Carlo Giannone su Fiscal Compact e Governance europea.
Il 30 gennaio scorso è stato definito a Bruxelles quello che è, per il momento, l’ultimo passo del travagliato cammino dell’integrazione europea. Il percorso del governo italiano, da pochi mesi sotto la guida del nuovo primo ministro Monti, appare singolarmente esemplificativo. Prima di provare ad esaminarne le ragioni, conviene richiamare le principali caratteristiche del nuovo Accordo, il Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, la cui bozza, elaborata il 31.01.2012, richiede l’approvazione di ognuno dei 25 Stati membri, con l’esclusione – volontaria – di Inghilterra e Repubblica ceca. Di specifico rilievo è l’applicazione della regola del pareggio di bilancio che stabilisce prefissati obiettivi di medio termine e un’agenda indicante la misura e la supposta data di convergenza, da aggiornare anche nei parametri, in base a una metodologia concordata per ognuno degli Stati interessati. Ancora più importanti sono gli aggiustamenti periodici, che vanno tarati su un’adeguata stima del “rischio paese” rispetto ai dati di finanza pubblica esposti e incorporati nel Patto di stabilità e crescita ( S&GP).
In ispecie, il meccanismo correttivo del “Nuovo Patto di Stabilità e Crescita Revisionato” ha la finalità di eliminare, o per lo meno ridurre, gli scostamenti dall’obiettivo di medio termine e il TFEU dà alla Corte il potere di applicare una sanzione. Si fa cenno, poi, all’accordo tra Capi di Stato o di Governo dei membri di “Eurolandia” del 26/10/011, il cui fine era quello di migliorare la Governance dell’area, con la fissazione di due Vertici annuali, fatte salve le circostanze eccezionali, da tenersi dopo le riunioni del Consiglio o di altri incontri dei membri.
Per quanto attiene al nostro paese, i presupposti dell’attuale politica risalgono a circa due anni fa, quando la preoccupazione del passato governo, e di larga parte degli economisti, per le vicende del mercato era dominante; il quadro non sembra, invero, sostanzialmente mutato. Nel maggio 2010, l’allora consulente della Commissione UE Monti fece pervenire al Presidente Barroso un “Rapporto” che individuava nel Mercato Unico l’obiettivo europeo strategico fondamentale . I suggerimenti spaziavano dall’accoglimento integrale dei principi della “economia sociale di mercato” prevedendo un’estensione a settori prima esclusi, a forme di coordinamento e cooperazione.
Ci si può chiedere che cosa resta di tali raccomandazioni. Il Mercato Unico è ben lontano dall’essere completato; l’approccio seguito pervicacemente in sede europea, sotto la spinta di influenti paesi membri e con la sostanziale acquiescenza del nostro esecutivo, lascia adito a talune critiche di fondo; né, d’altronde, traspare un’ applicazione del ”liberismo delle regole”.
Una prima riflessione induce a ritenere che, se fosse stata attuata la “Direttiva Bolkestein” nel 2006, forse le liberalizzazioni di cui si discute oggi, non sarebbero urgente materia di dibattito sociale. Si ricorda che la direttiva lasciava ai singoli Stati ampi poteri discrezionali, prevedeva meccanismi di decisione congiunta e, pur suscitando a sua volta vivaci polemiche, era stata recepita nell’ordinamento italiano con il D. Lgs. N. 59 del 26/3/2010.
Alla vigilia della firma del Fiscal ComPact e del suo ineludibile impatto sull’economia europea nel suo complesso, mi permetto di suggerire alcuni spunti di valutazione:
1)In primo luogo, la crisi attuale rispecchia, secondo molti autorevoli commentatori, una carenza di domanda . E, poiché il modo migliore di affrontarne una, resta quello di comprenderne le cause, sembra indubbio che anche quella presente non sia un “cigno nero” e richiedeva interventi propri della politica di bilancio, ossia tagli di imposte e iniezioni di spesa pubblica, anche uniti a manovre di adeguamento della Banca centrale. Purtroppo, l’opposto delle linee finora seguite;
2)In secondo luogo, il Fiscal Compact è un’evoluzione del Six-Pact e simili: l’estensione di norme e regole di bilancio a tutti i paesi non sembra proficua, né lo sono il coinvolgimento della Corte di Giustizia e l’adozione di un’identica regola di pareggio, di per sé non sufficiente. Inoltre, mentre secondo il TFUE la funzione di stabilizzazione e crescita resta una competenza del livello sub-centrale, l’Accordo la riduce a minimo.
3) E’ infine da sottolineare il contributo di Amato , il quale sostiene che le clausole restrittive imposte all’eurozona – pareggio di bilancio e riduzione in un ventennio dell’eccedenza del rapporto debito Pil rispetto al valore del 60% – implicano che, mantenendo l’avanzo primario fino al 2014, il secondo vincolo sarebbe soddisfatto automaticamente, solo nell’ipotesi di una crescita nominale del Pil del 2-2.5%, una finalità desiderabile quanto ardua da realizzare . Amato menziona da un lato il pericolo di 2-3 “gironi” concentrici dall’altro le opportunità che uno schema flessibile di c.d. geometria variabile può offrire.
Un ultimo aspetto preoccupante per l’Unione – su cui ci si limita a poche righe – riguarda, infatti, l’inesistenza di un unico livello di integrazione. Il mito del Mercato Unico non può restare indefinitamente tale. Occorre che sia ripreso con più coraggio di quanto attualmente sia dato riscontrare, nei diversi governi nazionali, il processo di integrazione politica dell’Unione. Poiché, i membri di un Mercato Comune si trovano in una posizione analoga a quella di un piccolo paese, ne deriva che il federalismo e il free trade sono entrambi utilizzabili, nella misura in cui rafforzano le capacità dei governi di cogliere l’opportunità di impedire abusi verso i cittadini. In assenza di altre vie percorribili, quali la chiusura delle frontiere ai beni e servizi esterni o la svalutazione di una moneta, i governi nazionali scoprono che il comune ricorso per obiettivi (re)distributivi alle tradizionali manovre di spesa e di tassazione, o di regolamentare le attività degli agenti economici, diviene irrealizzabile, causando l’uscita dei capitali; i cittadini, se vittime di soprusi, possono “votare coi piedi”. Esiste, quindi, un’analogia tra i concetti di “libero scambio” e quello di “federalizzazione”, inteso come un processo-contropartita del mercato, che istituzionalizza la concorrenza tra gli enti di governo. In questo senso, nonostante i problemi da affrontare, andrebbe ripensato un futuro governo multilivello. Sebbene non sia certo il tempo più propizio per far rifiorire l’ideale di un’Europa (con)federata, si auspica l’elaborazione di un programma di strumenti perequativi efficaci, onde evitare i disastri di singoli paesi.
In particolare, uno schema di equalization grants è altamente da suggerire, in una probabile Unione “a più velocità”. Quello che l’Italia e gli altri membri vanno ad affrontare è precisamente un “Patto”, dove l’azione rischia di esaurirsi in un tacito passivo assenso, senza alcuna contropartita; la scelta di incorporare un elemento di equità distributiva è fondamentale.
Per concludere, l’Italia non dovrebbe firmare o accettare le regole draconiane del Fiscal Compact senza contestuali e sostanziali modifiche al bilancio europeo, richiedendo almeno la previsione di schemi di trasferimenti per la stabilizzazione delle aree in difficoltà.

