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Archivio Giugno 2013

Vallauri presenta il libro di Giorello sul tradimento

Il più affascinante libro che ho letto nell’ultimo anno è certamente Il tradimento in politica, in amore e non solo, di Giulio Giorello (Longanesi editore, 2012).
Dal prologo, rivolto ai mali dell’Italia di oggi, con i suoi Giuda i tanti tradimenti – sia nella vita politica che in amore – all’intero svolgimento cronologico successivo emergono con nettezza momenti e stratagemmi che hanno segnato un lungo corso storico: dalla Palestina tormentata nel primo secolo dopo Cristo ai capitani di ventura presi di punta da Machiavelli, con il succedersi ininterrotto di richiami agli inganni inevitabili della vita comprendente quindi i tradimenti che hanno caratterizzato la grande storia come gli eventi raccontati da Cervantes oppure da Iago sino ai più moderni fatti.
Il finissimo filosofo analizza alcune specifiche quanto significative vicende a cominciare da Cesare ed ancor prima: un avvicendarsi di tradimenti. E Bruto ne è simbolo eloquente: la guerra civile modo abominevole rende universale il tradimento. Invece don Giovanni di Molière viene indicato come metafora della conquista militare di un paese alla stregua dei divoratori di cuori femminili. D’altronde – precisa Giorello – il “tradimento” non è “lavoro da dilettante”. E così uno dopo l’altro viene offerto al lettore tutta una serie di “macchine assassine che pervengono al male nella illusione di guerre a scopo di salvezza”. Un punto dolente dell’umanità, dai tempi di Cleopatra ad oggi. Perché prevale infatti una pretesa “intenzionalità” salvifica, dai tempi del Caino eterno che vive accanto a noi. Le “anime belle” si lasciano travolgere dalla illusione di cambiare in meglio il destino di persone che amiamo o che odiamo. E naturalmente il Cristo storico e i personaggi di Shakespeare offrono casi esemplari di “giustificabili” vendette. Vi è pure una predestinazione che gli eventi si curano di procurare. Così a sua volta Stalin puniva tutti i deviazionisti di destra e di sinistra che si opponevano “alla linea generale del partito” al fine di realizzare quella “metaforica opera d’arte totale” quale è stata – si legge – l’Unione Sovietica. Ridotto a “profeta senza armi” Trotskij va incontro innocente di fronte al suo assassino. A proposito delle brigate internazionali combattenti in Spagna troviamo esempi evidenti, che spiegano l’uccisione degli appartenenti a gruppi minoritari, dagli anarchici al famoso Poum, e i cui membri erano accusati di discriminazione e quindi di tradimento, da punire con la morte (è capitato anche al nostro Berneri).
Tutti gli esempi citati inducono tuttavia a non avere fiducia neppure nel “più caro amico”, tanto devastante è la forza di annientamento proveniente da un male incontenibile: il tradimento quale “meccanismo della storia per colpire i sognatori”. Troviamo anche un accenno che può essere interessante per i nostri giorni quando Giorello parla dell’anti-politica come di “una anomalia politica“ che si pretende nuova nel liquidare quella vecchia usandone opportunisticamente gli stessi strumenti (osservazione di sconcertante attualità, quindi).
Ed ancora Stalin, il “romantico” che usciva del dilemma “non resta che essere tradito o tradire” imponendo ai suoi di tradire. Ma allora è forse più soave il compimento di atti di viltà in amore, nei fatti della vita privata? Troppi equivoci si accavallano nella storia per poter trarre un criterio da seguire. L’avventura di Otello torna prepotente tra di noi a ricondurci ad essere soprattutto dubbiosi e di non accettare quel che appare come fatto certo. Traditori di tutte le misure e di tutte le nazioni si susseguono nelle pagine del libro tra “ciurme eterogenee”, legate più da interessi comuni che da quei vincoli astratti che noi ancora oggi denominiamo pomposamente “valori”.
La fede delle femmine – non scordiamo – è come l’araba Fenice, che vi sia, ciascun lo dice: dove sia nessuno sa. E così dai travestiti passiamo a Cleopatra. Se Otello non perdona qualsiasi Desdemona sorpresa a civettare con miti e riti contrastanti, vuol dire che per tradire occorre “coraggio”. La Chiesa cattolica si è abituata a scovare avvocati del diavolo per addurre argomenti in grado di punire chi andava salvato e salvare i dannati. A sua volta Borges ha tenuto a ricordarci che “la vita di ogni individuo è anch’esso un libro”, e di questi libri Giorello ne ha letto ed interpretati tantissimi, riproducendoli in queste pagine di saggezza: così accanto alle due classiche figure, il traditore e l’attore, si aggiunge quella del regista, che dirige il gioco della prima donna. Tutto consegue logicamente, nella vita come nella morte, provocata dal “facile” tradimento.
Non si può mai dimenticare l’insegnamento straordinario (continuamente citato) “se incontri una forza irresistibile, opponiti con il doppio della forza e vincerai”: eppure quanti possono dire che questo ammonimento sia sbagliato? Lo “spirito di lotta senza odio”, evocato da Hannah Arendt, è un richiamo pertinente ma non sempre viene tenuto presente, altrimenti non si potrebbero spiegare tanti tradimenti. Sarebbe interessante collegare i giudizi di Machiavelli e di Leopardi sull’esperienza di schiavi che non sono riusciti ad emanciparsi, malgrado ogni buona volontà di cambiamento.
“Il riso è il solo tratto che ci distingue dagli animali e dagli angeli” ricorda Giorello, ma le emozioni non sono controllabili, e così neppure la spinta al tradimento, intesa come “necessità” di attuare quale atto di perequazione.
L’epilogo riconduce alla città di Dio: il tradimento come parte essenziale di ogni trama. “Non smettere di “cercare di capire per lottare, e di lottare per capire”. Così il Mefistofele di Goethe appare “superare” le parole del Vangelo di Giovanni: “gli esseri umani hanno amato più le tenebre che la luce”. A voi lettori, una riflessione amara che è certamente utile in una stagione di ininterrotti tradimenti, nella vita civile come nei rapporti interumani. Una lettura di raro pregio, di intelligenza pura da non dimenticare per quanto micidiale possa risultare, come espressione di una cultura evoluta. Giorello allora come maestro da leggere per apprendere e seguirne i consigli.

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La solitudine della Repubblica fondata sul lavoro

I primi quattro articoli della Costituzione delineano lo Stato sociale italiano in corrispondenza con quanto avveniva in Europa dopo la pubblicazione nel 1942 del Rapporto Beveridge e del Memorandum per il pieno impiego in una libera società dello stesso Autore. Nel suo recente pamphlet “Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1, Giulio Einaudi Editore, 2013, Gustavo Zagrelbesky dice che :”Unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione. La politica deve essere condizionata al lavoro e non il lavoro alla politica. E’ bene ribadirlo , oggi, mentre è in corso il rovesciamento di questo rapporto”. Come non essere d’accordo a fronte della visione politica prevalente che anche oggi a fronte di una crisi economica tra le più gravi di quelle occorse nell’ultimo secolo, si trastulla perseguendo pareggi di bilancio di stampo ragionieristico e improbabili riforme costituzionali.
Una Repubblica fondata sul lavoro significa che i cittadini sono titolari di un fondamentale diritto al lavoro. Ma che genere di diritto è quello al lavoro? Non è un diritto “perfetto”, ossia, uno di quelli azionabili in sede giudiziaria. Si tratta di un diritto sociale come quelli all’assistenza, al riposo, alla casa, all’istruzione gratuita, ecc.. Nella quarta di copertina Zagrelbesky ci ricorda che il costituzionalismo ottocentesco , come dottrina politica nasce con un marchio classista che l’oppone alla democrazia. Con le parole di Madison, uno dei costituenti americani, il costituzionalismo moderno fu una costruzione giuridica per difendere il fondamentale diritto di proprietà dei pochi rispetto alla democrazia, ossia, alla possibilità che le masse disereditate espropriassero con regolare voto democratico i più ricchi. Per questi motivi il compromesso socialdemocratico viene presentato anche come compromesso tra capitalismo e democrazia. I molti riconoscono il diritto fondamentale di proprietà dei pochi e questi riconoscono alcuni diritti sociali alle masse povere o meno fortunate. Con la differenza che il diritto alla proprietà è perfetto mentre i diritti sociali non lo sono. Il fatto che i diritti sociali non siano azionabili in sede giudiziaria – chiarisce Zagrelbesky – non significa che essi non siano diritti pieni, altrimenti non avrebbe senso averli scritti nella Costituzione. Significa che essi sono azionabili in sede politica attraverso il processo democratico. E qui arrivano le difficoltà. Come altri costituzionalisti prima di lui Zagrelbesky valorizza il comma 2 dell’art. 3:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Io dico che il discorso soffre di circolarità ma non dice esplicitamente come rimuovere gli ostacoli che eventualmente si frappongano. Non dice chiaramente che l’obiettivo del governo della Repubblica deve essere il pieno impiego come lo aveva bene enunciato il Rapporto e il Memorandum Beveridge.
Peraltro la stessa sequenza degli articoli mi sembra non del tutto appropriata. Personalmente avrei messo l’attuale art. 4 al posto del 2 sui diritti inviolabili e la solidarietà.
Infatti recita l’art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la
propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale
o spirituale della società”.
Dopo aver posto il lavoro a fondamento della Repubblica è conseguenziale dire che questa lo riconosce a tutti e si adopera per renderlo effettivo. Dopo avere affermato solennemente il principio di eguaglianza anche rispetto al diritto al lavoro, andava meglio la solidarietà secondo la sequenza non causalmente adottata dai rivoluzionari francesi (libertè, egalitè, fraternitè). Perché se il lavoro non è solo sforzo (fatica) individuale ma è anche attività e funzione sociale. E’ bene comune caratterizzato da esternalità: se tutti lavorano, si produce di più. Se le quote distributive sono eque, tutta la società sta meglio. La distribuzione migliora, c’è meno bisogno di solidarietà che, peraltro, in contesti allargati come quello dell’Unione europea, funziona poco o per niente.

Come noto, rendere effettivo il diritto al lavoro è impresa non facile come ci insegna la teoria della politica economica e l’esperienza maturata durante gli ultimi 65 anni. E quindi ha senso il riferimento alla rimozione degli ulteriori ostacoli di ordine economico e sociale di cui al comma 2 dell’art. 3 avendo prioritariamente reso effettivo, ossia, concretamente operante il diritto al lavoro. Nel periodo citato, nessun governo (centrista, di centro-sinistra e/o di centro-destra) è riuscito mai a spingere l’economia verso il pieno impiego. Se così, il sottotitolo del pamphlet che parla di “solitudine dell’art. 1” è un eufemismo perché in realtà non solo l’art. 1 ma molti dei diritti sociali sono stati sostanzialmente traditi. Se ne era accorto Piero Calamandrei già in occasione del terzo anniversario della Costituzione nel 1951. Oggi si può sostenere che tutta la prima parte della costituzione sia un vasto programma di “promesse” in buona parte mancate. Dopo gli anni ’50, abbiamo avuto il periodo 1962-74 durante il quale sono stati fatti notevoli passi in avanti per attuare i diritti sociali. Negli ultimi 35 anni, caratterizzati dal trionfo del neo-liberismo, in Italia e all’estero, assistiamo a continui tentativi di ridimensionare lo Stato sociale.

Né le prospettive sono buone per ristabilire una corretta subordinazione della politica al lavoro se “la politica si mostra troppo spesso succube, connivente o collusa” con la finanza rapace, se per diversi motivi, in particolare per le caratteristiche tecnocratiche che caratterizzano il processo di integrazione europea, assistiamo ad una sostanziale perdita di controllo sui fattori e sulle politiche economiche da parte della politica nazionale. Se si vuole reagire alla deriva autoritaria che impronta l’Italia e l’Unione europea occorre che i cittadini italiani da un lato più che trastullarsi con la vuota retorica della Costituzione più bella del mondo, più che affannarsi a riscriverla, si battano con decisione per l’attuazione della giustizia sociale.

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Un ampio e documentato studio su Venerio Cattani

Lo sviluppo dell’azione politica dei socialisti in Italia all’indomani della nascita della Repubblica è stato fortemente limitato dalla preponderanza di un forte e radicato partito comunista ma anche della diffusione di un punto di vista che riteneva ormai superata quella idea che pure aveva contribuito ad uniformare non solo le masse operaie all’inizio del Novecento. Infatti nella cultura di sinistra girava il luogo comune del superamento di una concezione che aveva avuto successo nel passato ma che ormai non più in grado di svolgere un ruolo positivo di fronte a nuove impostazione economiche ed ideologiche. Pertanto alla iniziale spinta che nel 1946 aveva riposizionato il PSI come secondo partito nazionale dopo la Democrazia Cristiana seguì la prevalenza definitiva della grande organizzazione guidata da Togliatti. E neppure le scelte di Bad Godesberg 1959 valsero ad influenzare il settore democratico della sinistra moderata.
La infelice conclusione dell’era craxiana è stata la naturale evoluzione di un processo di sfaldamento già affermato da tempo. Neppure il rilevante apparato culturale dei costituenti socialisti e di numerosi intellettuali che, in vario modo, si richiamavano ad una chiara distinzione di una sinistra autonoma dal totalitarismo sovietico valse a modificare quella situazione. Eppure una efficace attività dei socialdemocratici ebbe modo di manifestarsi nel paese e nel parlamento, sulla base di una serie di principi che i fatti avrebbero dimostrato di essere tutt’altro che superati.
Nella introduzione di Zeffiro Ciuffoletti al libro di Venerio Cattani. Esame di coscienza di un socialista democratico, a cura di Alessandra Frontani, Piero Lacaita editore, il problema qui indicato è affrontato con lucida visione critica e storica nel delineare le difficoltà affrontate dai militanti e dirigenti socialisti per superare quella vena di passatismo che impropriamente aveva colpito il PSI, malgrado la chiarezza della linea tenuta da Pertini e di quella parte dei socialisti che in realtà non rinunciavano affatto all’affermazione dei loro valori e cercavano di mantenere una piena autonomia di fronte al PCI.
L’azione specifica di Basso e Morandi offriva un possibile punto di forza politica rispetto al rivale partito “fratello” ma – come rileva Ciuffoletti – la subcultura comunista tolse respiro a qualsiasi evoluzione dei rapporti fraterni, tanto che nelle regioni rosse dell’Italia centrale a base mezzadrile lo stesso PSI divenne una sorta di ruota di scorta del PCI. E nel saggio introduttivo sono molto ben delineati gli aspetti specifici della situazione creatasi in quegli anni, e vengono in particolare sottolineati gli aspetti contraddittori di quel periodo, tanto più quando si accentuava la distanza ormai emersa tra i due grandi partiti di massa chiamati a un confronto sproporzionato a causa della struttura del PSI, priva anche di sufficienti risorse per competere con gli avversari. La fatica compiuta da quegli autentici socialisti che seppero, per circa un ventennio, resistere a quella difficile condizione, anche sul piano personale, trova nel libro una descrizione limpida e tagliente nel segnalare fatti e responsabilità, a cui si aggiungono riconoscimenti che poi costituiranno il complesso aspetto centrale dello studio, per quanto riguarda la capacità di mantenere viva e realmente efficace l’attività di chiara impronta democratica dei socialisti che peraltro, militando nella CGIL, erano sempre in grado di far valere posizioni proprie e specifiche di una idea non frantumata dall’irruenza organizzativa di quanti ne contrastavano la validità politica.
Cattani – come spiega Ciuffoletti – era uscito “dalle reti” anguste del marxismo leninismo e quindi seppe operare in quello spazio politico che il partito aveva saputo mantenere con significative posizioni non solo di ideologie culturali ma di effettiva concreta realizzazione sul piano sociale. L’intera attività del deputato “socialdemocratico” rispecchiava un pensiero politico, un patrimonio ideale ed un impegno morale di grande rilievo: l’ambiente nel quale egli agiva permetteva un richiamo ad aspetti del socialismo risalente a Prampolini, che tanto aveva influito nella crescita delle masse popolari all’inizio del Novecento.
Con questa lunga premessa nulla vogliamo togliere al merito di Alessandra Frontani nell’ampio svolgimento delle successive parti del libro nelle quali viene sottolineata la complessità positiva e costruttiva delle iniziative di Cattani per portare avanti le sue lungimiranti idee: un lungo percorso nel passaggio dal frontismo all’autonomia e poi negli anni del centro-sinistra quando, malgrado il fallimento dell’unificazione del 1966, grazie agli accordi patrocinati da Moro, fu possibile portare avanti l’esperienza di centro-sinistra che seppe effettuare poche ma importanti riforme. Intanto Cattani, concentrando il suo interesse ai temi dell’agricoltura, riusciva a far valere particolarmente una serie di azioni prima a livello nazionale poi europeo. Ricordiamo soprattutto le misure attuate per superare la mezzadria.
Intanto maturavano le svolte in seno al PCI che condussero all’accettazione della democrazia come mezzo e come fine. Viene altresì riportata una ampia documentazione sui rapporti di Cattani con Nenni nonché sulle precedenti esperienze del socialismo democratico, quale punto di riferimento di una operatività politica, con particolare riferimento alla tradizione “emiliana”. Vengono altresì riportate alcune interviste (a Giampiero Mughini ed Enrico Landolfi) e merita di essere sottolineato il capitolo sulla politica agricola a Bruxelles, oltre ad una serie di scritti di Cattani sulle svolte della socialdemocrazia italiana (sino alle pagine amare della corruzione): pagine della storia della Repubblica che sembrano oggi dimenticate mentre sono stati momenti significativi della trasformazione democratica del nostro paese, a torto spesso trascurati. Sono tutte pagine peraltro che rievocano con precisione fatti salienti che la ricercatrice senese, curatrice della pubblicazione, ha saputo rileggere e comprendere con acume e senso storico.
Carlo Vallauri

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Piero Calamandrei, l’uomo del ponte.

Piero Calamandrei è l’uomo del ponte per via della omonima Rivista che ha creato nell’aprile 1945 e diretto sino al 1956 anno della sua scomparsa. Il ponte ideale è quello tra i valori del Risorgimento e quelli della Resistenza dopo la cesura del fascismo. Per chi conosce poco Piero Calamandrei e, specialmente per i giovani, questa raccolta di piccoli e brillanti saggi di Paolo Bagnoli è un ottimo viatico.
Il libretto “Piero Calamandrei, l’uomo del ponte, fuori|onda, 2012, raccoglie cinque saggi scritti in occasioni e tempi diversi che ci fanno meglio conoscere la complessa e poliedrica figura di Calamandrei: L’uomo del ponte; L’umanista civile; Libertà e giustizia: il contributo alla Costituzione repubblicana; una coscienza inquieta; la concezione della democrazia.
Docente universitario e avvocato fu sempre anti-fascista – anche se poi giurò fedeltà al regime . Ai suoi allievi (tra cui: Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti, Carlo Furno e Paolo Barile) riuscì a trasmettere un grande impegno antifascista e fervido amore per la democrazia e la giustizia sociale. La democrazia è tale se è capace di essere “democrazia sociale” riassume Bagnoli. Da liberale era aperto ai diritti sociali . Nonostante che il fascismo avesse cercato di isolare il Paese, Calamandrei dimostra di essere aggiornato con il pensiero democratico e sociale dei paesi democratici del Centro e Nord Europa. In particolare trovo molto forte l’affinità con le tesi di Beveridge che a lungo aveva studiato i problemi della disoccupazione e del degrado sociale e civile che essa produce. Secondo Paolo Bagnoli, c’era nella sua formazione una impronta radicale ma era più un liberale socialista che un socialista liberale.
Di formazione liberal-democratica ma molto influenzato dalle teorie sociali dei coniugi Sidney e Beatrice Webb, nel 1942, William Beveridge, presentò al Parlamento britannico un Rapporto sulle assicurazioni sociali e connessi servizi che nel 1944, appena iscritto al partito liberale, ripresentava come un Manifesto per il pieno impiego in una libera società. Il Manifesto vede la piena occupazione come presupposto essenziale per lo stato sociale. Le indicazioni dei due documenti saranno riprese e portate avanti dal Partito laburista dopo la sconfitta di Churchill alle elezioni del 1945.
Come ripetutamente sottolinea Paolo Bagnoli, Calamandrei voleva lo Stato promozionale, libertà e legalità o, meglio, giustizia e libertà perché se non c’è giustizia sociale non c’è legalità sostanziale e non si può attuare la libertà per tutti. Chiedeva l’effettiva attuazione della giustizia sociale come espressione genuina della libertà. È l’essenza di quello che in Europa chiamavano e chiamiamo il compromesso socialdemocratico.
I diritti sociali come il diritto al lavoro, all’assistenza, alla casa, al riposo, all’istruzione gratuita per i meritevoli e bisognosi, ecc.. Dice Calamandrei che il problema non è quello di elencarli “quanto quello di predisporre i mezzi pratici per soddisfarli, di trovare il sistema economico che permetta di soddisfarli”. “La funzione dei diritti sociali è essenzialmente quella di garantire ad ognuno, a integrazione delle libertà politiche , quel minimo di “giustizia sociale”, ossia, di benessere economico, che appare indispensabile a liberare i non abbienti dalla schiavitù del bisogno e a metterli in condizioni di potersi valere anche di fatto di quelle libertà che di diritto sono proclamate come uguali per tutti”.
Il problema della libertà individuale e il problema della giustizia sociale sono un problema solo, perché se non c’è libertà dal bisogno non ci può essere esercizio effettivo delle libertà politiche. La democrazia si traduce nel principio maggioritario ma ci sono limiti alla sovranità popolare, ossia, ci sono questioni che non possono essere decise a maggioranza. La prima parte della Costituzione infatti prevede una insieme di diritti che in parte sono di garanzia e in parte di programma.
Eletto alla Costituente ne animò il dibattito su questioni particolarmente delicate. “Alla fine dei lavori, malgrado le tensioni, le incomprensioni e anche gli insuccessi – sottolinea Paolo Bagnoli – il grande giurista fu comunque soddisfatto, tant’è vero che scrisse: ‘i muri maestri ci sono: e sono muri che resteranno perché il popolo italiano li ha cementati colle sue lacrime e con il suo sangue. E’ vero che una Costituzione non basta da sé sola a difendere la libertà e dare impulso al progresso sociale, se non è animata dalla coscienza politica e dalla volontà del popolo…..’. Per essere più chiari, Calamandrei aveva detto prima che la Costituzione si limita a indicare delle ‘promesse‘, che spetta allo stesso potere legislativo renderle concretamente operanti”.
Purtroppo già in un discorso di celebrazione del terzo anniversario della Costituzione lucidamente Calamandrei doveva prendere atto che gran parte di quel vasto programma di grandi promesse era rimasto inattuato. Cosa dovremmo dire noi dopo sessantacinque anni? Se lo Stato siamo noi – come ha scritto Calamandrei – possiamo dire solo: nostra maxima culpa.

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Riaprire il cantiere dell’Europa

Come dice Romano Prodi nella Prefazione, il libro di Dastoli e Santaniello, C’eravamo tanto amati. Italia, Europa e poi?, Università Bocconi Editore, 2013, “aiuta a rileggere un periodo molto importante della storia della costruzione comunitaria e a comprendere quale sia oggi la posta in gioco nei rapporti tra il nostro paese e l’Unione europea”.
Questa Unione Europea è quella dell’Atto unico (1986), del Trattato di Maastricht (febbraio 1992) e di quello di Lisbona (2009). È per lo più il risultato dell’approccio funzionalistico e del metodo intergovernativo.
Dopo l’attuazione della moneta unica, si è tentato il grande salto con la Convenzione e la redazione del c.d. Trattato costituzionale ma i referendum francese e olandese del 2005 lo hanno bocciato e siamo ripiegati sul Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea approvato nel 2007 ed entrato in vigore dal 2009.
L’UE di Maastricht e Lisbona ha dato tutto quello che poteva dare ma stiamo constatando tutti che quello che è stato fatto non è sufficiente. I due autori documentano la pochezza e grettezza delle leadership dei paesi membri che nascondono la verità ai loro elettorati. Nel novembre 2008 la Commissione aveva proposto un “recovery plan” da 200 miliardi di euro. Ben poca roba rispetto ai 700 miliardi di dollari che il governo USA ha stanziato solo per salvare le banche. In ogni caso, il piano di Barroso è rimasto nei cassetti del Consiglio europeo e, così, l’economia europea precipita nella recessione senza alcun paracadute. Il governo Berlusconi in quegli anni negava pervicacemente che ci fosse una crisi.
Dopo la pesante recessione del 2009, politici, economisti e osservatori soprattutto americani ci avevano avvertito che, senza adeguate politiche espansionistiche, l’UE sarebbe caduta in una seconda recessione . E così, puntualmente, è accaduto nel 2011 e 2012. Anche il 2013 disgraziatamente sarà un anno di recessione per alcuni paesi periferici.
In alcuni principali paesi membri i i governi hanno salvato le banche trasformando i debiti di queste in debiti “sovrani” e, quindi, alimentando la paura di una disintegrazione dell’euro. Hanno mentito perché la vera causa del disastro è stata la speculazione incontrollata della finanza internazionale ed europea. I suoi costi sono stati scaricati sui contribuenti e, per di più, sostenendo che il modello sociale europeo è insostenibile.
In sintesi, i maggiori sforzi dell’UE sono stati fatti per assicurare con lentezza e gradualità esasperanti un po’ di assistenza finanziaria ai paesi membri in difficoltà senza affrontare sul serio il problema della lor solvibilità. Il caso della Grecia docet e il tardivo ravvedimento del FMI riesce a irritare persino la Commissione europea che, come noto, è uno dei componenti della famigerata Troika. Lascia imperturbata la BCE.
Resta il fatto gravissimo che l’UE non ha saputo conciliare il risanamento dei conti pubblici dell’Irlanda e di alcuni paesi euromed con la crescita degli stessi.
Con metodo intergovernativo si sono creati alcuni strumenti di più stretto coordinamento (Twopack, Sixpack, Euro-plus, Fiscal compact), si è imposto il pareggio di bilancio, e si sono inasprite le sanzioni ma non ci si rende conto che il coordinamento non funziona. Non ha mai funzionato a livello internazionale nonostante i continui vertici del G7, G8, G20 e ora del G2. Un esempio clamoroso è quello della nuova regolamentazione delle banche e degli intermediari finanziari.
A livello ufficiale del Consiglio europeo si stenta a prendere atto che quello che fanno i veri governi degli Stati federali e centralizzati con i loro cospicui bilanci sono azioni di allocazione, stabilizzazione e redistribuzione e che, per fare questo, serve un vero governo a livello centrale. Con il TFUE la governance economica è stata lasciata ai governi dei PM.
In pratica non è stata accettata neanche la proposta compromissoria e di transizione di Tommaso Padoa Schioppa di una suddivisione di responsabilità di rigore nella gestione dei conti pubblici da mantenere ai governi dei PM e della crescita all’UE. Il volet crescita del Patto di stabilità non è mai decollato. Al contrario si è fatto di peggio e di più. Come detto, si sono stretti i ceppi alle mani e ai piedi dei governi dei PM e non si è fatto e non si prevede di far niente per sostenere la crescita.
È una storia di errori ed omissioni senza precedenti che non sembra conoscere fine.
Anche dopo il Rapporto dei quattro Presidenti del dicembre 2012 – affermano i due Autori – non ci saranno passi avanti né sulla strada dell’integrazione del bilancio né su quella dell’integrazione economica”. …. Per queste decisioni si dovrà attendere ancora…. La grande assente nel dibattito politico europeo è, infatti, un’agenda credibile e realmente condivisa per il rilancio della crescita, della competitività e dell’occupazione. Se l’economia non cresce è difficile risanare i bilanci malgrado le buone intenzioni”. In altre parole, si potrà raggiungere un pareggio contabile entro un determinato anno ma difficilmente si potrà parlare di equilibrio strutturale (di medio termine) dei conti pubblici perché se l’economia non cresce, le entrate non crescono mentre le spese continuano a crescere per una serie di meccanismi automatici e anzi accelerano proprio per gli stessi motivi. E, ancor peggio, cresce il rischio di inasprimento dei conflitti sociali che, secondo il Rapporto annuale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, è il più alto che nel resto del mondo.
E’ già passato un anno da quando nel giugno 2012 hanno formulato un “Compact for Growth and Jobs” e siamo punto e da capo. Con l’aggravante però che nel dicembre scorso è fallito il tentativo di trovare un compromesso sulle prospettive finanziarie 2014-2020.
Dastoli e Santaniello spiegano questa situazione ragionando sui limiti della costruzione europea che non prevedeva un preciso processo che portasse alla realizzazione dell’Unione economica e su quelli del Trattato di Maastricht che lasciava ai governi dei paesi membri la competenza in materia di politica economica e finanziaria e, per di più, affidandosi a un coordinamento automatico. Il sistema che ne risulta è squilibrato perché politica monetaria e politica fiscale sono entrambi strumenti della politica economica e finanziaria. Come se non bastasse l’errore viene ripetuto con il TFUE. Ora l’avere previsto regole più stringenti di coordinamento preventivo e sanzioni più pesanti per chi le viola, di per se, non addrizza un albero che è nato storto.
Non solo negli ultimi anni Commissione e Consiglio europei hanno esaurito la loro spinta propulsiva e diventa egemone la BCE. Il Parlamento Europeo viene emarginato e non riesce ad esercitare un effettivo controllo democratico sulle decisioni. Deve limitarsi a formulare auspici e raccomandazioni sulle questioni decisive. Il processo di integrazione subisce una evoluzione/involuzione per cui decisioni che riguardano la politica economica e sociale, che riguardano la vita dei cittadini europei vengono spostate sempre più in alto a strutture tecnocratiche al di fuori di ogni controllo democratico. I riflessi interni di questo processo sono che si restringono i margini di discrezionalità dei governi sub-centrali. Il paradosso è che non c’è un vero e proprio governo centrale a Bruxelles e quelli sub-centrali, volenti o nolenti, subiscono una progressiva erosione dei loro poteri. Anche la linea intergovernativa che si esprime a mezzo di Trattati risulta screditata e delegittimata perché, per sua natura, arriva tardi e non riesce a risolvere i problemi. Non solo bisogna tornare all’approccio comunitario ma bisogna riaprire il cantiere e andare oltre, cioè, ragionare su proposte congrue e coerenti con la costruzione di strumenti che prefigurino un assetto federale vero e proprio, un governo centrale in grado di decidere tempestivamente sotto il controllo del PE. Si tratta di scelta obbligata. Altrimenti non si capisce che senso abbiano le quattro unioni bancaria, economica, fiscale, politica. Nel 2014 si vota per il Parlamento europeo. O queste questioni entrano nel dibattito elettorale oppure anche l’Europa proseguirà sulla strada del declino.

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Un governo di larghe intese (promesse) e poche speranze

Diagnostica bene i mali dell’economia italiana ma si riserva la prognosi, rinvia a tempi migliori la terapia. Enfatizza gli spiragli che si intravvedono a livello europeo con la chiusura della procedura per deficit eccessivo ma non dice cosa vuole fare esattamente con l’euro, il bilancio europeo, con l’Unione politica proposta dal Presidente francese Hollande. Un governo politico che affida l’economia e le finanze al tecnocrate Saccomanni così per restare in linea con la deriva tecnocratica ed autoritaria che caratterizza il governo debole e suddiviso dell’Unione europea.
Abbonda la retorica sui giovani, sulla riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese, sull’IMU, sulla necessità di evitare l’aumento dell’IVA, sulla necessità di investire nella ricerca, di lottare contro l’evasione e la povertà. Intanto due piccole cose concrete: il rifinanziamento di pochi mesi per la Cassa integrazione in deroga e la conferma degli incentivi alle ristrutturazioni degli appartamenti con possibilità di includere arredi di cucine e bagni. Si rischia il ridicolo se pensiamo che con queste misure si possa rilanciare l’economia e l’occupazione.
Ma il governo ha un grande avvenire alle spalle. Il Presidente gli ha assegnato 18 mesi di tempo per fare anche le riforme costituzionali. E lo incalza quasi ogni giorno. Speriamo che tale ambizioso programma non faccia la fine della Costituzione del 1948: un vasto programma di larghe promesse – in grossa parte rimasto disatteso. Grandi promesse e poche speranze perché continuamente ci dicono che siamo sempre sull’orlo del precipizio. In realtà mentono perché siamo in fondo al burrone (una specie di pozzo dalle pareti lisce) da cui è molto difficile risalire e nessuno dei nostri governanti fa niente per aiutarci.
Un governo che ci vuole tenere a bada sfruttando la grande paura e la speranza. Questa veramente poca perché il governo, per la sua composizione, non sembra avere una visione comune della società e del ruolo della politica, del futuro di questo paese. Ipotizza un governo forte a livello interno quando servirebbe un governo credibile ed autorevole a livello europeo. Il governo ancor peggio non trova un accordo sulla politica economica e finanziaria più adatta per rilanciare la crescita del PIL e dell’occupazione e si nasconde dietro le incertezze e contraddizioni dei paesi membri dell’Unione europea.
Ha detto il governatore della B.d’I. Visco “La recessione sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia di ripercuotersi sulla coesione sociale. Il prodotto interno lordo del 2012 è stato inferiore del 7 per cento a quello del 2007, il reddito disponibile delle famiglie di oltre il 9%, la produzione industriale di un quarto. Le ore lavorate sono state il 5,5 per cento in meno, la riduzione del numero di persone occupate superiore al mezzo milione. Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto al 2007 e pari all’11,5 per cento lo scorso marzo, si è avvicinato al 40 tra i più giovani, ha superato questa percentuale per quelli residenti nel Mezzogiorno.”
Lo stesso giorno l’Istat aggiorna i dati sulla disoccupazione (12,8%) e l’OCSE aveva corretto al ribasso le previsioni sulla crescita (da -1,5 a -1,8% nel 2013). Tutto è rinviato al 2014. Forse per questo il governatore si è rifugiato in un discorso tecnico sulla politica monetaria della BCE e sulle banche. Quello che non dice è quello che molti sanno: la B.d’I. fa parte del Board della BCE e quindi contribuisce a determinare le decisioni di politica monetaria della BCE all’interno della quale appare sempre più chiaro il ruolo egemonico della Bundesbank , a sua volta, sotto il tallone del governo tedesco. La B.d’I. non può fare politica monetaria se non in esecuzione delle decisioni della BCE. Con ciò non voglio dire che le decisioni della BCE siano tutte sbagliate ma se prendiamo le due LTRO messe in atto dalla BCE si vede che, nel caso italiano, la liquidità messa a disposizione dalla BCE è servita solo rifinanziare le banche con dette operazioni invece che con l’emissione di obbligazioni. Senza queste operazioni probabilmente le banche avrebbero dovuto restringere il credito alle imprese e alle famiglie molto di più di quanto hanno fatto. Ma resta il fatto che i sistemi bancari dei diversi paesi membri sono segmentati, non formano un vero mercato comune e perciò è possibile che essi pratichino diversi tassi di interesse soprattutto in ragione del diverso rischio paese. La B.d’I. è solo la longa manus della BCE in Italia ed il ruolo della BCE è sempre più in discussione come provano le dimostrazioni contro di essa venerdì 31 maggio. Come è discutibile che il Presidente della BCE possa essere chiamato a discutere della bontà di alcuni aspetti della sua politica monetaria davanti alla Corte costituzionale di un Paese membro. Come autorità amministrativa indipendente è appropriato che lo faccia – come lo fa – davanti alle competenti commissioni del Parlamento europeo ma che debba farlo davanti alla Corte costituzionale di Karlsruhe è del tutto fuori luogo. La vera anomalia istituzionale è che, in un modo o nell’altro, la BCE decide non solo in materia di politica monetaria ma determina tutta la politica economica e finanziaria dei vari paesi membri. Si presta a fare da paravento ai governi dei paesi membri che a Bruxelles decidono di assumere certe decisioni poi, a livello interno, ne prendono le distanze o assumono di avere le mani legate.
Tornando a noi, il sistema bancario italiano non è mai stato particolarmente efficiente. In qualche caso le banche del Sud praticano l’usura quando non sono colluse con finanziarie infiltrate dalla mafia. Al di là della buona immagine di cui gode in Italia, non si può dire che a livello comparato la B.d’I. sia stata particolarmente efficiente nell’esercitare la sua funzione di vigilanza. Ma il mantra recente è che grazie alla sua arretratezza, grazie alla sua inefficienza, grazie al fatto che i nostri banchieri non parlano fluent english, essi non hanno esagerato nell’uso disinvolto dei derivati. Tutt’al più hanno costituito qualche banda del 5%. Ma lo storico bilanciamento tra stabilità del sistema ed efficienza perseguito da sempre dalla B.d’I. ha prodotto un sistema bancario che non è propulsore di efficienza e crescita del sistema Italia. Né il dibattito sull’unificazione della vigilanza bancaria a livello europeo sembra fare significativi passi in avanti per le resistenze opposte da diversi paesi membri. Di questo il governatore Visco non ha parlato chiaro e forte. A fronte dei limiti raggiunti dall’azione della BCE, Visco ci dice che : “La politica monetaria è in grado di garantire la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale dell’area sono con essa coerenti”. Come dire, nessuna autocritica sulla bontà delle ricette che da alcuni anni la BCE insieme al FMI e alla Commissione europea ci hanno somministrato senza esitazioni o dubbi di sorta.

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