Archivio

Archivio Aprile 2012

A proposito di spending review

30 Aprile 2012 1 commento

C’è un’assunto molto popolare quanto infondato tra i c.d. mercatisti nel dibattito corrente sull’austerità che sta affossando l’economia italiana ed europea. “il mercato impone il rigore e il rigore impone tagli alla spesa sociale e tasse”. Io direi: se funziona, il mercato espelle le imprese inefficienti ma siccome non sempre i mercati sono efficienti o completi, non di rado sopravvivono a lungo imprese e interi settori produttivi che sfruttano i consumatori. Se così il rigore correttamente applicato dovrebbe comportare innanzitutto la riforma del mercato e della sua eventuale inadeguata regolamentazione per renderlo più efficiente e, così, massimizzare la rendita dei consumatori. Se così, il mercato efficiente tutt’al più impone il rigore al settore privato concorrenziale. È un non sequitur affermare che lo stesso rigore impone tagli alla spesa sociale e tasse”. Infatti la spesa sociale e le tasse necessarie per finanziarle sono determinate attraverso le procedure di scelta collettiva, ossia, dal c.d. mercato politico all’interno del quale gli elettori scelgono i beni e servizi pubblici da produrre e, in un sistema democratico, scelgono anche gli strumenti con cui finanziare la spesa pubblica. A certi livelli di reddito i cittadini vogliono consumare più beni privati e più beni pubblici. A seconda del tipo di beni pubblici, si scelgono tariffe, prezzi politici, tasse e imposte generali. Naturalmente anche nel settore pubblico ci sono inefficienze e sprechi sia dal lato dei prelievi che dal lato della gestione della spesa pubblica ed è comprensibile che questi attirino maggiormente l’attenzione di quelli del settore privato. Sia le inefficienze del settore privato sia quelle del settore pubblico comportano un costo sociale, ossia, un abbassamento del livello del benessere della collettività. In pratica, i cittadini come consumatori e come utenti di servizi pubblici ottengono meno beni privati e meno beni pubblici.
Come rimediare alle inefficienze del settore privato e pubblico? In modo analogo e diverso. Come detto sopra, quando i mercati sono efficienti, gli operatori sono tutti price-takers e perciò hanno interesse a risparmiare sui costi se vogliono espandere la loro attività. In molti casi i mercati sono inefficienti e bisogna correggere regolamentazioni sbagliate o aprire i mercati protetti. Il settore pubblico intanto produce beni e servizi che non sono prodotti dal settore privato. Correggere le inefficienze, ridurre o eliminare gli sprechi risulta un po’ più difficile e complicato se non si adottano adeguati sistemi di gestione e controllo dei servizi. Serve la spending review non straordinaria ma in via ordinaria, non solo ex post ma anche durante. Nel settore pubblico servono manager all’altezza del compito. Secondo le cronache, la spending review fu adottata per la prima volta nel 1981 dal Ministro Andreatta che incaricò proprio il prof. Giarda ora ministro del governo Monti e il prof. Baldassarri ora presidente della Commissione bilancio del Senato. Per dichiarazione di quest’ultimo, la spending review non è stata mai fatta. Perché ? perché non è compito dei ministri che spesso non conoscono bene la macchina che sono chiamati a dirigere. Né ha funzionato adeguatamente l’Ispettorato di finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato. Inoltre oggi più della metà della spesa pubblica è decentrata e, quindi, la spending review dovrebbe essere fatta dall’alta dirigenza dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali. Non è stata fatta perché i dirigenti pubblici ai vari livelli non sono stati valutati pur essendoci da 20 anni una legge (D. Lgs. n. 29/93) che lo prevede. Se non c’è valutazione, se tutti i dirigenti avanzano di carriera e ricevono i previsti incentivi a prescindere dai risultati conseguiti anno per anno, non c’è merito, non c’è incentivo a raggiungere risultati migliori o valutare i propri dipendenti. Se quelli incapaci vengono premiati come quelli capaci, le inefficienze si perpetuano. Quindi non funzionano i controlli interni alla PA per colpa dei governi centrale, regionali e locali. Ci sono i controlli esterni della Corte dei Conti che il governo centrale semplicemente ignora e che sono esortativi per Regioni ed enti locali. La responsabilità di tutto questo ricade sui politici e governanti ai vari livelli. Il ponderoso rendiconto preparato dalla Corte dei Conti viene discusso e approvato in poche ore e non rileva ai nostri fini che l’anno scorso sia stato motivo delle dimissioni di Berlusconi.
Nel settore pubblico non c’è alcun meccanismo automatico che spinga all’efficienza e gli incentivi esistenti sono costruiti e gestiti male. E tuttavia non è vero che il settore pubblico è sempre inefficiente. Ci sono almeno due casi emblematici che lo dimostrano proprio nel comparto della spesa sociale: la previdenza e la sanità. Ci sono centinaia di studi empirici che dimostrano che la previdenza pubblica concentrata in uno o pochi enti pubblici di gestione costa meno di un sistema privato con decine e decine di enti ed imprese privati che, quantunque efficienti, hanno costi amministrativi più elevati, devono pagare dividendi ai loro azionisti e, quindi, devono necessariamente ridurre le erogazioni (benefici) agli assicurati. Analogamente, per la sanità pubblica di molti paesi europei e quella mista fondata prevalentemente sulle assicurazioni private. Nonostante la recente riforma del Presidente Obama, la sanità degli Stati Uniti costa in media circa il doppio di quanto costa nei principali paesi europei dove la sanità è principalmente pubblica.
In Italia previdenza e sanità sono le prime due missioni più importanti della spesa sociale della PA. Non sto sostenendo che in particolare nella sanità non ci siano sprechi ed inefficienze da eliminare o ridurre. Ma in questo settore il mercato ha ben poco da dire nell’attuale situazione italiana. Tutti i tentativi di introdurre elementi di concorrenza nel settore sanitario sono falliti e sono destinati a fallire se prima non si costruiscono e applicano i costi standard e non si elimina la corruzione nelle procedure di esternalizzazione. Infatti se i compensi alle cliniche o ai laboratori convenzionati vengono determinati attraverso i costi gonfiati di strutture pubbliche mal gestite, non si introduce concorrenza nel settore pubblico ma rendita di protezione. Il fatto è che in Italia si parla tanto di trasparenza e accountability ma in realtà non si praticano perché non ci sono controlli interni adeguati e quelli esterni della Corte dei Conti vengono ignorati. Se così, non sorprende che dilaghi la corruzione e illegalità. Se così non sorprende che la spending review del ministro Giarda incontri difficoltà enormi o consegua risultati del tutto insoddisfacenti. Risibile mi appare infine l’idea che il problema possa essere seriamente affrontato da un commissario straordinario.

Categorie:finanza pubblica Tag:

La fola del risanamento strutturale dei conti pubblici

Tutti (gli amici suoi) danno atto che il governo Monti ha messo in sicurezza i conti pubblici. Lo dicono anche il Fondo monetario internazionale, l’OCSE, la Commissione UE. Cosa ha fatto Monti per raccogliere tanti consensi? A parte il concetto stesso di sicurezza strutturale dei conti che è discutibile e di dubbio significato quando ci si riferisce a previsioni di entrate e di uscite, i conti anche per il passato sono rappresentazioni contabili diverse di fatti che sono avvenuti in un modo e, per ragioni diverse, possono essere riassunti in modo diverso. I conti di per sé sono ballerini. Al meglio riflettono le applicazioni più prudenti delle regole contabili. Spendo più di quanto dovrei, vado in deficit. A parità di spesa, incasso di meno, vado in deficit. E così via. Bisogna esaminare le cause. Conviene ricordare che in 150 anni di storia unitaria, solo Quintino Sella della destra storica sfiorò il pareggio del bilancio dello Stato nel 1875 ma all’alto costo sociale di diverse centinaia di morti e migliaia di feriti per via dell’iniqua imposta sul macinato. Forse si può ravvisare un’analogia con la situazione di questi ultimi anni con centinaia di suicidi da parte di imprenditori, lavoratori disoccupati e pensionati che non riescono a riscuotere i loro crediti dalla PA o che non riescono a pagare le imposte o si vedono bloccata la pensione perché qualcuno ha scritto e applicato norme vessatorie. Nei 65 anni della Repubblica, il bilancio dello Stato è stata sempre in deficit e il tentativo di raggiungere il pareggio nel 2013 è tutt’altro che scontato in un contesto di grave recessione e di strutturale stagnazione della produttività e della produzione. Le 5-6 manovre che i governi Berlusconi e Monti hanno inanellato nel corso di un solo anno agiscono dal lato della spesa e dell’entrata ma non superano il problema ventennale della stagnazione e della bassa produttività.
Ma vediamo cosa ha fatto il governo Monti per vantare il merito di aver messo in sicurezza strutturale i conti pubblici. Anche Tremonti aveva detto più o meno la stessa cosa per le tre manovre del 2008-09 e 2010. Monti ha riformato le pensioni quando il Presidente dell’INPS Mastropasqua appena tre mesi prima aveva dichiarato ripetutamente che il sistema pensionistico era sano e sostenibile dopo le continue riforme ed aggiustamenti fatti negli ultimi venti anni. Il Presidente dell’INPS non è stato rimosso dall’incarico e continua a riscuotere compensi d’oro. La riforma Fornero operata in fretta e furia comporta tagli per 15 miliardi in tre anni, ha alzato l’età pensionistica e ha lasciato i c.d. esodati in una situazione assurda e disperata legiferando sconsideratamente in via retroattiva. Le altre misure per lo più aumenti delle tasse, si iscrivono nella logica del raggiungimento (anticipato di un anno) del pareggio di bilancio. Sono misure restrittive della domanda interna per consumi ed investimenti che, purtroppo, sono accompagnate da restrizioni creditizie nonostante le recenti misure accomodanti della BCE per oltre mille miliardi di euro. Il diffondersi specie tra i paesi euromed della crisi dei debiti pubblici richiedeva interventi a sostegno più massicci da parte della BCE ma che non sono previsti dal suo statuto e fortemente osteggiati dalla Germania. Non è un caso che con gli stessi mezzi messi a disposizione dalla BCE le banche ordinarie dei diversi paesi specie quelli euromed hanno incrementato gli acquisti di titoli dello Stato. La liquidità non arriva alle imprese e, quindi, la politica monetaria che a Francoforte è accomodante resta restrittiva in molti paesi c.d. periferici. Se si ritiene che la crisi origina dall’alto livello del debito pubblico – in alcuni casi dovuto ai salvataggi delle banche – può apparire perfettamente logico sostenere che la prima cosa da fare è quella di azzerare i deficit per prevenire ulteriori aumenti del debito. Da qui le misure di austerità o le politiche fiscali fortemente restrittive sulle imprese e sulle famiglie. Coniugando politica monetaria in fatto restrittiva in alcuni paesi e misure fiscali draconiane abbiamo evitato in alcuni paesi una crisi più grave del debito ma abbiamo compromesso gravemente la crescita avvitandoci in una spirale perversa per cui diventa sempre più difficile assicurare la sostenibilità finanziaria del debito pubblico. Se l’economia reale non cresce, si produce meno reddito, si pagano meno tasse, ci sono meno risorse per fare il servizio del debito pubblico. I mercati capiscono che il paese è a rischio e chiedono tassi più alti. Lo spread aumenta. Il servizio del debito pubblico diventa più costoso. Pure la banche ordinarie valutano il rischio comparato degli impieghi nel settore privato e di acquisti di titoli dello Stato, al limite incoraggiati dagli stessi Stati in difficoltà per evitare ulteriori rialzi nei tassi di collocamento. Ma se si alzano le imposte indirette e non c’è la liquidità nel sistema per trasferirle in avanti le imprese chiudono e aumentano i licenziamenti. Da qui la sconsiderata richiesta di maggiore libertà di licenziare. È ipotesi perversa che sconta che l’economia debba continuare ad avvitarsi in una spirale depressiva.
Seppure con colpevole ritardo, nelle settimane scorse, sta maturando in Italia e nell’Unione la consapevolezza dell’urgenza di rilanciare la crescita. L’Italia insieme alla Spagna, alla Grecia, al Portogallo e ora anche l’Olanda sono tra i Paesi membri che incontrano o incontreranno le maggiori difficoltà per fare un contributo. Mentre il premier spagnolo Rajoy ha denunciato il Fiscal Compact subito dopo averlo firmato, il nostro Presidente del Consiglio, all’indomani del 1° turno delle elezioni francesi e a fronte della proposta del candidato socialista Hollande di rinegoziarlo, in perfetta sintonia con la Merkel, ha affermato che il Trattato non si tocca. La cosa è molto grave se solo si pensa che tale strumento e con la sua simultanea iscrizione nelle rispettive costituzioni, i paesi membri restano senza strumenti per fare a livello decentrato politiche economiche e finanziarie a sostegno della crescita o, quanto meno, si autoriducono i già ristretti margini di manovra. Come nella metafora di Ulisse e le sirene, i governi dei paesi membri si sono legati mani e piedi agli alberi maestri delle loro barche per non cader nella tentazione di fare spesa e debito facili. E questo mentre gli stessi capi di governo e di Stato a Bruxelles votano per non aumentare il bilancio dell’Unione. Si accentua così lo squilibrio nella governance economica dell’Unione. Il Trattato di Lisbona manteneva la politica economica a livello decentrato ma se il Trattato sul Fiscal Compact dovesse essere malauguratamente ratificato , la politica economica verrebbe centralizzata senza aver creato una vera e propria autorità di politica economica a livello centrale. Ad una Banca centrale dimezzata si accompagna il nulla in materia di politica economica discrezionale. Sulla carta il coordinamento avverrebbe attraverso i parametri. In realtà si punta all’efficienza dei mercati e della speculazione finanziaria internazionale.
Ma le barche imbarcano acqua: crescita in rosso e aumenta paurosamente la disoccupazione. Nell’Unione si contano 25 milioni e un buon decimo si concentra in Italia. Tutte le altre misure assunte dal governo Monti non hanno prodotto un solo posto di lavoro e non lo faranno ancora per diversi anni. Tutti ora sembrano maggiormente consapevoli che per tentare di rilanciare la crescita bisogna allungare i tempi o rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio. Ci sono i tempi della politica e quelli dell’economia e sono entrambi lenti. La pressione tributaria è alta e, ora, molti pensano di ridurla anche senza previa riduzione della spesa inutile. Monta l’opposizione all’IMU da parte degli stessi partiti della maggioranza che l’hanno voluta alcuni anni fa e viene di nuovo avanzata la proposta di eliminarla sulla prima casa. Ma crollerebbe il gettito e si butterebbe a mare il tentativo di dare sostenibilità alla finanza centrale e a quella comunale. Il paese è in una situazione esplosiva sia finanziariamente sia socialmente. Se questo è vero, parlare di risanamento strutturale dei conti pubblici è fuor di luogo. Sarebbe esilarante se non fossimo in mezzo ad una tragedia molto simile a quella greca come dimostrano i continui suicidi di imprenditori, disoccupati e pensionati che non ce la fanno.

Categorie:finanza pubblica Tag:

I nodi irrisolti della finanza comunale

Con Monti e il suo governo dell’emergenza tutti si chiedono che fine ha fatto il federalismo fiscale. Non c’è traccia nel suo programma di governo. Per avere una risposta aiuta il Rapporto Svimez 2011 sulla finanza dei Comuni, a cura di Federico Pica e Salvatore Villani, Quaderno Svimez n. 30, Roma Dicembre 2011. Un volume che ricostruisce la storia della finanza comunale dal 1991 a oggi non solo attraverso i provvedimenti legislativi ma anche con le statistiche. 20 anni non solo di chiacchiere e slogan roboanti, come quelli della Lega Nord, ma anche di legislazione alluvionale e sussultoria sul federalismo ed il sistema della finanza comunale resta insostenibile, inefficiente, iniquo orizzontalmente e verticalmente. Non poteva essere diversamente se appena si consideri che tutta la finanza pubblica italiana resta insostenibile come la crisi economica e finanziaria in cui gli ultimi governi ci hanno sprofondati dimostra. Negli ultimi venti anni, ci sono stati quattro tentativi draconiani di risanamento dei conti pubblici (quello di Amato 1992, i due di Prodi nel 1997 e 2007 e ora quello di Berlusconi-Monti). Le manovre di Prodi ci hanno fatto entrare e restare nell’eurozona mentre quelle congiunte di Tremonti-Monti paradossalmente potrebbero portarci fuori dall’euro a dispetto dell’obiettivo annunciato. Non mi auguro che ciò avvenga ma è alta la probabilità che ciò si verifichi se è vero che tutte le manovre citate hanno conseguito risultati precari e provvisori solo in termini finanziari e nessuna – e meno che mai l’ultima – è stata ed è in grado di risolvere il problema della crescita economica che è la condizione ineludibile per la sostenibilità del debito pubblico e della finanza pubblica a partire da quella comunale.
Sono vecchi di 20 anni i problemi della bassa produttività e della crescita. Ancora negli anni ’80 il tasso di crescita dell’economia registrava un ragionevole 2,4% all’anno che si abbassa all’1,6% negli anni ’90 e scende allo 0,2% negli anni ’00. L’alternanza al governo, in un contesto di bipolarismo “coatto”, ha prodotto non la governabilità annunciata ma instabilità finanziaria con i governi di centro-destra che hanno rovesciato il segno delle politiche economiche e finanziarie di quelli di centro-sinistra. Dal rigore siamo passati al lassismo, ai condoni a raffica sino ad arrivare al 2011 anno in cui i due governi che si sono succeduti hanno approvato 5-6 manovre restrittive per inseguire il totem del pareggio di bilancio a scapito della crescita. In venti anni, non siamo stati capaci di distinguere nettamente tra funzioni fondamentali e non , tra i vari tipi di beni pubblici. Infatti il D. Lgs. N. 23/2011 resta ancora basato sul discusso criterio della spesa storica e non tiene conto del fatto che parte sostanziale delle spese dei Comuni riguarda i livelli essenziali di assistenza (art. 117 comma 2, lettera m della Cost.) necessari per l’attuazione dei diritti civili e sociali per conto dello Stato e proprio e non i livelli essenziali delle prestazioni (art. 117 comma 2, lettera p) che riguardano in via principale le funzioni fondamentali degli enti locali, ossia, l’offerta di beni e servizi pubblici locali anche essi importanti.
Abbiamo introdotto l’ossimoro del federalismo municipale ma la finanza comunale è stata e rimane telecomandata dal centro. Prima dell’abrogazione dell’ICI, i Comuni avevano in termini relativi il grado relativamente più alto di autonomia tributaria. Poi arriva la sciagurata decisione di abrogare del tutto l’ICI sulla prima casa. Ora il governo Monti gliene restituisce una parte se , come previsto, la metà del gettito dell’IMU (anticipata al 2012 più per necessità che per virtù) andrà al governo centrale. Nel Rapporto si scrive di riforma federale tradita e di sistema regressivo che vede la pressione tributaria più alta al SUD. Le affermazioni sono accompagnate da adeguate statistiche.
Non c’è sostenibilità finanziaria delle funzioni attribuite ai Comuni perché, al di là della lettera del principio costituzionale (di cui all’art. 119 comma 4) trasposto più correttamente nell’art. 2 della legge delega n. 42/2009 “le risorse derivanti dai tributi e dalle entrate propri di Regioni ed enti locali, dalle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali e dal fondo perequativo consentono di finanziare integralmente il normale esercizio delle funzioni pubbliche attribuite”, è chiaro che se riduci comunque l’autonomia tributaria vera e propria alla fine né le Regioni né i Comuni trovano le risorse necessarie per finanziare integralmente le funzioni loro attribuite. Specialmente se non distingui attentamente le varie funzioni e ti limiti ad individuare una distinzione a spanne come fa il d.lgs. n. 23/2011 che semplicemente assume come fondamentale l’80% della spesa storica. Specialmente se consideri la difficoltà di tagliare la spesa corrente e i vincoli del Patto di stabilità interno (PSI) che benché regionalizzato mantiene duri vincoli alla capacità di spesa non solo per i comuni non bene amministrati ma anche per quelli virtuosi. E la riprova di quanto sopra sta proprio nella caduta degli investimenti non solo negli ultimi 3 anni ma nel ventennio considerato vedi tab. 1 pag. 179 del volume. “al livello medio nazionale le spese destinate agli investimenti, in euro a valore costante e in pro-capite, subiscono tra il 1991 e il 1997 una riduzione pari al 4,1%, che tra il 1997 e il 2010 si intensifica e raggiunge il 13,2%. Considerando i dati a livello territoriale, tra il 1991 e il 1997, le spese per investimenti risultano in aumento nel Centro (6,3%) e in riduzione nelle altre due aree del Paese, con una contrazione più forte nel Mezzogiorno, pari al 12,7%, più intensa rispetto a quella avvenuta nel Nord (3,1%)”. E tutto questo a fronte di un divario infrastrutturale che è molto più grave nel Mezzogiorno rispetto a quello medio nazionale nei confronti degli altri Paesi membri dell’Unione europea.
Come si spiega tutto questo? Come ho accennato sopra, venti anni di chiacchiere ma pochi fatti nonostante la lunga presenza al governo della Lega Nord, anche i governi di centro-destra, negli anni ’00, hanno adottato provvedimenti rubricati come attuativi del federalismo ma in sostanza di contenuto fortemente centralistico. Concordo pienamente con quanto afferma il Rapporto circa i tempi e le misure di cui al D. Lgs. N. 23/2011: “prevede una serie cospicua di cambiamenti che raccolgono molte delle sollecitazioni dagli enti locali, ma che non modificano realmente la struttura delle entrate correnti dei Comuni, né producono un incremento significativo della loro autonomia tributaria”. Si tratta di un tipico provvedimento gattopardesco: cambio tutto per lasciare le cose come stanno. Se non aumento l’autonomia tributaria delle Regioni e degli enti locali, è chiaro che, nella necessità di risanare i conti, tagli anche le spese in conto capitale che sono finanziate o con l’accensione di mutui o con trasferimenti dal governo centrale. Voglio essere chiaro: di questi esiti è responsabile anche il centro-sinistra che è stato al potere per circa la metà del periodo considerato e che ha gareggiato con il centro-destra nell’assumere provvedimenti di tipo gattopardesco. Anche questo problema è affrontato dal Rapporto quando approfondisce la questione trasferimenti/compartecipazioni. “L’albero nato storto”: le compartecipazioni al posto dei trasferimenti. Le compartecipazioni spacciate come tributi propri. Ma in Italia, in questi venti anni, non si è introdotta alcuna partecipazione con riserva di aliquota a favore delle Regioni e degli enti locali – le uniche che potrebbero essere considerate tributi propri. E se così, non si può parlare in nessun modo di incremento dell’autonomia tributaria degli enti sub-centrali. Lo dimostra proprio il caso dell’IMU che restituisce ai Comuni esattamente il gettito che traevano dall’ICI e niente più almeno in questa fase ma per decreto legge del governo centrale. Con un certo puntiglio rispetto a quanti continuano a ritenere che le compartecipazioni sono tributi propri delle Regioni e degli enti locali, nel Rapporto si citano e approfondiscono appropriatamente i saggi di Peirce, Fiscal Federalism: sharing revenue is not enough! e quello di Musgrave – Polinsky, Revenue sharing. A critical view, a cui rinvio. È difficile dar conto fino in fondo delle varie e approfondite analisi del Rapporto ma almeno di un’altra questione voglio occuparmi brevemente in questa presentazione: della questione della golden rule di cui all’art. 119 Cost., quindi trasposta nella legge delega n. 42/2009.
Non ultimo alcune considerazioni sulla regionalizzazione del patto di stabilità interno. Il patto che è solo il complesso delle regole che consente al governo centrale di controllare la finanza locale. Perciò vissuto dagli enti locali come una vera e propria imposizione dal governo centrale. Funziona bene in alcune regioni a statuto speciale. Infatti la regionalizzazione, da un lato, rende più flessibile la gestione del PSI, dall’altro, induce i Comuni a contenere l’indebitamento netto per tenere i conti in equilibrio. Negli ultimi anni, si è cercato da un lato di renderlo più consensuale, dall’altro di estenderlo in modo uniforme alla maggior parte dei Comuni ricadenti all’interno delle Regioni a statuto ordinario. Tale politica non sta funzionando o incontra aspre critiche in particolare da parte dei Comuni c.d. virtuosi. Sulla regionalizzazione, tuttavia, c’è un elemento di ipocrisia nel dibattito politico corrente. È chiaro che se si accetta la logica della regionalizzazione , ossia, il rispetto del saldo a livello regionale, questo implica inevitabilmente bloccare la spesa non solo dei Comuni in deficit ma anche di quelli in surplus. La gestione del meccanismo è particolarmente complessa specie quando va calata in una lunga fase di risanamento dei conti pubblici che, a sua volta, cade in una lunga fase recessiva dell’economia reale. E come se non bastasse, in Italia, la gestione di un simile meccanismo è ancor più complessa quando si pensi che il risanamento dei conti e la stagnazione dell’economia sono problemi ed aspetti strutturali del sistema legati al basso tasso di produttività dei fattori e al basso tasso di investimento nel settore privato e in quello pubblico. In un simile contesto, non è difficile capire cosa sta succedendo alla c.d. regola d’oro inserita nell’art. 119 Cost. Nel Rapporto Pica e Villani danno conto delle diverse misure assunte negli ultimi anni che hanno imposto vincoli draconiani alla possibilità di indebitarsi per finanziare spese in conto capitale. Ma l’individuazione di queste ultime spese è a volte problematica e allora il governo centrale “ha posto limiti all’indebitamento derivanti dall’accensione di mutui da parte degli enti locali. Con la legge finanziaria del 2005 ha abbassato il limite dal 25 al 12%. Con la legge finanziaria 2007 lo ha rialzato al 15%. Con il decreto mille proroghe n. 225 del 29-12-2010 convertito con legge 26-02-2011 n. 10 è stata modificata la legge di stabilità 2011 (legge 13-12-2010, n. 220) che stabiliva un tetto massimo dell’8% e ha definito per il 2011 un limite del 12%, per il 2012 il 10% e per il 2013 l’8%. In ogni caso una progressiva riduzione delle possibilità di indebitamento degli enti locali. Come osserva Adriano Giannola nella prefazione, la “duplice esigenza di stabilizzare e ridurre il rapporto debito/PIL incide sulla capacità operativa dei Comuni e, insidiandone l’efficienza, ne pregiudica l’efficacia proprio quando essa si fa cruciale per gestire gli squilibri sociali del sistema Italia”.
Il Rapporto Svimez scrive di una situazione drammatica, di una tragedia di cui i Comuni hanno responsabilità minori rispetto a quelle del governo centrale e delle Regioni. Se il problema è quello strutturale, della bassa crescita, della bassa produttività dei fattori, della bassa competitività del nostro sistema – anche a causa di un euro largamente sopravvalutato, aggiungo io – le responsabilità principali sono del governo centrale e delle Regioni. Di queste ultime ovviamente dopo l’ampio trasferimento delle competenze operato con la riforma costituzionale del 2001 perché assistono inermi ai ritardi del governo nel trasferimento dei fondi e nell’attuazione del federalismo fiscale. La tragedia nella tragedia è che nel 2011-12 anche il governo centrale si lega le mani e i piedi prima con il Sixpact e quindi con il Fiscal Compact che costituisce ora una vera e propria camicia di forza cucita addosso anche alla finanza dei Comuni.
?

Categorie:finanza pubblica Tag:

Vallauri presenta l’Italia “inventata” di Proudhon

23 Aprile 2012 2 commenti

Tra i critici più tenaci contro l’Unità d’Italia – anzi addirittura contro l’idea della nazione italiana – fu, nell’ambito dei pensatori politici del tempo, il socialista Pierre-Joseph Proudhon. Come francese, non gli andava a genio la formazione di un forte e grande paese vicino; come federalista, riteneva più opportuno congiungere, in composizione federale, gli Stati della penisola, caratterizzati da eloquenti diversi precedenti storici. Tutto ciò traspare con molta chiarezza in tre scritti dello scrittore ora raccolti dalle Miraggi edizioni (Torino, 2011) nel volume Contro l’Unità d’Italia, pp. 128, € 16.
Si tratta di tre saggi, due pubblicati nel 1862 e un terzo nel 1864, quindi, poco dopo l’unificazione. Come scrivono nell’Introduzione Antonello Biagini e Andrea Carteny quel “Risorgimento” che si andava allora compiendo viene riconosciuto nelle sue motivazioni, ma Proudhon era nettamente contrario ad una vera e propria unificazione in quanto, a suo avviso, ne mancavano le premesse. Egli ne faceva una questione di “principio”, in aperta e focosa critica anti-mazziniana, ricorrendo addirittura al detto di Machiavelli “i nostri nemici sono i nostri vicini” e tenendo sempre a ricordare l’aiuto determinante prestato dalla Francia per favorire la realizzazione unitaria. Inoltre richiamava ragioni di politica europea onde assicurare un più sicuro equilibrio che, secondo Proudhon, sarebbe stato inficiato dalla formazione di una nuova grande unità territoriale nel Mediterraneo. Ed in pro’ delle sue tesi, l’autore della “Filosofia della miseria”, non esitava a denunciare la “borghesia italiana” che voleva una “unità governativa” a vantaggio della classe “che porta l’abito contro quella che porta il camiciotto”. A suo avviso, la politica preconizzata tra il 1821 e il 1831 da Mazzini (riconosciuto come “grande patriota” ma non certo “grande politico”) ha portato in Italia ipocrisia, tirannia, massacro, rovina.
Lo stesso Garibaldi viene criticato da Proudhon per non essere intervenuto in favore dei popoli balcanici in rivolta per perseguire invece la conquista di Roma, una città che viveva dall’elemosina della cristianità ma che era un “museo”, nient’altro. Significativo peraltro il riconoscimento del bacino del Po, quale unica entità politica della penisola (l’antica Gallia Cisalpina). Sembra una evidente anticipazione “leghista”. Traspare di continuo in questi scritti il timore che l’Italia possa “colpire la Francia alle gambe” affondando “le baionette nel ventre”, mentre pretende di essere difesa dalla Francia. Proudhon ritiene che “gli italiani, come i francesi, siano una mera “astrazione” e sostiene che sarebbe meglio dare all’Europa un segnale a favore del disarmo ed inasprisce i suoi giudizi affermando che la Sicilia è greca e che la lingua italiana è stata “inoculata con la forza”. Aggiunge che “l’Italia per natura e configurazione è federalista” sin da prima della conquista da parte dei romani. La Francia, a suo avviso, “ha diritto di porre delle condizioni” per dare ancora appoggio alle aspirazioni italiane. Seguono poi alcune osservazioni geografiche ed etnografiche per sostenere le sue tesi, fondate sul pregiudizio che “i veri italioti” costituiscono una “minoranza”: in Italia non vi è – aggiunge – “un nucleo di popolazioni autoctone” tale da determinare una “nazionalità”. Vi sono invece – tiene a precisare – “popolazioni di ogni provenienza, di ogni carattere, in fondo non esiste una razza italiana, è un’invenzione”. Ed ancora: “l’Italia è anti-unitaria”: non vi è alcun “primo nucleo di ciò che altrove si chiama volgarmente nazionalità”. Inoltre Proudhon ritiene infondata l’aspirazione dell’Italia ad avere Roma quale capitale: per le sue tradizioni e le sue idee, come la sua geografia e le sue razze, l’Italia è in perenne antitesi con l’unità. Le città sono federaliste. Il “calcolo” di unirle forzatamente appare quindi una costruzione arbitraria. L’illusorietà del progetto unificatorio così palesemente sostenuto sarà, pochi anni dopo – osserviamo – superata dai fatti. Quanto ai movimenti politici vi sono solo “camarille” governative: ed in ciò forse non mancava di preveggenza, perché – secondo Proudhon – l’indicazione avrebbe provocato danni economici e la ricostituzione di grandi domini feudali. Concludeva che l’Italia è divenuta unitaria per l’ambizione di pochi. Inoltre la condizione particolare della Chiesa in Italia è ritenuta una motivazione ulteriore per opporsi alla unificazione nazionale degli italiani. Ecco come si presentava l’avvenire del nostro paese, secondo un pensatore di livello quel’era Proudhon.

Categorie:storia Tag:

La crescita forse con un altro governo

21 Aprile 2012 1 commento

Alta pressione sul Presidente Monti (un dittatore romano secondo Giulio Sapelli) perché riveda la sua politica economica e finanziaria, rilanci la crescita e dia sul serio qualche speranza ai disoccupati, ai giovani e alle donne del Sud, a quanti stanno perdendo il loro lavoro e non vedono alcuna possibilità di ritrovarlo. Meglio tardi che mai? Si ma bisogna tenere conto che la soluzione del problema è più che mai difficile. Infatti intervenire a distanza di 8-9 mesi dalla manovra di luglio è soggettivamente e oggettivamente più difficile.
In primo luogo, perché si tratta di rovesciare il segno della politica economica e finanziaria adottata allora e portata avanti con forte determinazione da Monti (da una politica fiscale restrittiva ad una espansiva). Nel 2011 si sono messe in opera ben 5 manovre restrittive . Un vero e proprio primato (autodistruttivo) mai registrato in 150 anni di Unità del paese. Ammesso che Monti accedesse ad una tale idea, non voglio pensare a come le autorità di politica economica europea potrebbero accettare un simile cambiamento dopo che, appena quattro settimane fa, il governo italiano senza dubbi e senza infingimenti, ha firmato il Patto fiscale. È vero che Spagna e Olanda lo hanno denunciato appena firmato ma per Monti sarebbe un gesto sovversivo. Faremmo la figura dei voltagabbana e dei Paesi inaffidabili.
In secondo luogo, un tale cambiamento dovrebbe essere assecondato o quanto meno, non contrastato dalla politica monetaria della Banca Centrale europea. Anche essa dovrebbe rovesciare il segno della sua politica passando da una politica deflattiva ad una inflattiva come suggerisce Paul Krugman su la Repubblica del 20 aprile scorso. Non mi sembra che Draghi sia pronto a fare un tale passo.
In terzo luogo, c’è un’altra difficoltà diciamo così oggettiva al cambiamento. Si stanno esplicando gli effetti devastanti delle cinque manovre sull’economia reale. Questa non funziona come un auto che, alla bisogna, rallenta nei percorsi tortuosi e quindi accelera nei rettilinei. Lo stop and go in economia è stato sempre criticato anche nei periodi di massima fiducia nella bontà delle politiche keynesiane perché richiede processi di aggiustamento molto lenti specialmente se deve affrontare problemi strutturali come quelli della bassa produttività dei fattori, di diseconomie esterne molto serie, di aggiustamento degli assetti istituzionali inefficienti e corrotti.
A fronte della crisi del luglio-agosto 2011 non si è capito quello che alcuni di noi avevano avvertito. Non bisognava tagliare orizzontalmente su tutti i programmi di spesa, su consumi e investimenti e, meno che mai, su questi ultimi. Ciò si poteva fare traducendo spesa pubblica corrente in spesa in conto capitale. È quello che sta cercando di fare il ministro Giarda con il gruppo di lavoro della c.d. spending review. Ho appreso ieri che proprio nei giorni scorsi Giarda ha riunito molti dirigenti dei vari ministeri e li avrebbe anche redarguiti con un certo vigore. Ma questo avrebbe dovuto farlo a gennaio quando approvata la manovra Affossa-Italia e i bilanci si assegnano gli obiettivi ai singoli dirigenti. Sarebbe stato ancora meglio se lo avesse fatto ad agosto Tremonti. Questo mi conferma ancora una volta che la spesa pubblica non è nel controllo dei ministri o del governo ma degli alti dirigenti dello Stato gli unici che sanno dove e come si può tagliare, anzi migliorare la composizione qualitativa della spesa pubblica. Ma i dirigenti non sono valutati e quindi non hanno interesse a valutare i propri sottoposti. Non hanno interesse a migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle scarse risorse pubbliche. Gli incentivi monetari li prendono comunque. La stessa analisi si applica alle Regioni e agli Enti locali.
Si può dire quindi che il governo Monti è in crisi o in gravissime difficoltà. È un amaro commento quello suo quando afferma che senza di lui avremmo avuto una situazione tragica come quella della Grecia. Di cattivo gusto menzionare che in quel tragico paese i suicidi superano i 1700 mentre da noi siamo al disotto di un decimo di quelli greci. Ha ragione anche qui Sapelli quando afferma che “i professori spesso sono solo professori e non intellettuali, con conseguenze più umanamente devastanti: concepiscono i soggetti umani come cavie e non come persone”.
Ma ora anche il Presidente Napolitano non passa giorno che non sollecita Monti ad assumere provvedimenti per il sostegno della crescita. Lo stesso fanno i sindacati dei lavoratori e i rappresentanti delle associazioni datoriali. Tutti in coro invocano la crescita avendo capito in colpevole ritardo che questa è l’unica soluzione che può consentire di raggiungere il pareggio di bilancio, rendere sostenibile l’ambizioso piano di ammortamento del debito pubblico che abbiamo sottoscritto con il Patto fiscale. Tutti ora dicono che non bastano le invocazioni ma che bisogna passare ai fatti. Tutti dicono che la soluzione va cercata in Europa. Quasi tutti dimenticano che a Bruxelles il vero governo è il Consiglio europeo e questo è composto dai Capi di Stato e di governo, ossia, dalle stesse persone che governano a livello sub-centrale e che, appena quattro settimane fa, hanno firmato in pompa magna il Trattato del patto fiscale.
Ora mi chiedo è ragionevole aspettarsi che le stesse persone possano rovesciare le loro decisioni in un così breve lasso di tempo? Secondo me, no. Certo se in Francia vince Hollande qualcosa dovrà pure cambiare se il candidato socialista non vuole perdere la faccia. Come ho detto, la Spagna ha violato il Patto subito dopo averlo firmato. L’Inghilterra di Cameron non l’ha firmato. Non credo che la Merkel e Monti riescano a smentire se stessi se non vi sono costretti. In Germania si vota l’anno prossimo e la Merkel a quanto pare non cambierà posizione perché l’opinione pubblica tedesca è dietro di lei. Ho una soluzione per Monti che mi è venuta in mente leggendo il brillante pamphet di Sapelli. Questi ci ricorda che i dittatori romani quando nominati scadevano dopo sei mesi. Se Monti è un dittatore di nomina romana si sta pericolosamente avvicinando alla scadenza del suo mandato. Gli esiti prevedibili delle elezioni amministrative potrebbero facilitare il compito della Presidente Napolitano.

Categorie:politica Tag:

Non si governa l’economia inseguendo gli andamenti di borsa

12 Aprile 2012 1 commento

Il 10 u.s. la borsa di Milano perde quasi il 5% sull’onda di una caduta altrettanto forte di quella di Madrid e più leggera delle altre borse europee. A borsa chiusa, il Presidente Monti attribuisce la colpa dell’accaduto alla Marcegaglia e alla Spagna. Alla prima presumibilmente per via dell’intervista che il presidente uscente di Confindustria aveva rilasciato al Financial Times nei giorni scorsi criticando l’arretramento del governo sull’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori voluto dal Ministro Brodolini. Alla Spagna per averci contagiato. In serata a Ballarò il ministro per le politiche agricole Catania, tecnico anche dei mercati finanziari, dà un’altra spiegazione del tonfo della borsa italiana. E’ colpa degli Stati uniti dove la crescita dei nuovi posti di lavoro e del PIL è stata inferiore alle previsioni e la cosa potrebbe compromettere la rielezione del Presidente Obama. E pensare che l’economia USA cresce al 2-2,5% mentre in Italia accade esattamente il contrario e aumenta la disoccupazione. Ieri 11, i sondaggi confermano che il Presidente Obama è in testa ai sondaggi con 6 punti di vantaggio rispetto al repubblicano Mitt Romney ormai sicuro sfidante del Presidente in carica.
Ma torniamo al tonfo della borsa italiana e alle sue spiegazioni. Ce ne dà una seria l’ex direttore del settimanale The Economist Bill Emmott su La Stampa di Ieri: “E’ un errore prestare troppa attenzione, al di là di una divertita ammirazione o dell’ orrore, ai movimenti giornalieri o settimanali nei mercati azionari, obbligazionari o valutari. La ragione è semplice. E cioè che l’ arte del trading finanziario non ha nulla a che fare con l’individuazione di reali tendenze economiche. E’ un’arte che ha semmai a che fare con l’interpretazione della psicologia di un branco di animali, che è una buona approssimazione per gli operatori finanziari. Per fare soldi, devi indovinare da che parte si metterà a correre la mandria. Che cosa succederà il giorno o la settimana o il mese successivo alla vostra attività non è del minimo interesse. E quindi un calo improvviso delle azioni o un aumento degli spread obbligazionari non indica che nell’economia mondiale sia cambiato qualcosa di sostanziale”.
E infatti, ieri 11 la borsa italiana e quelle europee hanno recuperato un abbondante terzo di quello che avevano perso il giorno precedente. E pensare che noi in Italia, sulla base degli andamenti borsistici di fine luglio e di agosto – periodo in cui in borsa succede di tutto e di più –, abbiamo fatto due manovre restrittive e dato seguito ad una discutibile lettera della BCE. Abbiamo tenuto conto dello spread e totalizzato ben 5 manovre restrittive in un solo anno affossando l’economia reale per inseguire il totem del pareggio di bilancio con un anno di anticipo rispetto alla richiesta dell’Unione europea. E pensare che il Presidente Napolitano, motu proprio, ha sostituito un governo certamente impresentabile con il Dictator costituzionale Monti di romana antica memoria – come sostiene Giulio Sapelli nel suo pamphlet “L’inverno di Monti”.
Si è detto che era importante conquistarsi la fiducia dei mercati finanziari ma se – come sostiene Emmott – gli operatori finanziari sono un branco di animali che insegue la preda ovunque la intravvede, seguire il branco rischia di farci fare il gioco degli speculatori. È meglio occuparsi della crescita dell’economia reale e dell’occupazione e non dello spread. Solo con la crescita si affronta il problema della sostenibilità del debito pubblico. Tutto il resto è chiacchiera inutile.

enzorusso2020@tiscali.it

Categorie:economia Tag:

Vallauri legge il Monti Dictator di Giulio Sapelli

10 Aprile 2012 1 commento

Abbiamo appena finito di leggere un informato articolo di Giulio Sapelli sul “Corriere della Sera” concernente il Mali e le vicissitudini recenti di quell’area, alla quale – non dimentichiamolo – il presidente degli USA Kennedy, appena eletto, attribuì particolare attenzione nel quadro dei popoli africani in azione per la loro indipendenza, tanto da inviare in quelle terre un suo uomo di fiducia, Charles Edwards (che aveva partecipato alla campagna d’Italia). Il professore dell’ateneo milanese se fornisce adesso utili precisazioni sull’attuale evoluzione politica nel cuore del continente africano, non manca contemporaneamente di fare il punto su un altro paese a rischio, cioè l’Italia nel breve ma succoso e polemico libro L’inverno di Monti. Il bisogno della politica (Guerini e Associati, Milano, 2012).
Premesso un richiamo alla comune tardività di Italia e Germania nella realizzazione dell’unificazione nazionale, con la conseguenza di un “debole consolidamento democratico” in entrambi i paesi, Sapelli esamina il rapporto, in entrambe le nazioni, tra crescita economica e intreccio tra nazione e internazionalizzazione, per soffermarsi quindi sugli elementi negativi che hanno bloccato la ripresa italiana nella prima Repubblica a seguito dei pesanti interventi stranieri contro la nostra economia (contro l’Olivetti prima, con la rapida fine dell’illusione nuclearista italiana, sino alle “privatizzazioni senza liberalizzazioni” dagli anni ’90, con la messa fuori gioco dell’industria chimica e siderurgica). Tale “spoliazione” del sistema industriale italiana è accompagnata, sul piano politico, dall’emersione di un “arcipelago” di interessi, caratteristica propria dell’esperienza berlusconiana che a quella posizione egemonica si richiama, mentre la Germania – compiuta la riunificazione – ha acquistato in Europa una centralità geo-strategica, con alti livelli di produttività.
Rammentate poi le vicende che hanno condotto alla imposizione di una unica moneta a tutti gli Stati europei, imponendo una “rete” controllata dalla banca centrale tedesca, si è giunti ad una coordinata politica di sottrazione di sovranità ai singoli paesi, consentendo così all’oligopolio finanziario mondiale di decidere sulle sorti di tutte le nazioni occidentali, con il risultato di colpire i sistemi interni più deboli, come quello italiano, che tra la sua macro rigidità monetaria e la microflessibilità dell’economia reale è stato sostanzialmente spodestato d’ogni autonomia. E a questo processo ha contribuito – sostiene Sapelli – non solo lo schieramento politico di destra ma anche quello prodiano, rappresentato dai ceti medi improduttivi e dalla media-borghesia parassitaria.
Come si vede, si presenta un quadro realistico della crisi italiana, connessa con la privazione dell’autonomia dello Stato in quanto titolare della propria moneta, fase conclusiva della prova di insufficiente possibilità per l’Italia di svolgere un suo ruolo contro il fronte al “dominio tedesco”. La successiva “drammatizzazione” ha spinto il Presidente della Repubblica a lanciare la soluzione Monti, con conseguente scelta politica di austerità e rigore, in quanto il governo Berlusconi era portatore di un blocco sociale-politico disorganico all’egemonia tedesca. Una mediazione “necessaria” – aggiunge l’autore – che può consentire di “rinegoziare” la posizione finanziaria dell’Italia, dopo che “l’oligopolio finanziario mondiale” ha “perso la fiducia” sia in Berlusconi che in Prodi. Monti rappresenta oggi “la morte dell’ideologia e, nello stesso tempo l’esponente del blocco politico-sociale italiano organicamente europeo” grazie alle grandi banche, scuole internazionali e potenti società di consulenza. Ecco allora spiegato come Napolitano sia riuscito ad imporre una “sorta di dittatura” del tipo di quelle che venivano utilizzate dall’antica Roma per superare condizioni di debolezza e di crisi.
L’attuale situazione mondiale instabile ha così favorito la formazione di un governo, privo di legittimazione democratica, attraverso cui i “professori” hanno messo in atto la loro linea di politica economica. Il dictator “costituzionale” – precisa Sapelli – è strumento, mezzo, come nella Roma repubblicana, a disposizione dei ceti oligarchici per preservare il loro potere “contro le pretese della politica”. Certo il prof. Monti non potrà accontentare tutti, ma il rifiuto di una soluzione politica ha provocato un aumento evidente della “sofferenza sociale” con l’emersione di una “crudeltà istituzionale” sino ad oggi inusitata: i soggetti umani percepiti come cavie e non come persone. Ecco quindi spiegata la sostanza reale delle scelte politiche compiute. Siamo così pervenuti all’ “inverno” richiamato nel titolo. Ed il conciso libro si chiude con la citazione di versi di “Eliot sul “vuoto” creato da capitani, uomini d’affari e governanti: “tace allora l’anima e scende l’oscurità”.
Come si è compreso, una lettura originale – ma non infondata interpretazione per molti aspetti sostanziali – sulle cause di quanto recentemente accaduto con una implicita valutazione critica della “prassi” nella quale è stato travolto il nostro sistema istituzionale: ecco il frutto di una “necessità”, il cui esito obiettivo appare avere una sua logica economico-finanziaria sino al punto da mettere a tacere qualsiasi posizione divergente. Ai lettori spetta appunto valutare e giudicare i fatti reali alla luce delle penetranti osservazioni dell’insigne economista, autore del libro.

Categorie:politica Tag:

Nuove regole e controlli efficaci per i partiti.

Come dimostrano le recenti vicende di due tesorieri di partito Lusi e Belsito, la corruzione alligna anche all’interno della ex Margherita e della Lega Nord. Al Nord come al Sud. Solo i gonzi ormai credono che il familismo amorale sia caratteristica peculiare del Sud. La corruzione dilaga in tutto il paese in maniera più o meno rozza, più o meno sofisticata.
I partiti sono associazioni private non avendo essi finora una loro disciplina legislativa. Possono scegliere l’organizzazione che vogliono. Tuttavia ci sono partiti che hanno strutture più o meno consolidate e partiti c.d. personali o aziendali.
Tutti concordano che servono controlli più severi. Molti evocano un ruolo più incisivo per la Corte dei Conti In questi giorni, il Procuratore generale Giampaolino ha confermato che la Corte – secondo una giurisprudenza qualificata della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite della Cassazione) è pienamente legittimata a fare controlli su qualsiasi soggetto anche privato che maneggi (o sperperi) denaro pubblico. Il problema di questa soluzione è che la Corte dei Conti può svolgere detti controlli in funzione ausiliaria del Parlamento e, dentro di questo, dominano i partiti. È quindi alto il rischio che si crei un corto-circuito come avviene per le autorizzazioni a procedere. Come afferma lo stesso Procuratore Giampaolino, serve innanzitutto ricostruire l’intera rete dei controlli.
Qualcuno suggerisce di fare intervenire la Consob o di creare un’apposita autorità indipendente. Le due alternative non mi sembrano particolarmente efficienti in primo luogo perché i partiti non sono società quotate in borsa e queste aggirano molti controlli della Consob pur maneggiando in alcuni casi denaro pubblico. I confini tra pubblico e privato diventano sempre più labili e incerti e non si può dire che i controlli cui sono sottoposte le società private quotate in borsa e non, siano efficienti ed efficaci se società come Fonsai (terza compagnia assicuratrice in Italia) pagano 18 milioni ai revisori dei conti, se i manager della stessa riescono a saccheggiarla per conto della famiglia Ligresti nonostante i controlli della Consob e dell’Isvap. C’è un clima diffuso di illegalità. I bilanci delle imprese certificati o meno non mi sembrano veritieri, trasparenti e completi come alcuni vorrebbero far credere. Il reato di falso in bilancio con il D. Lgs. 61/2002 è stato reso evanescente in controtendenza rispetto agli Stati Uniti, dove dopo la scandalo delle imprese c.d. Dotcom (Enron, Worldcom, ecc.) il Presidente Bush Jr rafforzò le sanzioni penali per il falso in bilancio. Molti invocano una riforma che ritorni ad una sua più rigorosa definizione ma il ministro della giustizia ha detto che “indietro non si torna”. Un altro esempio di rigore a senso unico del governo Monti.
L’ipotesi di affidare i controlli alla Corte dei Conti ha i limiti cui abbiamo accennato sopra. Anche l’ipotesi della creazione di un’apposita autorità amministrativa indipendente (?) ha dei limiti perché servono leggi e statuti appositi, mancherebbe di ogni esperienza operativa e sarebbe inevitabilmente nominata da organismi più o meno politicizzati o influenzati dai partiti. Allora in assenza di un efficace controllo diretto da parte degli iscritti, che fare? Secondo me, la strada da percorrere sarebbe quella di estendere la Class Action ai partiti. Questo istituto recentemente introdotto nell’ordinamento italiano avrebbe quei requisiti di flessibilità e, allo stesso tempo, di neutralità che potrebbe garantire meglio i partiti e gli stessi iscritti. Naturalmente serve un aggiustamento o integrazione della legislazione che preveda obblighi contabili e di trasparenza più rigorosi per i partiti e le Fondazioni che ad essi si collegano. Se il finanziamento pubblico – certamente più trasparente e neutro rispetto a quello privato – deve continuare attraverso il meccanismo dei rimborsi, chi meglio dell’Agenzia delle entrate può controllare gli obblighi contabili e l’eventuale utilizzo di fatture false? Trovo paradossale che nessuno evochi un ruolo per l’Agenzia delle entrate. Non che questa sia particolarmente efficiente rispetto ad altre agenzie di controllo ma controllare le entrate e le uscite di persone fisiche e giuridiche è la sua missione fondamentale.
Bisogna fare presto sostengono alcuni commentatori. Incombono le elezioni amministrative e, sullo sfondo, quelle politiche che alcuni vorrebbero anticipare. Alcuni propongono un decreto legge. Altri più furbi ritengono ineludibile una modifica dell’art. 49 della Costituzione per qualificare i partiti come entità pubbliche ma i tempi per una riforma costituzionale sono piuttosto lunghi ed i partiti hanno bisogno di dare una risposta a breve termine. Accettare questa linea è pericoloso perché il problema è estremamente complesso perché la corruzione nei partiti alligna non solo per via della mancanza di controlli sui fondi pubblici ma anche sui finanziamenti palesi ed occulti provenienti dal settore privato. Non ultimo bisogna tenere conto che alcuni campioni dell’antipolitica pensano di potere trarre vantaggio dal continuo discredito dei partiti. Bisogna quindi contrastare anche la linea di chi vuole rinviare sine die la soluzione del problema. Anche perché aumenta il disgusto e il distacco dei cittadini dalla politica e i partiti sinceramente democratici non dovrebbero indugiare nella ricostruzione di un rapporto migliore con l’elettorato.
Le regole da formulare non sono semplici perché occorre disciplinare non solo l’utilizzo dei fondi da parte dei partiti esistenti ma anche garantire l’ingresso di nuove entità politiche e l’equità della competizione elettorale, la c.d. par condicio o uguaglianza delle opportunità tra tutti i partecipanti e, quindi, l’accesso ai mass-media. Anche da qui la complessità di una disciplina legislativa compiuta che di certo non può formularsi in tempi ristretti né in termini di un semplice emendamento al ddl sulla corruzione. Non di semplice emendamento si tratterebbe ma di una sua complessa rielaborazione che rischierebbe di rinviare ulteriormente la presentazione di detto provvedimento. Naturalmente nessuna delle soluzioni prospettate garantisce un funzionamento corretto e limpido delle istituzioni e dei partiti se le regole e i controlli non sono supportati dal controllo sociale degli iscritti ai partiti, della cittadinanza attiva, di chiunque abbia a cuore il bene comune. Valga la massima di Platone secondo cui la punizione per chi non si occupa del bene pubblico è quella di essere governati da uomini malvagi e corrotti.

Categorie:politica Tag: