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Prime considerazioni sull’Agenda Monti

27 Dicembre 2012 1 commento

Ormai sono numerosi i commenti sull’Agenda Monti, ossia, sul Manifesto con il quale il Presidente dimissionario di un governo tecnico ha deciso l’”ascesa politica”, ovviamente, per meglio servire il Paese. Queste prime osservazioni riguardano essenzialmente fondamentali questioni di politica economica e finanziaria nel momento in cui il Paese si trova in una grave recessione economica con riduzione del tenore di vita, dei consumi e, purtroppo, anche degli investimenti pubblici e privati. La priorità assegnata al pareggio di bilancio e l’adozione di una rigorosa politica di austerità per le famiglie con redditi medio-bassi ha prodotto un forte taglio della domanda interna ed un arresto del processo di accumulazione che compromettono le prospettive di ripresa. Si tratta di decisione adottata a livello centrale dell’Eurozona e applicata meccanicisticamente all’interno. Per questo motivo dico che non basta scrivere – come si fa nell’Agenda – che le politiche economiche dei vari Paesi membri sono di interesse comune, che serve il coordinamento, l’orientamento ed il monitoraggio delle medesime. Essendo l’Eurozona un’area molto vasta e composita con economie in diverse fasi congiunturali, con diverse situazioni economico-sociali, con squilibri intersettoriali e territoriali di diversa gravità serve una politica economica molto articolata in grado di affrontare le diverse situazioni che sia diretta da un governo centrale con pienezza di poteri di spesa, di prelievo e di indebitamento. Una politica economica che sappia coniugare le esigenze di una gestione rigorosa delle spese e delle entrate pubbliche con la necessità di salvaguardare la crescita. Come? Rifiutando la politica dei due tempi e applicando la c.d. ‘golden rule’ che nel Titolo V della Costituzione, novellato nel 2001, è chiaramente iscritta al comma 6 dell’art. 119. Questo prevede che i Comuni, le Province, le aree metropolitane e le Regioni possono indebitarsi per finanziare spese di investimento. Come noto, l’applicazione autoritaria (topo down) del Patto di stabilità interno nell’anno passato e in quelli precedenti ha impedito agli enti sub-centrali (anche a quelli virtuosi) di avvalersi di detta norma.
E questa è la prima considerazione. La seconda correlata alla prima riguarda l’affermazione secondo cui “la crescita non nasce dal debito pubblico e si può costruire solo su una finanza pubblica sana”. Qui il prof. Monti sembra sposare la visione etica del debito pubblico propria della Cancelliera Merkel: il debito è colpa e questa va espiata facendo soffrire inutilmente le gente, soprattutto, quella più debole. Il debito di per se non è bene né male. Dipende dall’uso che se ne fa. Famiglie, imprese e anche l’operatore pubblico possono indebitarsi per finanziare consumi superflui che altrimenti non potrebbero permettersi oppure per espandere la loro capacità produttiva. In questo secondo caso che è quello più ricorrente in generale ma in particolare nel caso italiano, dove le imprese negli ultimi decenni non hanno evidenziato i gravi problemi di indebitamento degli anni ’70 e ’80, dove le famiglie mantengono una propensione al risparmio relativamente più alta che in altri Paesi occidentali non si capisce che senso abbia bloccare l’accumulazione del paese e comprometterne le prospettive di crescita. Non si capisce come si possano avere finanze pubbliche sane ai vari livelli se non si rimette in moto la crescita economica che è condizione imprescindibile non per pareggiare ragionieristicamente i conti pubblici ma per rendere sostenibile il debito pubblico qualunque sia il livello attualmente raggiunto – anche per responsabilità di questo governo dimissionario. Ricordo che il Giappone gestisce un debito del 225% e non è fallito. Ricordo che ripescare l’obiettivo del 60% a suo tempo indicato nei parametri di Maastricht era semplicemente la media dei paesi europei più virtuosi nella seconda metà degli anni ’80 e che adesso non ha senso se, per effetto della crisi, la stessa media si avvicina ormai al 90%. Vogliamo fare sempre i primi della classe a parole?
La terza considerazione riguarda la spending review. Secondo il prof. Monti essa non vuol dire solo “meno spesa ma migliore spesa”. L’affermazione potrebbe essere accettata se si trattasse di vera spending review, ma non è stato così nell’anno passato, non sarà così nel 2013 e non sarà così se non indicano almeno due modifiche sostanziali. I tagli orizzontali sono mirati a risparmiare e basta. Tagliano i fondi alle gestioni virtuose e a quelle inefficienti. E quindi determinano iniquità senza migliorare l’efficienza. Le proteste che sono in corso nel Paese non sono tutte strumentalizzazioni dei lavoratori dei Comitati unitari di base e/o della sinistra radicale. Evidenziano un problema reale. Oso dire che la spending review dovrebbe in alcuni casi – e nella realtà ci sono – portare a maggiore spesa quando la revisione ha verificato che i fondi a disposizione sono stati utilizzati al meglio e, tuttavia, essi sono ancora ben al disotto dei fabbisogni standard, ossia, delle necessità attentamente verificate. Come è assurdo pensare che l’efficienza possa essere migliorata a parità di risorse disponibili o addirittura riducendole. Infine se si vuole veramente superare la logica dei tagli orizzontali, il prof. Monti dovrebbe capire, una volta per tutte, che la revisione della spesa non è roba dei ministri di un governo tecnico né politico né di un commissario esterno. Bisogna coinvolgere l’alta dirigenza ai vari livelli e controllarla con adeguati servizi ispettivi. Solo i manager pubblici sanno dove sono le sacche di inefficienza ma se anche essi non vengono attentamente valutati non hanno interesse ad eliminarle. Concordo sulla considerazione secondo cui “la spending review richiede tempo ed un approccio sistematico e continuativo”. Ma questa è una ovvietà e non serve a nulla se non ad allungare l’elenco dei problemi che il suo governo tecnico non ha affrontato.

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Carlo Vallauri segnala la riedizione di Hilferding 100 anni dopo

10 Dicembre 2012 Nessun commento

E’ stato ripubblicato dall’editrice Mimesis (Milano) il classico studio di Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario, un testo che cento anni or sono suscitò scompenso negli studi economici internazionali perché l’autore “rivelava gli arcani del potere della finanza sulla totalità dei processi sociali”, come si legge oggi nella copertina del libro.
Ma l’interesse specifico alla rilettura viene dalla constatazione – come osservano Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro nella premessa alla nuova edizione – dal ruolo della “grande contrazione” iniziata nel 2008 che ha rovesciato l’interpretazione di modelli circa il funzionamento del capitalismo.
Le contraddizioni del mondo finanziario sembrano spesso mettere in dubbio la validità di una teoria economica, eppure essa “è ancora lì, ferma sul suo trono”.
Tecnologia della produzione, distruzione delle risorse, preferenza degli individui, sono i dati esogeni che caratterizzano oggi l’economia. La massimizzazione della “utilità personale” quale logica delle azioni individuali al centro dunque degli scambi nel mercato, al fine – secondo la teoria “marginalista” – di condurre le domande in equilibrio con le offerte date dalle risorse. Attorno a questo incontro tra esigenze contrapposte si gioca l’intera procedura che spiega il capitalismo nella sua meccanica “naturale”. Chi non ricorda il tempo impiegato da tutti noi studenti di economia politica per afferrare quel nodo fondamentale?
Le imperfezioni dei mercati, le asimmetrie informative quali punti determinanti della dialettica, ieri come oggi. Una interpretazione della recente crisi mondiale alla luce di quei ragionamenti che il grande studioso sollevò in altra epoca. Oggi sono Fitoussi e Stiglitz a risollevare numerosi dubbi sulla analisi delle cause provocatrici della crisi. La sperequazione del reddito, la caduta della domanda al centro delle osservazioni critiche rivolte ad interpretare il perché del sopravvenire di una crisi che ha sconvolto l’economia mondiale. La produzione capitalistica può essere intesa come un “processo lineare”? I curatore della ristampa di uno studio tanto significativo non esitano tuttavia a tentare di ripartire dal paradigma mancante, muovendo quindi dai nodi della produzione globale.
L’economista viennese, socialdemocratico, oppositore di Lenin, ministro della Repubblica di Weimar, e infine vittima del nazismo, si trovò – siamo sempre alla “introduzione” – ad indagare sulle condizioni di produzione del sistema tendente alla “centralizzazione” del capitale. La sua riflessione tende a ridefinire la teoria del valore – lavoro come inteso da Marx. Il valore della moneta è determinato dalla quantità di lavoro necessario a produrre il metallo che la compone? Ma l’esperienza insegna che il valore del denaro è soggetto a continue oscillazioni a causa dei conflitti che intervengono negli assetti del capitale finanziario. Va nuovamente misurata la conseguenza dello sganciamento della moneta dal suo contenuto aureo. La caduta del denaro creditizio – affermava Hilferding – crea un vuoto nella circolazione: ed egli pertanto delineava i caratteri principali della “politica economica del capitale finanziario”: l’insieme delle misure che il capitale “deve imporre agli organi dello Stato per garantire le condizioni della propria riproduzione”. Egli cioè sottolineava il rapporto tra accumulazione, crisi, sostenibilità del sistema ed emergenza della moneta, spiegazione – proseguono i curatori del libro – ante litteram del comportamento della Federal Reserve sotto Greespan durante il boom del credito e della domanda e poi sotto Bernanke, nel pieno della “grande contrazione”, come viene definito il fenomeno verificatosi negli anni recenti.
Vi sarebbe dunque attualmente la ripetizione di un fenomeno che riconduce allo studioso austriaco. Non possiamo seguire ulteriormente l’analisi acuta condotta nell’Introduzione, tuttavia emerge come sia indispensabile tener presente la differenza tra l’antico internazionalismo dei lavoratori, in chiave marxiana, e la progressiva internazionalizzazione dei capitali come uno dei fattori che ha maggiormente contribuito a indebolire il lavoro e le sue rappresentanze sociali. Perché questo è dunque il nodo centrale cui siamo chiamati, anche in rapporto alla nascita dell’Unione monetaria europea e della Banca centrale europea. In effetti la costituzione dell’Unione è apparsa sbilanciata a favore dei paesi in surplus commerciale. Ciò ha provocato la scomparsa dei capitali più deboli o la loro acquisizione da parte dei più forti. Ecco allora la centralizzazione forzata dei capitali, conseguita a colpi di politiche restrittive e di deflazioni consentibili, un fenomeno non messo in discussione dalla recessione. Siamo così giunti ad una dinamica del capitale, le cui tendenze vanno riconsiderate sul piano della concretezza. Attorno a questi nodi, ancora una volta, si gioca la possibilità o meno di creare un’alternativa al modello del mercato capitalistico. Secondo gli autori del testo introduttivo alla riedizione di Hilferding, una nuova e praticabile evoluzione potrà emergere solo dall’abbandono della visione secondo cui il ruolo dello Stato sarebbe relegato ad una funzione ancillare rispetto ai dominanti mercati finanziari, cioè come prestatore di ultima istanza per il capitale privato, onde vanificare le pretese del capitale finanziario sulla moneta al fine di disinnescare il meccanismo di produzione della crisi che esso porta con sé, mentre si pretende di instaurare un nuovo regime con il controllo pubblico della circolazione monetaria al fine di creare “nuova occupazione”.
Teniamo qui a ricordare come nel 1928 Buozzi, esule già da tempo in Francia, chiese in una lettera a Saragat (appena giunto dall’Austria ove si era confrontato con le tesi degli austro-marxisti), come i lavoratori dovessero valutare le trasformazioni economiche alla luce di quanto avvenuto nelle scelte istituzionali e finanziarie dell’Unione Sovietica e dell’Italia fascista rispetto all’andamento del capitalismo occidentale. E Saragat rispose di tener presenti le valutazioni emerse nelle opere di Hilferding e di Schumpeter – che, ministro delle finanze in Austria, andava esponendo le sue analisi sullo sviluppo del capitale – quali interpreti delle trasformazioni in corso. Era, da parte dell’esponente socialdemocratico, un richiamo allo studio dei problemi finanziari per comprendere meglio il corso degli eventi, quegli eventi che da lì a qualche mese sarebbero sfociati nella crisi di Wall Street. Una riconferma di come tutto riconduca all’osservazione del comportamento concreto del capitale finanziario, dal quale dipendono le scelte motrici per le sorti del processo economico-politico ad ampio respiro. Tutto si tiene nella logica del capitalismo: ieri come oggi.

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Così Monti pensa ai giovani

3 Dicembre 2012 5 commenti

Venerdì scorso l’ISTAT certifica che in un solo mese la disoccupazione italiana è aumentata di 100 mila unità passando dal 10,8 di settembre all’11,1 di ottobre con quella giovanile al 36%. Tale dato anche se atteso dal Ministro dell’economia e delle finanze Grilli – testimonia del disastro di una politica economica improntata all’austerità che non ha fatto nulla per salvaguardare la crescita. Il giorno dopo parlando a 1.600 giovani di ItaliaCamp il Presidente Monti ha detto – così riportano i virgolettati dei giornali – che la politica da lui portata avanti non aveva alternative. Ha espresso quindi l’auspicio concreto (sic!) , la volontà di fare del 2013 l’anno dell’investimento in capitale umano “in cui tutto il paese si mobilita, con le imprese che fanno uno sforzo particolare per immettere il maggior numero di giovani possibile nel circuito lavorativo – addirittura – sfruttando la riforma del mercato del lavoro”. A parte l’auspicio concreto, personalmente non riesco a capire come il Presidente Monti possa parlare del 2013 come dell’anno dell’investimento in capitale umano quando tale anno è fortemente condizionato dalla legge di stabilità in discussione in Parlamento che prevede ulteriori tagli – questi si concreti – per le risorse destinate alla scuola e all’Università.
Non riesco a capire come le imprese possano fare uno sforzo particolare per immettere il maggior numero di giovani nel circuito lavorativo addirittura sfruttando la riforma del mercato del lavoro che al margine ha reso da un lato, un po’ più costosi e difficili le assunzioni e, dall’altro, più facili i licenziamenti in un contesto in cui quasi tutte le previsioni di crescita per i prossimi anni portano il segno negativo. Confindustria parla di possibile ripresa nel 2015, l’OCSE anche e Morgan & Stanley dice una cosa ancora più grave. Dopo la crisi l’Italia avrà comunque una crescita potenziale molto bassa, dello 0,5%. Dato realistico se uno considera il calo degli investimenti pubblici e privati di questi ultimi anni. E con detta bassa crescita, le prospettive per l’occupazione sono buie. Solo il MEF e la BCE parlano di possibile ripresa ma più che previsioni sembrano auspici – come del resto quelle dell’Estate 2011 poi non risultate sbagliate.
Al limite della presa in giro è l’idea che le imprese possano sfruttare la riforma del mercato del lavoro quando lo stesso ministro Fornero – e non solo lei – sostiene che la riforma potrà dare qualche risultato tra 4-5 anni ed accusa di disonestà intellettuale chi collega i dati sulla crescente disoccupazione alla sua riforma. Fornero ha ragione. La sua riforma è irrilevante oppure una “boiata” come l’ha definita a suo tempo il Presidente di Confindustria Squinzi. La disoccupazione nell’ultimo anno è aumentata soprattutto per effetto delle 4-5 manovre restrittive che hanno tagliato drasticamente consumi ed investimenti.
Bontà sua, nel discorso citato nell’auspicato “sforzo particolare”, il Presidente Monti non ha coinvolto o menzionato le famiglie. È chiaro: le imprese possono non assumere se non c’è convenienza. Le famiglie hanno voluto i figli, se li tengano e li mantengano – come è previsto dalla legge e dalla giurisprudenza più qualificata.
Un’ultima annotazione riguarda la mancanza di un’alternativa a quello che è stato fatto. È vero se uno considera il governo Monti come l’esecutore testamentario di quello di Berlusconi. Questi si è fatto scrivere una lettera dalla BCE e Monti l’ha eseguita alla lettera senza cercare alcuna alternativa. Ma è strano che un anno fa l’Italia era sull’orlo del baratro (il cliff degli americani). Monti l’ha salvata con l’apposito decreto Salva-Italia. Ma se qualcuno dice al governo: grazie ci hai salvato ma ora vattene a casa, il governo e tanti corifei associati che vogliono il Monti-bis ci rispondono che siamo ancora sull’orlo del baratro. Nella sua navigazione Ulisse passa davanti alle sirene una sola volta, qui con leggi tipo quella americana sul fiscal cliff e quella italiana sull’aumento automatico dell’IVA che ci ha lasciato Tremonti, ogni anno si ripropone la stessa storia.

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Vallauri presenta l’ultimo film di Castellitto-Mazzantini

1 Dicembre 2012 2 commenti

Negli anni della dissoluzione jugoslava i bosniaci pagarono il prezzo più alto degli orrori di una guerra spietata, con la popolazione sottoposta a sacrifici e violenze d’ogni genere e l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi che rifiutavano di perdere la loro posizione dominante, mentre invano accorrevano volontari, anche italiani, per fornire mezzi ed aiuti d’ogni genere. Ne sono state tratte pagine dolorose rispecchiate nei libri di storia come in testi letterari. Tra questi il bel romanzo di Margaret Mazzantini che adesso Sergio Castellitto ha trasferito in un film ricco di amare suggestioni.
L’opera viene rappresentata in tre momenti distinti: Sarajevo vista prima della tragedia, quando la vita quotidiana rivela una grande vitalità e vivacità, e gli spettatori assistono all’arrivo di una ragazza italiana, Gemma, alla ricerca di notizie per uno studio sul grande scrittore Ivo Andric. Poi la rivediamo in una seconda fase, nel pieno della guerra civile, quando accorre di nuovo nella città martoriata, dove ritrova il calore dei suoi amici, anche se è angustiata dalla constatata sua infertilità, tanto da essere disposta ad accettare che l’uomo di cui è innamorata possa unirsi con un’altra donna per mettere al mondo un figlio che dichiara di voler fare suo. Ma nel momento della prestabilita congiunzione sopraggiungono, malgrado la visibile presenza dei caschi blu dell’ONU, barbari spietati che violentano la bosniaca.
Così nascerà un frutto, che noi vedremo nella terza fase, quando, a distanza di venti anni, Gemma – sposata nel frattempo ad un tranquillo ufficiale dei Carabinieri – torna ancora a Sarajevo, e apprende la verità: quel ragazzo che porta con sé è figlio di una inaudita violenza (“Nato due volte” non a caso è il titolo del film nell’edizione originale in inglese). Maturata nel dolore, dovrà accettare quella situazione, confortata com’è dal bel ragazzo che l’accompagna: il suo amore profondo è più forte d’ogni angoscia.
Tutto il film scorre con sciolto spessore narrativo, anche se a tratti la sovrapposizione di tre diversi momenti può determinare nello spettatore una sorta di scompenso, riscattato comunque dalla costante presenza della bravissima Penelope Cruz, contornata da altri interpreti di qualità, Emil Hirsch, lo stesso regista e suo figlio Pietro, J. Dirkin e A. Haikolic. Molto belle le scene delle montagne bosniache come, sul finire, delle coste dalmate.

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