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Archivio Novembre 2012

Gli aiuti alla Grecia e il bilancio europeo

30 Novembre 2012 1 commento

Grande enfasi è stata data alla notizia che il Bundestag ha approvato gli “aiuti” alla Grecia. Il ministro Schauble ha dovuto faticare a spiegare ai suoi connazionali che sbloccare i fondi per la Grecia, per l’Europa era “aiutare” la Germania. Quale potenza egemone dell’Unione europea, questo Paese trae i maggiori vantaggi dall’avere un euro forte ed un grande mercato unico. Il fatto che i fondi vengano sbloccati solo dopo un formale passaggio attraverso il Parlamento tedesco la dice lunga su quanto contino il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. La stampa italiana ha trascurato questo ed altri elementi della complessa questione. Non ultimo quello che non stiamo parlando di aiuti veri e propri ma di prestiti, di assistenza finanziaria. Ma veniamo alla questione fondamentale. Basterà questa terza tranche di prestiti senza un altro taglio del debito a salvare la Grecia? La mia risposta è no.
Non c’è debito pubblico sostenibile senza crescita economica. E questo vale anche per l’Italia. La Grecia è in depressione ormai da cinque anni e i burocrati dell’Unione europea decidono tardi (quasi tre anni) e male. La Troika, espressione del potere burocratico, senza alcuna legittimazione democratica diretta, sta uccidendo la Grecia imponendole una politica di austerità senza precedenti. Dall’Eurozona non si esce vivi. Inutilmente il FMI continua a manifestare seri dubbi sulla bontà di una politica di risanamento dei conti pubblici senza investimenti che sostengano la crescita. Gli “aiuti” sbloccati sono solo prestiti per consentire al governo greco di guadagnare tempo e poter scaricare sulle masse le conseguenze delle politiche sbagliate dei governanti degli anni passati. La situazione sociale è drammatica, i partiti di centro sinistra e moderati sono in grosse difficoltà e il partito di destra Alba Dorata ha il vento in poppa. Per il popolo ellenico è una vera tragedia greca. Se l’Italia dovesse portare avanti la c.d. agenda Monti, prima o poi, si ritroverebbe in una situazione molto simile a quella greca – checché ne dicano gli attuali governanti.
Come si spiega questa mia visione tragica per la Grecia? Si spiega con la teoria dell’area valutaria ottimale. Sono trenta anni che gli economisti spiegano come una moneta unica non possa funzionare bene in un’area vasta caratterizzata da forti squilibri territoriali senza un adeguato meccanismo di trasferimenti di vario tipo. Eppure qualcuno mi potrebbe obiettare che l’euro, nonostante tutto, funziona e scoppia di salute se è vero – come anche io ritengo – che esso è sopravvalutato del 20-25% rispetto al dollaro. Ma l’euro è forte non perché abbia dietro un’economia europea sana, forte ed omogenea ma perché è governato da gente che parla e pensa americano. Per far funzionare bene l’Euro, dovremmo avere un complesso sistema di trasferimenti su tre canali: a) trasferimenti per gestire gli shock asimmetrici di origine interna o esterna ai paesi membri; b) fondi strutturali adeguati per affrontare sul serio gli enormi squilibri strutturali che caratterizzano i paesi centrali e quelli periferici; c) trasferimenti “perequativi” mirati soprattutto ad assicurare uguali diritti di cittadinanza europea.
Nell’attuale bilancio UE abbiamo risorse insufficienti sotto b) e quasi niente sotto a) e b). Questo rende debole la costruzione dell’Euro. Per renderlo forte e competitivo non basta riformare lo statuto della BCE per darle il potere di stampare moneta. Serve un vero governo centrale dell’economia specialmente ora che con la ratifica del Fiscal Compact si sono ridotti i margini di manovra dei governi sub-centrali.
Questo sistema di trasferimenti deve trovare il suo fondamento economico non nell’abusata solidarietà, ma sul principio di sussidiarietà, nel mercato unico e nel c.d. federalismo competitivo. Se le regioni deboli devono competere con quelle ricche devono ricevere trasferimenti compensativi analogamente a quanto si fa nei rally automobilistici e nelle regate veliche. Le auto e le barche più piccole non competono alla pari con quelle più potenti e veloci. Ricevono degli handicap. Ma c’è la legislazione sugli aiuti di Stato? Sta proprio qui il punto. Secondo molti giuristi essa non pone un divieto assoluto. Può essere interpretata adeguatamente in chiave sistemica – sempre che si voglia preservare l’obiettivo del mercato unico.
Per fare tutto questo serve secondo alcuni un bilancio di dimensione tripla o quadrupla rispetto a quello attuale – pari a poco più dell’1% del PIL della UE27. Ma l’Inghilterra non vuole anzi chiede a gran voce una riduzione di 90 miliardi rispetto alla proposta della Commissione europea. Anche il buon Van Rompuy ha fallito con la sua mediazione a 70 miliardi. Adesso la questione è rinviata ad altro vertice straordinario sul bilancio europeo a gennaio. Di fronte a tanta insipienza persino il Presidente Monti ha perso la sua abituale flemma britannica e ha minacciato di porre il veto. Ancora una volta si dimostra che il dossier crescita a livello europeo è solo aria fritta perché quello che si prospetta per gennaio 2013 sarà comunque un compromesso al ribasso.

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Di che cosa sono responsabili i Sindaci?

26 Novembre 2012 1 commento

Con la nuova legge n. 81/93 per l’elezione diretta dei sindaci e con il rilancio del federalismo in seguito all’alleanza tra Forza Italia e La Lega Nord, il Partito dei Sindaci ha rilanciato lo slogan del federalismo municipalista. Nel 2001 riesce a ottenere l’art. 114 nella modifica del Titolo V della Costituzione che impone l’equi-ordinazione tra Comuni, Province, Regioni e lo Stato (rectius: governo centrale). Si tratta di un assetto discutibile visto che il federalismo serio implica suddivisione della sovranità legislativa anche in materia fiscale e questa può essere operata solo tra gli organi muniti di tale potere legislativo. In questo modo, i Comuni e le Province hanno scongiurato l’assunto ma non dimostrato rischio di un centralismo regionale che, secondo me, in Italia non c’è mai stato. C’è stato e rimane il centralismo burocratico del governo centrale ma questo evidentemente è meno temuto dai rappresentanti dei Comuni e delle Province che preferiscono praticare la politica dei due forni.
Dopo l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province abbiamo avuto quella dei Presidenti delle giunte regionali. Tralascio l’evoluzione ed involuzione delle leggi maggioritarie per eleggere il Parlamento nazionale e la proposta del “Sindaco d’Italia”. Proprio perché sono in corso le importanti primarie del partito democratico dove è candidato il Sindaco di Firenze che, di certo, non difetta di ambizione e presunzione come altri suoi colleghi, con le dovute cautele e qualificazioni, io sono portato a riflettere sul ruolo dei Sindaci negli ultimi 50 anni ed in particolare con riferimento ad un paragone storico: i Sindaci di fine ottocento e inizio Novecento e quelli di fine Novecento e inizio del XXI secolo. Non c’è partita. Erano meglio quelli di un secolo fa. È una mia sensazione che merita più attenta analisi e soprattutto evidenza empirica. A mio “avventato” giudizio, il Partito dei sindaci irresponsabili – come li ho definiti nel mio libro sul federalismo bloccato del 2000 – ha contribuito non poco: a) al degrado della democrazia locale; b) alla devastazione del territorio e c) ad alimentare un flusso di corruzione senza precedenti. Da venti anni a questa parte, i consigli comunali non contano più niente, i piani regolatori sono fatti ad uso e consumo dei poteri forti locali e il familismo e il clientelismo più biecamente amorale impronta la gestione delle così dette società miste. Così è stato tradotto il principio comunitario del partneriato pubblico-privato che elude ad un tempo la privatizzazione netta e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Certo ci sono eccezioni, cautele da prendere e opportune distinzioni da operare nell’assumere questa tesi. Ma se non si tiene conto di questi fenomeni non si spiegano in grossa parte i sessanta miliardi di corruzione stimati dalla Corte dei Conti.
Ma vengo al primo più importante punto. I Sindaci predicano il decentramento, la trasparenza e la responsabilizzazione ma non li praticano. Io non ce l’ho con i sindaci eletti direttamente, ma una cosa è affidare una città con diverse centinaia di migliaia di persone alle mani di una sola persona ed un’altra è limitare tale sistema ai sindaci dei comuni sino a 15 mila abitanti. Prendiamo il caso del decentramento all’interno dei grandi comuni . Proposte di legge per la istituzione delle circoscrizioni risalgono a 50 anni fa, al periodo glorioso del primo centro-sinistra. Ci sono voluti decenni per attuarle e dove sono state attuate si è a lungo sperimentato che le circoscrizioni non contavano nulla. Poi si è detto: facciamo i municipi ma alla prova dei fatti neanche i Municipi contano niente. Sono meccanismi di raccolta dei voti ma un consigliere di un municipio prende 1.500 euro al mese. Non è molto ma neanche poco. Adesso abbiamo l’improvvido ed insulso provvedimento sulla riduzione del numero delle Province che in alcuni grandi agglomerati saranno trasformati in Aree metropolitane. Ma se la trasformazione sarà fatta accogliendo le istanze dei Sindaci, non c’è da aspettarsi niente di buono. L’attuazione delle aree metropolitane sarà sicuramente all’ordine del giorno del prossimo governo di Centro-sinistra ma se non si riflette seriamente sulle questioni di cui sopra, alto è il rischio di fare l’ennesimo papocchio.

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Carlo Vallauri illustra l’attualità del pensiero europeista di Mazzini

14 Novembre 2012 Nessun commento

1. Innanzitutto desideriamo ricordare il prof. Salvo Mastellone (scomparso recentemente) che è stato, negli ultimi decenni, autore dei più importanti studi su Giuseppe Mazzini. Aggiungendosi a opere precedenti, l’illustre storico ha avuto modo infatti di proseguire e approfondire le ricerche sulla presenza del grande esule in Inghilterra, dove riuscì a catalizzare l’interesse di politici, studiosi, letterati verso l’Italia che cercava di riacquistare un suo rinnovato ruolo in Europa, riunendo le membra sparse di una collettività identitaria ben precisa e definita nelle sue radici e nella sua funzione. Si riallacciava così alle grandi tradizioni umanistiche, proponendosi quale fattore di progresso e di legame tra le altre nazioni, ben lontano da ogni forma di nazionalismo (secondo l’infondata tesi di Mack Smith che pure ebbe in Italia ingiustificate lodi). Quel lavoro instancabile e tenace dell’agitatore genovese contrastò le tesi esposte in quegli anni dal pensiero di Marx. Una dialettica tanto pressante al punto che lo storico “Manifesto comunista” del 1848 contiene in molti punti una analitica risposta alle esplicite critiche di Mazzini quanto ai rischi impliciti nell’eventuale realizzazione dei principi già variamente esposti nel vivo fermento degli esiliati europei a Londra. Le questioni erano soprattutto relative alle conseguenze della prospettiva marxiana sul ruolo dello Stato e la realizzazione dei suoi obiettivi economici, argomento – come si vede – straordinariamente attuale proprio in questo inizio del XXI secolo.

2. Passiamo adesso a riferire su studi che nell’ultimo biennio abbiamo ricevuto in omaggio e che abbiamo letto ma che, per ragioni di salute, non siamo riusciti sino ad oggi a leggere. Ci riferiamo agli studi {Mazzini: la democrazia in Italia e in Europa (1845)} a cura di Marco Barducci con presentazione di Zefiro Ciuffoletti (Centro editoriale toscano). Il giovane studioso ha riproposto l’attenzione su {Italy, Austria and the Pope}. Il lettore si trova così di fronte a pagine molto chiare, nelle quali Mazzini denuncia il pericolo del passaggio dalla democrazia al socialismo, come osserva Ciuffoletti nella presentazione. L’esigenza di liberare l’Italia sottraendosi al dominio dell’impero asburgico e del papato rispondeva in effetti ad una necessità storica di progresso e di compiuto avvento di un sistema di libertà, sostituendo ai poteri dispotici una comunità libera in nome di quei caratteri intrinseci a valori aperti ad una comune identità (cultura, inclinazioni, tradizioni, caratteristiche geografiche) secondo la concezione mazziniana valida per tutte le singole nazionalità alla indipendenza e alla libertà. Visione europeista che aveva accompagnato l’intera formulazione dell’aspirazione etica dalla quale erano nate prima la Giovane Europa (1834) poi la Lega internazionale dei popoli (1847) ed ancora il Comitato centrale democratico europeo (1880). L’appello agli inglesi perché facessero propria la causa italiana conteneva una presentazione esemplare della condizione economica del Lombardo-Veneto, testimonianza della “sofferenza” inflitta ad una parte così importante della penisola. La lotta all’oppressione straniera quindi come punto di congiunzione per una azione democratica a livello europeo.

3. Altrettanto significativo il testo curato da Enrico Marino su Mazzini: la democrazia europea e la Comune per il Centro editoriale toscano. La confutazione della concezione marxista sullo Stato emerge, nei testi richiamati nel libro, con grande evidenza, come risulta – a distanza di quasi due secoli – particolarmente illuminante l’idea mazziniana dell’associazione, congiunta al dovere. Riunire cioè i popoli attorno a un ideale di solidarietà che conferisce all’esercizio dell’attività politica una funzione creativa, sostituendo all’arbitro del dispotismo un movimento teso ad esaltare le virtù di una soggettività rispecchiante il pensiero illuminista, sviluppato nell’indicazione di più ampie conquiste nell’interesse dei popoli, secondo l’indicazione di Rousseau. E i testi ripresi da Marino sono significativi sia per il giudizio sulla rivoluzione francese sia sulla democrazia quale “forma sociale di governo” in contrapposizione sia all’anarchia che alla tirannide, oltre a riportare, nella parte documentaria, articoli apparsi a “Roma del Popolo (1871)” a conferma dell’azione pratica svolta, nel vivo delle lotte risorgimentali, da Mazzini a favore di quella educazione popolare sempre propugnata come fondamento dell’affermazione dei diritti, a cominciare dalla classe operaia. Vi sono inoltre importanti osservazioni sulle vicende dell’Internazionale operaia. Alla Costituzione e al Patto nazionale viene sollecitato l’impegno degli italiani affinché con audacia e con un “sovr’eccitamento nella vitalità popolare” possano superare lo sconforto e il dubbio e realizzare le grandi riforme necessarie al rinnovamento dell’Italia.

4. Vogliamo poi cogliere l’occasione per sottolineare la continuità de “Il pensiero Mazziniano” – titolo della rivista diretta da Mario Di Napoli – contenente una sempre aggiornata conferma del valore di quei principi. Segnaliamo in particolare il n. 2 del 2011 che sollecitava – come poi è avvenuto – un “governo” di salute pubblica, mentre nella parte storica parlava dell’ “autogestione operaia” una prospettiva che rientrava nella visione associativa di Mazzini, fondata sul principio cooperativistico allo scopo di promuovere iniziative autonome degli operai in contrapposto ad una società fondata solo sui diritti individuali del “laissez faire” (articolo di Daniele Bruno). Segnaliamo inoltre nel n. 2 di quest’anno gli articoli del Pier Virgilio Dastoli e del direttore Di Napoli (“far ripartire l’Italia per far ripartire l’Europa”) sull’urgenza di pervenire ad una vera unione politica dell’Europa giacché le scelte finora compiute non sono in grado di affrontare le gravi necessità dei popoli europei. Infatti gli Stati continuano ad avere economia, finanza, difesa troppo distinte e separate. Interessante ancora il resoconto del convegno tenuto a Firenze su “Europa politica e globalizzazione della democrazia”, nonché – nel numero precedente – il richiamo al ruolo del Partito repubblicano nella concentrazione anti-fascista (1927-1934), come il ricordo di una fervida femminista, Antonietta de Pace, che ebbe un ruolo significativo nel Regno napoletano per l’affermazione di una Italia libera ed indipendente, un personaggio studiato in particolare dalla storica Maria Sofia Corciulo.

5. Infine ci permettiamo di segnalare che nella nostra recente opera L’arco della pace, Ediesse, Roma, dedicata ai movimenti e alle istituzioni che tra Ottocento e Novecento hanno operato attivamente per la difesa dei diritti umani e contro ogni forma di violenza, è rivolta una particolare attenzione (vol. I par. 3) al tema “per la rivoluzione democratica europea: Mazzini”. Infine, a proposito di diritti umani, ricordiamo il libro di Federica Falchi, G. Mazzini: la democrazia europea e i diritti delle donne, Politeia, scienza e pensiero).

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La conferma di Obama e il fiscal cliff

8 Novembre 2012 Nessun commento

Il Presidente Obama è stato confermato per un secondo mandato. Gli elettori hanno optato per la continuità e la scelta sarebbe stata fondata su motivi economici. Obama ha garantito una certa crescita economica e dell’occupazione anche se non nei termini desiderati e a costo di un forte aumento del debito pubblico che sfiora il 107% del PIL. Nella tradizione americana c’è chi considera il debito una colpa, un peccato.
Il partito repubblicano e la finanza maggiormente divisi al loro interno hanno perso. La netta posizione di Goldman & Sachs non è stata sufficiente a far vincere Romney. Il primo giorno dopo i risultati, i mercati finanziari europei ed americani, contrariamente alle aspettative, hanno ceduto terreno in varia misura ed alcune società di rating si sono affrettate a dichiarare che se Obama non affronta con decisione il problema del debito pubblico lo declasseranno. Una chiara prova che non hanno gradito o un incitamento al Presidente confermato ad agire? Una legge prevede aumenti di tasse e tagli di spesa automatici per ridurre il deficit e il debito entro la fine del 2012. Se Il mix dovesse essere attuato è alto il rischio che anche l’economia americana entri nella seconda recessione dopo quella del 2009. In fatto si prevede un ulteriore aumento del deficit e del debito per effetto delle misure di sostegno all’economia, ma i repubblicani sostengono che l’eccesso di spesa e di conseguenti tasse non aiuta l’economia nel medio termine. La legge sul c.d. fiscal cliff, letteralmente precipizio fiscale, è analoga a quella italiana che prevede l’aumento dell’IVA se gli obiettivi di taglio del deficit non sono conseguiti secondo un calendario prefissato nel 2011 dal governo Berlusconi.
Sono espedienti che possono funzionare in condizioni “normali”, non nel mezzo di una crisi profonda e vasta come quella che stiamo vivendo, non in un mondo globalizzato dove il risanamento dei conti pubblici di un dato paese dipende non solo dalla crescita interna ma anche da quella degli altri paesi, del commercio internazionale e dal movimento dei capitali. Se l’Unione europea fosse riuscita ad evitare la seconda recessione probabilmente gli Stati Uniti si troverebbero con conti pubblici migliori di quelli attuali. Ma l’eurozona ha aiutato gli USA mantenendo l’euro più forte di quanto servirebbe all’economia europea. Quindi leggi come quelle citate non sono le più adatte ai periodi crisi gravi. Peraltro un’analoga legge non ha funzionato negli anni ’80 durante la presidenza Reagan che alla fine del mandato lasciò un debito pubblico molto alto, sanato poi da Clinton negli anni ‘90.
Dette leggi si approvano per dare un maggior peso politico all’opposizione nella logica corretta dei pesi e contrappesi. Obama è stato confermato. Ha la maggioranza nel Senato ma i Repubblicani controllano la Camera bassa. Il Presidente deve trovare l’accordo con il Partito repubblicano. È obbligato a farlo e ha già detto che lo farà. In Italia un risultato elettorale del genere sarebbe considerato un disastro. Per l’America è normale perché sono rari i casi di tre maggioranze omogenee anche perché le due Camere si rinnovano parzialmente ogni due anni.
Come se ne esce anche in Italia? Secondo me, con l’abrogazione di dette leggi e con la previsione del c.d. Statuto dell’opposizione , ossia, con la previsione di maggioranze qualificate che coinvolgono l’opposizione sulle questioni più importanti come, nel caso in esame, in materia di bilanci pluriennali e politica economica e medio-lungo termine. La differenza? È che in questo modo i saldi annuali di bilancio possono essere gestiti con maggiore flessibilità ed in modo anticiclico. Ricordo che nel giugno-luglio 2011 uno dei motivi di turbativa dei mercati finanziari era anche l’accesa discussione sul fiscal cliff negli Stati Uniti e non solo la situazione finanziaria di alcuni paesi euromediterranei. Di certo per attuare lo statuto dell’opposizione si richiede maggiore responsabilità da parte dei legislatori e delle autorità di politica economica e finanziaria e qui insorgono grosse difficoltà pratiche.
Attenti osservatori delle primarie USA , delle modalità in cui vengono condotte le campagne elettorali e del modo in cui vengono discussi e dibattuti i vari provvedimenti economici e fiscali dicono che la società americana è fortemente polarizzata e le posizioni dei due principali partiti si sono radicalizzate come in Italia negli ultimi 20 anni. La classe media si è impoverita e non è più quel nucleo di stabilità che favoriva gli accordi bipartisan del passato. E tuttavia, occorre uscire da questa situazione perché, come abbiamo visto in questi ultimi anni, l’esperimento di Ulisse e le Sirene, del capitano che si fa legare all’albero maestro della barca per non cedere alle lusinghe delle sirene (la spesa pubblica facile per conquistarsi il consenso politico) non funziona. Con il mare in tempesta, un’onda lunga manda a scogli tutta la barca.

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