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Archivio Marzo 2013

La fretta di formare il governo può essere sbagliata.

Come fanno molti tifosi delle squadre di calcio che si sentono autorizzati a suggerire all’allenatore la formazione della squadra preferita, come appassionato di politica mi sento di dire qualcosa sulla procedura per arrivare alla formazione del governo e alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica, dicendo chiaro e tondo che non approvo il modo in cui il Presidente Napolitano sta arbitrando la partita.
Diversi giornalisti ed anche io nel dicembre 2011 avevamo previsto l’ingorgo istituzionale che si sarebbe determinato se il Presidente Napolitano avesse sciolto le Camere nei primi mesi del 2013 come è avvenuto. Avevo anche previsto che gli effetti della recessione dopo il famigerato provvedimento “Affossa-Italia” si sarebbero fatti sentire ancora nel 2013. E sappiamo dalla teoria del ciclo politico economico che gli elettori ricordano i danni subiti più recentemente che non quelli ormai passati ed archiviati. Allora come ora, ci vogliono far credere che non c’era alternativa e che bisognava provvedere con la massima urgenza. Per inciso sono tra quelli che sostenevano la necessità di sciogliere immediatamente dopo che Berlusconi aveva perso la maggioranza. Ciò era possibile perché, senza o con il governo in carica o dimissionario, le decisioni di politica economica più importanti sono prese a livello europeo e, in particolare, dalla Banca centrale europea – ormai dominus incontrastato anche della politica fiscale – visto che il Consiglio europeo di norma si riunisce ogni tre mesi. Il caso della Grecia e di Cipro insegna. Alla Grecia in particolare è stato imposto di votare due volte nel giro di due mesi.
Ieri si è concluso il mandato esplorativo dell’On. Bersani a cui erano state poste condizioni impossibili nella fase attuale: assicurarsi la certezza di voti sufficienti per la fiducia al Senato. Oggi il Presidente della Repubblica sta facendo un altro rapido giro di consultazioni per verificare se ci sono soluzioni alternative per confermare l’incarico a Bersani o per provare a percorrere altre strade come quella di un governo c.d. istituzionale. Come un governo di tal fatta possa superare le difficoltà che ha incontrato Bersani è tutto da vedere. Secondo me, bene ha fatto il Segretario del PD a percorrere prima la strada di un accordo con il M5S. Ma ora che ha verificato che la strada è bloccata non resta che percorrere quella delle larghe intese con Berlusconi, Grillo e Monti. Come procedere? Occorre formare delle delegazioni tecniche dei partiti e movimenti interessati per esplorare le possibilità di un accordo programmatico. Dopo di che, gli organi direttivi dei partiti e movimenti, con la massima trasparenza, devono decidere se appoggiare o meno il governo e formalmente e sottoscrivere l’eventuale accordo. L’operazione potrebbe richiedere diverse settimane. Negli anni ’60 e ’70 la DC e gli altri partiti del Centro-sinistra, in alcuni casi, impiegarono mesi prima di raggiungere l’accordo e formare il governo. Nel frattempo le trattative si incrocerebbero con quelle per il Presidente della Repubblica. Le Camere sono convocate in sessione congiunta per il 15 aprile. Quindi mancano appena due settimane e sarebbe bene sperimentare le possibilità di un accordo multilaterale. So che le probabilità di raggiungerlo sono basse ma bisogna mostrare ragionevolezza ed apertura da tutte le parti. Sarebbe un buon viatico per raggiungere un accordo programmatico per il governo. Si tratta di un accordo necessitato visto che l’attuale Presidente della Repubblica non può sciogliere il Parlamento e, comunque, sarebbe inappropriato che lo facesse il nuovo Presidente appena eletto.
Ho scritto l’altro ieri che il PD e il Pdl hanno visioni e programmi non solo ideologicamente contrapposti ma anche in pratica difficilmente conciliabili. E tuttavia non c’è soluzione alternativa al dialogo e alla verifica concreta delle possibilità di accordo anche con Grillo e Monti come ho detto sopra. Bisogna verificare punto per punto e con la massima trasparenza chi si oppone ad un governo di cambiamento, a questa e quell’altra proposta concreta, lasciando il timone in mano al segretario del PD, che piaccia o non piaccia ha la maggioranza alla Camera dei deputati. E non è poco nelle circostanze. Bisogna inchiodare alle proprie responsabilità il M5S che allo stato delle cose, non gli conviene scegliere tra il PD e il PdL per un semplice motivo: nell’uno o nell’altro caso rischia di perdere parte significativa dei suoi elettori. Stando alle analisi svolte dagli esperti risulta che essi provengono al 50% dal Centro-sinistra e per l’altra metà dal Centro-destra. Con un governo di larghe intese il M5S potrebbe eludere tale difficile scelta.
Qualcuno dice che la situazione economica e finanziaria non lascia molto tempo a disposizione ma delle due l’una: o l’attuale governo mente quando afferma che ha risanato i conti in termini strutturali oppure mente chi dice che bisogna agire con la massima urgenza, dimenticando che la fretta a volte si rivela cattiva consigliera. In fatto che i conti pubblici siano risanati lo certifica la c.d. troika. Ma l’impasse che si è determinata in Parlamento non lascia alternative. Non ci sono soluzioni facili da attuare. Serve un lavoro certosino e di grande pazienza. Serve tempo perché, se si vogliono fare le cose, bisogna esplorare attentamente tutte le possibili via di uscita tenendo presente che non si può sciogliere subito il Parlamento e che non conviene votare di nuovo nel mezzo di una grave recessione.

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Le difficoltà della democrazia e le scelte che abbiamo davanti

27 Marzo 2013 3 commenti

Nel post del 2-03-13 ho scritto che la tanto deprecata legge elettorale del 2005 aveva funzionato bene. Aveva assicurato non solo una maggioranza parlamentare al partito e/o coalizione che aveva raccolto il maggior numero di consensi, ma anche l’alternanza . Molti editorialisti e commentatori continuano a scrivere e a dire che non si può tornare a votare con la stessa legge elettorale. Per la verità l’argomento non è menzionato nel programma elettorale del PdL né è stato menzionato nel comizio di Berlusconi a Roma il 23 marzo scorso. Ma continua il mantra: se c’è incertezza e instabilità politica, ciò è dovuto al sistema elettorale che andrebbe riformato prima di tornare a votare. Lo dicono in molti perché a furia di sentirselo ripetere anche dai giornali e dalla TV, prima o poi, tutti o quasi si persuadono che l’affermazione sia vera. E se lo dicono giuristi, costituzionalisti, rappresentati dei partiti interessati, sedicenti esperti di sistemi elettorali perché il cittadino comune non dovrebbe credere loro?
Ribadisco che è falso e sulla Stampa del 24 marzo scorso Luca Ricolfi si mette anche lui in controtendenza. Spiega che la vera causa dell’incertezza ed instabilità politica è la politica stessa, la qualità della classe dirigente che antepone l’interesse particolare a quello generale. A sostegno della sua tesi principale che io condivido, l’editorialista della Stampa cita il c.d. paradosso di Condorcet che spiega come in certi casi non si aggregano le preferenze e non si formano maggioranze chiare sui programmi dei diversi partiti. Ricolfi non cita Kenneth Arrow, premio Nobel dell’economia 1972, che negli anni ’50, ha ripreso Condorcet e ha meglio precisato le condizioni che in casi particolari, con tre partiti e tre programmi, tutti prendono la maggioranza e, quindi, nessuno ha la maggioranza. Il problema è conosciuto come Teorema dell’impossibilità della maggioranza. Abbiamo tre partiti e tre programmi (A, B, C):
Pd A p B p C
Pdl B P C p A
M5S C p A p B
Tutte le proposte hanno una maggioranza (2/3) se si mettono in votazione A vs. B, B vs. C; C vs. A. E quindi è come se non ci fosse una maggioranza. Ma l’ordinamento di sopra non è una votazione vera e propria ma come un sondaggio e/o monitoraggio delle preferenze per dimostrare che, a volte, le preferenze si aggregano e, a volte, no. Se si vota una volta sola c’è il problema di chi stabilisce l’ordine del giorno perché ciò viola il criterio della non dittatorialità. Allora bisogna mettersi d’accordo su come si stabilisce l’ordine del giorno. Gli altri criteri sono: la transitività: se A è preferito a B, e B è preferito a C, A deve essere preferito a C. Ci deve essere completezza nei programmi prospettati; non ci deve essere ciclicità. Non ci devono essere alternative irrilevanti. Il problema è di che scelte stiamo parlando. Il paradosso di Condorcet-Arrow è caso limite in cui può non esserci una maggioranza. È appunto un paradosso. Di norma, su scelte importanti le maggioranze si formano, alias, le preferenze si aggregano. Se il condominio brucia, gli inquilini collaborano a spegnere il fuoco. Su scelte meno drammatiche le preferenze non si aggregano necessariamente e qui entra in gioco la responsabilità e/o la capacità di mediazione della classe politica. Quindi è sbagliato fare l’equazione: impossibilità della maggioranza = impossibilità della democrazia. Se fosse vera tale equazione, vorrebbe dire che in tutte le democrazie moderne, più o meno avanzate, stiamo vivendo in dittatura. È noto che la democrazia ha tanti difetti ma non conosce sistema migliore.
Se io penso a tre programmi in concreto, non posso pensare che in essi non ci sia una sostanziale parte comune o parti diverse sulle quali non si possano conciliare le posizioni dei diversi partiti come dimostra il teorema dell’elettore mediano: quello che vota per il programma che gli assicura i maggiori benefici individuali. Non vota per appartenenza o per ragioni ideologiche. È questo spiega perché nelle democrazie avanzate i programmi elettorali convergono al centro, ossia, vengono costruiti per convincere l’elettore mediano a spostarsi da una parte o dall’altra. In pratica, non tutti votano in funzione dei benefici aspettati e pochi sono in grado di discernere esattamente e valutare correttamente detti vantaggi nell’orizzonte temporale più appropriato. C’è inoltre il c.d. paradosso del non voto. Molti elettori non votano perché ritengono che il loro voto non influisca sull’esito delle elezioni. Non ultimo c’è il problema della dittatura della maggioranza che si ha quando il 51% scarica il costo delle decisioni sulla minoranza. Per converso, c’è la dittatura della minoranza quando prevedendo il voto all’unanimità l’ultimo avente diritto impedisce che si raggiunga il 100% o il quorum elevato predeterminato. In tutti questi casi subentrano problemi di etica del convincimento e della responsabilità.
Questi sono solo alcuni dei problemi che affliggono il modello democratico e i costituzionalisti si sono affannati nel tempo ad escogitare meccanismi idonei a ridimensionare la gravità di essi.
Venendo al caso italiano, è chiaro che il sistema tripolare uscito dalle elezioni del 24-25 febbraio è del tutto anomalo perché il PD e il PdL , contrapposti ideologicamente, hanno programmi diversi anche su molti punti importanti della politica economica e finanziaria. Allo stato delle cose, non sembra che di due partiti principali siano disposti a stipulare una tregua attiva, a mettere da parte i punti inconciliabili ed affrontare con spirito costruttivo i gravi problemi dell’equilibrio finanziario, della disoccupazione e della crescita economica.
Il M5S si contrappone ad entrambi e, apparentemente, anche al sistema. Si rifiuta di scegliere tra i due perché pensa che, andando a votare al più presto, possa incrementare il suo bottino di voti. Anche Berlusconi nel comizio del 23 marzo a p.za del Popolo sembra deciso a percorrere la strada del voto anticipato. Ma c’è il previsto ingorgo istituzionale. Il Presidente Napolitano non può sciogliere le Camere e bisogna eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Probabilmente passerà a questi la decisione di andare a nuove elezioni con o senza riforma elettorale.
Tutto questo è possibile perché in fondo non funziona il c.d. rapporto di agenzia per cui i politici scelti (eletti) rispettano la volontà degli elettori. Ma gli elettori sanno esattamente che cosa vogliono? Nel clima di rissa e di permanente campagna elettorale, gli elettori sono frastornati e molti si comportano come quelle tifoserie che vogliono vedere vincere la propria squadra a prescindere dal gioco che ha effettivamente prodotto.
Nel clima di illegalità e corruzione che permea ampi settori della vita pubblica e privata, tendono a prevalere demagogia e populismo che delegittimano le istituzioni democratiche e preparano il terreno per assetti autoritari. Vi contribuisce non poco anche il grosso deficit di democrazia che si è determinato a livello centrale nella Unione europea.
Siamo in una situazione di emergenza economica e finanziaria ed in una situazione eccezionale dal punto di vista istituzionale e tutti dovremmo auspicare che le vecchie e nuove forze politiche presenti in Parlamento si comportino in modo responsabile al di là delle vecchie e nuove contrapposizioni. Nello specifico le forze politiche dovrebbero consentire un voto di fiducia tecnico al Senato perché si formi un governo. Senza governo non c’è il soggetto a cui opporsi o proporre soluzioni ai problemi che ci aspettano.
Ma avere un governo a cui contrapporsi o con il quale collaborare – dicono alcuni – non è così importante atteso che le decisioni più importanti vengono assunte a Bruxelles. È proprio qui abbiamo visto recentemente che il Belgio è andato avanti per circa 18 mesi senza governo ma questa ipotesi, a mio giudizio, non è consentita all’Italia in questa grave fase congiunturale dell’Italia con tre milioni di disoccupati, 4 milioni di poveri e crescita zero. Sarebbe irresponsabile non avere un governo nel pieno delle sue responsabilità perché da un lato quali che siano le decisioni del Consiglio europeo poi devono essere attuate, dall’altro, il ruolo del governo italiano potrebbe essere strategico ai fini di una svolta nella politica economica e finanziaria a livello europeo che sembra essere auspicata da tutte o quasi le forze politiche.
Storicamente, gli italiani hanno affrontato e superato situazioni – come quelle degli anni ’70 – anche più drammatiche di quella attuale. Sono convinto che ce la faranno anche questa volta.

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I parlamentari devono lavorare di più

I neo Presidenti delle Camere Grasso e Boldrini ieri hanno dichiarato che si autoridurranno lo stipendio del 30%, che proporranno la stessa cosa per le altre cariche interne e, terzo, chiederanno ai parlamentari di lavorare cinque giorni alla settimana. Tutto bene, purché il maggior lavoro non si traduca in un ulteriore incremento della produzione legislativa già ora di pessima qualità che crea un mare di complicazioni per le famiglie, le imprese e per gli stessi uffici pubblici. Forse ai neo Presidenti delle Camere sfugge che il Parlamento italiano produce un numero di leggi pari a 7-8 volte quello prodotto dal Parlamento britannico. Sarebbe invece quanto mai opportuno che le Commissioni parlamentari dedicassero più tempo e impegno a controllare l’attività del governo e della pubblica amministrazione nella gestione del bilancio e nell’applicazione delle leggi.

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Gli italiani, la legge elettorale e la governabilità.

Qualcuno dice che con Renzi il Partito democratico avrebbe vinto alla grande e si sarebbe assicurato la governabilità. Naturalmente non dice come e perché. Secondo me, simile affermazione non ha fondamento alcuno perché non tiene conto del sistema elettorale, del fatto che 11 milioni di elettori si sono astenuti e che, non ultimo, in Parlamento è entrata una nuova forza politica (M5S) che ha raccolto il 25% dei voti espressi. Se si tiene conto di questi semplici dati di fatto allora si capisce perché, al di là della qualità delle rispettive leadership, i due partiti maggiori hanno preso meno voti. Ma chi l’ha detto che la maggioranza parlamentare, ipso facto, assicura la governabilità del Paese?
Lo dicono “autorevoli” commentatori che scrivono sui principali giornali. A mio diverso parere, i risultati attuali sono coerenti con il meccanismo della legge Calderoli. Alla Camera dei Deputati, come previsto, il partito e/o coalizione che ha preso più voti ha un’ampia maggioranza dei seggi. Al Senato no perché lì i premi di maggioranza sono correlati alla popolazione e, quindi, agli elettori delle diverse Regioni. Con questa variante si può verificare che se un partito è più forte nelle regioni più popolose si appropria della parte più consistente del premio di maggioranza. Tale variante è stata introdotta su suggerimento dell’allora Presidente Ciampi in contemporanea all’approvazione della riforma della seconda parte della Costituzione dove si prevedeva la trasformazione del Senato in senso federale. Era prevedibile e previsto che la composizione dei vari premi regionali non assicurasse al Senato una maggioranza omogenea a quella della Camera o viceversa. È questo un difetto della legge elettorale? No, perché è stata consapevolmente voluta così perché allora, nella parallela riforma costituzionale del 2005, era prevista la differenziazione delle competenze del Senato. Infatti, certa dottrina costituzionale da tempo criticava il bicameralismo perfetto (piena parità di competenze e poteri tra Deputati e Senatori) perché il sistema risultava complessivamente lento e perciò poco efficiente. Senonché la riforma costituzionale fu poi bocciata dal referendum popolare dell’ottobre 2006 ma la legge Calderoli rimase e, contrariamente, alle aspettative di chi l’aveva promossa, assicurò a Prodi di vincere le elezioni del 2006. Nel 2008 ha assicurato a Berlusconi un’ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato. Paradossalmente poi Berlusconi, per colpa sua, ha perso la maggioranza proprio alla Camera dove inizialmente disponeva di circa cento seggi in più.
La legge Calderoli – come del resto la precedente Mattarella – era stata studiata per assicurare la governabilità e la stabilità del capo del governo. In entrambi i casi non l’ha fatto perché Prodi è stato sostituito da D’Alema nella legislatura 2006-2001, è stato messo in minoranza nel 2008, e Berlusconi è stato sostituito da Monti senza che formalmente fosse stato sfiduciato da nessuna delle due Camere. Ma la stabilità del capo del governo va distinta dalla governabilità – senza trascurare che il sistema maggioritario mal si adatta ad una società pluralista, frazionista, municipalista, poco propensa a tenere nella dovuta considerazione il bene comune.
La legge Calderoli non ha assicurato la governabilità che dipende dalla qualità delle leggi approvate, dall’efficienza ed efficacia degli apparati che devono applicarle, dalla capacità del Parlamento di controllare l’applicazione delle leggi e, non ultimo, dai comportamenti dei cittadini (e/o compliance). Nel caso dell’ultima legislatura hanno giocato un ruolo particolare altri fattori relativi a certi comportamenti del premier. Berlusconi nel 2011 aveva perso ogni credibilità e reputazione sia all’interno sia all’estero.
Mi sembra chiaro pertanto che la governabilità del Paese – correttamente intesa – non dipende direttamente dalla legge elettorale seppure restano alcuni suoi gravi difetti quali l’abrogazione delle preferenze e la mancata previsione di una soglia per accedere al premio di maggioranza. Questa è solo una procedura per eleggere i parlamentari che, una volta eletti, devono comportarsi in maniera onesta, responsabile e trasparente. Ma se poi il governo, in linea di prassi, li espropria delle loro competenze in nome del decisionismo e/o di presunti stati di necessità e se il governo a sua volta è inefficiente ed incapace, se il contenuto e la qualità delle leggi non sono adeguati, se l’amministrazione pubblica è delegittimata e deresponsabilizzata, allora attribuire l’ingovernabilità alla legge elettorale è un escamotage retorico per nascondere le colpe della classe politica ai più alti livelli.
Nonostante gli impegni formalmente assunti nel novembre 2011, i partiti politici principali non sono riusciti o non hanno voluto riformare in senso proporzionale la legge Calderoli tanto deprecata a parole. La richiesta forte veniva avanzata dal c.d. Polo di centro – Casini e Fini ai quali alla fine si è aggiunto Monti con la sua lista civica. Nonostante le perorazioni del Presidente della Repubblica la riforma non è stata varata perché i due principali partiti italiani non sono sicuri di voler abbandonare il sistema elettorale di tipo maggioritario. Ma se lo avessero fatto e se si fosse votato con una legge di tipo proporzionale anche con sbarramento elevato, probabilmente i risultati sarebbero stati peggiori di quelli attuali. E tutti, di nuovo, avrebbero gridato allo scandalo. Ma se così, è bene che gli italiani, prima di lamentarsi, si chiariscano bene quale forma di governo vogliono e quale tipo di legge elettorale ritengono più appropriata per scegliere – ed, eventualmente, revocare – i propri parlamentari. E, soprattutto, capiscano bene quali sono le vere e diverse condizioni che determinano la stabilità del governo e la governabilità del Paese.

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