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Archivio Maggio 2013

Modeste proposte: abrogare il Senato e la Presidenza della Repubblica

Nel recente dibattito in Parlamento che nei giorni scorsi ha avviato il discorso delle riforme costituzionali, non pochi hanno sostenuto che occorre conservare il Senato per trasformarlo in Senato federale e così attuare il federalismo. Altri tra cui i saggi nominati dal Presidente della Repubblica in vista della formazione del governo del Presidente, sostengono che bisogna superare il bicameralismo perfetto perché lento ed inefficiente. Bisogna differenziare le competenze e possibilmente prevedere che il governo ottenga la fiducia solo dalla Camera dei Deputati senza rendersi conto che prevedere ciò in pratica significa adottare la forma di governo del premier. Il Senato rimarrebbe come una sorta di organo consultivo. Di certo con poteri superiori alla Camera dei Lord ma senza vero poter e di veto sulle leggi che riguardano la perequazione e i trasferimenti alle regioni. Ma noi vogliamo il governo del premier o il semi-presidenzialismo alla francese? Lo sappiamo?
Ecco che quelli che inopinatamente avanzano detta proposta probabilmente non tengono conto della tripartizione delle competente operata dall’art. 117 Cost novellato dalla riforma del 2001: competenze esclusive dello Stato; competenze concorrenti tra lo Stato e le Regioni; competenze esclusive delle Regioni. Ma non tengono conto soprattutto delle competenze dell’Unione europea. A livello europeo c’è un Comitato delle regioni che interloquisce direttamente con la Commissione europea e che ha diritto a esprimere un parere in pratica su tutto.
Oggi se prendiamo sul serio il discorso di svolta del presidente francese Hollande che ha proposto due anni di tempo per attuare l’Unione politica. Non si può far finta di niente e pertanto bisognerebbe tener presente quello che va maturando a livello centrale. Se vogliamo veramente gli Stati Uniti d’Europa il senato andrebbe spostato a livello centrale – sempre che qui si voglia un Senato come lo intendiamo oggi. Ma se così, il senato italiano può essere abrogato tranquillamente senza causare problemi di sorta. Negli USA i singoli Stati federati hanno una camera dei rappresentati ma non un senato. Quelli che ancora propongono un Senato federale ragionano sul vecchio modello di Stato nazionale, secondo me, ormai largamente superato. In questo senso, la proposta del prof. D’Alimonte non è così peregrina come potrebbe sembrare a prima vista e non è peregrina neanche la mia proposta di abrogare la Presidenza della Repubblica. Questo non deve garantire più l’unità nazionale. Semmai bisognerebbe pensare al modello di Stato che sui vuole adottare a livello europeo. Se il modello è quello presidenzialista o semi-presidenzialista il compito di garantire l’unione si sposta a livello centrale. Anche per questi motivi non bisognerebbe ripetere l’errore che si è fatto con la riforma Berlusconi del 2005 quando non si è tenuto in alcun conto delle elaborazioni fatte in sede di Convenzione per la formulazione del Trattato costituzionale.
Infatti, quando nel 2005 è stata approvata dalle Camere la riforma della II parte della Costituzione, l’art. 70 (formazione delle leggi) era lungo tre pagine. Secondo il parere di molti costituzionalisti era ingestibile ed avrebbe rallentato il processo di formazione delle leggi probabilmente più dell’attuale bicameralismo perfetto. Occorrerebbe riflettere più attentamente su questi problemi e, soprattutto, occorrerebbe meditare seriamente sulla questione dei costi della politica. Se si vuole fare sul serio, ecco abrogare il Senato e la Presidenza della Repubblica nella prospettiva dell’Unione europea farebbe risparmiare cospicue risorse. Come detto precedentemente, occorre che sia a livello italiano sia a livello europeo si chiariscano le idee circa la forma di Stato e di governo che vogliamo.

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Le elezioni a Roma “Capitale senza capitale”

Si chiude oggi la campagna elettorale a Roma. Città anomala, cortigiana, burocratica e papalina. Sam Palmisano (già presidente di IBM) ha detto tempo fa che oggi abbiamo la tecnologia per avere la casa, l’ufficio e la città intelligenti. Noi vediamo niente di tutto questo a Roma. Non se ne parla nemmeno. Roma è una città stupida, cafona e sporca. Fa la stupida non solo di sera ma anche di giorno, se uno pensa agli ingorghi del traffico, al dissesto delle strade, all’inquinamento dell’aria, alla maleducazione degli automobilisti e dei motociclisti. È una città che vive di una rendita non solo di quella dei palazzinari ma di una storia millenaria che le ha lasciato un patrimonio artistico e culturale senza precedenti. La rendita è nel DNA di Roma.
Roma meriterebbe governanti migliori passati e presenti. Negli ultimi cinque anni ha avuto un sindaco dimezzato che ha ereditato un debito pubblico superiore a quello della Regione Lazio e che si è rifiutato di gestire. Un molosso burocratico senza precedenti. Il decentramento degli ultimi 30 anni con la creazione delle circoscrizioni prima e dei municipi dopo è un falso ideologico perché non c’è stato nessun vero decentramento di funzioni e di risorse. Quasi tutti i fondi e gli appalti per i lavori pubblici sono rimasti concentrati al Campidoglio e sono stati gestiti quasi sempre in maniera clientelare. C’è più trasparenza nel bilancio dello Stato che in quello del Comune di Roma.
La città ha ottenuto lo status di Capitale ma non ha un progetto di crescita e sviluppo. Romano Benini e Paolo De Nardis intitolano un loro recente libro: “Capitale senza capitale. Roma e il declino d’Italia”, Donzelli editore, 2013. Ecco, brevemente cosa scrivono i due autori nella introduzione a volume: “Roma spiega l’Italia di oggi…. L’Italia è in declino, una decadenza che si esprime in termini economici, sociali e culturali. Una decadenza è fatta di errori ripetuti e di potenzialità che non vengono espresse. Un declino che ha a che vedere con l’indifferenza sulla nostra identità, sui nostri capitali economici, sociali e culturali. Un declino che Roma ci mostra in ogni momento e che si regge su una contraddizione di fondo: Roma è una città ricca ma che non crea opportunità: l’Italia è ancora un paese ricco, ma ha smesso di creare opportunità: perché non ha senso una ricchezza economica che non si esprima anche come ricchezza sociale e culturale. Gli anni del declino che l’Italia sta vivendo sono infatti anni di perdita di senso: il senso, l’identità che arrivano dal sapere creare capitale tenendo insieme le tre forme con cui il capitale si esprime. Il capitale culturale che fa conoscenza, che crea il capitale sociale fatto di responsabilità e relazioni, che a sua volta produce capitale economico, fatto di ricchezza e opportunità. Nell’Italia odierna questo legame si è spezzato e tale rottura determina il declino e non una semplice crisi”.
In Italia si è bloccata la crescita. Si è bloccato l’ascensore sociale. L’Italia e Roma non hanno una visione del futuro. Roma diventerà una delle più grandi aree metropolitane europee. L’area metropolitana assorbirà cento comuni. Sarà necessaria una lunga transizione per redistribuire funzioni e risorse, ma di questo si è discusso poco o punto. Ha ridotto il numero dei municipi ma questi non contano un fico secco. Di questo non si è discusso in campagna elettorale. In Italia i partiti discutono in maniera superficiale e senza costrutto della riforma del c.d. Porcellum ma nessuno discute della bontà della legge per l’elezione diretta del sindaco. Questa assicura la stabilità dell’eletto ma indebolendo il ruolo della giunta e, soprattutto, del Consiglio comunale ha prodotto un degrado della democrazia locale. Il sindaco è una specie di dittatore senza un vero controllo dell’opposizione. Pensare di affidare un’area metropolitana come quella romana a un uomo solo è follia come del resto abbiamo visto con i governatori delle regioni. Anche di questo non si è parlato nella campagna elettorale. Eppure i sindaci – con le dovute eccezioni e cautele – sono responsabili : a) del degrado della democrazia locale; b) della devastazione del territorio; c) di un sistema corruttivo alimentato dall’utilizzo disinvolto e incontrollato delle società miste.
Roma ha un vantaggio ed uno svantaggio. Potrà godere di fondi speciali in quanto capitale, ma come tale i suoi sindaci non riescono ad astenersi dal fare politica nazionale e quindi, finiscono sempre con il trascurare la buona amministrazione della Città.

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Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana. Recensione di Carlo Vallauri

Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana, a cura di Stefano Baietti e Giovanni Farese (Rubbettino editore) è uno dei più significativi excursus compiuti di recente da economisti e altri studiosi sulla storia dell’economia italiana nel lungo e aggrovigliato percorso dagli anni Trenta alla ripresa post-bellica.
Il volume costituisce l’insieme delle ricerche presentate in un Congresso Luiss nel 2011 sul ruolo che in quelle complesse vicende ha avuto Sergio Paronetto. Questo nome forse non è molto noto ai nostri giorni invece ha rappresentato un tramite fondamentale per comprendere il passaggio dall’impostazione economica e industriale dello Stato fascista alle successive avventure che hanno caratterizzato la nascita della Repubblica e il successivo assetto delle relazioni economiche.
Gli interventi al convegno sono di grande rilievo e, in questa sede, ci limitiamo a riferirne semplicemente su alcuni punti nodali, i curatori, Stefano Baietti e Giovanni Farese, hanno steso un profilo biografico di Paronetto. Viene in evidenza la sua formazione e altresì il ruolo esercitato nell’ambiente cattolico, tanto da diventare uno dei più importanti punti di riferimento per le trasformazioni in corso nella vita del paese, con specifica accentuazione della chiara posizione quale esponente della cultura “cattolica” e così in grado di chiarire il rapporto tra economia capitalistica e possibilità di collegarne aspetti tecnici a problemi di più ampia impostazione critica sul piano morale e politico. Si spiega pertanto l’apporto che il giovane studioso seppe dare al ripensamento dei cattolici in quelle aspre annate di cambiamenti politici, in particolare con la partecipazione al famoso incontro di Camaldoli proprio nella terribile estate del 1943. Si trattava allora di dare una chiara lettura degli eventi che si vivevano: tra i protagonisti di quella esperienza ebbe una posizione di rilievo lo stesso monsignor Montini, futuro papa Paolo VI.
I nomi di Saraceno, Vanoni ed altri personaggi che poi saranno i protagonisti politici della economia post-bellica italiana sono i punti di passaggio verso nuove propugnabili scelte per uscire dal marasma. Non possiamo qui intrattenerci su tutte le relazioni tenute nel convegno e riportate nel libro, senz’altro di grande impatto rispetto alle difficoltà culturali e politiche che quegli economisti si trovavano ad affrontare, cercando di individuare strumenti ed elementi innovativi, confacenti alla realtà in fieri.
Tra le tante indicazioni e relazioni citate vanno sottolineati i saggi di Piero Barucci e Sabino Cassese sulle condizioni in cui si presentava allora lo Stato italiano mentre Francesco Forte illumina il contributo etico e scientifico dato personalmente dallo stesso Paronetto ai fini della fondazione dell’ “economia sociale di mercato”, come si evince proprio dai dibattiti di Camaldoli. E così vediamo, di passo in passo, il susseguirsi di eventi, dalla scuola di Friburgo al piano Beveridge (relatore Flavio Felice), alla posizione di De Gasperi ed ai suoi rapporti con Paronetto (Maurizio Serio) mentre i rapporti tra Montini e Paronetto sono esposti da Vincenzo Cappelletti, che fu egli stesso tra i partecipi di quella fase di mutamento nel campo del cattolicesimo. I problemi IRI sono affrontati da Felice Santonastaso mentre Vincenzo Scotti e Adriano Ossicini forniscono ulteriori precisazioni circa idee, atteggiamenti, discorsi allora altamente espressivi della crisi in corso da un lato e della forte spinta alla evoluzione dall’altro. E proprio su questo specifico spunto esemplari sono le pagine scritte da Maria Luisa Valier Paronetto, consorte dell’economista, in un legame di pensiero e di affetto che possiamo rilevare quale esempio eccezionale di stretta connessione morale ed ideale. E non a caso con l’espressione “una vita per gli altri” la compagna dello studioso ha voluto ricordarlo perché effettivamente si trattò di una dedizione particolare nell’affrontare alcuni temi di convivenza sociale unitamente alla comprensione degli alti motivi ed ideali che lo sospingevano allo studio, alla ricerca, allo scambio di idee.
E quando sarà chiamata a importanti incarichi in sede dell’Unesco M. L. Valier Paronetto confermerà la qualità della sua preparazione e nel contempo la sua capacità di impegnarsi per il rispetto dei diritti umani, in nome di quella concezione cristiana che è alla base di tutta l’esperienza di quella generazione, con le sue specificità e soprattutto la comprensione di quella realtà umana e sociale in mutamento. Ecco perché suggeriamo la lettura di questo volume a quanti intendono approfondire proprio lo studio di quella fase decisiva per l’orientamento dell’Italia tutta sul piano economico verso riflessioni e scelte che si dimostreranno decisive non solo per il gruppo allora in formazione ma l’intera società italiana, rivolta alla speranza di una rigenerazione basata sull’utilizzazione degli strumenti economici (a cominciare dall’IRI e dagli effettivi risultati conseguiti) quale base per l’auspicato miglioramento delle condizioni del paese.
cvallauri@yahoo.it

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Carlo Vallauri recensisce il gioco d’azzardo nella politica italiana di R. Mandelli

22 Maggio 2013 1 commento

Il governo Letta si è trovato a dover affrontare anche il problema della regolazione finanziaria del gioco d’azzardo, tema quest’ultimo che ha accompagnato per tutto il Novecento le vicende politiche italiane. Ne ha dato testimonianza mesi or sono il singolare libro di Riccardo Mandelli, Al casinò con Mussolini, Lindau editore.
In effetti un ruolo addirittura determinante ebbe l’ “azzardo” in varie circostanze per un motivo molto semplice, non riguardante grandi motivazioni ideologiche e politiche quanto pratiche, perché sin dai tempi antichi della civiltà mediterranea i tenutari delle sale da gioco sono certamente i maggiori, e spesso notori possessori di moneta corrente sempre disponibile, strumenti quindi necessari e vitali specie nei momenti critici. E Mandelli, nella sua documentata raffigurazione di certi sottofondi della politica “grande” illustra come la questione sia stata al centro di importanti scelte e comportamenti decisivi per la vita politica. Gli stessi finanziatori della “marcia su Roma” del ’22 avevano collegamenti del genere, e l’autore segue poi tutta una intricata serie di eventi nei quali banchieri, organizzatori politici, confraternite di vario segno, riuscirono a provocare e determinare atti significativi decisivi per alcuni gruppi politici come per organi dello Stato, proprio in dipendenza della disponibilità di denaro corrente.
I fantasmi, rievocati con gustoso fair play da Mandelli, si riferiscono anche alla massoneria e ad una serie di trame, grandi e piccole, che avrebbero influenzato scelte “primarie” nel turbinio dei contatti sociali ed economici. Non sono quindi i biscazzieri in quanto tali a provocare i fatti, ma l’insieme degli operatori non solo politici che controllano settori delicati della vita sociale e finanziaria mentre “altri” compiono scelte ed atti decisivi nella società sulla base di operazioni discutibili compiute o da compiere, come conseguenza di accordi, scontri, ricavati o ricavabili dai carteggi e da altri mezzi provenienti appunto dalla passione del gioco.
Non è facile seguire l’autore nel lungo corso delle sue divagazioni riguardanti il ventennio fascista, a cominciare dal gennaio ’23, quando il capo del governo si preoccupò della materia in un intreccio di interessi divergenti e complessi che giungono poi in intrecci inestricabili – secondo l’autore – sino alla fase conclusiva del fascismo. È una scorribanda su vicende bancarie, amministrative, non senza connessione con faccende private. Si susseguono davanti al lettore giostre complicate al livello del potere che coinvolgono indirettamente o meno grandi artisti come D’Annunzio, sia politici di vario livello: non senza curiosità si susseguono quindi le scorrevoli pagine del libro (che chiamano tra l’altro in causa Volpi e Ciano). Così si comprende come il casinò di Sanremo potesse assumere un ruolo preciso nella divaricazione del potere, con collegamenti internazionali, intrighi, illusioni. “Il Dio azzardo”, secondo il titolo di un capitolo del testo, è quindi dispensatorio di previdenza a tante diverse persone, mentre nelle “catacombe” scorrono giochi maldestri e volgari come azioni violente, al margine oppure oltre la legalità. E così dai delitti politici all’alleanza con la Germania scorrono fiumi di monete che cambiano di mano e “giocano” sul destino di tanti italiani, questa la tesi dell’autore.
Non sorprende allora che anche in momenti cruciali delle recenti crisi italiane certe decisioni da assumere in regole legislative in tanta delicata materia abbiano assunto un significato che travalicava i fatti stessi. Prevalgono azioni maldestre, furbesche, irrituali anche se la giostra di “giochi” sembra continuare ad andare avanti nelle differenze delle situazioni e nella indifferenza dei ceti dirigenti, con varietà delle condizioni. Noi abbiamo letto non un’opera di narrativa ma un libro che si riferisce a fatti della cui affidabilità non si è sempre in grado di verificare la corrispondenza effettiva ma che certamente offrono “uno sguardo sulla natura del potere”, come si legge nei risvolti della copertina.
Non a caso, proprio in questi mesi di rivolgimenti politici, frettolosi, importanti scelte riguardanti il gioco d’azzardo sono state al centro di fatti quanto mai di grande interesse, chiamando in causa responsabilità che vanno ben oltre la sistemazione di un settore specifico influente sull’intera vita economica: guardiamo con attenzione a tali problemi perché dalla loro evoluzione dipendono significative, ulteriori risonanze: il timore è che “particolari” interessi possano avere determinanti preminenze. Occorre non distrarsi onde impedire preferenze legislative che potrebbero condurre a far conseguire vantaggi proprio nel delicato settore qui indicato a gruppi di potere già influenti e spesso opachi, a parte la degradazione che rovina tante persone e famiglie, nel silenzio “assordante” della grande stampa e dei media. Una vigile attenzione dell’opinione pubblica non guasterebbe: è ansi indispensabile con urgenza critica.

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Le priorità sballate degli italiani

Secondo G. E. Rusconi la scienza politica è scomparsa. Parlano solo gli economisti. Sarebbe quasi normale in una fase recessiva che dura da sette trimestri. Senonché la crisi investe anche i decisori, la legittimazione della rappresentanza politica e, non ultimo, la razionalità delle decisioni. In Italia il discorso politico è gestito dal circuito mediatico dei talk show televisivi che, per lo più, invece di contribuire ad approfondire i termini dei problemi da affrontare, contribuisce ad aumentare la confusione degli italiani. L’incapacità dei politici ad assumere le decisioni più appropriate delegittima la classe politica. I talk show non di rado invadono il terreno della politica; diventano Camere suppletive dove rappresentanti più o meno rappresentativi dibattono in maniera concitata in politichese provocando reazioni di rigetto da parte della gente comune intervistata estemporaneamente in strada o in studio. L’opinione pubblica – continua il prof. Rusconi – è ormai una finzione sommersa dal gossip dei talk show. Una volta c’era il ciclo politico economico elettorale che influenzava l’elaborazione delle politiche economiche e fiscali. Oggi queste vengono prospettate, elaborate ed eventualmente adottate sulla base dei sondaggi settimanali e persino giornalieri, ossia, in un’ottica di brevissimo termine. In altre parole prevale la veduta corta, lo shortism, alias, la miopia dei politici, la semplificazione dei problemi anche quando questi sono estremamente complessi. Prevale il dibattito inconcludente che aumenta la confusione nella mente della gente comune che spesso non ha la preparazione tecnica richiesta né il tempo necessario per approfondire i temi complessi della politica italiana, europea e mondiale.
Un esempio significativo di questa situazione è venuto ieri (20-05-2013) dal sondaggio ISPO pubblicato dal Corriere della Sera sulle priorità degli italiani. Al primo posto la riduzione degli stipendi dei politici; al secondo la riforma della legge Fornero sul mercato del lavoro; al terzo posto, la riforma della legge elettorale; e così via sino al problema dell’occupazione giovanile che occupa solo il 10° posto su quindici. Se questo è un campione rappresentativo (solo 800 telefonate) della popolazione maggiorenne di tutto il Paese e se il metodo di rilevazione (CATI) è attendibile, con le dovute cautele, a me sembra che le priorità degli italiani siano del tutto sballate e comunque fortemente influenzate dalle mistificatorie campagne di comunicazione che i mass media conducono. In una situazione in cui la crescita economica è negativa, la disoccupazione sfiora i tre milioni di persone e altrettante sono scoraggiate e senza lavoro, a fronte di un numero crescente di suicidi di persone che non sanno come mantenere la famiglia o mandare avanti l’impresa, le priorità corrette dovrebbero essere la crescita del reddito e dell’occupazione. Invece, come ricordato, l’occupazione giovanile viene solo al decimo posto e questa è solo una parte del problema generale. Come se garantire un posto ad un giovane fosse più importante di assicurare un salario ad una persona adulta con coniuge e figli a carico. Vedi il mio blog precedente sul punto.
Negli Stati Uniti il Presidente Obama viene “processato” mensilmente se il numero di nuovi posti di lavoro creati dall’economia è inferiore a quello previsto comunque ritenuto insufficiente. In Italia, invece no. Nei talk show si parla per ore e ore di questioni minori, dell’IMU, dei processi di Berlusconi, di questa o quella escort invitata alle serate burlesque di Arcore, della legge elettorale, del bicameralismo perfetto, ecc.. L’incapacità decisionale del governo delle larghe e meno larghe intese in parte discendente dalla nostra appartenenza all’Unione europea che ha un suo macchinoso e lento meccanismo decisionale, viene ora attribuita ai difetti della legge elettorale ora alla forma di governo parlamentare. Si invocano riforme istituzionali di dubbia adattabilità al nostro Paese, caratterizzato da forte pluralismo politico e culturale, ma poco o punto si commentano i comportamenti dei nostri governanti che a Bruxelles approvano decisioni a volte imposte dalla Germania o dalla BCE e, a Roma, ne prendono le distanze. Per il governo si invoca anche da parte di certa sinistra la semplificazione del Sindaco d’Italia come se si potesse affidare ad una persona sola il governo dell’Italia.
Nei talk show si insiste nell’abrogazione delle Province e nella proposta di ridurre il numero dei parlamentari. Sul Sole 24 ore di domenica scorsa, il prof. D’Alimonte ha proposto l’abrogazione del Senato. Sono d’accordo. Se semplificazione deve essere, questa è buona proposta per cominciare a ridurre sul serio i costi della politica e farla finita anche con il trito discorso del bicameralismo perfetto che renderebbe inefficiente e tardivo tutto il meccanismo decisionale. Potrei anche aggiungere la mia proposta di abrogare la Presidenza della Repubblica (con mille impiegati di ruolo e altrettanti collaboratori esterni). Se la volontà dei riformatori costituzionali è quella di rafforzare il governo, così sia, ma al patto di rafforzare contemporaneamente il ruolo della Camera dei deputati. Se siamo europeisti e vogliamo l’Europa federale, allora dobbiamo sapere che il governo di Roma sta a quello di Bruxelles come quello di Palermo sta al governo di Roma. Pensate abrogare il Senato e la Presidenza della Repubblica in un solo colpo sarebbe un bel passo in avanti verso la vera semplificazione e una sostanziale riduzione dei costi della politica. Anche i senatori a vita scomparirebbero. Vedrete…. queste proposte non saranno accolte da nessuno. Sono troppo serie.

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I discorsi retorici sui giovani

12 Maggio 2013 1 commento

Anche il Premier Letta da ultimo ha detto che si batterà per avere decisioni e fatti concreti per l’occupazione giovanile dal prossimo Consiglio europeo di giugno. Fioriscono le proposte pseudo-tecniche per affrontare in generale il problema del lavoro: ridurre la fiscalità sul lavoro e sui redditi più bassi, tagliare il cuneo fiscale, l’Irap, l’IMU sui capannoni, dare incentivi alle imprese che assumono giovani e soprattutto ridurre l’alta pressione fiscale che grava sulle imprese, e via di seguito. Altri si lanciano in palingenetiche riforme del sistema tributario. Pochi ricordano che ridurre le tasse e aumentare gli incentivi inevitabilmente allarga il deficit. Anche le massime autorità di politica economica e monetaria che 18 mesi fa hanno imposto l’austerità adesso chiedono che si rilanci la crescita. Ma anche qui a chiacchiere la soluzione c’è: bisogna ottenere le opportune deroghe “per sostenere la crescita e non per aumentare la spesa” come se la spesa così genericamente indicata si identificasse solo con la spesa corrente inutile, parassitaria, e non anche con la spesa per investimenti. Certo bisogna superare la politica dell’austerità ma, anche nella visione più corretta sulla gestione rigorosa delle entrate e delle spese pubbliche , bisogna sapere che per uscire dalla recessione servono per i paesi euromed terapie d’urto e non pannicelli caldi. Servono strumenti di intervento diretto e non solo qualche incentivo sul lato dell’offerta. Pochi spiegano perché con qualche incentivo le imprese dovrebbero assumere giovani o adulti (donne e uomini) se non hanno ordinativi, commesse per i loro beni e servizi e devono trasferire all’indietro i maggiori costi.
Ma vediamo subito cosa bolle in pentola per i giovani. In un recente intervento (Repubblica 29-04-13) Laszo Andor, commissario UE per l’occupazione, ha riassunto le proposte della Commissione in materia. Ci sono 7,5 milioni di NEET (giovani che non studiano, non seguono corsi di formazione, sono inoccupati) su 27 milioni di disoccupati. Andor definisce questi dati un forte potenziale di disintegrazione sociale. Come non essere d’accordo! Nel dicembre 2012 la Commissione ha approntato un pacchetto per l’occupazione giovanile. Questo si tradurrebbe in una garanzia secondo cui “tutti i giovani sino a 25 anni ricevano un’offerta di un lavoro, di educazione permanente, di un apprendistato o di un tirocinio qualitativamente valida entro quattro mesi dal termine dell’istruzione formale o dall’inizio del periodo di disoccupazione”. Nel febbraio scorso, il Consiglio dei ministri del lavoro ha approvato la relativa raccomandazione. Inoltre la Commissione intende promuovere un’Alleanza europea (sic!) per l’apprendistato attraverso il potenziamento della rete paneuropea TARES mirata a facilitare offerta e domanda di lavoro. Il Commissario Andor ricorda anche che, nell’ultimo anno, la Commissione e i governi dei paesi membri hanno lavorato ad una redistribuzione dei fondi strutturali, definendo le procedure per accelerare l’erogazione e redistribuzione dei finanziamenti quantificati in 16 miliardi di euro a vantaggio di 780 mila giovani e 55 mila piccole e medie imprese. Andor cita infine un’altra iniziativa presentata al Consiglio europeo di febbraio alla quale sarebbero stati assegnati 6 miliardi per il periodo 2014-2020.
Tutto bene? Apparentemente si, ma un semplice colpo d’occhio sulle cifre citate ci fa capire che se servono 16 miliardi per garantire l’occupazione a 780 mila giovani (10,4% del totale da garantire), ne servirebbero almeno altri 140 miliardi circa anche se Andor nello scritto citato non precisa se sta parlando solo dei fondi provenienti dal bilancio comunitario o anche di quelli dei paesi membri. E che dire dei 6 miliardi aggiuntivi nelle Prospettive finanziarie ancora da approvare? Come che sia, si tratta di una cifra pari al 15% del risorse del bilancio comunitario 2014-2020 – come noto bocciato dal Parlamento europeo perché prevedeva un taglio di 70 miliardi – rispetto ai 90 richiesti dalla Gran Bretagna – proprio nel momento in cui l’economia europea attraversa una dura recessione sul fianco SUD. Ecco perché bisogna puntare all’approccio globale e lasciare da parte quello puntuale e gradualista. Non che questo sia inutile ma se non si riesce a rilanciare la crescita a livello generale le politiche settoriali non ce la fanno anche perché non trovano le risorse necessarie. Se l’economia privata è bloccata per via delle misure recessive adottate negli ultimi due anni solo l’operatore pubblico può imprimere una spinta a tutto il sistema in modo che subito dopo il mercato si rimetta in moto e l’economia privata vada avanti da sola. A fronte di continue proposte di riduzione del cuneo fiscale e contributivo alcuni colleghi economisti si preoccupano delle coperture e della sostenibilità del sistema pensionistico e del welfare a medio-lungo termine. Ma c’è un nesso anche tra welfare e crescita e la riduzione del primo ridurrebbe anche il potenziale di crescita. È vero abbiamo un problema serio di disoccupazione giovanile ma c’è anche quella degli adulti (donne e uomini anche con figli a carico): tre milioni di disoccupati 6 milioni se consideriamo anche tutti gli scoraggiati.
In una situazione di recessione, con la Germania che continua ad accumulare avanzi nella sua bilancia commerciale, con l’euro sopravvalutato che neutralizza la domanda extracomunitaria, serve un forte rilancio della domanda interna soprattutto di investimenti pubblici e privati. Da diversi anni ci sono le condizioni permissive di politica monetaria ma c’è tuttavia la stretta creditizia e la ripresa non arriva. La politica monetaria risulta inefficace non solo perché i tassi sono prossimi allo zero. Bisogna agire dal lato della politica fiscale e finanziaria. La vera deroga che bisogna chiedere a Bruxelles è la regola d’oro: tenere fuori dall’equilibrio di bilancio a medio termine gli investimenti direttamente produttivi e indebitarsi di 2-3 punti di PIL per spingere l’economia su una crescita sostenuta e sostenibile. Con l’economia in fase espansiva e politica monetaria accomodante non servono neanche le riduzioni di questa o quella imposta e/o dei contributi sociali delle imprese perché per loro diventerebbe più facile trasferirle in avanti. Se questo lo avesse fatto Monti 18 mesi fa non saremmo in queste condizioni di emergenza sociale.

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