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Archivio Giugno 2012

Cosa rispondo al Direttore del Die Welt

29 Giugno 2012 1 commento

L’Italia ha vinto la semifinale con la Germania per i Campionati europei. Il Presidente Monti ha vinto la sua partita al Vertice europeo. Tutto bene. Le borse salutano con entusiasmo i segnali incoraggianti che arrivano da Bruxelles. Gli italiani gioiscono soprattutto per il successo nella partita di calcio. Invece di due super Mario, ora ne abbiamo tre. Il fatto che ieri il Centro Studi Confindustria abbia pubblicato altri drammatici dati sulla congiuntura economica che stiamo attraversando è passato quasi sottosilenzio, comunque, sottotono. Non per rovinare la festa ma per non ignorare la realtà delle cose, il CSC prevede per il 2012 una caduta del PIL del 2,4% che è esattamente la previsione del FMI di un anno fa; un tasso di disoccupazione del 10,4% nel 2012 e dell’11,8 nel 2013; un debito pubblico del 125,7 sia nel 2012 che nel 2013 nonostante che per gli stessi anni si preveda un avanzo primario rispettivamente del 3,1 e del 4,3. Ha detto il Presidente di Confindustria che “ siamo sull’abisso” e che dall’inizio della crisi abbiamo perso 1,5 milioni di posti di lavoro. Con questi dati, non sarà possibile raggiungere il pareggio di bilancio. Ieri il Tesoro ha collocato i BPT ad un tasso di rendimento insostenibile del 6,19. Siamo comunque con l’acqua alla gola. E le misure varate al Vertice – per come presentate sommariamente – non risolvono immediatamente nessuno di questi problemi.
Proprio per questi motivi, oggi vorrei fare alcune osservazioni sull’intervento di ieri del direttore del Die Welt su Repubblica che, in qualche modo, è rappresentativo della mentalità nazionalistica tedesca prevalente in questa fase storica a cui ho accennato nel precedente post. Dice il signor Schmid: “è una grande fortuna per l’Europa che la Cancelliera, con caparbietà quasi mostruosa, resti ancorata al primato della politica di risanamento dei bilanci sovrani. È bene che ella non si lasci convincere a seguire un nuovo keynesismo…….
Ecco, dopo 35 anni di liberismo sfrenato, qualcuno viene a dirci che non si può produrre ricchezza con nuovo indebitamento. È una falsità. Famiglie e imprese non potrebbero crescere senza indebitarsi. Non si può essere sempre e comunque per i conti pubblici in ordine se la gente muore di fame e a prescindere dalla fase congiunturale. Significativamente il signor Schmid parla di bilanci “sovrani” dopo che lo stesso ha evocato la fase degli anni ’50 e ’60 quando gli europei dissero addio all’”epoca dei nazionalismi, delle guerre fratricide, delle devastazioni e delle macerie”. Nei gloriosi trent’anni (1945-75), le società europee avanzate costruirono in un modo o nell’altro quello che viene ora definito il modello sociale europeo o l’economia sociale di mercato. Si tratta di un modello, nato e cresciuto in Germania, ora scritto nella Costituzione europea e che va salvaguardato a tutti i costi.
Ricordo che il miracolo economico tedesco è dovuto più alla “generosità americana” che alle virtù tedesche. All’indomani della fine della II Guerra mondiale, la Germania era rasa al suolo e, paradossalmente, per via dello scoppio della Guerra Fredda, i maggiori benefici del Piano Marshall andarono proprio ai tedeschi che ebbero tutto l’apparato industriale ricostruito ex novo con tecnologie più avanzate. Per oltre 30 anni sino al crollo del Muro di Berlino, la Germania fu considerata un gigante economico ed un nano politico perché divisa in due e sotto protezione della NATO e degli americani. Lo sviluppo economico della Germania ha certo a che fare con la laboriosità tedesca ma ben poco con le virtù del mercato anche perché, come detto, è stata proprio la Germania a teorizzare e applicare correttamente l’economia sociale di mercato. Parallelamente, il miracolo italiano sino al 1971 non fu frutto di politiche keynesiane sconsiderate ma soprattutto frutto delle virtù italiane.
Con il crollo del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’Unione Sovietica (1991) la Germania ha saputo ritrovare l’Unità grazie anche all’appoggio dei principali Paesi europei e dell’America. Insieme alla Francia sì è atteggiata a locomotiva di tutto il convoglio europeo. Recentemente, questa funzione si è appannata per responsabilità anche della Merkel . E’ un fatto ed è sintomatico che lo stesso signor Schmid dica che il “processo non dovrebbe andare nella direzione di uno Stato federale o degli Stati Uniti d’Europa”. E dove potrebbe andare diversamente? La creazione dell’euro potrebbe portarci indietro verso una Confederazione o un semplice mercato comune? La Germania pensa di poter rinunciare per sempre ad un sistema di difesa europeo e rimanere per sempre sotto il comodo ombrello della NATO? Il signor Schmid accenna al fatto che non c’è un demos europeo ed una opinione pubblica comune. Certo è un problema ma non spiega come sia possibile arrivare fin qui senza questi due elementi. Non si rende conto che lo Stato nazionale di stampo ottocentesco è ormai superato e sepolto perché troppo piccolo per occuparsi della globalizzazione. Nessuno paese membro si può salvare da solo e la stessa Germania potrebbe essere attaccata dalla speculazione e ritrovarsi sola in un deserto di macerie. Legga il signor Schmid lo studio di M&S-Mediobanca sulle 20 banche europee più importanti e l’ultimo Rapporto annuale della Banca dei regolamenti internazionali e si renderà conto che le banche tedesche sono tra le peggiori in Europa. La Merkel le ha salvate già due volte e forse dovrà farlo ancora una volta.
L’alta finanza tedesca non è migliore di quella americana e inglese.
Su una cosa concordo con il signor Schmid: serve più Europa. È vero 27 paesi membri sono una Comunità molto ampia ed in un siffatto ampio contesto è difficile sentire e percepire correttamente il senso di appartenenza e di solidarietà. Ma è forse più facile sentire l’appartenenza alla Comunità internazionale che pure esiste? Ma assumere la solidarietà a presupposto fondamentale per risolvere i problemi comuni è, secondo me, sbagliato. Prendiamo il caso degli eurobond e della garanzia comune. Finche la Merkel continuerà a dire che le formiche tedesche non sono pronte a pagare per le cicale dei paesi euromed, sarà difficile affrontare il problema in termini economici e finanziari. Se i paesi euromed non saranno appropriatamente assistiti per uscire dalla crisi, la Germania rischia di ritrovarsi in un mare di macerie. Ancora non si conoscono i termini tecnici del piano per la crescita appena varato. Primi commenti qualificati parlano di fondi non spesi, riprogrammati, e comunque insufficienti. Ora anche qui o si prende atto che promuovere la convergenza delle aree periferiche con quelle centrali non può essere affidata ad un semplice sistema di trasferimenti condizionali oppure si rischia di ricadere negli errori del passato. Servirebbe un serio approccio di programmazione economica che parta dalla stima dei fabbisogni. Solo così si potrà dare un giudizio sulla congruità di quanto deciso. Il vero presupposto è l’interesse reciproco. Il Piano Marshall non era giustificabile in termini etici e la Germania di allora meno di tutti meritava di essere aiutata. L’obiettivo era quello di costruire una barriera al pericolo comunista e costruire un mondo di pace e convivenza civile.

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Rigidità tedesca versus stupidità italiana

Alla vigilia del Vertice europeo sul quale si stanno caricando aspettative eccessive, conviene riflettere non solo sulla rigidità tedesca ma anche sulla nostra stupidità. La Germania – dice Jurgen Habermas – dopo la riunificazione ha ritrovato un forte spirito nazionalistico. Sull’onda del successo riportato negli ultimi dieci anni dopo le riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro, pensa che l’unica strada percorribile per gli altri partner sia quella tedesca senza se e senza ma. Il successo annebbia la mente.
Dopo le dichiarazioni di ieri sugli eurobond, ribaditi oggi al Bundestag, non c’è aspettarsi alcuna nuova misura concreta e immediatamente operative . La signora Merkel lo ha detto chiaro e tondo. I paesi in crisi devono uscire dalla crisi con gli strumenti attualmente disponibili – peraltro alcuni ancora non operativi. Proprio per questo, conviene riflettere sui nostri errori. La linea di politica economica del nostro governo è sbagliata, non funziona non solo perché gli spread si mantengono a livelli elevati come prima dell’arrivo del “dittatore romano” ma soprattutto perché, come previsto da alcuni economisti, le misure aggiuntive introdotte con il c.d. decreto Salva(affossa)Italia, l’economia è precipitata per prima nella recessione. Dopo l’avvicendamento con Berlusconi-Tremonti, il Presidente Monti non avrebbe dovuto continuare a fare i compiti sbagliati della Maestra tedesca, seguendo alla lettera le prescrizioni contenute nella lettera della BCE dei primi dell’agosto scorso. Avrebbe dovuto salvaguardare 1-2 punti di investimenti per coniugare sul serio crescita e rigore. Ha invece adottato la vecchia politica dei due tempi: prima il risanamento dei conti pubblici poi la crescita. Ha adottato le c.d. riforme “strutturali” che potranno avere effetti, nella migliore delle ipotesi, nel medio-lungo termine sempre che i governi che verranno non li rivedano nelle linee guida. Negli ultimi 50 anni, detta ricetta non ha mai funzionato ed ecco perché siamo nel declino economico in cui ci troviamo. Non funziona perché se tagli il deficit, anche solo corrente, tagli la domanda. Se tagli gli investimenti – come purtroppo ha fatto anche questo governo – tagli di nuovo la domanda. Il debito pubblico aumenta lo stesso, il PIL non cresce, e senza crescita si apre un serio problema di sostenibilità del debito. Credo che gli analisti finanziari guardino a questo problema strutturale. Puoi avere fatto tutti i compiti previsti dalla lettera della BCE, ma se per la crescita ci sono solo parole e, al meglio, prospettive di medio lungo termine, i mercati restano diffidenti.
Se aumenti le tasse per risanare i conti pubblici, entri in una spirale negativa per cui hai bisogno di nuove tasse per risanare i conti. L’economia entra in una spirale negativa ed è sempre più difficile procurarsi il gettito necessario. In ogni caso, rimane un grosso problema di sostenibilità finanziaria e sociale delle misure via via adottate perché non risanano i conti né riducono il debito. Vedi ora le continue e giustificate richieste di riduzione delle imposte sul lavoro e sulle imprese. Ma per potere rispondere a questa richiesta servirebbero spazi finanziari che con un’economia in recessione non ci sono.
Un altro governo che avesse avuto a cuore la crescita avrebbe dovuto adottare un mix di misure diverse per coniugare – come ho detto – crescita e rigore. Avrebbe dovuto assumere 2-3 provvedimenti di riqualificazione della spesa pubblica aumentando quella in conto capitale e riducendo quella corrente. È questa la vera spending review. È un lavoro che, in un regime parlamentare, possono e debbono svolgere le competenti commissioni parlamentari e non commissari esterni che non conoscono bene le procedure di bilancio e difficilmente otterranno la cooperazione degli alti dirigenti pubblici. Un altro governo avrebbe dovuto assumere misure immediatamente operative per pagare i creditori. Ricordo a questo riguardo che già nell’Estate 2009 il governo Berlusconi aveva adottato un decreto per risolvere il problema. Evidentemente non ha funzionato. Un governo diverso avrebbe dovuto assumere misure per la lotta all’evasione diverse da quelle assunte: non avrebbe dovuto assumere che 17 milioni di lavoratori e di altrettanti pensionati sono sospetti evasori e non avrebbe dovuto inibire accertamenti sintetici e/o induttivi nei confronti di quanti sono tassati con gli studi di settore che sottovalutano ampiamente i ricavi prodotti. Un governo diverso avrebbe dovuto al limite emettere nuovo debito pubblico per 1-2 punti di PIL per rilanciare gli investimenti pubblici perché non sono due punti in più o in meno che fanno la differenza in termini di sostenibilità. Ricordo che il Giappone gestisce un debito pubblico nell’ordine del 225% e non è sottoposto a rischi di contagio e/o attacchi speculativi diretti.
Le condizioni di sostenibilità si riassumono nella capacità di creare nuovi posti di lavoro e far crescere l’economia. Se questi sono i veri problemi, è mistificatorio e ingannevole ragionare solo in termini di salvataggio dell’euro. Il problema sono le grandi banche europee, con i portafogli imbottiti di titoli tossici, con in testa quelle tedesche, francesi e inglesi. È irrazionale e stupido pensare che il Governo italiano, data la rigidità tedesca, possa ottenere qualcosa di importante nel Vertice di domani e legare il destino di questo governo ai risultati che potrà ottenere domani. Ci sono ben altri motivi di carattere interno per mandarlo a casa comunque.

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Vallauri recensisce il “Delitto Moro” di F. M. Biscione

25 Giugno 2012 1 commento

Francesco M. Biscione – già autore di importanti studi sulla vicenda tragica del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro – torna sull’argomento nel libro Il delitto Moro e la deriva della democrazia (Ediesse, Roma, 2012) sulla base di approfondimenti e spostando questa volta l’attenzione verso una ricostruzione che fa il punto in ordine alle ulteriori investigazioni ma soprattutto sul rapporto tra quel delitto e la crisi della nostra Repubblica.
E proprio alla “deriva della democrazia”, collegata a quei fatti, sono dedicate pagine di amara critica al comportamento della classe dirigente formata dalle elite dei partiti anti-fascisti, muovendo lo studioso dalla constatazione che il sistema politico italiano subì – negli anni del suo rinnovamento – forti ostacoli da parte delle forze che contrastavano il pieno completamento del sistema. E fu proprio Moro che guardò a nuovi rapporti della D.C. verso il PCI come mezzo per realizzare quell’obiettivo. La politica di solidarietà indicata e perseguita fu una prospettiva chiaramente delineata per trasformare la collaborazione di “maggioranza”, emersa dopo le elezioni del ’76, in un vero e proprio alternarsi al governo delle due maggiori forze politiche. Ma fu in effetti l’uccisione dello statista D.C. a segnare la fine di quella linea politica. Osservazione quest’ultima di Biscione che induce a riconsiderare le scelte delle brigate rosse e dei loro ispiratori come una serie di atti rivolti essenzialmente ad interrompere la prosecuzione di quel “nuovo“ corso. Ebbene: da quei fatti è derivato quell’arretramento del processo democratico, che è all’origine degli stessi successivi ripiegamenti, non imputabili tanto a questa o quell’altra forza ma all’insieme dei ceti dirigenti allora preminenti. Lo stesso spostamento a destra di significativi fattori economici e politici trasse la proprie traiettoria del venire meno di quella “possibilità”, intravista, ricercata e “spiegata” da Moro. La “deriva” nasce proprio dagli eventi di quei giorni. E ciò riconduce – come osserva giustamente l’autore – alle dimensioni proprie di una transizione durante la quale prevalsero elementi decisi a mettere in crisi l’intero sistema italiano, come emergeva dalla strategia diretta a bloccare qualsiasi svolta di deciso segno “democratico” in senso genuino e progressista. Ma contro siffatte evoluzioni non operarono soltanto le brigate del terrorismo bensì quelle forze chiaramente rivolte a fermare la “svolta”.
I particolari dei momenti fondamentali della prigionia – così come ricostruiti da Biscione – confermano infatti quella duplicità, posta in rilievo recentemente da Gotor. Una duplicità che non chiama in causa soltanto le espressioni peggiori del progetto reazionario ma la stessa logica di azione di quanti avrebbero avuto interesse a cercare soluzioni diverse da quelle realizzate proprio attraverso l’assassinio del protagonista di una interpretazione innovativa della politica italiana. Ben vengano allora, in sede storiografica, i richiami all’Hyperion e a Pieczenik, ma la rilettura delle famose “lettere dalla prigione” fanno comprendere i vincoli internazionali che sovrastavano agli stessi eventi allora in corso.
Le complesse riconsiderazioni, rielaborate dall’autore, sulla scorta di adeguate valutazioni e rivalutazioni degli eventi stessi, non possono tuttavia, a nostro avviso, fermarsi alla denuncia delle debolezze cui era pervenuta la visione antifascista della vita nazionale, alla quale Biscione tiene a richiamarsi, anche se in effetti ormai le possibili traiettorie andavano ben oltre quella definizione. In effetti inestricabili connessioni erano presenti negli stessi organismi statuali, tra poteri decisionali di fatto operanti a livello internazionale e nazionale perché evidentemente i percorsi specifici sia del gruppo dirigente della DC che del PCI in quei frangenti non erano rivolti esattamente nella direzione verso cui guardavano Moro e i sostenitori della sua “apertura”. Le varie parti restavano avviluppati dalle contingenze immediate, non riuscendo a intravvedere la spinta reale che muoveva i ragionamenti del Presidente e che si riconnettevano direttamente ai mutamenti in corso nei rapporti tra le due maggiori potenze dopo gli accordi di Helsinki del ’75 e alle conseguenze che da quegli incontri erano emerse. Proprio da quell’accordo tra i massimi rappresentanti del potere politico internazionale di fatto derivavano nuovi comportamenti ed evidenti esigenze di scelte che andavano ben oltre Yalta come il leader D.C. aveva chiaramente intravisto ma in modi e forme non corrispondenti ai comportamenti dei maggiori esponenti del PCI. Ad esempio, non aver voluto mai convocare il Parlamento durante i 55 giorni, per valutare la situazione, dimostrerà che tra le due maggiori parti non vi era una sinergia nei fini da raggiungere almeno nei termini di una possibile comune posizione. Un “attendismo” che di fatto rimetteva agli “altri” ogni eventuale decisione di fronte alla realtà. Rimaneva un “vuoto” che nessuna forza politica è stata capace di colmare. Occorre allora cercare meglio, in quella sostanziale differenziazione, le radici di una incomprensione, contro la quale Moro ha combattuto l’ultima battaglia proprio attraverso le lettere, nelle quali risulta netto e chiaro il “distinguo” che egli ormai fa rispetto a ciò che la D.C. è diventata, a seguito della sua assenza.
L’attento e meticoloso studio di ricerca di Biscione è certamente utile per una più sottile lettura di quei fatti, di quelle “incomprensioni”, di quei gironi infernali nei quali sarebbe infine caduta la democrazia italiana, come indirettamente lo stesso autore riconosce.

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Per salvare Monti non basta più San Giorgio.

22 Giugno 2012 1 commento

A sentire la rassegna stampa di oggi, Il Presidente Monti chiederà alla Merkel di aiutarlo a salvare il suo governo accettando qualcuna delle sue proposte. A Monti non basta più la protezione di San Giorgio. Ora si raccomanda anche a Sant’Angela Merkel. Come un governo così agonizzante possa mediare tra la Francia e la Germania è tutto da dimostrare specie se si continua a parlare ipocritamente di crescita – per la quale non si fa niente a livello nazionale – e non si dice chiaramente che, ancora una volta, il vero problema è salvare le banche europee e non l’euro.
Da 50 anni alcuni sostengono che questa era ed è l’Europa delle banche e dei banchieri. Ora scopriamo che abbiamo bisogno di una Unione bancaria, che non bastano più i fondi nazionali di assicurazione dei depositi e che ne serve uno a livello centrale, che serve un’unica autorità di vigilanza quando fino a poche settimane fa si sono criticate le prescrizioni dell’EBA presieduta da un italiano. Ora scopriamo grazie ad una ricerca di R&S-Mediobanca sulle 20 più grosse banche europee che abbiamo urgente bisogno di salvare il sistema bancario che ha investito in attività speculative qualcosa come 5.800 miliardi di euro pari a circa la metà del PIL europeo. Sul banco degli accusati, stranamente, non ci sono le banche ma i debiti pubblici dei paesi euromediterranei. Non è strano? Qualcuno non dovrebbe spiegarci come ciò sia potuto accadere?
Il Presidente Monti ieri ha detto che bisogna fermare il crescente risentimento dei cittadini europei nei confronti dell’Europa. Parole sante! Ma sul punto Monti è reticente. Non dice che nel Consiglio (nel vero governo) europeo siedono i capi di Stato e di governo dei paesi membri. Sono le stesse persone che tornati a casa, disinvoltamente, dicono che loro avrebbero fatte cose diverse ma non le possono fare perché, a Bruxelles hanno concordato di fare cose di segno opposto. Non possono rilanciare la crescita se a Bruxelles hanno siglato addirittura Trattati intergovernativi che prevedono il bilancio in pareggio a tutti i costi.
Questa è la qualità della classe dirigente politica a livello nazionale ed europeo. Per questi motivi , in Italia, occorre andare subito alle elezioni politiche e scegliere persone migliori di quelle attualmente al potere. Ce ne sono a iosa ma bisogna fare in modo che emergano. Invece, tutti hanno paura del successo di Grillo.

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Vallauri sul pensiero critico di Gramsci

La pubblicazione di un testo di Gramsci, risalente al febbraio 1917, ha effettivamente un sapore di attualità come, rileva David Bidussa nella prefazione del volume Odio gli indifferenti (Chiare Lettere, Milano, 2011).
Allora, nel pieno della bufera della prima guerra mondiale, aveva un significato evidentemente educativo contro corrente sollevare un problema morale di costume. L’infatuazione bellicista aveva esaltato non soltanto Mussolini ma gran parte del ceto dirigente politico democratico e socialista: basti pensare allo stesso giovane Togliatti, a Parri, Salvemini, tutta la futura elite antifascista ebbe allora un atteggiamento “interventista” seguendo l’esempio dei socialisti francesi.
Gramsci aveva in sé la motivazione proveniente dalla conoscenza approfondita delle ragioni che stavano a base del pensiero libero da trascendenze ideologiche nazionali, e quindi ricche di valori autentici di pace e fraternità internazionale. L’impegno guardava la “vita reale” – come scrive appunto Bidussa – con la comprensione autentica del trasformismo dominante e dei rischi insiti nella manipolazione delle coscienze operata dalle passioni ed illusioni che nel 1914 avevano travolto il fondamentale internazionalismo pacifista: era una società che non riusciva più a compenetrarsi nel dolore altrui preferendo giustificazioni contingenti. I fautori dell’intervento, a cominciare da Mussolini – osservava allora il giovane militante socialista, fermo nei suoi convincimenti – sembrava “ignorare la realtà, ignorare l’Italia in quanto costituita di uomini che vivono lavorando, soffrendo, morendo: non hanno alcuna simpatia per gli uomini in carne ed ossa, sono retori pieni di sentimentalismo, e non hanno preveduto che un giorno sarebbe venuto a mancare il pane … “non hanno sentito la sofferenza” dove stava effettivamente.
Sono parole che sembrano addirittura attuali: “hanno creato il caos, hanno lasciato arraffare ai più forti economicamente”. Da questo fenomeno deriva la demagogia con il “capovolgimento del senso comune”. E mentre al fronte si combatteva, gli operai della Fiat, isolati perché immersi in un ambiente di stanchezza, indifferenza, ostilità, hanno saputo battersi per salari più confacenti alle loro necessità ed “hanno resistito per un mese”.
Ecco, Gramsci osserva amaramente che l’Italia ha il socialismo che si merita. Il progresso consiste nella partecipazione del maggiore numero di individui ad un bene, come – contro l’ “egoismo” borghese – fanno gli operai quando rispondono con la solidarietà di classe. Accelerare l’avvenire con lo spirito di classe, con intransigenza e non permettere che si adoperino mezzi non adeguati al fine. Il richiamo è soprattutto rivolto all’esigenza di non nascondere i dati reali, la verità. Solo così – aggiunge – si possono formare uomini responsabili, disposti al sacrificio. E la sollecitazione pedagogica è accompagnata da una serie di osservazioni precise sulla vita concreta: dal cibo alla sessualità. Possono sorprendere certe osservazioni di carattere molto moderno. Ma proprio in quelle parole si ritrova una continuità tra l’Italia che cede al “provvisorio comodo” e rinuncia ai diritti, dimenticando che tutti gli esseri umani sono eguali e hanno le stesse necessità. Contro il fatalismo della mentalità capitalista, contro l’accomodantismo, veniva rivendicata una giustizia che lo Stato italiano non sapeva assicurare. Non sono parole altrettanto valide oggi?

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Il tedioso chiacchiericcio sulla legge elettorale

Si discute senza costrutto della legge elettorale “porcata”. Si spersonalizza la questione come per renderla più obiettiva affermando che essa non ha prodotto buoni risultati come se le leggi, di per sè, dovessero produrne, come se le leggi non fossero applicate dagli uomini. Dimenticando che cattive leggi possono essere applicate al meglio e buone leggi possono essere aggirate e applicate male. Dimenticando che sono i maiali (più eguali alla Orwell) che controllano i partiti e che hanno prodotto i cattivi risultati. Non sono forse tutti d’accordo che bisogna rafforzare il governo, il decisionismo e che, per questi motivi, riempiono le assemblee legislative per lo più di yesman? Chi impediva ai partiti di scegliere personalità forti o i migliori uomini della società civile?
È vero, la legge Calderoli va abolita perché non prevede le preferenze, prevede i listini e assegna un grosso premio di maggioranza a chi non ce l’ha ma ha il maggior numero di voti. Tutti dicono che bisogna cambiare il sistema elettorale ma i due partiti maggiori non si mettono d’accordo su come cambiarlo. Ma questo non è il momento più adatto per cambiarlo. Non lo dico io. Lo dice la politica economica delle riforme costituzionali. Si possono e si devono cambiare le regole del gioco non durante la partita né immediatamente prima quando le campagne elettorali in fatto sono già in corso, quando non si sa chi si avvantaggerebbe delle nuove regole.
Se i partiti maggiori fossero più seri, secondo me, intanto non dovrebbero mettersi d’accordo per fregare i più piccoli. In secondo luogo, dovrebbero dire con chiarezza cosa vogliono esattamente. Il maggioritario coatto non ha funzionato ma non si vuole tornare al proporzionale né al sistema misto c.d. mattarellum. Non dovrebbero assegnare tale delicato compito di mediazione ad un governo tecnico che non ha alcuna legittimità per farla. Da questo punto di vista, sarebbe più legittimato a fare la riforma elettorale un governo uscito dalle elezioni se il nuovo sistema fosse compreso nel programma di governo, discusso e valutato durante la campagna elettorale.
Discorso analogo vale per le annunciate riforme costituzionali. Non possono essere affidate a questo governo che di nuovo non ha alcuna legittimità per portarle avanti a parte i tempi ormai insufficienti. I partiti maggiori non possono sostenere che non può farle il nuovo Parlamento e, allo stesso tempo, dire che un’assemblea costituente delegittimerebbe il nuovo Parlamento. Nel 1996 si era imboccata la strada giusta della Bicamerale ma poi Berlusconi la fece fallire. Il fatto che fallì nel 1997 non significa che debba fallire di nuovo negli anni ’10. Tornando al sistema elettorale, i partiti non possono volere le primarie e, allo stesso tempo, il doppio turno, oppure, peggio ancora entrambi.
In terzo luogo, i partiti dovrebbero impegnarsi a mettere la riforma elettorale nel c.d. programma dei 100 giorni. Così facendo, opererebbero avvolti nel velo dell’ignoranza non potendo prevedere i vincitori del turno elettorale successivo.
In quarto luogo, anche con la legge elettorale “porcata”, potrebbero candidare donne e uomini noti per la loro professionalità, indipendenza e comprovato amore per la ricerca del bene comune.
Se questo non è, sarebbe meglio andare a votare subito nella speranza che gli elettori stessi facciano chiarezza.

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