni, il Parlamento ha approvato provvedimenti che aiutano gli indagati a sfuggire al processo. Anche questi comportamenti misurano lo spread tra lo standard tedesco di etica pubblica e quello della Repubblica italiana.

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L’Italia rinuncia a candidarsi per ospitare le Olimpiadi.

16 Febbraio 2012 Nessun commento

Rispetto alla saggia decisione del governo Monti sulle Olimpiadi, ho letto commenti di dissenso e di consenso. Molti hanno osservato come Roma abbia perso una grande occasione. Nessuno – meno che mai il Sindaco di Roma – però ha accennato al deficit di attrezzature sportive a Roma, come in tutta Italia, ossia, alla mancanza di piscine comunali, campi da tennis, piste di pattinaggio fruibili gratuitamente da parte di chi non ha i mezzi per iscriversi ad un circolo privato. Sappiamo che lo sport oltre che cultura è anche spettacolo. Nella società dello spettacolo il programma è l’evento e le Olimpiadi sono un super evento mondiale che ricorre ogni quattro anni. Tutti siamo ridotti a spettatori passivi di attività sportive che praticano altri; tutti restiamo affascinati da regie particolari. Ma i giovani come fanno a praticare lo sport attivo se i comuni in particolare – soprattutto nel CentroSud – hanno attrezzature insufficienti e, in molti casi, addirittura inesistenti?
Per alcuni politici contribuire all’eventuale realizzazione dell’evento aumenta il loro prestigio, la loro popolarità e, non di rado, consente il maneggio e/o di partecipare alla distribuzione le risorse straordinarie per creare posti di lavoro straordinari. Una volta tanto, il governo ha preso la decisione giusta di non prestare le garanzie per il finanziamento di attrezzature megagalattiche o progettate per colpire la fantasia dei visitatori e dei telespettatori di tutto il mondo. La decisione sarebbe stata ancora più facilmente accettata se fosse stata accompagnata da un programma nazionale di sostegno finanziario ai Comuni per la costruzione di attrezzature essenziali diffuse sul territorio. Roma non ha bisogno di eventi straordinari per attirare turisti e visitatori da tutto il mondo. Roma ha una storia unica nel mondo, è evento per antonomasia ed insuperabile. Il suo problema non sono le Olimpiadi ma il fatto che i suoi sindaci ed amministratori – salvo casi eccezionali – non la meritano, non la tengono pulita, non la liberano da un traffico congestionato ed inquinante, non assicurano la buona qualità dei suoi servizi pubblici locali, i suoi collegamenti con porti, aeroporti, ecc..

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Del delirio di onnipotenza del Governo Monti.

12 Febbraio 2012 2 commenti

Dopo le prime settimane di timidezza da parte del Presidente del Consiglio e dei suoi ministri, siamo ora al delirio di onnipotenza. L’uomo che ha salvato (o affondato – secondo i punti di vista) prima l’Italia, poi l’Europa e ora in grado di proporre un mercato unico della Comunità atlantica. È probabile che si tratti della fantasia feconda di giornalisti interessati ad esaltare la figura di Monti ma conviene, per chiarezza, ricordare il flop del mercato unico europeo a venti anni da Maastricht. Inoltre a distanza di 7 anni dal referendum francese e olandese che proprio sui temi della liberalizzazione dei servizi (Direttiva Bolkestein) affondò la Costituzione europea, ancora siamo lontani dalla sua attuazione sono solo in Italia ma anche in tanti altri paesi europei. E se guardiamo ai provvedimenti del 20 e 27 gennaio vediamo che in realtà il tema è affrontato molto marginalmente. Lo dice anche Salvatore Rossi della Banca d’Italia nella sua audizione al Parlamento.
In preda al delirio di onnipotenza il Presidente Monti – sempre secondo le esaltanti e agiografiche cronache di molti giornali italiani ora propone al Presidente Obama misure per la crescita dopo che in Europa si è genuflesso davanti alla Merkel e a Sarkozy. In altre parole, non ha osato mettere in discussione un solo punto del c.d. Patto sul pareggio di bilancio (fiscal Compact) che in pratica toglie ogni margine di flessibilità alle politiche economiche comunque lasciate a livello dei governi sub-centrali (nazionali) secondo le previsioni del Trattato di Maastricht. Voglio essere chiaro: lo ha fatto non per servilismo ma perché da monetarista e mercatista é pienamente d’accordo con la Merkel e Sarkozy.
Il 31 gennaio dopo il vertice informale di Bruxelles, Monti ha detto che il Consiglio europeo finalmente iniziava a prendere in considerazione i problemi della crescita. Dieci giorni dopo, si presenta al cospetto di Obama per dire che l’Unione europea si è avviata sul sentiero della crescita e potrebbe contribuire a rafforzare la crescita americana che Obama ha stimolato mobilitando diverse centinaia di miliardi di dollari. Senza trascurare che sono ormai oltre due anni che esponenti del governo e molti economisti americani di diverso orientamento politico avvertivano che la politica dell’austerità imposta dalla Merkel avrebbe portato alla doppia recessione (double dip) come sta ora effettivamente succedendo. L’Europa con Italia in testa c’è dentro, gli USA no. Questi sono fatti.
Ma secondo i giornalisti italiani Monti è arrivato a Washington a spiegare a Obama come si articola una politica per la crescita. In questa maniera, non si fa informazione ma disinformazione. Molti giornalisti scambiano un’apertura di credito per un grande successo politico. Un’apertura di credito diplomatica e comunque dovuta nei confronti dell’Italia un alleato storico che gioca un ruolo importante in un’area particolarmente delicata come quella del Mediterraneo.
Ma l’11 febbraio appare su La Stampa un lungo pezzo che racconta una storia diversa dei “grandiosi “ eventi di Washington. In realtà Obama e Monti ma probabilmente più il Segretario di Stato Hillary Clinton e il nostro ministro degli affari esteri Terzi avrebbero discusso del problema della nuova NATO e, al suo interno, della ricollocazione della difesa americana nel Pacifico e dell’Unione europea nel Mediterraneo di cui abbiamo visto un’anteprima in occasione della Guerra alla Libia di Gheddafi. Se fosse vera questa versione dei fatti, ci dovremmo chiedere se Monti è andato a Washington a parlare a titolo individuale, tradendo il metodo comunitario, oppure se ha preventivamente ricevuto un’apposita delega dal Consiglio europeo o se non ha fatto uno sgarbo a Lady Ashton titolare della materia. Eppure sono argomenti di fondamentale importanza se uno pensa che nell’Unione europea ci sono 27 sistemi di difesa, sprechi immani e un accordo comunitario su questo terreno potrebbe liberare risorse considerevoli per sostenere la crescita e lo sviluppo sostenibile. C’è inoltre da considerare che l’Italia nel bel mezzo di una crisi tra le più gravi degli ultimi 60 anni, ha confermato l’impegno di comperare 100-131 caccia bombardieri F-35 dagli Stati Uniti stanziando 15 miliardi di € e di questo il governo americano è certamente grato.
Altrettanti soldi non sono stati trovati per creare nuovi posti di lavoro, ridurre la disoccupazione e avviare una manovra di riduzione del debito anche con la cessione di qualche pezzo dell’ingente patrimonio pubblico.
Dimenticavo, sempre in pieno delirio di onnipotenza, il Presidente Monti, memore della famose parole di Massimo D’Azeglio – abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani – per non essere da meno anche lui detto che “adesso bisogna fare gli italiani”. Ambizioni inversamente proporzionali alla fragilità del suo governo. In questi giorni si ricorda l’inizio di Mani Pulite che affossò meritatamente la prima Repubblica. Iniziò una nuova era? Purtroppo no. Ogni anno la Corte dei Conti certifica 60-70 miliardi di corruzione che passa attraverso il settore pubblico. Dicono gli esperti che ora si ruba prevalentemente a titolo individuale. Non è una grande differenza. Secondo me, è business as usual. Cambiare gli italiani non è obiettivo realistico di questo governo di breve respiro né, secondo me, di un governo di legislatura. È conseguibile solo se endogeneamente, all’interno della società civile, si innesca un processo di rigenerazione etica e civile non ostacolato ma favorito dai partiti e da gruppi attivi della stessa società. Se uno pensa anche ai recenti scandali finanziari che colpiscono alcuni partiti non c’è gran che da sperare. Storicamente portatrice di valori caratterizzanti un paese è la classe media riflessiva in Italia da sempre debole. Ridotta per stracci com’è ora, è difficile pensare ad una sua autonoma rigenerazione specialmente se penso a come i due partiti principali vogliono riformare il sistema elettorale vigente per salvare il bipolarismo coatto che ha caratterizzato gli ultimi venti anni.
In un paese dove la classe media – come ho detto – è stata sempre debole, il bipolarismo spacca in 2-3 pezzi la classe media che così frantumata non può svolgere alcun ruolo di stabilizzazione né di guida etica e civile. Specie in un contesto che ha visto prevalere la plutocrazia e la lotta amico-nemico. Ma alcuni giornalisti ci ripetono in questi mesi che nulla potrà tornare come prima dopo il governo Monti. Sono le fole di persone senza cultura storica che, non di rado, parlano a vanvera o credono nella magia.

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Incontro Governo e sindacati sul mercato del lavoro.

2 Febbraio 2012 Nessun commento

L’altra sera a Matrix il Presidente Monti ha detto che è noioso avere il posto fisso e che è meglio cambiare. Anzi è necessario cambiare. Ricordo che in una conferenza a Detroit in vista del G7 del 14-03-1994 già il Presidente Clinton aveva ricordato che eravamo entrati in uno scenario mondiale e nazionale dove tutti dovevano cambiare lavoro 7-8 volte nella loro vita lavorativa.
Per tale motivo si è deciso di passare alla formazione permanente alle treelle (life long learning), alla ricerca di standard educativi a livello mondiale e a forme di assistenza per i giovani che completata la scuola secondaria, non vanno all’Università e quindi entrano nel mercato del lavoro.
Sono passati quasi venti anni. L’evoluzione della situazione per fortuna e per alcuni aspetti è stata più lenta. Anche negli USA molti dei programmi annunciati da Clinton non sono stati realizzati ma, negli ultimi venti anni, sistematicamente il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è stato all’incirca la metà di quello europeo. In quel paese c‘è in effetti una cultura diversa della mobilità che discende dalla cultura della Nuova Frontiera ma ci sono soprattutto un governo federale e una Banca centrale molto più sensibili al problema della massima occupazione. Cooperando cercano di creare quel contesto per cui la mobilità è un valore. Bisogna risalire all’Inghilterra degli anni ’50 e ai Paesi scandinavi per trovare paesi e governi che si preoccupavano sul serio quando la disoccupazione saliva al di sopra del 1,5-2%. Adesso in Europa si pensa di convivere tranquillamente con tassi di disoccupazione superiori all’8-9%.
Oggi in Italia la disoccupazione ha già sfiorato il 9% e supererà questo limite nei prossimi mesi, in Spagna tocca l’astronomica cifra del 23% e la BCE si preoccupa soprattutto della stabilità dell’euro. Anzi tutti lanciano grida di allarme quando il tasso di cambio scende di qualche punto al di sotto di 1,30 rispetto al dollaro mentre sarebbe quanto mai opportuno che lo si lasciasse scendere molto al di sotto.
Oggi si è tenuto un incontro tar il governo e le parti sociali proprio sulla questione della riforma del mercato del lavoro. Il mantra del governo è: necessaria la riforma del mercato del lavoro per realizzare anche dal lato dell’uscita quella flessibilità che c’è dal lato dell’entrata. Ma fin qui non ha parlato di quanti posti di lavoro si creerebbero in questo ed in altri modi.
Nella conferenza stampa a Palazzo Ghigi all’uscita dal vertice con il governo la Presidente della Confindustria Marcegaglia, d’accordo con il governo sulla necessità di fare la riforma del mercato del lavoro (incluso l’art. 18), fa dei sofismi tra posto fisso e lavoro stabile. Vuole superare il dualismo del mercato tra protetti e no. Dice che l’era del posto fisso è finita. Serve la mobilità per tutti. Parla di politiche attive di lavoro nel senso che il lavoratore licenziato non resta senza reddito. Deve essere assistito. Riforma della CIG non subito. Mantenere comunque la CIG straordinaria che serve per la ristrutturazione. Vuole la mobilità ma non dice niente sul contesto che la rende fattibile. Parla solo di politiche attive di riqualificazione del lavoratore, che non può rifiutare il lavoro offerto. Non dice da chi. Leggo da un recente servizio di Matteo Meneghello su il Sole 24 Ore del 25-01-2012 i risultati di tre anni di politiche attive del lavoro nell’ambito del programma Welfare to Work. Interessati 370 mila lavoratori di cui reintegrati 138 mila; ricollocati 28 mila; altri esiti 26,5 mila per un totale di 192 mila lavoratori. In media annua solo 64 mila persone. Ma i disoccupati negli anni 2009-2011 sono stati ben al di sopra dei due milioni all’anno per non parlare dei 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non sono toccati da questo programma. Sono questi dati di contesto che non possono essere ignorati.
Se questo è il contesto ha ragione da vendere Bonanni quando dice che la flessibilità in uscita può avere effetti devastanti; che è un segnale sbagliato quando il governo non dice cosa vuol fare di preciso sulla crescita.
Incalza Angeletti che si riferisce subito al problema della creazione di nuovi posti di lavoro. “Questa non passa attraverso le norme sul mercato del lavoro. Se fosse così la disoccupazione nel mondo non esisterebbe. Prima di parlare di norme bisogna parlare della politica economica che fa il governo e delle politiche industriali che fanno le imprese”. Anche se facessimo un buon accordo tra qualche settimana,- aggiunge Angeletti – la disoccupazione aumenterà comunque per via degli effetti delle politiche fatte fin qui anche dal governo Monti. Noi ci aggiungiamo a fare una discussione seria. Stiamo rischiando di aggravare la recessione. Facciamo pure una buona riforma, ottima , moderna, ma adesso dobbiamo impegnarci per non fare aumentare la disoccupazione o per farla aumentare di meno. Perché in Italia la disoccupazione è comunque al disotto della media? Perché abbiamo un valido sistema di protezione sociale che ora si vuole smantellare. La CIG è molto meglio che licenziare. Questi strumenti vanno mantenuti. Flessibilità in uscita deve riguardare solo le imprese che si ristrutturano per ragioni di mercato. No alla prepotenza e al sopruso delle imprese sul lavoratore. Afferma che nello stato di diritto ogni controversia sulla giusta causa (art. 18) deve essere valutata e risolta dal giudice.
Mi sembra la risposta giusta a un commento assurdo di stamani sulla rassegna stampa secondo cui dette controversie “non potevano lasciare all’arbitrio dei giudici”. Critica il dibattito generico e strumentale sull’art. 18.
Anche Camusso della CGIL ricorda che siamo in una fase di disoccupazione crescente e in fase di recessione, senza risorse per fare politiche di rilancio degli investimenti pubblici. Non si può dire: le persone si arrangeranno. Sulla flessibilità in uscita dice di condividere le considerazioni di Bonanni e Angeletti. Sui salari non condivide la linea del governo che vuole ragionare solo di produttività perché ciò significa che non si vuol affrontare il problema della crescita. Dice che al riguardo non bastano i provvedimenti sulle liberalizzazioni. Solo annunci e nessuna proposta concreta. Non è accettabile che il governo dica: quel poco che si poteva fare, lo si è fatto. Ci sono persone disperate perché hanno già perso il lavoro e altre che lo perderanno.
Anche il leader della UGL Centrella si dice d’accordo con i precedenti interventi: senza crescita la riforma non serve a niente. Serve la riduzione del carico fiscale sui lavoratori. Anche lui dice che non si può fare una riforma senza risorse e che serve un piano di sviluppo.
A me sembra che la linea dei Sindacati sia sostanzialmente corretta che il Governo Monti la dovrebbe prendere in seria considerazione. Si è in parte ravveduto nell’accettare di incontrarli tutti insieme ma resta sbagliata la linea di andare con o senza accordo con le parti sociali. Speriamo in un ulteriore ravvedimento.

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