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Archivio Luglio 2012

Siamo nelle mani della BCE

30 Luglio 2012 2 commenti

Vertice inconcludenti? Usiamo il potere che c’è: quello della BCE.
Piano anti-spread fumoso e vago? Facciamo ora e subito qualcosa di concreto.
Dopo tre consecutive cadute libere delle borse europee e mondiali, la settimana corsa si decide di usare le armi disponibili della BCE.
Ma la BCE deve fare i conti con il suo maggiore azionista la Bundes Bank (la BUBA), interprete autentica dell’opinione pubblica tedesca, che resta isolata solo se la politica lo consente. E così la leadership tedesca, trovata l’intesa minima con la Francia, cerca di arginare le spinte nazionalistiche che permeano anche altre istituzioni della Germania.
Fin qui abbiamo un breve discorso di Draghi ad un Convegno di banchieri internazionali a Londra. Ma l’indomani arriva l’avallo franco-tedesco. Sembra che qualcosa si stia muovendo sul serio.
Vedremo quello che si deciderà nella riunione del Consiglio di amministrazione della BCE il 2 agosto p.v. ma intanto arriva in Europa il segretario del Tesoro USA per cercare di vincere le ultime resistenze tedesche. Geithner intende spingere affinché gli europei facciano qualcosa di concreto per coniugare crescita e stabilizzazione dei tassi – un nodo ancora più difficile da sciogliere senza un bilancio comunitario di adeguate dimensioni. Gli americani hanno fretta. A novembre si vota per l’elezione del Presidente e intanto il secondo trimestre 2012 fa registrare un flessione della crescita del PIL USA 1,5% rispetto al 2% medio del primo trimestre, ma un po’ meglio della previsione di 1,3%.
Sembra una vera svolta anche se essa contraddice in grossa parte le conclusioni del Vertice del 28-29 giugno. Una possibile spiegazione è quella che con questa mossa si voglia aggirare una possibile bocciatura da parte della Corte di Karlsruhe della nuova missione del piano salva banche prima ancora che di quello anti-spread. Questa nuova missione del Fondo salva-Stati è di vitale importanza e va da se che non interessa solo le banche spagnole ma interessa in prospettiva anche quelle tedesche, francesi e inglesi. Il vero malato dell’Unione è il sistema bancario non l’euro. Si era proposto di fare intervenire la BCE come agente della BCE ma era una mera finzione giuridica se non una farsa. L’ipotesi di intervento diretto della BCE è la risposta o piano B rispetto all’atteggiamento discutibile di Karlsruhe.
Il nuovo piano è double face. Da un lato costringerebbe i politici a svolgere la loro funzione e ad assumersi le loro responsabilità, eviterebbe il ruolo di supplenza della Corte costituzionale, dall’altro non assoggetterebbe i futuri sviluppi del progetto europeo al vaglio preventivo e successivo di Karlsruhe. Se vaglio di costituzionalità deve esserci esso non può essere che quello della Corte di giustizia europea rispetto al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Dopo il discorso di Draghi le borse hanno reagito positivamente con aumenti per tre giorni consecutivi che hanno recuperato in grossa parte le perdite precedenti. Ma al di là di questi segnali che cosa può fare direttamente la BCE? Ha certamente più strumenti del Fondo salva-stati ma non può fare tutto. Non ha neanche i poteri della FED. La BCE può fare tante cose ed alcune le ha già fatte. Tra dicembre e gennaio scorsi ha fatto un’operazione di quantitative easing per oltre 1000 miliardi e ha ridotto il tasso di sconto dall’ 1 allo 0,75%. Se ora il problema più urgente è quello di salvare le banche spagnole dal fallimento, che cosa può fare la BCE?
Draghi ha detto che può fare molto e quanto basta ma subito dopo deve riconoscere che il mercato interbancario a livello europeo non funziona per niente e funziona poco a livello interno dei singoli paesi. Quello finanziario è segmentato e questo non aiuta anzi consente e sostiene i differenziali ne tassi di interesse. Evidentemente non c’è più fiducia e cooperazione tra le banche e questo complica la situazione. Viene da chiedersi: se le banche non cooperano tra loro, come fanno i risparmiatori a fidarsi delle banche? Un bel dilemma, ma per fortuna c’è l’assicurazione dei depositi che ora si vuole generalizzare a livello europeo.
Draghi non può intervenire direttamente per salvare le banche spagnole. Può farlo attraverso il fondo salva-Stati dotandolo della licenza bancaria e di risorse in teoria illimitate. Ecco perché in un modo o nell’altro si ritorna alla questione degli eurobond e/o di bond nazionali come quelli che Tremonti rese disponibili per le banche italiane nel novembre 2008. La differenza è che le banche se ne avvalsero in misura minima mentre le quantità necessarie per le banche spagnole (100 miliardi) provocherebbero un grande balzo nel debito pubblico spagnolo. Perciò serve l’intervento diretto della BCE che può avvenire solo nel mercato secondario ma se tale intervento deve avvenire in quantità sufficiente, la misura sarebbe equivalente ad una mutualizzazione del debito spagnolo e, su questo, finora pende in primis il dissenso del governo tedesco oltre che la ratifica del fiscal compact, la condizionalità, e la sentenza di Karlsruhe.
Senza parlare del piano per la crescita che interessa Geithner , è già una difficile partita a scacchi. Aspettiamo la prima mossa di Draghi.

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Quando gli annunci restano tali

21 Luglio 2012 3 commenti

L’Eurogruppo trova l’accordo all’unanimità su alcuni particolari del piano per salvare le banche spagnole e le borse europee crollano. Lo spread spagnolo supera i 600 pb, quello italiano sfiora i 500 e tutti si disperano. In particolare in Italia, si dice ai massimi livelli, i fondamentali sono a posto ma i mercati non riconoscono gli sforzi fatti. Sono affermazioni risibili perché i veri fondamentali sono quelli dell’economia reale. Non sono i conti pubblici. Sono gli andamenti dei consumi, degli investimenti e del PIL. E questi mostrano andamenti negativi. Paghiamo più tasse e il PIL diminuisce. I tassi di interessi che paghiamo per rifinanziare l’operatore pubblico sono alti ed insostenibili al di sopra del 6% a fronte della crescita negativa e questo pone un serio problema di sostenibilità del debito pubblico. E se non riprendiamo a crescere prima o poi gli investitori ci tolgono la fiducia o chiederanno rendimenti sempre più alti, come gli usurai.
C’è un uso non appropriato del termine “fondamentali” analogamente a quanto avviene con le c.d. riforme strutturali che di strutturale hanno ben poco. Mi riferisco alle tipologie di contratti di lavoro, alle liberalizzazioni non di rado confuse con le privatizzazioni, al Patto di bilancio (fiscali compact) approvato il 19 u.s. che assume di rimediare alla mancanza di politica economica al centro e alle difficoltà di coordinamento di quelle nazionali non sempre coordinabili con una politica monetaria centralizzata.
Ci sarà pure il contagio ma a nessuno – e specialmente al governo – dovrebbe sfuggire che il sistema Italia è malato di suo. La bassa produttività totale dei fattori c’è da 20 anni. La stagnazione dell’economia (crescita inferiore allo 0,50%) c’è da oltre 10 anni. È infantile cercare capri espiatori esterni: il contagio, il complotto delle società di rating, l’Europa che non decide, gli gnomi di Zurigo, ecc.. Fino a prova contraria, secondo il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea lascia la politica economica e finanziaria alla responsabilità dei Paesi membri. E i margini erano ampi prima del Patto di bilancio e restano considerevoli anche dopo.
Dobbiamo leggere invece certi commenti secondo cui l’antispread proposto dal nostro Presidente del Consiglio sarebbe un meccanismo teoricamente perfetto se solo fosse automatico ed avesse la licenza bancaria. È una boiata per dirla con il Presidente Squinzi. Ed è una contraddizione in termini per chi crede nell’efficienza dei mercati. In un mercato efficiente avviene che le imprese inefficienti soccombono e quelle efficienti prevalgono. Ma quelli della moneta e della finanza non sono mercati come quelli delle calzature o delle materie prime. Sono mercati ben diversi e il prof. Monti lo sa benissimo. Le monete sono create dalle banche centrali e il credito dalle banche commerciali. Poi ci sono le banche d’affari, di investimento, i fondi sovrani, gli hedge funds, ecc.. Sono mercati variamente regolati e le regolazioni possono essere fatte male o variamente implementate. Comunque le varie politiche monetarie hanno effetti collaterali. Le banche commerciali che operano in economie in fase recessiva hanno sofferenze crescenti per i crediti che non rientrano e perdite sulle loro attività speculative. Le grandi banche operano ormai a livello planetario cercando di compensare perdite e profitti. Le politiche monetarie accomodanti come quelle che in varia misura stanno implementando la FED e la BCE per spingere la ripresa e non far fallire la banche più grosse consentono alle banche d’affari, agli hedge fund e agli speculatori risorse a buon mercato. L’effetto collaterale è la ricerca spasmodica di rendimenti elevati anche nel mercato dei titoli dei debiti c.d. sovrani. E se le banche sono imprese come le altre, la ricerca del profitto è legittima. Più basso è il costo del denaro per le banche più si alimenta la speculazione. E vengo alla funzione antispread che dovrebbe svolgere il MES o salva Stati. Sono previste risorse assolutamente inadeguate ma anche se avesse la licenza bancaria illimitata difficilmente potrebbe mobilitarne a sufficienza per contrastare la finanza privata. Allora la vera risposta è quella di curare il sistema economico malato, di adottare politiche in grado di determinare una crescita sostenuta. È questa la vera condizione per la sostenibilità del debito pubblico. Per fare questo non basta la politica monetaria accomodante della BCE che non riesce neanche a ridurre il credit crunch. Serve una politica economica diversa. Se i consumi e gli investimenti calano non servono l’austerità né i tagli più o meno lineari della spesa pubblica. Alcuni si preoccupano del dopo Monti senza l’Agenda Monti. Ma questa è quella della troika (FMI, BCE e Commissione UE). Berlusconi e Monti hanno fatto i compiti dettati dalla Troika. Monti ha fatto di tutto per raggiungere il pareggio di bilancio e non lo raggiungerà. La Troika, sfogliando il carciofo e non senza ipocrisia, evoca un piano per la crescita ma finora il Presidente Van Rompuy ha parlato solo di riprogrammare i fondi già previsti 6 anni fa come se la crescita fosse una manna dal cielo. L’Eurogruppo all’unanimità ha precisato alcuni aspetti tecnici del piano per salvare le banche spagnole ma nel comunicato finale sull’operatività si leggono 14 verbi al futuro. D’altra parte è noto che la Germania non approverà niente se non c’è il preliminare parere della Corte costituzionale tedesca previsto per metà settembre. Ci si meraviglia delle reazione delle borse di venerdì scorso? Le borse e le società di rating leggono questo ed altro.

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Un anno dopo

16 Luglio 2012 1 commento

Lo aveva detto Squinzi che eravamo sull’orlo dell’abisso ed è stato redarguito malamente dalle mosche cocchiere e dallo stesso Presidente del Consiglio Monti. Questi, qualche giorno dopo, ci ha detto, per giustificare la sua permanenza al potere, che eravamo in “un percorso di guerra” . Ora se quella in corso è guerra, bisogna agire come in guerra qui ed ora. Abbiamo già perso un anno perché la crisi degli spread è scoppiata esattamente un anno quando Berlusconi, incalzato da alcuni suoi ministri che non avevano viste esaudite le loro richieste, disse che lui, il Presidente del Consiglio, non si riconosceva nella manovra di Tremonti. A quel punto Tremonti ruppe la collaborazione con Berlusconi e questi si fece dettare una lettera (scritta a Roma) dalla BCE. Questa ha forti risvolti ideologici inaccettabili per il centro-sinistra: ridimensionamento dello Stato sociale (in parte realizzato con la riforma delle pensioni e il decreto sulla c.d. spending review), misure di tipo offertista (incentivi e agevolazioni varie al risparmio e alle imprese). Sono d’accordo che austerità e ripresa non si coniugano facilmente specialmente se veniamo da un lungo periodo di stagnazione dell’economia e dei consumi. Il rigore va bene se inteso correttamente come gestione oculata delle entrate e delle spese. Ma non è questo che Monti sta facendo con i blitz sulle località di vacanza o con i tagli lineari della sua spending review. Se le imprese private non investono in Italia perché hanno ampia capacità produttiva inutilizzata, serve qui ed ora il rilancio degli investimenti pubblici. Si può finanziare con la vendita di parte del patrimonio immobiliare dello Stato o con la mobilitazione di una quota delle riserve auree a garanzia di un prestito per la crescita. Le misure di Monti fin qui hanno aggravato la recessione italiana. Invece di pensare a salvare le banche europee, il Presidente Monti farebbe bene a concentrarsi a come salvare l’economia italiana.

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Sul nuovo ruolo del Fondo salva-Stati

11 Luglio 2012 1 commento

Nella sua audizione al Parlamento europeo Il Presidente della BCE Draghi ha detto “l’aggiustamento dei bilanci deve essere riequilibrato con più tagli alla spesa pubblica e meno tasse” e che, per la ripresa economica, vede “un barlume di speranza”, alias, poco o niente. Il discorso è coerente e le previsioni gli danno ragione. Sono i governi nazionali su cui tuttora ricade la principale responsabilità della politica economica e finanziaria che dovrebbero trovare tra le pieghe dei bilanci gli spazi finanziari per fare gli investimenti pubblici in una lunga fase congiunturale in cui il settore privato non ne fa a sufficienza. Se così, secondo me, i tagli alle tasse vengono dopo. Occorre trasformare spesa pubblica corrente in spesa in conto capitale. E’ questa la spending review che serve. Tutti invece plaudono a quella approvata con il decreto legge del 6 luglio scorso il quale non solo non fa efficienza ma addirittura aggrava la recessione.
In questa situazione, il dibattito politico interno dedica molto spazio al futuro politico di Monti o all’assunta auspicabilità di continuità della linea politica di Monti dopo le elezioni della Primavera 2013. Trovo questo dibattito risibile e, per qualche aspetto, irresponsabile perché distrae l’opinione pubblica dalle vere questioni che sono sul tappeto: cosa fare per rilanciare la ripresa economica e per creare nuovi posti di lavoro. Trovo commendevoli i commenti sulla presunta criticità della situazione congiunturale economica degli USA dove la crescita economica viaggia poco al disotto del 2% e l’occupazione continua ad aumentare sia pure a ritmi più lenti di quelli previsti o auspicabili. Mentre in Italia invece si aggrava la recessione e aumenta la disoccupazione e si sostiene che i fondamentali sono buoni. Certo anche io riconosco che Monti ha ricostruito un’immagine decente del nostro Paese all’estero ma non possiamo vivere solo di immagine.
In questa situazione , ieri ben 15 parlamentari del PD di area liberal, in un documento-appello pubblicato sul Corriere della Sera, auspicano che il Partito democratico porti l’agenda Monti nella prossima legislatura. Riprendo la parte strettamente economica: “incisiva e coraggiosa revisione della spesa pubblica per conseguire il pareggio strutturale di bilancio, per ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro e l’impresa, per tornare a investire sulla formazione del capitale umano, sulla ricerca e sull’infrastrutturazione del Paese, per introdurre maggiori elementi di equità intergenerazionale nel sistema del welfare, affrontando la fase transitoria attraverso soluzioni coerenti e non regressive rispetto alla logica della riforma”.
A parte la risibile questione del pareggio di bilancio strutturale – conseguibile una volta per tutte? – è chiaro che sono toccati problemi rilevanti anche se non si dice una sola parola sulla crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma quello che non dicono i sottoscrittori dell’appello è se Monti abbia affrontato questi problemi in chiave costruttiva o regressiva. Le proposte sono quindi quanto meno reticenti e ancora una volta dimostrano la scarsa sensibilità dei politici italiani alla vicenda umana dei propri elettori. A chiacchiere, tutti parlano dei giovani e del come assicurare loro un futuro – dimenticando peraltro la situazione altrettanto grave della occupazione femminile. In realtà, i poteri forti, da mesi ormai, si preoccupano del futuro politico del Prof. Monti. I poteri forti sono coerenti, i 15 parlamentari del PD no.
Alla conferenza stampa di ieri di presentazione dei risultati raggiunti dalla riunione dell’Eurogruppo la domanda sul suo futuro è stata posta direttamente a Monti e lui, ovviamente, ha risposto che non si poneva il problema dall’alto del suo scanno di senatore a vita. Monti è coerente. Dove lo è stato meno è nel commento alla rilevanza del meccanismo anti-spread che ieri è stato confermato come progetto tutto da definire e con una finzione giuridica, secondo cui la BCE agirebbe nientemeno come agente del Fondo salva-Stati. Dico questo perché il rischio vero di un paese, della sostenibilità del suo debito pubblico non si abbassa come d’incanto facendo intervenire il fondo salva-Stati con risorse assolutamente inadeguate. Il rischio vero è la febbre alta di un Paese che registra crescita negativa e tassi di interesse attorno al 6%. Bisogna curare la causa della febbre rilanciando la crescita a qualsiasi costo. E questo non lo dicono né Monti né i quindici parlamentari del PD.

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Un’altra manovra restrittiva

9 Luglio 2012 1 commento

La spending review è un altro colpo alla nuca dell’economia italiana. Il governo era partito dall’idea che servivano 4,2 miliardi di euro per non aumentare l’IVA secondo una improvvida norma voluta da Tremonti.
A fronte di una recessione che si aggrava – vedi previsione di decrescita del CSC di -2,4% nel 2012 – che rischia di trasformarsi in una depressione, il governo del prof. Monti non era e non è tenuto a rispettare una legge che aggrava la recessione. Tutti avrebbero capito. I mercati e la Commissione europea. Questo è il paese che produce annualmente leggi in numero pari a 4-5 volte quelle prodotte dal Parlamento britannico. La gran parte di queste leggi rimane senza copertura amministrativa, ossia, non applicate. Allora lo zelo nel rispettare la clausola voluta da Tremonti nasconde ben altre intenzioni che ora sono chiare ed esplicite: il taglio della spesa pubblica per potere ridurre in prospettiva le tasse. Di per sé, l’obiettivo appare ragionevole se non fosse che la spesa primaria in Italia è più bassa di quella tedesca; se non fosse che i problemi del risanamento dei conti pubblici è ben lungi dall’essere risolto e richiede non una riduzione ma quanto meno una parità della pressione tributaria. I tagli dice il governo sono strutturali e sono quantificati in 4,5 miliardi per il 2012; 10,5 per il 2013 e 10,5 per il 2014. Come Tremonti anche Monti si sta esercitando a svuotare di contenuto la legge finanziaria, mettendosi sotto i piedi le procedure di bilancio, abusando della decretazione d’urgenza. Ma al di là dell’aspetto procedurale, vengo agli aspetti di politica economica e finanziaria. Con grande ipocrisia, dopo la manovra Affossa-Italia del dicembre scorso, all’unisono esponenti della c.d. Troika ed esponenti del governo e della traballante maggioranza che lo sostiene, hanno detto sino alla nausea che bisognava promuovere la crescita senza indugi.
Lasciando da parte la riforma del mercato del lavoro che con la crescita c’entra poco o punto e, comunque molto alla lontana, il governo ha varato un fumoso decreto sviluppo da 80 miliardi potenziali – uno solo aggiuntivo in realtà – facendo i soliti esercizi di riprogrammazione di fondi già stanziati ma mai erogati a cui ci aveva abituato il prof. Tremonti che nel 2011 di decreti sviluppo ne aveva fatto due prima della manovra approvata il 15 luglio.
Conoscendo la caparbietà e rigidità del prof. Monti non mi aspettavo alcun allentamento delle manovre QuattroMonti tanto più che proprio per l’aggravarsi della fase recessiva , l’obiettivo del pareggio di bilancio si sta allontanando vieppiù. Il Presidente Monti è un uomo d’onore e cerca di fare di tutto per rispettare gli impegni assunti non da lui ma dal suo predecessore perché li condivide sinceramente. Tuttavia mi aspettavo che nella legge finanziaria 2013 il prof. Monti provasse a coniugare le esigenze della congiuntura con quelle della crescita. Invece no. Anche in questo caso, si è posto in perfetta continuità con la linea di politica economica e finanziaria di Tremonti. Anticipa la manovra restrittiva sull’assunto successo personale al Vertice europeo a cui i più attenti osservatori (vedi il Financial Times) non hanno creduto e non credono più. La vittoria è stata celebrata solo in Italia che aveva tanto bisogno di crederci. Il Pais – per la verità – gli ha riconosciuta una certa abilità nella regia.
Come si può credere alle cifre folli che il governo ha messo in giro come la riduzione del 10% dei dipendenti di tutta la PA? Stiamo parlando di circa 350 mila persone che non sono tutte single. Si è chiesto il governo quali potrebbero essere gli effetti sulle aspettative e sulle domanda interna di una simile misura? Come pensa il governo di legiferare in materia in un assetto istituzionale decentrato?
Per carità, anche io sono per un’attenta politica di riduzione o azzeramento degli sprechi e, quindi, di riqualificazione della spesa pubblica – è questa la vera spending review – ma come si può credere che con i tagli più o meno lineari (vedi la riduzione lineare delle piante organiche) si possa rilanciare la crescita. Certo se si tagliano le risorse all’amministrazione centrale e i trasferimenti agli enti sub-centrali, obtorto collo, i dipendenti pubblici saranno costretti ad utilizzare meglio le risorse residue. Ma se c’è un problema di riqualificazione del personale, di innovazione nell’organizzazione del lavoro, di digitalizzazione, di banda larga, di assunzione di personale qualificato, tutto questo chiede un aumento e non una riduzione delle risorse. L’efficienza costa. Non scende come una manna dal cielo. Il caso più lampante è la ristrutturazione delle sedi giudiziarie, a sentire il ministro Severino che in quanto a loquacità ha ora preso il posto della Fornero, i tagli sono operati per migliorare l’efficienza. Ha citato il caso del giudice di pace con pochi processi e ben cinque dipendenti amministrativi. Per carità può essere opportuno chiudere i piccoli Tribunali, le piccole Procure della Repubblica, le sedi distaccate anche se una vera informatizzazione potrebbe consentire al giudice di pace di fare le sedute a casa sua. Ma sono questi i veri problemi della giustizia penale e civile?
Ma perché la giustizia italiana è al collasso? Sono quasi 8.807.216 i processi da smaltire (5,5 solo nel civile), per definire un contenzioso civile servono in media 7 anni e 3 mesi. Per emettere una sentenza in una causa di fallimento non bastano 9 anni. Una giustizia lenta ed incerta scoraggia qualsiasi investitore estero che voglia entrare nel nostro Paese. Poi c’è un problema di organico specialmente nelle Corti di appello. Sono più di mille i ruoli da giudice scoperti. La loro carenza è spesso colmata dai Got (giudici onorari del tribunale), avvocati prestati alla magistratura in qualità di supplenti. Ora se dividiamo i 8,8 milioni di processi per gli ottomila giudici ne viene fuori un carico di lavoro di 1100 processi arretrati. Supponendo che si pensi di fare un piano decennale per lo smaltimento otteniamo che ogni giudice dovrebbe smaltire 110 processi arretrati all’anno. E i nuovi chi li tratta? Tenuto conto che la programmazione si fa su 250 gg lavorativi, è pensabile che bastino poco più di due giorni per svolgere le varie sedute di un processo. E le sentenze chi le scrive? Il cancelliere a penna d’oca? E degli avvocati che non hanno alcun interesse ad una sentenza rapida? E dell’arretrato delle sentenze e dei decreti da registrare nel casellario giudiziario? Ecco di questi problemi macro che cosa ne dice la spending review del ministro Severino? Ha ragione quindi il procuratore aggiunto di Palermo quando dice che questo è “un paese senza giustizia e senza verità”. E se qualcuno come il Presidente di Confindustria Squinzi si azzarda a parlare un linguaggio di verità, tutte le mosche cocchiere gli si scagliano contro perchè ha osato criticare il Grande Timoniere.

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Che cos’é l’Unione bancaria europea

6 Luglio 2012 1 commento

La signora Merkel lo aveva detto chiaro e tondo. I paesi in crisi devono arrangiarsi con gli strumenti attualmente disponibili – peraltro alcuni ancora non pienamente operativi. Lo strumento esistente fin qui era la EFSF e ormai solo l’ ESM comunemente conosciuto come il Fondo salva-Stati.
Secondo il Memorandum del Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, scritto in collaborazione con i Presidenti della BCE, della Commissione e dell’Eurogruppo, il Vertice doveva affrontare quattro questioni: 1) un assetto finanziario integrato, alias, l’Unione Bancaria; 2) il rafforzamento delle procedure di bilancio integrate; 3) un quadro di politica economica integrato, alias, patto per la crescita; 4) un rafforzamento della legittimazione democratica e della responsabilità.
Come si vede, del piano Monti anti-spread non c’è alcuna esplicita menzione a meno che non lo si voglia includere nel punto 3). Per ora la decisione più importante appare essere quella secondo cui la vigilanza sarà affidata alla BCE e che il meccanismo di stabilità europea si occuperà direttamente della ricapitalizzazione delle banche, a partire da quelle spagnole.
Con quali risorse, con quali tempi e modalità non è ben chiaro perché il 29 giugno si è deciso solo un percorso negoziale.
Ricordo che in materia di vigilanza c’erano e ci sono da un lato l’autorità bancaria europea proprio per la vigilanza sulle banche e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati preposta alla vigilanza sui mercati dei capitali. Evidentemente queste istituzioni non hanno funzionato se il 97% dei derivati nel portafoglio delle banche è di natura speculativa. La mina derivati vale la metà del PIL europeo. Le venti maggiori banche europee, secondo la ricerca di Mediobanca, confermata subito dopo dal Rapporto annuale della Banca dei regolamenti internazionali , ne detengono 5.854 miliardi di euro. Le banche italiane sono le meno esposte ma comunque esposte. Da qui l’urgenza di costruire una garanzia unica sui depositi bancari. A chi solleva problemi morali, non del tutto infondati, sulla sua introduzione, va spiegato che, in assenza di questo strumento, rischia di pagare di più anche chi si è comportato bene.
Il problema non è solo di vigilanza inefficiente e inefficace in tutti i paesi europei, a partire dalla Germania e dall’Inghilterra ma di ricapitalizzazione per assorbire le ingenti perdite che la banche hanno nascoste in bilancio. Di fronte al fortissimo potere oligopolistico delle banche e dei gruppi finanziari internazionali, le autorità di vigilanza sono spesso catturate dai controllati. Affidare direttamente la vigilanza alla BCE dà qualche garanzia in più ma non è senza problemi perché come hanno messo in evidenza diversi studiosi a partire da Alan Blinder – economista americano che è stato anche componente della FED – la BCE si verrebbe a trovare in sostanziale conflitto di interessi perché dovrebbe vigilare sui propri clienti.
Sulle banche e le assicurazioni servirebbe un controllo pubblico più incisivo come in Italia lo prevede l’art. 47 comma 1 della nostra Costituzione: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Servirebbe una norma analoga a livello europeo ma difficilmente essa passerà perché prevale ancora l’idea che le banche sono imprese come le altre, il loro scopo è fare profitti e i banchieri si possono fissare da soli gli stipendi.
Si è detto che , con questa operazione, si è spezzato il circolo vizioso tra banche e debiti sovrani ma questo è tutto da verificare. Anzi ritengo che finché non si creerà un mercato europeo integrato dei titoli di Stato, le banche insieme ad altri investitori istituzionali manterranno un ruolo importante nel collocamento dei titoli pubblici. Quello che si sta cercando di fare è finanziare direttamente le banche senza far aumentare corrispondentemente i debiti pubblici dei paesi interessati.
In un suo recente saggio Raghuran Rajan, ex capo economista del FMI, scrive di uno schema che i banchieri americani ed europei praticavano negli anni ’90: il 3-6-3, ossia, prendo a prestito i fondi al 3%, li impiego al 6% e alle tre pomeridiane vado a giocare a golf. Detto schema in Europa, è poi diventato 1-6-1 che in maggior sicurezza offre margini più ampi ma sempre insoddisfacenti per l’avidità dei banchieri. E quindi questi vanno a cercare guadagni più consistenti in attività speculative con cartolarizzazioni e CDS. C’è un gravissimo problema di etica degli affari e di responsabilità. E forse all’accountability della finanza si riferisce il punto 4) dell’odg del Vertice. Il problema non è trattato nelle conclusioni. In queste è esplicitata invece una questione che revoca in dubbio la bontà degli “accordi di massima” raggiunti. Cito il punto 6) del comunicato finale: “Lo schema di negoziato sarà ulteriormente sviluppato in previsione di un accordo entro la fine del 2012, pur rispettando il principio “nessun accordo senza un accordo su tutto””. In altre parole, si è aperto un negoziato con la clausola “tutto o niente”. Questo spiega le giravolte, i voltafaccia, e i ripensamenti di alcuni governanti europei. Ma non fare niente nelle circostanze è andare diritti verso il precipizio. Aprire o accettare negoziati con una clausola siffatta la dice lunga sulla qualità della classe politica europea.

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