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Archivio Gennaio 2013

La contestazione studentesca al Governatore Ignazio Visco

20 Gennaio 2013 1 commento

L’altro ieri gli studenti hanno contestato Ignazio Visco che stava svolgendo una lezione magistrale all’Università di Firenze. Ieri un autorevole giornale economico e finanziario ha scritto che la protesta degli studenti contro il governatore della Banca d’Italia era sbagliata perché Visco, citando un suo saggio, ha sempre sostenuto la opportunità di investire in conoscenza e/o nel capitale umano. Vero il fatto ma anche il Presidente del Consiglio uscente Mario Monti, prima di Natale, in due occasioni, lo ha detto esprimendo il “concreto auspicio” che il 2013 fosse l’anno dell’investimento nel capitale umano da parte delle imprese. In fatto nella legge di stabilità per il 2013 il governo ha di nuovo tagliato i fondi per la scuola, l’università e la ricerca.
Qualcuno mi chiederà che cosa c’entra Mario Monti con Ignazio Visco. C’entra in quanto il governo uscente ha seguito una linea di politica economica e finanziaria come da lettera inviata il 5 agosto 2011 dalla Banca Centrale europea di cui la Banca d’Italia è componente essenziale. La BCE è parte egemone della troika che impone ricette economiche di stabilizzazione a destra e a manca che ci hanno portato dritti nella seconda recessione a distanza di due anni dalla prima quella del 2009 (-5,5% del PIL) che molti fingono di non ricordare in questa campagna elettorale. Ora mentre il Fondo Monetario Internazionale già nella riunione di Tokio ha mostrato e continua a mostrare chiari segni di ravvedimento circa la bontà delle ricette economiche prescritte ai paesi euromed , la BCE – e con essa la Banca d’Italia – va avanti imperterrita a sostenerne la validità in linea con la sciagurata politica di austerità voluta, senza se e senza ma, soprattutto dalla Germania della Signora Merkel.
Ma torniamo al merito della questione dell’investimento nel capitale umano soprattutto dei giovani e supponiamo che il governo Monti e quelli precedenti lo avessero fatto anche sul suggerimento del Governatore della Banca d’Italia, il primo consulente tecnico del Governo. Gli studenti avrebbero sempre ragione se – come è successo storicamente in Italia – alla fine dei loro studi, non trovano lavoro perché c’è stata sempre disoccupazione attorno al 10-12%. Solo in seguito alla riforma Biagi del 2003 la disoccupazione è scesa al 7%. L’Istat ci ricorda che i disoccupati sono 2,8 milioni circa. La disoccupazione in un anno, dal settembre 2011 al settembre 2012, è passata dall’8,8 al 10,8% ( + 2 punti), e che nel 2013 crescerà al di sopra dell’11%. I giovani (tra i 15 e i 24 anni) sono senza lavoro al 37% in media nazionale con percentuali molto più alte nelle regioni meridionali. Questi sono i fatti nudi e duri.
Siamo in campagna elettorale e tutti esprimono auspici e promesse. È naturale che sia così e a fronte di una situazione sociale drammatica che tende a peggiorare bisogna anche mostrare un certo ottimismo della volontà. Ma non è corretto glissare sui fatti storici. So di ripetermi ma lo faccio lo stesso. Nessuno governo dal dopo guerra sino ad oggi ha mai spinto l’economia verso il pieno impiego. C’è stato sempre e c’è tuttora – anzi in quest’ultimo anno si è aggravato – un problema grave di disoccupazione per tutti, per i capi famiglia con coniuge e figli a carico, per i giovani e ancora più grave per le donne in età lavorativa. Tutti i partiti e/o movimenti personalistici che affollano la scena elettorale ci dovrebbero spiegare quali sono le loro ricette economiche alternative a quella della BCE e della Germania per affrontare validamente il problema della crescita del reddito, dell’occupazione e della giustizia sociale. Altrimenti è solo aria fritta.

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Vallauri presenta il libro della Priarolo sul determinismo

14 Gennaio 2013 Nessun commento

Docente di filosofia a Siena, Mariangela Priarolo ha esposto in un denso studio Il determinismo. Storia di un’idea (Carocci editore, 2011) una serie di feconde considerazioni attorno ad un concetto che nel XX secolo è stato al centro del dibattito culturale. La studiosa distingue tra determinismo “naturale”, come si è manifestato rispettivamente nel mondo antico (da Democrito agli Stoici), nel mondo moderno (da Galileo a Kant) e quindi nel mondo contemporaneo con particolare attenzione a A. Einstein (relatività) ed a Heisemberg (principio di indeterminazione), che poi segna il momento della “sconfitta”.
La seconda parte è dedicata al determinismo teologico, osservato anch’esso nelle tre diverse epoche. Così da Platone ad Agostino – ed infine da Lutero a Spinoza – vediamo scorrere, con limpide analisi, le diverse visioni di “un Dio inteso come padre amorevole” (Erasmo) contrapposto ad una potenza divina di fronte alla quale “noi non possiamo nulla”. Le capacità dell’uomo quindi sono messe in dubbio, negate.
Con la terza parte giungiamo ai tempi più recenti: il determinismo antropologico, da Comte a Durkheim: studio delle leggi della società sino allo strutturalismo di Bourdieu e quindi alle ipotesi, ben strettamente “determinate”, di Lombroso per pervenire infine alle sorprese psichiche di Freud. La fusione della mente e del cervello visti con una innovativa impostazione che condiziona la vita culturale del Novecento. E l’approfondimento continua con la valutazione delle leggi dell’ereditarietà (Mendel) come l’approfondimento del senso della vita in un percorso che dall’evoluzionismo di Darwin (Origine della specie), alla riaffermazione della fissità della specie (Naudin) sino all’eugenica di Galton con l’analisi della “forma corrente di civiltà” e delle “cause oscure” dei “controlli” che limitano la libertà. Così i problemi della denatalità, dello sviluppo delle famiglie, le interpretazioni alle “razze” assumono nella “lotta per la vita” una riflessione coinvolgente, il destino personale di ogni individuo.
Abbiamo qui indicato sommariamente i temi trattati, ma in questa sede riteniamo di soffermarci sulle conclusioni. Sottoposto al lettore un modello di spiegazione della realtà, l’autrice del fine e colto studio osserva che, a volte, vengono interpretati i fatti e gli eventi come cause ed effetti necessari di altri eventi, mentre secondo Leibniz “non esiste alcunché senza che sia possibile attribuire una ragione sufficiente del fatto che è anziché non essere, e che è fatto così e non altrimenti”. Ricerca allora di una ragione sufficiente, che illumini anche i fenomeni che appaiono totalmente privi di senso. E viene riproposta l’esistenza del “caso” sì da far ritenere che esistano alcuni eventi “privi di ragione”, sottratti a qualsiasi possibilità di spiegazione. Ma se la stessa libertà può essere considerata una forma “speciale” di causalità, significa che tutto rientra nel determinismo. Va tenuto presente altresì quel che insegnano il mondo della fisica e della biologia.
E l’insigne studiosa osserva che neppure gli anti-deterministi dovrebbero negare la validità dei nessi causali necessari tra qualunque tipo di evento, altrimenti la vita dell’uomo sarebbe quella di un semplice burattino. E quindi alla domanda se la “verità” del determinismo sia compatibile con il libero arbitrio, la risposta è in parte “si”, perché la libertà, secondo parecchi dei grandi pensatori citati, riguarda solo l’individuo che agisce e le ragioni che ne motivano il comportamento, e quindi la libertà del libero arbitrio non cessa di essere tale anche se le cause ultime delle ragioni che “ci muovono” sono il frutto di decreti divini, leggi fisiche o imperativi biologici, in parte “no” perché tale risposta appare insoddisfacente per un determinista convinto perché si tratterebbe non di realtà ma di mera apparenza, simile a quella che avrebbe una pietra dotata di coscienza, convinta che il cadere o meno da un tetto dipenda da lei.
Ma ogni giorno, nel vestirci in un certo modo o di mangiare un certo cibo, decidiamo su ragioni che sembrano dirigere la nostra condotta: e ciò dipende da una catena “necessaria” quanto sconosciuta; e la certezza che le ragioni delle nostre scelte non dipendono da noi, non servirà a farci sentire meglio.
Ricchi e meritevoli di attenzione gli ampi riferimenti bibliografici. Ci permettiamo di ricordare ai lettori i testi di Cavalli Sforza (Geni, popoli e lingua) nonché di Monod (“Il caso e la necessità”), da noi particolarmente apprezzati negli studi storici.

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La confusione sull’IMU e sulla politica tributaria

Chi parla di spostare cifre consistenti dall’imposizione sul reddito a quella sul patrimonio non sa o fa finta di non sapere che le imposte patrimoniali ordinarie e straordinarie (moderate) si pagano con il reddito corrente. Se le imposte straordinarie dovessero produrre un gettito straordinario molto elevato, molti proprietari sarebbero costretti a vendere parte del loro patrimonio per adempiere. Se la vendita di case dovesse interessare un numero consistente di proprietari l’operazione deprimerebbe il valore delle case con perdite in conto patrimoniale specie in una fase in cui le banche lesinano il credito.
Ho un patrimonio di 100 che rende il 5%. C’è equivalenza tra tassazione diretta del patrimonio per ipotesi all’1% con gettito di uno e tassazione del reddito patrimoniale al 20% uguale a 1. Quindi se si trattasse solo di spostare l’imposta dalla base imponibile reddito a quella patrimonio non cambierebbe niente perché devo pagare sempre un euro di imposta. Nel caso della tassazione della prima casa l’anomalia è che intanto c’è la esenzione ai fini Irpef e, prima dell’IMU, c’era anche la esenzione ai fini della tassazione locale. Il Governo Berlusconi aveva abolito nel 2008 l’ICI. Quindi partiamo da una situazione particolarmente agevolata della prima casa quasi sempre adibita ad abitazione principale. In questo caso, l’assenza di un reddito monetario complica il problema perché molta gente, con scarse conoscenze economico-finanziarie, non distingue bene tra reddito reale e reddito monetario e, quindi, trova iniquo che si tassi il beneficio reale (non monetario) discendente dal godimento della propria abitazione. Molta gente non ha chiaro l’effetto ricchezza positivo che si determina quando gli immobili si rivalutano e quello negativo quando gli stessi si deprezzano. In questi anni la bolla immobiliare in Italia si sta sgonfiando – per fortuna lentamente – e, quindi, c’è un effetto ricchezza negativo che è aggravato anche dal fatto che la crescita del reddito è stata fortemente negativa nella media degli ultimi tre anni. Quindi è giustificata in una certa misura la reazione popolare alla reintroduzione della tassazione della prima casa peraltro con l’aggravante della rivalutazione delle rendite catastali in una fase di valori immobiliari di mercato sono variamente discendenti. Non solo ma l’operazione è stata condotta maldestramente perché non si è cercata la parità di gettito rispetto all’ICI del 2008 ma per un ammontare più che doppio date le esigenze di risanamento dei conti pubblici anche nazionali.
Siamo ora in piena campagna elettorale e alcuni politici parlano a ruota libera, promettendo sgravi diretti sull’Irpef, l’abolizione tout court dell’IMU e – già che ci siamo – anche dell’IRAP. Altri più prudenti parlano di rimodulare l’IMU in modo da esonerare le prime case di modesto valore e introducendo elementi di progressività per i patrimoni immobiliari al di sopra di una certa soglia che alcuni giornali individuano in un 1,5 milioni di euro. Altri ancora pensano di modulare l’aliquota dell’IMU in relazione al reddito del proprietario. Vorrei cercare di chiarire alcuni punti importanti trascurati nel dibattito corrente. La tassazione degli immobili in generale viene attuata come tassazione reale e proporzionale proprio perché, di norma, si accompagna a quella personale e progressiva. Per seguire l’esempio di sopra, se io oltre all’imposta sul reddito del 20% accompagno un prelievo diretto dello 0,50% sul valore patrimoniale (100), l’aliquota sul reddito passa dal 20 al 30% sul quella categoria di reddito. Si tratta di un aumento dell’aliquota marginale effettiva del 50% e per un reddito globale basso non è poca cosa specialmente in una fase in cui anche il reddito corrente non aumenta o addirittura si riduce. Proprio per questi motivi su redditi e pensioni basse bisogna prevedere o l’esenzione oppure un sistema adeguato di detrazioni.
La sede personale (non reale, non sul singolo cespite) è quella più adatta per introdurre elementi di progressività ma, come ho già ricordato, la prima casa è fuori dalla tassazione diretta, personale e progressiva. Le seconde e terze, a certe condizioni, sono sottoposte a tassazione sostitutiva secca con aliquote del 21 e 19% a seconda del tipo di contratto (libero o concordato). La misura introdotta nel 2011 non ha avuto un grande successo come sostenevano quelli che l’hanno proposta e adottata. I grandi patrimoni immobiliari sono gestiti o da apposite società di gestione immobiliare o da società di comodo e così sfuggono alla tassazione progressiva. Quindi al momento non c’è lo strumento più adatto per fare perequazione tributaria nella tassazione delle case, ossia, su una parte del patrimonio delle famiglie italiane. Infatti è solo in sede di tassazione personale che si potrebbe collegare la tassazione della prima casa con il reddito graduando una detrazione oppure l’aliquota. Ma il reddito di chi? del solo proprietario o del nucleo familiare? Gli esiti in termini di perequazione sarebbero diversi a seconda della soluzione adottata ma in Italia osta il fatto che la tassazione diretta sul reddito è strettamente individuale. Anche l’altra proposta di introdurre elementi di progressività a seconda del valore del patrimonio immobiliare personale incontra ostacoli tecnici di non poco conto. Supposto che Tizio abbia quattro appartamenti in 3-4 comuni diversi e si addotta la tassazione progressiva, si pone una difficoltà pratica di suddivisione del gettito tra i diversi Comuni. Non è un problema molto difficile da risolvere ma sono preferibili soluzioni semplici per cui ogni immobile pagherà la sua imposta a seconda del Comune dove insiste. Per l’abitazione principale ogni comune potrà manovrare su una detrazione come per l’ICI ma bisognerebbe evitare quello che è successo proprio con questa ultima imposta con le seconde case. Molti comuni avevano adottato per i non residenti aliquote a volte doppie rispetto a quelle sui residenti esportando così parte dell’onere sui primi e non rispettando il legame che per l’imposta reale sulle case ci deve essere tra tassazione e servizi comunali. Per tutti questi motivi sarebbe opportuno tornare quanto meno alla tassazione degli immobili come l’aveva modificata il Governo Prodi nel 2006.

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Un’idea di Paese nell’Italia degli anni ’60

5 Gennaio 2013 2 commenti

Cristina Renzoni, Il Progetto ’80. Un’idea di paese nell’Italia degli anni sessanta, Alinea, Firenze, 2012.
Come spiega l’autrice nella introduzione, il saggio è suddiviso in tre parti. La prima parte è dedicata al contesto politico, sociale e ideologico in cui si inserisce l’elaborazione del II piano quinquennale (1971-75) – una lettura interessante. La II focalizza l’attenzione sulle Proiezioni territoriali del Progetto ’80 – la parte più tecnica nell’ottica dell’urbanista e di quanti credono che il governo del territorio sia premessa fondamentale e costitutiva del governo dello sviluppo economico e sociale del Paese. La III discute la tesi di quanti hanno visto e vissuto la complessa vicenda come una esperienza fallimentare. Chiude l’indagine la intervista a Giorgio Ruffolo sicuramente uno dei massimi protagonisti tecnici di quell’epoca.
In questo agile saggio ben scritto e supportato dalla letteratura più aggiornata sull’argomento, Cristina Renzoni riprende il concetto di progetto definito dallo stesso Ruffolo come “intenzione di finalità e di ordine, che trascende la gestione, ma rifiuta l’utopia. È un concetto costruttivo. Progetto è un sistema di obiettivi e di norme inteso a regolare lo sviluppo della società secondo una volontà consensuale. Esso esprime al contempo una esigenza di senso e di consenso, attorno a certi obiettivi e a certe regole”.
A poco più di un anno dalla scadenza del I piano quinquennale (1966-70), con il Progetto ’80 il governo, come si legge nelle prime pagine del documento, aveva deciso di sottoporre al Parlamento le opzioni fondamentali relative al secondo piano quinquennale nella forma di un “progetto di insieme, nel tentativo di interpretare i bisogni e le aspirazioni più importanti della società italiana”. Rispetto all’esperienza dello Schema Vanoni, del primo piano quinquennale 1966-70 che aveva introdotto il fondamentale capitolo degli impieghi sociali del reddito, che era stato un sicuro successo sul terreno strettamente economico, nel Progetto ’80 emerge con maggiore evidenza la dimensione territoriale dello sviluppo. Vedi il capitolo del saggio rubricato: “il territorio come progetto sociale”. Dico subito che l’inserimento del territorio nell’ambito del più ampio obiettivo (capitolo) degli impieghi sociali del reddito a me economista sembra double face, ossia, una valorizzazione e ad un tempo una svalutazione della pianificazione urbanistica e del problema del governo del territorio. In qualche modo in contrasto con quanto ci insegnava in quegli anni in materia di politica economica generale, Jan Timbergen secondo cui il sistema è meglio determinato se si individua un preciso strumento per ogni obiettivo da perseguire. Tale scelta in qualche modo è antesignana di quanto è avvenuto nel 2009 con il Rapporto sulla politica regionale predisposto da Fabrizio Barca su richiesta del Commissario europeo Danuta Hubner. La vecchia politica regionale viene assorbita in quella nuova di coesione sociale e territoriale ma senza proiezioni territoriali e, peggio ancora, senza un euro in più o un’idea dei fabbisogni necessari per avviare a soluzione il problema. Quello che si viene a creare con il Progetto ’80 è da un lato, la più ampia specificazione di obiettivi sino alla formulazione di alcuni obiettivi anche in termini di diritti di cittadinanza, dall’altro il più grosso squilibrio tra obiettivi e strumenti. E quando dico strumenti, ovviamente mi riferisco non solo alle risorse finanziarie ma anche alle severe regolamentazioni che avrebbero richiesto un intervento dello Stato senza precedenti. Sappiamo invece che nei primi anni ’70 si afferma l’ideologia neo-liberista della Scuola di Chicago secondo cui i fallimenti dello Stato erano più gravi di quelli del mercato e James O’ Connor nel 1973 pubblicava il suo libro “la crisi fiscale dello Stato”. Spirava già un altro vento che si sarebbe affermato subito in California, poi nella Inghilterra della Signora Thatcher (1979), e quindi nella Washington di Reagan (1981) e via via in altri paesi europei.
Nell’Italia post 1968 si apre una stagione di rinnovamento e contestazione senza precedenti. Nell’Autunno Caldo le proteste studentesche confluiscono con quelle operaie per aprire una grande stagione non solo di rivendicazioni salariali ma anche per le riforme di struttura. Tra gli anni 1970 e 1972 vengono approvate importanti riforme sociali, la riforma regionale e la riforma tributaria.
A pag. 39 la Renzoni analizza i diversi cartogrammi del Progetto ’80 dà conto dell’approccio globale che caratterizza le proiezioni in esso contenute in cui “l’inserimento del territorio all’interno degli impieghi sociali del reddito rende conto di (postula ndr) un ampliamento dei diritti di cittadinanza, tra i quali la difesa del territorio, la sua fruizione e la conquista di servizi e attrezzature sono una componente fondamentale di un progetto sociale e politico……”. Come noto, l’approccio globale si contrappone a quello puntuale ma, in alcuni casi, sfocia nel dilemma o fallace alternativa “tutto o niente”. Nella sua forma riduttiva l’approccio puntuale significa riparare quel pezzo della macchina che, di volta in volta, si guasta impedendole di funzionare. Ora se la macchina è vecchia, la riparazione del pezzo magari le consentirà di tornare a funzionare ma non necessariamente al meglio. L’approccio naturale del programmatore e dell’urbanista è quello globale. Ma per svolgere bene il tutto bisogna poter disporre di strutture pubbliche e private non solo efficienti ma anche capaci di attuare un programma che sia innanzitutto condiviso. Nel contesto politico e sociale post ’68 non c’era la macchina amministrativa né il programma condiviso. Infatti la riforma regionale sarà varata proprio in quegli anni ma la sua concreta attuazione non avverrà mai nel senso che la macchina amministrativa non sarà mai adattata al modello di Stato regionale previsto dalla Costituzione. Lo Stato italiano è rimasto centralista nonostante la riforma regionale e più recentemente quella del Titolo V. Esclusa la possibilità di “comprare una macchina nuova per l’ovvia impossibilità di sostituire una PA mai riformata con una completamente nuova, non restava che cercare una realistica via intermedia che prevedesse una serie di interventi allora definiti come strategia delle riforme. Ma anche il programma intermedio non era condiviso e, come già accennato, sul piano interno arriverà la contestazione più dura, il crollo del sistema finanziario di Bretton Woods (1971), il primo shock petrolifero del 1973, la gravissima crisi delle nostre finanze pubbliche (1974-75 ) e quindi, sul piano internazionale, l’ideologia mercatista. L’accelerazione della globalizzazione e la finanziarizzazione faranno il resto per affermare l’egoismo individualista, l’avidità e la c.d. veduta corta dalle nefaste conseguenze.
Commentando testo e carte del Progetto ’80, appropriatamente la Renzoni osserva che le Proiezioni territoriali sono: “un ampio lavoro di descrizione del territorio italiano, di analisi e schedatura dei suoi caratteri fisici, economici e sociali, di immaginazione di scenari di sviluppo in cui le mappe acquistano significato se lette nella loro integrazione con la struttura argomentativa su cui tutta la ricerca è articolata”. Già da dieci anni si disegnavano nuove circoscrizioni amministrative e aree metropolitane. Si pensava di sostituire le province con i comprensori che dovevano essere costruiti sulla base di criteri economico-funzionali sul modello di ottima dimensione della giurisdizione alla Tiebout. Esattamente il contrario di quello che si è cercato di fare da parte del Governo dei tecnici con le province quaranta anni dopo con il ridisegno delle province sulla base dei due parametri più elementari: la popolazione e l’ampiezza geografica. E questo dopo che negli ultimi 20 anni tutti i governi hanno incrementato budget e funzioni.
Un solo breve commento sulla parte terza. Forse come sostengono alcuni la programmazione in Italia fu “un libro dei sogni” e un fallimento. Certamente non mancavano nel testo gli agganci (“un paese di città in un paese-parco” o “non più la società dei bisogni ma quella del benessere”) per pensare al libro ma un fallimento non lo è stata se, come sostenevano i suoi fautori ed anche alcuni oppositori (specialmente di sinistra), il suo contenuto sostanziale consisteva nella strategia delle riforme. Con il senno del poi il mancato varo del II piano quinquennale 1971-75 e l’abbandono graduale della programmazione dimostrano che la società italiana, in quella fase non trovò né il senso né il consenso per portare avanti il Progetto.

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La crisi finanziaria compromette la Pace nel mondo

2 Gennaio 2013 2 commenti

Alla base della crisi finanziaria che si è scatenata negli USA nel 2007 e poi si è trasformata anche in grave recessione economica nel 2009 , secondo alcuni, ci sarebbe la liberalizzazione del movimenti di capitale voluta a suo tempo dal governatore della FED (Federal Feserve Bank) Alan Greenspan. È tesi semplicistica. Ricordo che anche in Europa abbiamo realizzato tale obiettivo in vista del grande mercato unico. Venendo alla crisi che ancora oggi colpisce l’UE con la doppia recessione dobbiamo dire che l’Europa, in qualche modo, se l’è cercata adottando una politica dell’austerità fondata su una visione etica del debito pubblico maldestramente imposta dalla Germania ai paesi euromed. Al contribuente tedesco si è fatto credere che le popolazioni di questi paesi sono delle cicale che spensieratamente vivono al di sopra dei propri mezzi mentre i tedeschi, gli scandinavi ed altri sono formiche che producono, consumano solo parte del prodotto, esportano e risparmiano. Sono popolazioni virtuose e non sarebbe giusto far pagare loro il costo dei vizi altrui. Si tratta di tesi falsa perché addossa genericamente alla gente comune errori e misfatti delle classi dirigenti e delle banche ed assicurazioni dei paesi euromed e copre anche la responsabilità delle banche tedesche, francesi, ecc. che facevano profitti nel finanziare governi poco responsabili. La prescrizione del medico impietoso è stata pareggio di bilancio ad ogni costo ed equilibrio dei conti con l’”estero”, ossia, con gli altri paesi membri dell’Unione perché, come noto, gestire un deficit commerciale a medio – lungo termine significa assorbire risorse prodotte dagli altri partner. In sintesi significa “vivere al di sopra dei propri mezzi” come se le merci importate da altri paesi membri non fossero pagate, e, simmetricamente, come se il risparmio dei paesi virtuosi non dovesse avere una contropartita nel debito commerciale dei paesi-cicala. Ma questo comunque dovrebbe valere per paesi indipendenti e non per Paesi membri di una Unione economica che aspira divenire anche una Unione politica.
Naturalmente i sostenitori di detta tesi trascurano che gli Stati Uniti, da oltre 60 anni, vivono al di sopra dei propri mezzi. Gestiscono un forte deficit della bilancia commerciale solo in parte compensato dai redditi provenienti dagli investimenti esteri. Gli USA hanno raccolto capitali da ogni parte del mondo, li impiegano bene e sostengono la crescita della loro economia e della produttività. Creano le basi per la sostenibilità del doppio deficit (interno ed esterno). E se non ci riescono, lasciano deprezzare il dollaro frenando le importazioni, i viaggi all’estero degli americani e compensando i differenziali di produttività con i paesi emergenti. Si dice ufficialmente che siamo in un regime di cambi “liberamente” fluttuanti e il cambio è determinato dal mercato e, quindi, avrebbe perso in gran parte fondamento la tesi di quanti sostenevano che una tale politica di svalutazione guidata del cambio era nella disponibilità soltanto della potenza imperiale. Ha perso fondamento un’altra tesi sostenuta da economisti di scuola marxista secondo cui la potenza imperiale aveva comunque bisogno della guerra per uscire dalla crisi del capitalismo. Oggi non servono i cannoni come una volta.
Lo ha ricordato indirettamente anche Benedetto XVI nell’Omelia di Capodanno – che è anche Giornata Mondiale della Pace – dove riprende un concetto già espresso nella Enciclica Caritas in Veritate: “il mondo di oggi è purtroppo ancora segnato da focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato, oltre che da diverse forme di terrorismo e di criminalità”. Oggi – aggiungo io – le guerre si combattono sui mercati dei cambi, sui mercati finanziari e delle merci. E l’apparente paradosso della globalizzazione è che l’ultima e più grande potenza comunista la Cina sostiene il primo paese capitalista del mondo mantenendo nelle sue riserve valutarie una ingente quantità di dollari USA.
E l’Unione Europea che fa? Sta a guardare e difende un cambio dell’Euro che non l’aiuta. All’inizio l’Euro aveva perso valore rispetto al cambio con il dollaro. Tutti si strappavano le vesti e gridavano al fallimento della moneta unica. Poi l’Euro si è rivalutato oltre misura superando l’1,50. Ma crescita del PIL e della produttività ristagnano nell’insieme della UE e, quindi, l’euro non attira investimenti diretti sul mercato finanziario comune che non c’è. Secondo alcuni economisti il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro dovrebbe aggirarsi attorno ad 1 o 1,05. Ma di nuovo la storia e la visione etica dei tedeschi impediscono di lasciare indebolire l’euro nonostante che detta operazione potrebbe avvantaggiare soprattutto l’economia tedesca. In queste condizioni e con questi vincoli non si va da nessuna parte salvo che effetti recessivi sempre più pesanti sull’economia tedesca nella Primavera prossima non costringano la Merkel a cambiare il segno della su politica economica in vista delle elezioni dell’autunno prossimo.

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