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Archivio Maggio 2012

Etica e neuroscienze. Recensione di Carlo Vallauri

Al punto nodale tra scienza ed etica si pone la ricerca della filosofa Patricia Smith Churchland, Neurobiologia della morale (Raffaello Cortina editore, Milano).
La studiosa dell’Università di San Diego in California indaga nell’interno del cervello umano: le idee esposte puntano ad illuminare le nostre conoscenze, risalendo al pensiero di Hume, e soprattutto al rapporto tra biologia e morale. Quest’ultima visione induce a ricondurre il singolo comportamento a valori (il “dover essere”) mentre la base delle ricerche fondate sui contenuti scientifici attiene ai fatti, cioè all’ “essere”, come risulta da elementi naturali.
Gli studi che hanno condotto ad approfondire l’evoluzione della mente cercano di spiegare come i cervelli dei mammiferi giungano ad assumere le decisioni. La filosofa americana introduce le quattro dimensioni plasmate dai processi cerebrali sotto l’aspetto “morale”. In primo luogo il ruolo individuale connesso all’attaccamento che ciascuno ha verso parenti ed amici (“prendersi cura”), in secondo luogo il riconoscimento degli stati psicologici altrui, poi la soluzione dei problemi nel contesto sociale; e quindi la conoscenza delle pratiche sociali, che inducono ad operare attraverso tentativi ed errori.
Vengono così in prima linea i vincoli che le istanze sociali esercitano sulla capacità umana di apprendere e di risolvere i problemi, sulla base dei sistemi che si assumono come centrali nel definire le scelte da compiere in conformità con ciò che a ciascuno “sembra giusto”. Così entrano nel circuito intellettivo credenze e pratiche culturali nel variare delle condizioni da cui muove l’agire umano.
Naturalmente si tratta di un approccio alla spiegazione dei comportamenti legati all’evoluzione dei cervelli. E l’autrice, sin dalle prime pagine, mette in guardia sia sulla difficoltà della comprensione resa possibile dai “geni” sia dei moduli morali presenti nel cervello. Non possiamo, nelle poche righe di una recensione giornalistica, entrare nel merito degli argomenti, né abbiamo le conoscenze scientifiche in grado di fornire una valutazione precisa delle tesi illustrate nel libro. Tuttavia richiamiamo l’attenzione sulle prospettive indicate da questo studio che sottolinea il percorso dei processi bilaterali che la scienza consente di compiere al fine di meglio comprendere come sia avvenuta, sul piano scientifico, l’evoluzione del cervello. Così le neuroscienze offrono i mezzi per intendere come agisce l’animale sociale, nella progredente penetrazione nelle singole conoscenze, quali punti di riferimento per le scelte “morali” che gli esseri umani compiono per giungere alle decisioni individuali. Una intelligente e pervasiva visita all’interno del nostro cervello per studiare meglio il modo di formazione dei nostri pensieri.
Il lettore, non addetto allo specifico settore scientifico oggetto dell’interessante studio, si trova di fronte al rapporto tra un fattore oggettivo concernente ormoni e neuro-endocrinologia ed un fattore di per sé soggettivo, come la morale. L’evoluzione dell’animale sociale in essere pensante, capace di ragione ed emozioni, viene così seguito attraverso le mutazioni genetiche alle quali corrisponde una modificazione delle sensazioni grazie all’esercizio delle funzioni proprie del cervello, visto nella sua materialità. Arduo e delicato quindi l’argomento trattato che attinge ai più alti momenti dell’agire umano. Emotività, sensi, con le connessioni dell’intelletto e la corrispondente potenzialità di valori etici, nel loro nascere e svilupparsi, si uniscono quindi in un insieme nel quale l’elemento culturale viene allargato alla natura stessa dell’individuo.
D’altronde se andiamo a guardare nel passato, non possiamo non ricordare come il creatore dell’economia moderna, Adamo Smith, era ancor prima attento studioso proprio della realtà dei sentimenti morali, come del fondamento dell’ “intenzionalità” dei singoli, problema complesso che non a caso sarà alla base anche degli studi di un giurista come Kelsen, preoccupato del “perché “ e del “come” dei comportamenti personali, nell’attenzione specifica verso l’intenzionalità o meno delle azioni degli uomini, e dei loro effetti. Come si vede, il legame tra natura e morale è stato alla base del più approfondito pensiero di geniali studiosi, particolarmente dediti ad analizzare le cause atte ad identificare la formazione di scelte comportamentali, economiche organizzative. Ecco allora in evidenza la ricerca di una concezione unitaria della vita senza preconcetti per comprendere meglio le ragioni dei nostri atteggiamenti.
cvallauri@yahoo.it

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L’Europa federale è la risposta alla crisi

Dopo il colpo preso alle elezioni amministrative, Berlusconi pensa a staccare la spina al governo Monti. Paradossalmente ha ragione. Se questo governo resta ancora un anno alla guida del Paese e continua la politica fin qui seguita seppellirà l’area moderata e i due partiti maggiori: il PdL e il PD. Il rigore senza crescita è una medicina gli italiani – ma non solo loro se penso ai risultati delle elezioni in Francia e in Grecia – non accettano l’austerità a senso unico voluta dalla Signora Merkel. La prudenza del governo italiano sul punto non convince nessuno. Se in questo modo il Presidente Monti pensa di porsi come mediatore tra la Francia e la Germania dovrebbe sapere che da 50 anni a questa parte questi due Paesi preferiscono il dialogo diretto. Quindi come suggerisce Romano Prodi sarebbe meglio che l’Italia si facesse promotrice di un coagulo dei paesi euromed con la Francia. In questo modo, con maggiore probabilità, la Germania potrebbe rendersi conto che è arrivato il momento di modificare sostanzialmente la sua linea di rigorosa austerità che non ha senso in Paesi dove la disoccupazione si colloca ben al di sopra e anche a livello doppio della media europea.
Per la verità bisogna dire che qualche segno di cambiamento c’è già e lo si riscontra nell’annuncio del ministro dell’economia tedesco Schauble. Nei giorni scorsi questi ha dichiarato che i salari dei lavoratori tedeschi aumenteranno e, quindi, termina l’austerità a casa propria. Questo potrà produrre qualche aumento delle importazioni tedesche, ridurre il surplus della bilancia commerciale tedesca ma non basta neanche ad avviare a soluzione i problemi dei paesi euromed. Si tratterebbe infatti di effetti indiretti e fievoli per tutti i paesi che non hanno un forte interscambio con la Germania. È quindi visione germano-centrica. Servono misure dirette non solo nei paesi euromed in maggiore difficoltà ma anche negli altri paesi all’interno e fuori dell’eurozona. Non dobbiamo dimenticare gli altri paesi membri dell’Unione in grande sofferenza come la Bulgaria e la Romania. Quindi bisogna agire subito se non si vuole aggravare la frattura tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest del Continente.
Come? Intanto intensificando l’uso degli strumenti esistenti. Con l’anticipo dei fondi strutturali, con nuovi e maggiori finanziamenti della Banca europea degli investimenti anche attraverso la finanza di progetto (project Bonds). Con una più aggressiva gestione centralizzata dei debiti dei paesi in difficoltà e l’emissione di eurobond da parte del Fondo per la stabilità finanziaria che tra pochi mesi diventerà Meccanismo. A che serve una Banca Centrale europea se non può intervenire nel mercato segmentato e frantumato del debito pubblico europeo e non si adopera per la sua unificazione, se rimane inerme a fronte di una situazione in cui, c’è un tasso di sconto unico, ma poi a livello sub-centrale il costo del denaro è pari a 3-4 volte quello della Germania? Né basta che il Presidente Draghi lanci la proposta di un Patto intergovernativo per la crescita. In questo modo, rischiamo di moltiplicare i Trattati a non finire. Non è stato ancora ratificato il c.d. Fiscal Compact e si propone un altro Trattato. E i tempi? Non è una via efficiente né efficace. Bisogna utilizzare il metodo comunitario e un approccio globale che miri alla costruzione di un assetto istituzionale compiuto. Più che aggiungere nuovi patti intergovernativi e creare strumenti ad hoc per ogni nuovo problema, si proceda alla revisione di quello di Lisbona. Il Consiglio europeo che era nato come seconda Camera legislativa espropria il ruolo della Commissione ma, per sua natura e composizione, non può svolgere il ruolo di un vero e proprio governo dell’economia e non solo.
C’è una Unione europea che ha una moneta comune, una Corte di giustizia europea ma non ha una difesa comune che abbiamo tutti delegato alla NATO. Anche questo è un problema politico ed economico di estrema rilevanza. L’Unione europea è uno Stato federale nascente ma non produce direttamente i beni pubblici che caratterizzano il modello di stato ottocentesco: la difesa, la giustizia e la moneta. Se solo si applicasse la spending review a livello europeo si liberebbero risorse per alcune decine di miliardi di euro ma non si riesce a farlo perché i governi dei paesi membri sono in preda a rigurgiti nazionalistici. E questi potrebbero aumentare e portare al tracollo della moneta comune se non si riesce a imporre ora e subito una svolta alla politica economica e finanziaria dell’Unione. Come? Intanto, come detto, mobilitando e intensificando l’uso degli strumenti esistenti. Ieri nell’anniversario della giornata dell’Europa, è uscito un eccellente appello firmato da Giuliano Amato, Jacques Attali, Emma Bonino, Romano Prodi e altre personalità che indicano la strada da percorrere e individuano correttamente realistiche fasi intermedie per arrivare ad un vero e proprio Stato federale. Rinvio ad esso per i particolari. Un punto essenziale che voglio sottolineare è che non si può stare a lungo in mezzo al guado specialmente quando il fiume si ingrossa. E se non si può tornare indietro, bisogna andare avanti e completare l’assetto federale.

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Di nuovo sulla spending review

Da anni sostengo che la spesa pubblica non è nella disponibilità del governo centrale – neanche per la parte di sua competenza – se non riesce ad ottenere la più fattiva e leale collaborazione dell’alta dirigenza. Il fallimento della spending review, portata avanti con impegno e scrupolo dal ministro Giarda, in questi ultimi mesi, ne costituisce l’ennesima riprova semmai ce ne fosse stato bisogno. Se non è riuscito a trovare 4,2 miliardi di euro il prof. Giarda che da trenta anni e passa, in varie vesti, si è occupato di finanza pubblica e di bilancio delle amministrazioni pubbliche, non c’è barba di commissario straordinario – per giunta di provenienza esterna – che può riuscire a fare quello che non è riuscito a fare Giarda.
Non ho niente contro la persona e la nomina del dott. Bondi a commissario straordinario per la razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi da parte della PA che è parte del problema della spending review. Ma pensavo che a svolgere la funzione di conseguire risparmi negli acquisti (nel procurement) fosse preposta dal 1999 la Consip – una società per azioni interamente controllata dal ministero dell’economia e delle finanze. Evidentemente questa non funziona o non è controllata bene.
Ma la spending review è missione ben più complicata. Come ho scritto ieri, per portarla avanti in via ordinaria, serve la conoscenza approfondita della macchina amministrativa a tutti i livelli (centrale e periferico) e delle relative procedure di bilancio; serve la più attenta e seria valutazione dei dirigenti; serve un efficiente ed efficace sistema di controlli interni oltre quello esterno della Corte dei conti; serve che di questi problemi si occupino in via ordinaria le competenti commissioni parlamentari.
Con tutto il rispetto per le competenze aziendali del dott. Bondi, dubito che Egli sia in grado di affrontare validamente il problema anche perché nella PA non si può fare quello che, in un modo o in un altro, si riesce a fare nelle aziende private con i c.d. taglia teste. La nostra è un’amministrazione pubblica o meglio un sistema di amministrazioni pubbliche dove non si pratica seriamente né la programmazione a breve (budgeting) né la programmazione strategica; dove non si fa valutazione dei dirigenti; dove non si valutano gli effetti reali delle varie misure adottate dal legislatore. Il sistema nel suo insieme non funziona. Non è questione di singoli dipendenti pubblici fannulloni. È questione di organizzazione del lavoro, di funzionalità delle strutture, di qualità del management, di capacità dei dirigenti di coinvolgere i propri dipendenti, di sistemi incentivanti, ecc.. Ma se i dirigenti non sono valutati, è chiaro che essi non si occupano di queste cose supposto che ne siano capaci. Se così, non basterebbe cambiare alcuni dirigenti per ottenere qualche risultato. Se così, non mi sembra di poter condividere la scelta del governo. “I tecnici chiamano altri tecnici” ha chiosato stamani un commentatore. Ma se alcuni tecnici non hanno competenze specifiche, cosa ci possiamo aspettare?

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