Archivio

Archivio Aprile 2013

Il poker delle cariche istituzionali

Alcuni commentatori parlano di un rischio default delle istituzioni che si sarebbe venuto a creare nel Paese. Secondo me, il rischio lo ha creato inopinatamente il Presidente della Repubblica quando non ha dato l’incarico pieno a Bersani. Secondo me, forzando le regole costituzionali perché, nella repubblica parlamentare, il compito di formare il governo spetta in primo luogo ai partiti e non al Presidente della Repubblica. Il mio è un discorso sul filo del rasoio e certamente non è condiviso da quanti propendono per la Repubblica presidenziale. Bersani che aveva ricevuto un incarico solo esplorativo non è stato in grado di dimostrare di assicurarsi i voti per raggiungere la maggioranza in Senato dopo il netto rifiuto del M5S. Quindi il presidente Napolitano non lo ha congelato – come sostenevano alcuni giornalisti – ma lo ha messo da parte. Non gli ha dato la possibilità di verificare se si poteva raggiungere un accordo con il PdL. Ci ha provato in prima persona, ha fatto le consultazioni lampo e ha verificato direttamente che non c’era alcuna maggioranza per fare il governo. A questo punto Napolitano entra in tilt. Non sa più cosa fare. Congela il governo Monti che rappresenta solo lui e nomina 10 saggi, opportunamente, per prendere tempo e verificare punti di convergenza tra i programmi del PD, Pdl e Lista Civica. Ma lo aveva appena fatto lui medesimo. In realtà cambia tattica. Si avvicina la data della convocazione delle Camere in seduta comune. Napolitano decide di rinunciare a fare altri tentativi per fare il governo e aspetta che si elegga il nuovo Presidente della Repubblica, naturalmente e doverosamente, sulla base delle larghe intese – specialmente dopo che senza di queste il PD era riuscito ad eleggere i Presidenti delle Camere.
Il metodo è corretto ma non funziona. Vengono bocciati Marini e Prodi per defezioni di parlamentari del PD. Affrettatamente si decide di andare avanti e non perdere altro tempo. Inopinatamente i principali partiti si mettono d’accordo per la rielezione di Napolitano. È un ping pong. La palla è rimandata al Presidente della Repubblica che ora ha il potere di sciogliere le Camere. Nel discorso inaugurale Napolitano minaccia di dimettersi davanti al Paese se i tre partiti sopra menzionati non si mettono d’accordo. Berlusconi esulta perché i sondaggi lo danno davanti al PD. Fin qui ha vinto lui.
Napolitano organizza altre inconcludenti consultazioni lampo e, dopo una notte di riflessione, dà l’incarico all’On. Enrico Letta il quale lo accetta con riserva e dichiara che non farà un governo a qualsiasi costo. Gli risponde l’ineffabile On. Brunetta, presidente del gruppo PdL della Camera, dicendo che visto che il PD al momento ha fatto poker, ossia, si è assicurato le prime quattro cariche dello Stato, il programma di governo deve essere quello del PdL inclusa l’abrogazione irrinunciabile dell’IMU sulla prima casa e la restituzione di quella pagata per il 2012. Non mi pare che l’inizio sia promettente. Ci sono tutte le premesse per il fallimento del tentativo del presidente incaricato. Ma il Presidente Napolitano – come un disco rotto – dichiara che non c’è alternativa al successo dell’On. Letta E.. Non c’è alternativa alle larghe intese con Pdl e Scelta Civica. Ora può sciogliere le Camere. Una minaccia o una promessa? Ma lo scioglimento delle Camere a chi gioverebbe?
Berlusconi ha accolto l’invito del suo amico George W. Bush che inaugura la sua biblioteca. Berlusconi non rilascia dichiarazioni per addotte difficoltà nei collegamenti telefonici. Ma corrono voci secondo cui vorrebbe il suo Consigliori Gianni Letta come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al posto di Catricalà. Se così fosse, Letta G., noto per le sue grandi doti di mediazione dietro le quinte, potrebbe fare il miracolo di favorire la formazione di un governo presieduto dal nipote anche nell’interesse del suo Capo. Sembra un paradosso ma non lo è. Nonostante il poker di cariche istituzionali, grazie alle scelte del Presidente della Repubblica dal 2010 a questa parte, le carte sono rimaste in mano a Berlusconi. Ma le mie sono solo maldicenze.

Categorie:politica Tag:

Sul discorso del “nuovo” Presidente della Repubblica 2

Nel pomeriggio avevo operai in casa e non ho potuto ascoltare in diretta il discorso del “nuovo” Presidente della Repubblica. Quando gli operai sono andati via, ho cercato il discorso sul web e il sito del settimanale Panorama me ne ha offerto ripetutamente uno che mi sono affrettato a commentare. Come ho scritto in post precedenti la fretta è cattiva consigliera e a volte fa prendere abbagli. Quando ho potuto seguire il TG2 mi sono reso conto di aver commentato il discorso sbagliato. Chiedo scusa ai miei lettori.
In tutta sintesi, trovo interessante l’apprezzamento diverso sul comportamento degli uomini delle istituzioni locali. Non condivido il commento sulla “impotenza del Parlamento in seduta comune ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato”. Credo che un Capo dello Stato in prorogatio sarebbe stato un male minore di un governo Monti in prorogatio e che in una repubblica parlamentare il primo compito del Parlamento sia quello di dare un governo al Paese.
Il Presidente fustiga “una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure ed irresponsabilità” ma non capisco perché non lo abbia fatto prima con appositi messaggi alle Camere. Il senno di poi non serve a niente. Dice che “resta imperdonabile la mancata riforma delle legge elettorale del 2005” ma è un luogo comune se non precisa in che senso andava riformata. È vero che cita il Presidente della Corte costituzionale Gallo ma prevedere una soglia alta del quorum per l’attribuzione del premio, con tre protagonisti di peso equivalente, probabilmente avrebbe portato ad una situazione in cui nessuno prendeva il premio e, quindi, ad una situazione di maggiore difficoltà nella formazione del governo.
Condivido ancora meno la considerazione sulla mancata riforma della seconda parte della Costituzione se non c’è consenso tra quanti vogliono il presidenzialismo e quanti vogliono rimanere nella repubblica parlamentare sia pure con qualche aggiustamento. È questo quello che dicono in sostanza i saggi da lui consultati. Nel 2005 Berlusconi, dopo due anni di voti a stretta maggioranza, riuscì a varare la riforma costituzionale che fu poi bocciata dal referendum dell’autunno 2006. Il secondo governo Prodi non ebbe il tempo per affrontare il problema perché perse la maggioranza risicata che aveva. E lo stesso capitò al governo Berlusconi che perse dopo due anni l’ampia maggioranza che aveva ottenuto nelle elezioni del 2008. In ogni caso, il problema non è quello di “infrangere il tabù del bicameralismo paritario” quanto quello di capire quale forma di Stato e di governo vogliono gli italiani. Solo allora si potrà parlare con cognizione di causa di riforma costituzionale e di quella elettorale, altrimenti si continua con i luoghi comuni. Il nuovo presidente Napolitano minaccia le dimissioni se non si avanti su questa strada ma non sembra rendersi conto che la governabilità del paese non è solo questione di regole costituzionali ma di etica della responsabilità. Eppure in precedenti passaggi ha parlato proprio di guasti, chiusure e irresponsabilità.
Condivido il passaggio in cui parla di necessità di prendere atto dei risultati elettorali e, quindi, di rivedere saggiamente posizioni di chiusura al dialogo assunte durante la campagna elettorale. Correttamente si astiene dall’indicare altri obiettivi del programma di governo. Ma resta il quesito: ora che ha riconquistato il potere di sciogliere il Parlamento, riuscirà a promuovere la formazione del governo?

Categorie:politica Tag:

Sul discorso del “nuovo” Presidente della Repubblica

Alcune brevi considerazioni a caldo. La prima riguarda il discorso sull’Europa, la nostra seconda patria. Trovo l’espressione infelice. Secondo me, avrebbe dovuto dire la nostra prima patria se penso all’Impero romano nelle sue diverse versioni e all’Europa come dimensione dello spirito. Si oggi la soluzione va cercata nel rilancio del progetto europeo ma l’Europa è anche il problema per via di una classe dirigente non all’altezza del compito. Nessuno accenno ai problemi creati dall’euro. Nessuna considerazione per i problemi degli altri undici paesi membri dell’Unione che non stanno proprio bene. Nessuna considerazione specifica per i Paesi c.d. euromed.
La seconda considerazione riguarda il governo di cui cita solo le esigenze di stabilità. Mi sembra poco. Un governo che a suo dire deve sciogliere innanzitutto il nodo del debito pubblico. Una considerazione che sarà certamente apprezzata dalla signora Merkel. Certo poi cita anche il problema della crescita ma le priorità andavano rovesciate.
Risibile o, se preferite ironico, il riferimento alle “risorse di cui dispone l’Italia: “Sono le risorse delle istituzioni regionali e locali, che esercitano le loro autonomie in responsabile e leale collaborazione con lo Stato e contando sull’impegno unitario della pubblica amministrazione al servizio esclusivo della nazione”. Il Presidente Napolitano sta parlando di un’amministrazione pubblica mai debitamente riformata per adeguarla allo Stato regionale previsto dalla Costituzione, una burocrazia inefficiente costruita sulle competenze e non adeguatamente orientata al conseguimento degli obiettivi. Una pubblica amministrazione permeata dalla corruzione stimata dalla Corte dei Conti in 60 miliardi all’anno per non parlare dell’inefficace contrasto all’evasione fiscale, a quella contributiva e all’economia sommersa. Evidentemente dall’alto del Colle la realtà è percepita diversamente.
Ancora più risibile e forse ipocrita è il riferimento alle risorse che “possono essere attribuite ai giovani, uomini e donne in formazione, da un sistema di istruzione che fino al più alto livello offra a tutti uguali opportunità di sviluppo della persona e premi il merito e la dedizione allo studio e al lavoro”. E questo dopo che tutte le analisi internazionali dipingono ampiamente lo stato di degrado del nostro sistema educativo, l’impiego di risorse inferiore alla media dei paesi OCSE e i tagli di risorse e personale operati dagli ultimi governi.
Per non essere del tutto negativo, aggiungo che apprezzo sinceramente il passaggio dove pone “ con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le accresciute disuguaglianze e le nuove emarginazioni e povertà, dell’impegno più conseguente per elevare l’occupazione e il livello di attività della popolazione, il problema non eludibile del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati e di una rinnovata garanzia della dignità e della sicurezza del lavoro. C’è bisogno di più giustizia e coesione sociale”. Ma questi sono solo auspici di un Presidente che regna e non governa perché l’azione spetta ora al governo delle larghe intese. E francamente tra i partiti interessati al momento non vedo una forte convergenza su tali obiettivi.

Categorie:politica Tag:

Il Lavoro prima di tutto

L’Italia arrivò tardi al welfare State. Solo dopo la fine del centrismo e con l’apertura a sinistra nei primi anni ’60 gli impieghi sociali del reddito diventavano uno dei punti dell’agenda politica e dei programmi di governo. Dopo alcune misure parziali in materia di riforma sanitaria solo nel 1978 si arriva al Sistema sanitario nazionale più o meno sul modello inglese. Secondo le periodizzazioni correnti erano passati di poco i gloriosi trenta (1945-75) e in Italia c’era stato il primo tentativo di imprimere una svolta a destra con il governo Andreotti-Malagodi del 1972-73. Parallelamente dopo il trentennio neoliberista, sono gli Stati Uniti di Obama nel 2009 a invertire per primi la rotta e fare assumere al governo un ruolo forte per salvare l’industria automobilistica e le banche. L’Unione europea resiste ad oltranza ad abbandonare il neoliberismo e cade nella seconda recessione nel giro di pochi anni. Si amplifica in Europa e ancor più in Italia la distribuzione diseguale del reddito e del lavoro.
“A partire dai primi anni ottanta – scrive Stefano Fassina in “Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra i diritti”, Donzelli editore, 2012 – la politica economica neo-liberista, invece di contrastare, alimenta gli effetti sperequati dell’apertura senza regole democratiche dei mercati nazionali. La limitata domanda di specializzazioni elevate , accessibili in misura brutalmente privilegiata in un contesto di scarsa mobilità sociale ai figli e alle figlie dell’upper class, amplifica le dinamiche di distribuzione diseguale di reddito del lavoro. È di moda la flat rate tax e la delegittimazione della progressività dei sistemi fiscali in nome delle virtù creatrici della disuguaglianza. È di moda il trickle down, la teoria dello sgocciolamento del benessere generato dall’arricchimento dei più ricchi in quanto più produttivi. È di moda l’aggressione al welfare dipinto sempre e comunque come assistenzialismo clientelare, fonte sempre e comunque di degenerazione morale prima che economica…….
Quanto è avvenuto e continua a manifestarsi non solo in Italia ma anche all’estero non è un incidente nel percorso armonico del capitalismo, non è una semplice degenerazione della finanza avida, non è una delle tante crisi congiunturali, … è una grande transizione verso un ordine diverso da quello precedente. In realtà Fassina non crede al crollo ineluttabile del capitalismo né a quello dell’Impero americano. Più realisticamente ritiene che siamo di fronte al ridimensionamento dell’egemonia culturale ed economica degli Stati Uniti. Siamo di fronte ad un mondo multipolare. La domanda mondiale non è più tirata solo dai consumi americani. Bisogna fare i conti con i c.d. squilibri globali e con la competizione che arriva dalle economie emergenti, con i BRICS. Cita le tesi della Destra americana secondo cui il welfare state è insostenibile. Bisogna ridimenzionarlo se si vuole evitare il crollo del sistema. Che questo possa ulteriormente aggravare la condizione delle classi medie e lavoratrici non importa. Esse si devono adattare alla nuova situazione che si è creata ad opera della globalizzazione dei mercati. Sono in gioco gli impieghi sociali del reddito e, quindi, i diritti dei lavoratori e l’Italia figura ai primi posti tra i paesi con un tasso di concentrazione dei reddito e della ricchezza.
Come reagire a questa tendenza perversa? Sinteticamente la risposta di Fassina che condivido è : non possiamo rassegnarci all’impoverimento progressivo del lavoro, della democrazia, del compromesso socialdemocratico. In chiaro, Fassina rigetta la tesi ancora popolare nella sinistra c.d. radicale secondo cui capitalismo e democrazia sono incompatibili e cita non a caso il compromesso socialdemocratico che nel XX secolo, in alcuni paesi europei, ha saputo coniugare al più alto livello mai raggiunto la libertà d’impresa con i diritti dei lavoratori.
Se la crisi che stiamo vivendo non è solo finanziaria ma crisi strutturale di produttività e competitività del sistema, il problema non si risolve con la riduzione del costo del lavoro e del welfare che sono gli strumenti per migliorare la qualificazione e la migliore formazione dei lavoratori.
Fassina pone il lavoro prima di tutto. C’è nel paese una grave questione sociale ed è con la creazione di nuovi posti di lavoro e con la crescita economica che si affronta efficacemente la questione sociale. Ricordo a tutti noi che nella visione di Rawls sulla giustizia sociale senza welfare state non c’è un minimo di giustizia sociale. Senza giustizia sociale non c’è pace sociale. Senza welfare distruggeremmo il modello sociale europeo che ci viene invidiato da tutto il mondo ovviamente lasciando fuori la Destra americana e le numerose dittature che prevalgono nel mondo. Non sto parlando di uguaglianza che nel contesto occidentale, al di là della retorica e dell’ipocrisia, in questa fase storica, suona blasfemia. Parlo di giustizia sociale nei termini di Rawls. Tutte le misure di politica economica e finanziaria devono mirare a migliorare la sorte, le condizioni di vita dei più deboli; devono rispettare sul serio i livelli essenziali delle prestazioni per tutti i servizi connessi al welfare. Per avere la giustizia sociale secondo Rawls occorre:
a) una costituzione giusta che assicuri a tutti i diritti di eguale cittadinanza;
b) che “il processo politico sia condotto , per quanto lo permettono le circostanze, come una procedura giusta per scegliere tra i vari governi e per emanare una legislazione giusta”;
c) che esista un’equa eguaglianza delle opportunità;
d) che “il governo garantisca e faccia rispettare l’eguaglianza di opportunità nelle attività economiche e nella libera scelta dell’occupazione.
e) Infine, che il governo garantisca un reddito minimo sociale ai meno fortunati…
Specificando meglio la funzione di stabilizzazione del bilancio dello Stato, Rawls afferma che essa deve perseguire una situazione ragionevole di pieno impiego, nel senso che coloro che vogliono un lavoro possono trovarlo, e che la libera scelta dell’occupazione e gli investimenti sono garantiti da una forte domanda effettiva”.
Ecco una società democratica e ricca può permettersi queste cose solo che le voglia. È falso che il welfare sia insostenibile. Se la missione del governo è la giustizia sociale e se questa non c’è senza sicurezza sociale, allora bisogna lottare per un governo che riconosca la sua missione fondamentale e faccia tutto il necessario per attuarla. Fassina non cita Rawls ma la Charitas in veritate di Benedetto XVI che nel discorso scritto per la manifestazione a Sapienza Università di Roma (2008) ancora il suo pensiero sociale, la sua impostazione filosofica anche a Rawls e Habermas.
Venendo allo specifico contesto europeo, Fassina afferma che “per uscire dalle prospettive di regressione democratica, i socialisti europei e il PD, in sintonia con la Confederazione europea dei sindacati e con tante variegate voci presenti nel dibattito internazionale, hanno proposto di: 1) far evolvere il Meccanismo europeo di Stabilità in un’agenzia del debito pubblico; 2) definire e attuare un piano di ristrutturazione dei debiti dei paesi insolvibili; 3) elaborare e attuare un piano europeo di investimenti aggiuntivo rispetto a quelli della Banca europea degli investimenti e del Fondo strutturale “Marguerite”; 4) definire quadri regolativi unici per ciascuno dei comparti finanziari da far gestire ad apposite autorità di vigilanza; 5) coordinare le politiche della tassazione e intensificare il contrasto ai paradisi fiscali.
Se è vero che l’addotta crisi fiscale e/o insostenibilità del Welfare State è dovuta soprattutto alla massiccia evasione fiscale e alla forte incidenza dell’economia sommersa è chiaro che solo riducendo la concorrenza fiscale – a suo tempo teorizzata e imposta a livello europeo dal Commissario Monti quale agente dell’impostazione neo-liberista imperante – si può “invertire la marcia nella distribuzione del reddito da lavoro e della ricchezza”. La proposta è organica e viene coronata da quella dello standard retributivo a livello europeo, alias, uno strumento di coordinamento delle politiche salariali sulla base della produttività, della competitività interregionale e quindi, degli squilibri commerciali tra i Paesi membri dell’UE. In altre parole, i paesi in surplus non dovrebbero continuare ad accumulare avanzi ma accelerare la crescita dei salari per assorbire gli avanzi. Quelli in deficit dovrebbero allineare la dinamica salariale a quella della produttività e, soprattutto, investire nella formazione permanente e nell’innovazione per aumentarla. “Gli squilibri macroeconomici interni alla UE non possono essere corretti sempre e comunque con misure correttive dei deficit della bilancia commerciale attraverso svalutazioni interne e innalzamento della competitività di merci e servizi”. Al centro della UE serve una vera unione politica e fiscale in grado di affrontare gli squilibri commerciali che la moneta unica determina.
Nella giustizia sociale è centrale la questione di un lavoro decente. Con sei milioni di senza lavoro tra disoccupati esplicite e sommersi in Italia non c’è giustizia sociale. All’interno del Partito democratico Stefano Fassina aggrega i giovani turchi, i “rivoluzionari”. Secondo Mario Monti in campagna elettorale doveva essere “silenziato”. Ma se uno prende sul serio la sostanza delle sue analisi e delle sue proposte, alla fine, concludo che egli è un liberal alla Rawls. E questo la dice lunga sull’arretratezza del dibattito politico e culturale in Italia.

Categorie:economia Tag:

Risposta ad Antonio de Angelis

Il mio amico Antonio De Angelis si chiede quale Presidente della Repubblica serva al paese nelle attuali difficili circostanze. Mi sembra che guadagli terreno presso l’opinione pubblica e presso di lui la tesi della riforma costituzionale in senso presidenzialista o semipresidenzialista che implica un presidente forte ed eletto direttamente dal popolo. Implica una preventiva riforma costituzionale. Se fosse fatta surrettiziamente e in fatto, sarebbe un golpe bianco o giù di lì. Nell’attuale Repubblica parlamentare sono i partiti gli attori del gioco democratico. Il Presidente della Repubblica controlla il rispetto delle regole e “sanziona” le eventuali irregolarità. Anche tra le virgolette sanziona è parola forte. In diritto, il Presidente della Repubblica può mandare messaggi alle Camere. Ma nelle attuali circostanze la lotta politica si è radicalizzata e i partiti non sembrano in grado di giocare bene la partita della democrazia anche perché fin qui non sono stati messi alla prova proprio per il ruolo discutibile che, nell’ultimo mese, ha giocato il Presidente della Repubblica uscente.
In Italia c’è in corso una deriva autoritaria in parallelo a quella in atto a livello europeo. Qui, a livello centrale, non c’è un governo vero e proprio che goda della fiducia del Parlamento europeo eletto con le stesse procedure. Il Consiglio europeo, nato come un ibrida seconda Camera, in fatto ha emarginato la Commissione europea e non riesce a svolgere un effettivo coordinamento delle politiche economiche del paesi membri. Disdegna l’utilizzo del metodo comunitario e preferisce i Trattati intergovernativi che per loro intrinseca natura sono strumenti lenti e macchinosi. A fronte dei problemi urgenti della crisi economica e finanziaria il Consiglio europeo lascia il terreno libero alla Banca Centrale europea affiancata dalla Commissione e dal Fondo monetario internazionale.
I governi dei Paesi membri in diritto e in fatto non hanno più i poteri che avevano prima del Trattato di Maastricht e di quello di Lisbona. Molti di essi sono in preda a rigurgiti nazionalistici ed finiscono con l’alimentare il populismo e la demagogia mettendo a rischio l’adesione al progetto europeo. molti di essi, in parte, si nascondono dietro le decisioni centrali che hanno contribuito a determinare quando non hanno accolto supinamente e acriticamente le decisioni della Germania che, per decisioni della Corte costituzionale tedesca, pretende di verificare preventivamente e successivamente la coerenza delle decisioni comunitarie con la Costituzione tedesca.
le principali decisioni di politica economica e finanziaria e non solo sono ormai assunte a livello europeo e dopo il il c.d. Fiscal Compact i margini di discrezionalità si sono ristretti al punto tale da far dire al Presidente della BCE Draghi che abbiamo una sorta di pilota automatico – vigilato, aggiungo io, dalla stessa BCE.
Se questo è vero, non serve un Presidente della Repubblica forte. Serve un governo forte che sappia giocare bene la partita a livello europeo. Fino a quando la Costituzione non sarà modificata – ed è questione di alcuni anni – , serve un Presidente della Repubblica che svolga il ruolo in essa previsto agli artt. 87, 88 e 89. Questo non significa che il PdR non debba essere autorevole e competente o che debba essere debole. Deve essere il primo a rispettare la lettera e lo spirito dell’attuale Costituzione.

Categorie:politica Tag:

A. De Angelis si chiede quale Presidente della Repubblica serva

A questo punto della discussione pubblica , sembra necessario porsi qualche domanda. La prima : i Partiti ( e i movimenti) desiderano un Presidente “forte” o un Presidente “debole” ? Al M5S farebbe certamente comodo un presidente debole, perchè insistendo nel provocare contraddizioni nei campi avversi, non sembra mostrare alcun interesse a che la barca del Paese si rimetta a galla e riprenda il vento di una durevole crescita. Il M5S sembra avere in mente solo l’abbordaggio a una nave sconfitta su cui piantare una bandiera corsara. Ne nascerebbe una babele e quelle macerie dei partiti che va di continuo invocando. Ma agli altri Partiti cosa converrà ?
La domanda non è peregrina . Viene da una considerazione che alcuni politologi hanno espressa sul rapporto che esiste fra forza o debolezza dei Partiti e maggiore o minore forza espressa dal Presidente della Repubblica.
I “sopra le righe” da alcuni criticati e da altri considerati espressione di poteri costituzionali attuati fino in fondo e indotti da circostanze ineludibili, per altri starebbero a indicare una progressiva propensione a una svolta in senso presidenzialista del nostro assetto istituzionale nella opinione pubblica e degli stessi Partiti.
Lo “stile Napolitano” di controllore accorto e di guida suadente in percorsi accidentati della politica, del settennato che si sta chiudendo, di universale apprezzamento, ha avuto precedenti in Pertini, Scalfaro e in Ciampi per la guida verso l’Euro in tempi accelerati, sembra avere mostrato , oltre tutto nell’immaginario collettivo una visione anticipatoria.
Alla luce di tali considerazioni , si può dire che abbiano di volta in volta giocato, oltre alle attitudini , competenze e caratteri dei Presidenti, anche, in un senso e nell’altro, la forza o la debolezza dei Partiti e degli Esecutivi da essi espressi. Autorevoli politologi ne concludono che è ora di cambiare l’assetto istituzionale, in senso presidenziale o semi-presidenziale con l’elezione diretta del Capo dello Stato.
Resta comunque valida la domanda che ci siamo posti all’inizio di questa riflessione. Specie ce la poniamo ponendo mente alle condizioni del Paese e alle sue impellenti necessità. Dalla risposta che saremo in grado di darci potremo immaginare l’identikit del Presidente di cui il Paese avrebbe bisogno ( messa da parte per indisponibilità dell’interessato, l’ipotesi preferita di un reincarico).
L’Agenda preparata dai due gruppi di autorevoli incaricati e la illustrazione , con valutazioni, fattane dal Presidente in modo ufficiale, e quasi come un saluto agli Italiani alla fine del mandato,e un mandato testamentario al Presidente che verrà, aiutano molto ad individuare non la persona ( non sta a noi indicarla ) ma le qualità che il futuro Presidente dovrebbe avere, per non essere un semplice “notaio” degli eventi della politica del nostro Paese – come non lo è stato, per fortuna, Giorgio Napolitano e come non lo sono stati alcuni dei suoi più autorevoli predecessori. Un indizio importante se ne può trarre subito e riguarda il fatto che, per le cose da fare, non serve un presidente debole. Occorre un Presidente molto forte e di grandi capacità, saggezza e prestigio incorporati, dentro e fuori del Paese . E non solo in Europa.
Un Presidente “di garanzia” serve per continuare nel tenace lavorio di Napolitano nello “svelenire” la politica e porre fine a un clima di faide durato per oltre un ventennio.
Un Presidente costituzionalista serve per poter utilizzare tutto il carisma e la capacità di “moral suasion “tutte le volte che servirà, per guidare a soluzioni di ampio consenso governativo e parlamentare le Riforme istituzionali. Ma dovrà essere anche un presidente capace “di leggere le carte dell’economia” per evitare di cadere in errore o mancare dall’obbligo di fornire un consiglio non mediato ma diretto, a Parlamento e Governo.
In effetti dovrebbe essere capace di navigare anche tra gli scogli dell’economia sempre più infidi in tempi di crisi e di recessione.
Le altre qualità richieste dovrebbero essere: grande equilibrio e altrettanta sensibilità rispetto al contrasto tra disagio sociale e ai problemi che ne derivano, i privilegi da rimuovere e le disuguaglianze da stemperare e superare nel tempo.
Resta il compito più pesante che il successore di Napolitano dovrà affrontare e risolvere con l’urgenza delle circostanze: dare al Paese un Governo che nelle attuali circostanze non può essere precario viste la “lista della spesa “ preparata dai dodici “apostoli” e le numerose ineludibili scadenze interne e internazionali.
Per portarlo a buon fine gli occorreranno inoltre, indubbie e collaudate capacità di ascolto, di psicologia sociale e di mediazione politica.
Non vi è dubbio che altri potrebbero preferire un diverso identikit, ma credo che il metodo giusto rimane quello di partire da ciò che il Paese si attende dalla sua opera e dai compiti che in questa fase di cambiamenti straordinari e di crisi travolgente spettano al titolare del Quirinale, e quindi dalle qualità che sono richieste, e solo dopo, cercare la persona, uomo o donna che sia , che le possegga tutte, nessuna esclusa.
A pensarci un momento, qualcuna c’è.

Categorie:politica Tag:

Carlo Vallauri presenta “In fondo a destra” di Antonio Polito

Perché in Italia non si è sviluppata una destra politica di lunga durata? Questo è il problema posto da Antonio Polito, valente giornalista del “Corriere” nel libro In fondo a destra. Cent’anni di fallimenti politici (Rizzoli, editore). Se egli tiene a rilevare l’incapacità della Destra a farsi valere, il suo altrettanto valido collega Piero Ostellino in questi giorni riprende invece il tema della mancanza di un “Centro stabile”. Sarà per queste deficienze che nel nostro paese sembra quasi che la politica “vera” sia appannaggio esclusivo della sinistra, comunque denominata, con l’assoluta prevalenza di tifosi di questa parte politica negli shows televisivi.
Tutto sta ad intendersi sulle espressioni usate, giacché destra e sinistra, nei due ultimi secoli, si sono combattuti pur variando spesso i rispettivi connotati, rimanendo comunque stabilmente in Europa fermi alla scuola di Manchester i liberali. Invece i fautori dell’evoluzione democratica in Italia si muovevano verso miglioramenti da realizzare nell’amministrazione pubblica e nei rapporti di lavoro, specie per assicurare la tutela di diritti, a lungo trascurati.
Polito accetta il luogo comune del “connubio” quale marcatura nei tempi lunghi della politica italiana. In verità risalendo al periodo successivo alla prima guerra d’indipendenza, la sinistra di Rattazzi si unì alla destra per sostenere una scelta ben precisa: far propria la politica di Cavour, all’ombra dello Statuto, allo scopo di portare avanti il disegno “nazionale unitario”, nonché i necessari collegamenti internazionali, oltre alle radicali riforme concernenti la pratica della libertà e i rapporti con la Chiesa, mentre in Piemonte affluivano i “patrioti” dalla Lombardia, da Roma, dalla Sicilia, ecc..
D’altronde basta andarsi a leggere i resoconti delle attività parlamentari per rendersene conto. Possono essere utili al riguardo i volumi dell’editore Tosi di Roma per il passato e della Nuova Cei di Milano per i tempi più recenti. Infatti se si vanno a vedere i provvedimenti legislativi nei primi anni cinquanta dell’Ottocento nonché le pratiche di governo – come confermerà poi la partecipazione alla guerra di Crimea – tutti gli atti di Cavour sono chiaramente rivolti a riprendere la lotta contro l’Austria. Quindi nessun cedimento: il “connubio” non preannuncia affatto una serie di trasformismi o di compromessi. È esattamente il contrario.
Così il Piemonte diventò la guida della rivoluzione italiana, preparando la piattaforma che condurrà alla seconda guerra d’indipendenza, alla vittoriosa guerra del ‘59 e poi alla determinante azione della Monarchia all’indomani della spedizione dei Mille. Tutti risultati positivi della politica, diretta all’unificazione. E tutt’altro che presunti “inciuci”.
Conseguito questo risultato, che era sembrato quasi impossibile da raggiungere, data la presenza preponderante di forze operatrici in senso opposto, la necessità di sostenere il nuovo Stato indusse la Destra ad imporre una politica severa, dalla legge contro il brigantaggio, sacrificando i criteri di libertà, all’ordinamento fiscale dai caratteri vessatori. Successivamente le vittorie della sinistra porteranno alla statalizzazione delle ferrovie, realizzata dal Ministro dei Lavori Pubblici Zanardelli, il quale passando poi all’Interno nel ’78 assicurerà piena libertà di associazione (non prevista dallo Statuto) preziosa per i repubblicani prima di procedere all’allargamento del suffragio all’inizio degli anni ’80, e in seguito all’abolizione della pena di morte, al riconoscimento dello sciopero, purché esercitato senza violenze.
Non a caso, in occasione del 150° anniversario dell’unità, il grande economista (di sinistra) Marcello de Cecco ha giustamente esaltato l’opera positiva della Destra (Minghetti, Sella) nella politica finanziaria. Ora a noi sembra che tutto ciò sia sfuggito all’osservazione di Polito, che ha preferito fare propria la facile critica alla politica italiana come tendenzialmente rivolta al compromesso, ieri ed oggi. Non scordiamo come un paese privo di carbone e ferro sia riuscito a diventare da agricolo qual era una potenza industriale, come hanno dimostrato gli studi di Corbino e di Romeo.
Veniamo a tempi più vicini. All’inizio del Novecento la politica di Giolitti è di destra, eppure è tra le più avanzate in Europa, in materia di insegnamento (scuole tecniche del Nord Italia, seguendo l’esempio della Germania), legislazione del lavoro a favore di donne lavoratrici e protezione dei ragazzi, mentre avanzavano i sindacati (Buozzi, Altobelli). Lo stesso Salvemini che aveva deplorato la linea di Giolitti, negli anni ’50 cambierà giudizio, osservando come il fascismo prima e la D.C. siano stati molto più dannosi del cosiddetto “ministro della malavita”.
E arriviamo al fascismo. Quando Mussolini prende il potere, il 31 ottobre 1922 riunisce il primo consiglio dei ministri. Anche su questo punto restiamo agli atti compiuti. Quali sono i primi provvedimenti? Naturalmente quelli suggeriti dalla Destra conservatrice che ha finanziato la marcia su Roma, e decide, seduta stante, le scelte decisive di natura finanziaria: annullamento dei provvedimenti assunti da Giolitti nel 1920: legge sui sovraprofitti di guerra, nominatività dei titoli azionari (Matteotti aveva predetto a Giolitti: “non verranno mai attuati”, e così infatti avvenne). Poi avanzò il modello autoritario.
Infine il post-fascismo. Nel 1948 vince la grande coalizione che unifica “valori” e “interessi” della Destra sotto le spoglie del partito cattolico. La stessa scelta delle alleanze militari indica chiaramente gli obiettivi internazionali della Destra – una destra quindi continuamente presente e prevalente nel panorama italiano. Quando si tenta di fare una apertura ai socialisti, prontamente si rinuncia alla scelta urbanistica di Sullo e si pagano lautamente i proprietari delle aziende elettriche assoggettate alla nazionalizzazione. La Destra non è solo attiva, operante, ma prevale su tutti i versanti grazie alla sua efficiente capacità. Tutt’altro che fallimentare tanto che ancora a lungo guiderà la politica italiana, salvo negli anni ’70 quando ad esempio si approvano leggi come lo Statuto dei lavoratori e il divorzio (confermato nel referendum), ma il “potere” reale resta nelle mani dei potentati economici che da quel momento sognano le scelte economiche della scuola di Chicago: la deriva di cui subiamo ancora gli effetti, con le recenti e clamorose vicende dell’economia internazionale.
La storia di un paese perennemente sottoposto nell’età contemporanea al dominio della Destra (tutt’altro che priva di qualche pagina egregia, non dimentichiamolo) viene invece presentata quasi come inesistente o fallimentare. Infine la destra peggiore, quella di Berlusconi: certamente il libro di Polito risente dei sondaggi che circolavano prima dei recenti risultati elettorali, con previsione di una destra nettamente soccombente, mentre invece – pur perdendo tanti elettori – si è risvegliata. Per un caso? No! È un blocco sociale mostratosi più solido di quanto appare nella società italiana, con i suoi caratteri precisi, antropologici, politici ed economici. Ecco perché, pur avendo letto con piacere le pagine scorrevoli di Polito, non scorgiamo tanti “fallimenti politici” quanto, al contrario, una variabilità che consente alla Destra di essere sempre in prima fila a dettare l’agenda: piuttosto la sinistra appare inutilmente correre verso la rivincita, salvo che per brevi periodi qui rievocati. E non scordiamo che l’attuale situazione non è solo conseguenza degli errori del Cavaliere, quanto di una ben più lunga stagione. Anche su questi ed altri punti gradiremmo conoscere il parere dell’Autore del libro.
Infatti molto interessanti sono le considerazioni di Polito sulla maggiore indipendenza dell’Italia dagli Stati Uniti nella prima repubblica in politica estera, rispetto alla seconda repubblica, quando avviene una totale immedesimazione con la politica di Bush. Altrettanto originali le valutazioni sulla “omissione di una politica cristiana da parte della destra”. E quando la Destra diviene un “partito di mobilitazione”, Grillo risponderà con più moderne forme di comunicazione e di partecipazione. Il “fallimento” della linea di Berlusconi impone – conclude Polito – di esplorare “i territori incogniti della Destra che verrà”.

Categorie:storia Tag:

Le smodate ambizioni del Sindaco decisionista

Renzi rompe gli indugi e, nell’intervista ad Aldo Cazzullo , Corriere della Sera di oggi, critica il Presidente Napolitano e il segretario del PD Bersani perché perdono tempo a insistere per formare un nuovo governo. Si dice pronto per le primarie e per il voto a fine giugno. L’argomento principale è inconsistente ma molto ripetuto da analisti e commentatori. A oltre un mese dalle elezioni non abbiamo ancora un governo. Renzi e tutti gli altri dimenticano che negli Stati Uniti passano circa 75 giorni prima che si insedi a Gennaio in nuovo Presidente eletto a Novembre. Ma in Itala tutti vorrebbero fare tutto in tre settimane quando, come abbiamo visto, tre settimane sono servite solo per insediare i parlamentari e per eleggere i Presidenti delle due Camere.
Renzi propone il governissimo oppure le elezioni subito previa riforma del sistema elettorale. Egli propone il Sindaco di Italia. Vuole la legge elettorale dei sindaci senza rendersi conto che una simile legge cambierebbe non solo la forma di governo ma anche quella di Stato. È la riedizione grossolana del programma di Berlusconi: un uomo solo al comando, ossia, un leader, un programma ed una maggioranza blindata come quella dei sindaci. Probabilmente non si rende conto che tutto ciò implica la fuoriuscita dalla Repubblica parlamentare e che non si tratta di una legge elettorale ma di una riforma costituzionale. L’aveva fatta Berlusconi e per portarla a termine gli occorsero circa due anni nonostante che, nei momenti decisivi, le quattro letture siano state approvate a colpi di maggioranza. Ma Renzi il decisionista pensa di poterla fare in sei mesi. Per non perdere tempo , è disposto a congelare il governo Monti quando la posizione di quest’ultimo è costituzionalmente molto dubbia visto che c’è un nuovo Parlamento e che il governo attuale, nella migliore delle ipotesi, è un governo che gode della fiducia del Presidente della Repubblica che scade fra due mesi.
Rispetto alla crisi profonda anche da lui evocata per affrettare i tempi, Renzi propone un “piano del lavoro che dia risposte al dolore delle famiglie e alle sofferenze delle imprese” . ma non basta dire che la crisi è profonda. Bisogna sapere e dire quali sono le misure concrete per uscirne fuori e qual è la fattibilità di ciascuna di esse in relazioni ai vincoli interni, comunitari ed internazionali. Altrimenti si fa solo demagogia come quando propone l’abrogazione delle province ed una seconda Camera federale dove partecipano in prima persona i Sindaci d’Italia.
Ma peggio ancora, il decisionista Renzi non si rende conto che sarebbe un errore grave andare a votare di nuovo a fine giugno o a ottobre nel mezzo di una grave recessione e in presenza di un terzo incomodo (il M5S) che difficilmente sparirà come d’incanto. Quindi stento a capire il suo ottimismo circa l’esito di nuove elezioni. Gli italiani lo voterebbero solo per la sua bella faccia?

Categorie:politica Tag:

L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa

3 Aprile 2013 2 commenti

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella, l’Austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, 2012.
Come spiegano gli autori il libro è costruito su quattro argomentazioni. La prima di ordine teorico dice che l’accumulazione capitalistica non è sempre limitata dalla scarsità dei fattori produttivi. La seconda sostiene la tesi secondo cui la riproduzione capitalistica negli ultimi trenta anni trova la sua spinta propulsiva nella finanza privata. La terza argomentazione riguarda la missione dell’Unione Europea che attraverso l’euro dovrebbe diventare una sorta di grande Germania , ossia, una macchina produttiva guidata dalle esportazioni. La quarta consegue dalla terza ed implica un aggiornamento di alcuni strumenti di politica economica e sociale volta a comprimere e reprimere il ruolo della finanza privata e a trovare un nuovo motore di sviluppo a livello continentale fondato su una moderna visione della pianificazione pubblica e, quindi, un nuovo ruolo dell’operatore pubblico.
Va da se che per raggiungere questo obiettivo occorre smantellare la politica economica dell’austerità portata avanti in questi anni dai governi neoliberisti che egemonizzano la scena politica dell’eurozona. Si tratta di una politica economica e finanziaria nettamente deflazionistica che nel medio termine rischia di far saltare l’euro e mettere in discussione il progetto europeo. In questi termini, la linea del governo tecnico Monti è stata in sostanziale continuità con quella di Berlusconi ed in Monti: rigore, equità e crescita è stato attuato solo il primo. L’economia italiana è caduta in una seconda recessione dopo quella del 2009. Dall’inizio della crisi del 2008 abbiamo perso quasi 600 mila posti di lavoro. Cadono gli investimenti pubblici e privati e la domanda interna e pertanto non si vede come l’economia possa tornare a crescere.
Brancaccio e Passarella sostengono che l’austerità è di destra ed esercita un fascino discreto anche sulla sinistra. Citano Berlinguer ed un suo discorso al Teatro Eliseo del 1977. Sostengono che c’è una contraddizione profonda nella pretesa di declinare in senso progressivo l’austerità. Su questo specifico punto sono in dissenso con i due Autori perché, in realtà, ci fu una versione di sinistra dell’austerity che risale al 1973 l’anno del primo shock petrolifero, della guerra del Kippur, del colpo di Stato in Cile e del lancio del compromesso storico. La versione di sinistra è quella di Antonio Giolitti. Il 3 ottobre nella qualità di ministro del bilancio e della programmazione economica AG presentò al Senato una esposizione economico finanziario che illustrava i principali dilemmi della politica economica per il 1973-74: conciliare quello che nella sua visione era non antitetico ma complementare: lotta contro l’inflazione e promozione dello sviluppo, controllo e stimolo, austerità ed espansione”. Un mese e mezzo dopo, come ricorda nelle “Lettere a Marta” (1992), sempre al Senato, nel discorso di replica a conclusione del dibattito sul bilancio di previsione per l’anno 1974, “faceva derivare dai vincoli di interdipendenza imposti dalla situazione economica e finanziaria, interna ed internazionale: il senso concretamente politico e non retoricamente moralistico che il governo dà alla tanto spesso invocata “austerità”. Austerità e cioè eliminazione degli sperperi, dei privilegi, delle ostentazioni di ricchezza e dei consumi esibizionistici – non come fine a se stessa ma come condizione di scelte rigorose e coerenti, con le necessarie rinunce che esse comportano, per il perseguimento e il raggiungimento di quei fondamentali obiettivi. Austerità come piena, efficiente utilizzazione delle risorse, contro la dilapidazione: perché c’è uno spreco ancora più nefasto che quello dei consumi eccessivi o superflui, ed è lo spreco delle risorse inutilizzate, degli investimenti mancati, delle riforme accantonate. Occorre perciò programmare con rigore, con tempestività, con responsabile chiaroveggenza la formazione e l’utilizzazione delle risorse. E occorre che la programmazione sia strettamente e organicamente collegata con la politica di bilancio, mirando ad un bilancio costruito in funzione di obiettivi programmati e gestito al servizio di precise e verificabili azioni programmate, anziché una serie parallela di formali documenti di programmazione e di bilancio non sempre affiatati e convergenti”. Secondo me, questa è austerità correttamente intesa e può essere di sinistra. Concezione che vale bene oggi 40 anni dopo in un contesto notevolmente cambiato. Allora l’Italia aveva inanellato una serie di svalutazioni competitive, c’era in corso un conflitto distributivo molto aspro, c’era in atto la strategia c.d. stragista volta a imprimere una svolta a destra al governo e lo shock petrolifero che drenava enormi quantità di liquidità dal mercato. Ricordo le domeniche a piedi nel tentativo di risparmiare benzina. Oggi la situazione è diversa perché se è vero che Carnevale segue la Quaresima (p. 31) , è anche vero che Carnevale per i ricchi e la Quaresima per i poveri durano tutto l’anno dopo il crollo storico dei salari e l’impoverimento della classe media. Per contro, ogni giorno decine e decine di pagine dei grandi giornali, delle riviste glamour, e gli spot televisivi sono occupati dalla patinata pubblicità delle case di alta moda. I relativi titoli fanno le migliori performance in borsa. A parte questa precisazione, condivido la tesi principale di Brancaccio e Passarella.
Venendo alle argomentazioni più importanti diciamo che gli Autori sostengono che lo spread vada più correttamente collegato al deficit della bilancia dei pagamenti che al deficit del bilancio dello Stato, all’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Questo squilibrio macro all’interno della UE prima o poi spingerebbe i Paesi periferici a uscire dall’euro e riconquistare la loro sovranità monetaria. Lo spread è diventato il “motore” di riforme illiberali e strumento fondamentale per fare arretrare il modello sociale europeo. Ma se tutti riuscissero ad attuare la deflazione competitiva, il risultato sarebbe disastroso non solo per l’euro ma anche per il mercato unico. D’altra parte questo non può reggere a lungo sulla competizione salariale e fiscale perpetua.
Per correggere questa deformazione congenita dell’Unione economica e monetaria, gli Autori propongono misure di coordinamento della contrattazione salariale e livello europeo definendo anche uno standard retributivo. In altre parole, bisognerebbe garantire una crescita minima dei salari nominali, agganciando la dinamica all’andamento dei conti con l’estero dei paesi membri, prevedendo sanzioni se detta dinamica dei salari nominali non rispettasse lo standard retributivo prefissato. Non ultimo valorizzazione della clausola della valuta scarsa prevista nello Statuto del FMI e attuazione di un certo grado di repressione finanziaria come proposta da Reinhart e Rogoff. In sintesi, integrazione dei parametri di Maastricht con lo standard retributivo e, magari, con tetto massimo alla disoccupazione.
A fronte di governi nazionali in preda a rigurgiti nazionalisti, di politiche deflazionistiche che mettono a rischio l’UE favorendo la rinascita di movimenti populistici e di estrema destra, secondo gli autori occorre un modello di sviluppo alternativo a quello attuale trainato dalla finanza privata e far coincidere l’interesse generale per l’Unità europea con l’interesse dei lavoratori europei.

Categorie:Europa Tag:

Carlo Vallauri recensisce il film di Andò

Viva la libertà. Un colpo d’ala può cambiare la politica.
Le vicende della politica italiana, restando ferme tra i progetti illusori e una sfiducia largamente diffusa, si presta naturalmente a considerazioni di dubbio gusto se non si è sorretti da convinzioni valide e sincere. E muovendo proprio da tale situazione di fatto il regista Andò (che già in suoi film ha giocato la carta della duplicità nel comportamento dei personaggi) ha scritto il romanzo sottile quanto grottesco. Il trono vuoto (Premio Campiello opera prima 2012), adesso trasportato sullo schermo con tono ironico, non privo di amare verità, nel film Viva la libertà, divertente parodia in un certo senso delle difficoltà per i nostri partiti di scrollarsi da dosso vetuste ed ambigue scelte ma nello stesso tempo con la speranza di una ventata di novità che possa fruttare validi miglioramenti nella vita concreta degli italiani.
Ebbene, proprio all’indomani delle elezioni, la circolazione del film può ingenerare qualche ulteriore sollecitazione per realizzare utili cambiamenti, giacché il soggetto raccontato indica appunto la necessità imperiosa di un colpo d’ala, capace di far cadere vecchi pregiudizi e cattive abitudini per incamminarsi su sentieri più aperti, in grado di suscitare entusiasmo e partecipazione. Questo infatti accade quando il leader politico rappresentato da Andò preferisce allontanarsi dalla routine del piccolo cabotaggio per prendersi qualche settimana di pausa, andando a trovare in silenzio un’antica fiamma, suscitando però lo sgomento dei suoi collaboratori. Ed è così che questi, avendo perso le tracce del loro capo, pensano di sostituirlo con il fratello – identico nel fisico ma molto vivace tanto da essere stato incarcerato in una casa di rieducazione per matti – in maniera da riempire il vuoto di potere creato nel partito. E il sostituto mostra subito una inattesa vitalità al punto che i suoi discorsi e le sue proposte mietono entusiasmo e addirittura un ritorno di quella “passione” purtroppo svanita nell’impegno politico.
Come sempre, i racconti centrati sulla “sostituzione” di persona si reggono sulla evidenza dei contrasti, sul divertimento provocato dalla sorpresa dei cambiamenti da parte dei protagonisti. E in questo campo certamente l’interpretazione di un attore fine come Toni Servillo riesce a imprimere all’intera avventura un sapore di “verità umana” che riconduce alla delusioni della lotta politica ma nello stesso tempo ne scopre tutte le ambiguità, i sotterfugi, le opache e nascoste operazioni, le falsità proprie di quel mondo, sicché lo spettatore ha l’impressione di assistere al disvelamento di quelli che sono tutti gli aspetti negativi di una scontata stagione di esasperato politicismo.
E quando si assiste ad un improvviso rilancio della fiducia in una più autentica posizione politica, capace di risvegliare le speranze di un migliore avvenire per i cittadini, in sala non può non confrontarsi la finzione filmica con l’attesa di una più convincente realtà, intravista nel disegno visionario tratteggiato nel film. Un’ultima considerazione: vedere il film pochi giorni dopo la bella giornata delle elezioni dei presidenti della Camera e del Senato che ha riaperto la speranza di una più convincente azione politica nel nostro paese può confermare nello spettatore l’idea che anche in Italia occorre appunto un colpo di fantasia per rompere vecchie incertezze e rinnovare la classe politica.

Categorie:Cinema Tag: