Archivio

Archivio Luglio 2013

Le beghe chiozzotte sull’evasione fiscale

Il vice-ministro delle finanze On. Fassina, alla ricerca di facili consensi in un convegno organizzato dalla Confcommercio, ha affermato che “si evade anche per necessità”. Si è scatenato il finimondo come se fosse stata la prima volta che un uomo di governo affermasse una cosa del genere. Basti ricordare le tante volte che Berlusconi come Presidente del Consiglio dei ministri ha affermato che era legittimo evadere quando le aliquote dell’imposta sul reddito superavano il 33%, così legittimando il comportamento degli evasori e poi premiandoli con condoni straordinari , ordinari e permanenti. Non a caso l’On. Brunetta dà a Fassina il “benvenuto nel Pdl”. Al di là delle polemiche, si dà il fatto che l’On. Fassina ha ragione e non è la prima volta che fa un’affermazione del genere. Qual è il problema? Artigiani, piccoli e medi imprenditori e professionisti sono tassati per lo più con gli studi di settore (SdS). Questi sono costruiti sulla base di stime dei ricavi all’interno di gruppi omogenei da cui partire per arrivare a determinare i redditi imponibili da dichiarare . Per quanto sia stata migliorata, con regressioni multiple all’interno del cluster, la stima dei ricavi da dichiarare resta il fatto che chi sta al di sotto della media è penalizzato perché viene chiamato a pagare di più mentre chi sta al di sopra è avvantaggiato tanto più quanto più si discosta dalla media. Si dice da un lato che così si premia l’efficienza ma è anche vero che il sistema crea iniquità perché chi ha maggiore capacità contributiva paga di meno e viceversa specie per chi è inefficiente, in difficoltà o all’inizio di una certa attività, paga proporzionalmente di più.
Così come attuato il meccanismo degli SdS è sbagliato anche perché stima i ricavi e non i redditi da dichiarare. E gli operatori medi e grandi hanno maggiori occasioni per ridurre le basi imponibili avvalendosi di deduzioni e detrazioni. Le organizzazioni delle categorie citate sfruttano il malcontento dei piccoli e dei marginali per ottenere riduzioni dei ricavi da dichiarare. Questo è stato fatto puntualmente ogni anno negli ultimi cinque anni anche a causa della perdurante crisi economica che ha ridotto il PIL di circa 10 punti. E questo spiega uno dei motivi per cui nonostante i proclami e bollettini della vittoria del direttore dell’Agenzia delle entrate, a fine anno, lo stesso ha dovuto confermare la stima dell’evasione nell’ordine dei 120-130 miliardi di euro.
Ieri l’affermazione di Fassina ha fatto il giro della rete ed è stata criticata per motivi sbagliati da esponenti del suo stesso partito nonché dalla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso. Dico così perché le critiche sono superficiali e non colgono 2-3 punti, secondo me, fondamentali. Il primo è la necessità di rivedere la metodologia dell’accertamento fondato sugli SdS. Il secondo è quello di rivedere la procedura del concordato di massa che si esplica nella trattativa “tecnica” tra rappresentanti delle categorie e organi del MFE sotto diretta influenza del ministro di turno. La gestione politicizzata dell’accertamento è una peculiarità tutta italiana che non trova riscontro in altri paesi che combattono meglio l’evasione fiscale. Solo in Italia gli esponenti dell’Agenzia delle entrate riscuotono successo in convegni organizzati dalle categorie che comprendono anche i maggiori evasori. Solo in Italia i membri del governo, un giorno sì e un giorno no, fanno proclami sull’inasprimento della lotta all’evasione fiscale salvo poi essere smentiti dai fatti.
Gli SdS dovrebbero essere utilizzati dagli uffici periferici come ausili all’accertamento del reddito effettivo attraverso concordati non di massa ma tendenzialmente individuali. Solo in questo modo si può aprire una prospettiva seria per migliorare il mix di efficienza ed equità nella complessa attività di accertamento delle imposte sui redditi di impresa e di lavoro autonomo. Se questo è vero non serviva e non serve l’invio di tutti gli estratti conto bancari di 17 milioni di lavoratori dipendenti e altrettanti pensionati deciso con legge voluta dal governo Monti. Su questo punto l’attuale governo non sembra avere alcun orientamento.

Categorie:fisco Tag:

Il problema della democrazia in Italia e in Europa

24 Luglio 2013 2 commenti

Alcuni osservatori ci spiegano un’Italia divisa in 2-3 principali correnti di pensiero che nelle elezioni politiche del febbraio scorso hanno prodotto tre principali forze politiche: due partiti contrapposti come programmi e filosofie sociali che li ispirano ed un movimento che pescando voti dagli scontenti del C-S e del C-D si dichiara antisistema, antipolitico ed antipartitico. Per i rappresentanti degli elettori del C-S la situazione è drammatica, l’economia è in declino, l’ascensore sociale è bloccato ed è molto difficile trovare una via d’uscita. Per le classi dirigenti di C-D la situazione, a tratti, è dipinta in maniera ottimistica. L’economia è forte o la sua crisi non è così drammatica come la descrivono quelli del C-S. Basterebbe assumere misure per abbattere il debito pubblico e ridurre la pressione fiscale perché tutto si rimetta in moto. Il M5S, in piena contraddizione con se stesso, pur dichiarandosi antisistema entra in Parlamento, non si occupa molto di economia, si diletta a proporre misure minimaliste sulla riduzione dei costi della politica.
Credo che siano ancora attuali alcuni scritti di Piero Calamandrei raccolti nell’instant book , Lo Stato siamo noi, Chiarelettere, novembre 2011, dove l’eminente giurista spiega la vicende dei primi dieci anni della Repubblica italiana con le categorie della resistenza e desistenza: attivismo, impegno da un lato e passività, astensionismo e indifferenza dall’altro. Dopo la Resistenza – secondo Calamandrei – è subentrata la desistenza. Dopo la cacciata del governo Parri, il referendum sulla forma di Stato, l’Italia si prepara all’ingresso nel Patto Atlantico: una scelta osteggiata da una larga parte dell’arco costituzionale e, quindi, subentra la disillusione, la passività, la desistenza. Secondo Calamandrei la desistenza durò un decennio (1946-1956): “la Resistenza infamata e diffamata…., il decennio del disfattismo costituzionale, del disprezzo di tutto quello che di nuovo e di innovatore aveva la nostra Costituzione, di irrisione quotidiana di tutti i diritti fondamentali…..della Resistenza rinnegata prima nei suoi valori morali e politici, poi nei suoi valori giuridici consacrati nella Costituzione”. La desistenza dei vivi veniva contrapposta alla Resistenza dei morti e di quelli che l’avevano fatta ed erano sopravvissuti. Secondo Giovanni De Luna che ha scritto una Nota editoriale all’instant book, è durata in pratica sino al luglio 1960, sino a quando arriva il C-S. Nella nota citata De Luna spiega il perché la casa editrice ha ritenuto opportuno riprodurre gli scritti selezionati. La risposta è ovvia: sono di estrema attualità. La massiccia astensione (30% circa) che si è registrata nelle ultime elezioni, a mio parere, esprime un comportamento analogo a quello del periodo della desistenza. È evidente che le fasi storiche sono diverse e l’analogia può essere alquanto azzardata ma per qualche verso essa regge se uno considera che non solo gli astenuti ma anche grossa parte degli elettori delle tre forze politiche citate sono indifferenti, delusi rispetto al funzionamento delle attuali istituzioni e alle proposte correnti di stravolgimento della Costituzione del 1948.
Una prima questione affrontata da Calamandrei è quella che riguarda il funzionamento della democrazia parlamentare e la complementarietà tra maggioranza ed opposizione. Come noto, nella letteratura si parla di dittatura della maggioranza quando in applicazione formale del principio maggioritario, la maggioranza schiaccia i diritti della minoranza e scarica su di questa tutti o quasi i costi di alcune scelte pubbliche. Scrive Calamandrei: “non basta l’aritmetica a darle diritto di seppellire l’opposizione sotto la pietra tombale del voto…… chi dice che la maggioranza ha sempre ragione dice una frase di cattivo augurio….. ma anche l’opposizione, se si vuole che il Parlamento funzioni, non deve mai perdere la fede nella utilità delle discussioni e nella possibilità che hanno gli uomini, anche uno contro cento, di persuadersi tra di loro con il ragionamento…. nel governo parlamentare la maggioranza si legittima se supera con il ragionamento e il dialogo i motivi, la resistenza dell’opposizione come l’aereo si tiene in volo grazie alla resistenza dell’aria”. Ora se applichiamo questo all’andamento dei lavori parlamentari sulla discussione del c.d. decreto del fare sul quale il governo ha posto il voto di fiducia dopo avere inutilmente chiesto alla minoranza di ridurre consistentemente i circa 500 emendamenti presentati. Vero è che i governi nel passato hanno abusato oltre ogni limite della decretazione d’urgenza comprimendo i tempi del dibattito parlamentare ma è anche vero che le opposizioni che presentano diverse centinaia (a volte, anche migliaia) di emendamenti non fanno più opposizione costituzionale ma ostruzionismo. In entrambi i casi, non c’è più “dialettica di ragionati contrasti”. Per altro verso, l’opposizione non può cercare la delegittimazione della maggioranza dall’esterno. L’opposizione va fatta dal di dentro, nel Parlamento.
Questo in termini di procedure. Poi viene il contenuto delle decisioni. La maggioranza non può scaricare i costi delle decisioni sulla minoranza, deve rispettare i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini rappresentati dall’opposizione. Deve tener conto che il voto a maggioranza è instabile e le decisioni assunte da una maggioranza possono essere rovesciate dalla successiva maggioranza dopo regolari elezioni in una democrazia dell’alternanza. Naturalmente nelle società complesse c’è innanzitutto lo sfruttamento della maggioranza da parte della minoranza. Non è un paradosso quando si pensi alla scarsa trasparenza della distribuzione effettiva degli oneri e dei vantaggi di certe decisioni pubbliche , alla illusione finanziaria che caratterizza alcune scelte relative alle entrate e alle spese pubbliche, alla circostanza che distribuzioni fortemente diseguali del reddito e delle ricchezze sono accettate se non sono percepite come inique, ecc. Da qui la opportunità-necessità che certe decisioni siano assunte con maggioranze qualificate oppure che sia previsto uno c.d. statuto delle opposizioni e/o altri meccanismi di democrazia diretta che prevedano anche l’eventuale ricorso alla Corte costituzionale da parte dell’opposizione per dirimere conflitti insanabili sulla costituzionalità di certe leggi imposte a colpi di maggioranza.
Tutto questo oggi è fortemente complicato dal fatto che non viviamo in un sistema chiuso autonomo e indipendente. Già nel settembre 1945 Calamandrei scriveva chiaramente: “non più indipendenza, ma ‘interdipendenza’: questa è la parola non nuova in cui, se non si vuol che il domani ripeta e aggravi gli errori di ieri, si dovrà riassumere in sintesi il nuovo senso della libertà, quello da cui potrà nascere da tanto dolore un avvenimento diverso dal passato: libertà come consapevolezza della solidarietà umana che unisce in essa gli individui e i popoli, come coscienza della loro dipendenza scambievole; come condizione di giustizia sociale da rispettare e da difendere prima negli altri che in noi; come reciprocità e come collaborazione a una più vasta unità”……. “i popoli saranno veramente liberi quando si sentiranno anche giuridicamente ‘interdipendenti’. Il federalismo, prima che una dottrina politica, è la espressione di questa raggiunta coscienza morale della interdipendenza della sorte umana, che intorno ad un unico centro si allarga con cerchi sempre più larghi, dal singolo al Comune, dalla regione alla nazione, dall’unione supernazionale alla intera umanità”. Utopia? No. Basti pensare all’esperimento senza precedenti storici del processo di integrazione europea oggi a 28 paesi, al segnale che, nel 2012, è venuto dalla Norvegia conferendo il Premio Nobel per la pace all’Unione europea con la seguente motivazione sintetica “per avere contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”.

Va bene il Nobel per la pace ma sappiamo che nell’architettura costituzionale dell’UE c’è un gravissimo problema di deficit democratico. La mancata soluzione di questo problema al centro comporta che decisioni importanti riguardanti la vita dei cittadini europei vengono assunte da strutture tecnocratiche al di fuori del controllo democratico. Parallelamente si restringono o si annullano i margini di discrezionalità dei governi sub-centrali che contribuiscono a minare la reputazione e credibilità degli stessi, alimentando movimenti populistici e nazionalistici quando non l’astensione.
Quindi, oggi, sono risibili i comportamenti di tanti politici europei dalla veduta corta che continuano a difendere visioni ottocentesche della sovranità nazionale e non solo impediscono che l’Unione europea diventi un vero e proprio Stato federale ma mettono a serio rischio i progressi raggiunti sino allo scoppio della crisi del 2008-13.
Al di là degli sterili dibattiti sulle riforme istituzionali in Italia, non ci si rende conto che – come scrisse lucidamente Calamandrei nel 1950 – “il problema della democrazia non è, ormai, un problema italiano: è un problema europeo e mondiale”. Per questi motivi, ritengo che le progettate riforme costituzionali sono inutili e forse anche pericolose se prima non si risolve al centro dell’UE il problema del deficit democratico. Non serve molto rafforzare un governo nazionale che nell’assetto costituzionale europeo conta poco o nulla.

Categorie:democrazia Tag:

Salvo il governo ma non l’immagine dell’Italia

Dopo avere citato presunti segnali positivi dal Bollettino della Banca d’Italia senza nascondere il previsto calo del PIL dell’1,9% a fine 2013, non senza improntitudine, in occasione della c.d. cerimonia del ventaglio, il Presidente della Repubblica ieri è entrato nel merito della paventata crisi di governo se la maggioranza non avesse concesso l’appoggio all’esecutivo imposto da lui medesimo. Copio le frasi rilevanti dal Comunicato ufficiale pubblicato sul sito della Presidenza.
“Inutile dire come il clima di fiducia verso l’Italia possa variare positivamente in presenza di una valida azione di governo e di un concreto processo di riforme su ampie basi di consenso parlamentare, e come esso potrebbe invece peggiorare anche bruscamente dinanzi a una nuova destabilizzazione del quadro politico italiano.

E’ perciò indispensabile, nell’interesse generale, proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del “crono-programma” di 18 mesi per le riforme istituzionali, già partito anche in Parlamento col primo voto sulla legge costituzionale che ne faciliterà il percorso.

Proseguire con maggiore e non minore coesione, sapendo che esitazioni da un lato o forzature dall’altro, esibite polemicamente, possono far sfuggire al controllo delle stesse forze di maggioranza la situazione. E allora si sgombri il terreno da sovrapposizioni improprie, come quella tra vicende giudiziarie dell’on. Berlusconi e prospettive di vita dell’attuale governo. Dovrebbe riconoscersi che è interesse comune affidarsi con rispetto – senza pressioni né in un senso né nell’altro – alle decisioni della Corte di Cassazione, e affidarsi correttamente – chi ha da difendersi – all’esercizio dei diritti e delle ragioni della difesa.

Anche al di là dei casi della giustizia, qualsiasi appello, rivolto politicamente in tutte le direzioni, ad abbassare i toni, ad abbandonare le posizioni “urlate”, a confrontarsi più pacatamente, va preso sul serio e può riuscire utile.
Occorre sgombrare il campo egualmente da gravi motivi d’imbarazzo e di discredito per lo Stato e dunque per il paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre kazaka e della sua bambina, sulla base di una reticente e distorsiva rappresentazione del caso, e di una pressione e interferenza, l’una e le altre inammissibili da parte di qualsiasi diplomatico straniero. Ne sono scaturiti anche interrogativi sul modo di garantire pienamente diritti fondamentali di persone presenti a qualsiasi titolo nel nostro paese.

Il governo ha opportunamente deciso – partendo da una prima ricostruzione della vicenda – innanzitutto di sanzionare comportamenti di funzionari titolari di delicati ruoli in materia di sicurezza, che hanno assunto decisioni non sottoposte al necessario vaglio dell’autorità politica e non fondate su verifiche e valutazioni rigorose. Ancor più importante è che il governo intervenga – come ha annunciato di voler fare – su norme di condotta e catene di gestione burocratiche che possono mettere in simili casi, e di fatto in questo caso concreto hanno messo, in serie difficoltà l’esecutivo. Alla Presidente Sardoni dico peraltro che, anche per dei ministri (ma non solo per loro), è assai delicato e azzardato evocare responsabilità “oggettive”, ovvero (per usare la sua espressione) “consustanziali alla carica che si ricopre”.

E’ comunque del tutto evidente che a questo proposito da parte di forze politiche di opposizione si tenda in questo momento a far franare un equilibrio politico e di governo che si giudica spurio prima ancora che inadeguato. Per spingere il paese, le sue istituzioni rappresentative, verso quale sbocco”?
Certamente la stampa alza i toni e forse ha esagerato ma, a mio giudizio, pronunciare le frasi riportate il giorno prima della discussione delle mozioni di sfiducia individuale al ministro degli interni è quanto meno inopportuno. Ha costituito una illegittima interferenza nella dialettica parlamentare. E’ espressione della logica del governo fondata sulla paura. State attenti – dice il Presidente – se mettete in minoranza il governo si aprono scenari dalle conseguenze gravissime specialmente sul terreno degli equilibri economici e finanziari. Non è vero quindi che il precedente governo Monti da lui voluto nel dicembre 2011 aveva salvato l’Italia. In realtà l’economia italiana resta ancora spiaggiata come la Costa Concordia che i tecnici non riescono a tirare su mentre affonda lentamente.
È un fatto innegabile che nel caso della signora Shalabayeva e della sua figlia di sei anni, consegnati illegittimamente ai servizi segreti kazaki c’è stata violazione dei diritti umani. A poco valgono i giri di parole sulle catene di comando, sulla burocrazia forte e sulla politica debole. Alcuni corifei della grande stampa parlano di poteri forti della burocrazia che si sostituiscono addirittura ai ministri. A me risulta che l’alta burocrazia in genere è deresponsabilizzata e cerca sempre la copertura politica. Molte leggi prevedono tale copertura e molte leggi restano inapplicate perché non trovano la necessaria copertura amministrativa. Si dà il fatto che non sono state rispettate corrette procedure diplomatiche e di collaborazione internazionale delle forze di polizia. C’è stato un palleggio di responsabilità tra diversi ministri che si nascondono dietro le loro competenze e c’è soprattutto la responsabilità del Ministro degli interni nonché Vice-presidente del Consiglio dei ministri. Forse ha sbagliato anche l’opposizione a presentare subito due mozioni di sfiducia invece di chiamare i dirigenti del ministero degli interni a rispondere del loro operato davanti alle competenti commissioni parlamentari.
Ho seguito la diretta del dibattito parlamentare su GR-Parlamento. Ho sentito pena per gli interventi di alcuni esponenti della maggioranza, per le urla e gli schiamazzi che hanno accompagnato alcuni discorsi. La maggioranza alla fine ha vinto, ossia, ha salvato il governo come aveva chiesto il Presidente della Repubblica, ma viene in mente una frase di Calamandrei sul rapporto tra maggioranza e opposizione. “Se la maggioranza si crede infallibile perché ha per sé l’argomento schiacciante del numero e pensa che basti l’aritmetica a darle il diritto di seppellire l’opposizione sotto la pietra tombale del voto con accompagnamento funebre di ululati, questa non è più una maggioranza parlamentare, ma si avvia a diventare una pia congregazione, se non addirittura una società corale, del tipo di quella che durante il fatidico ventennio dava i suoi concerti nell’Aula di Montecitorio” (il Ponte, luglio 1948).
Ma alcuni obiettano – e lo stesso Presidente della Repubblica implicitamente lo sostiene – che non c’era alternativa. Ma le soluzioni alternative vanno cercate e/o costruite. Eppure bastava sostituire il ministro più direttamente chiamato in causa e il governo poteva andare avanti. In un Paese normale le cose sarebbero andate così. Il Presidente della Repubblica tedesca Christian Wulff, accusato di corruzione, si è dimesso nel febbraio 2012 ed è stato sostituito nel giro di pochi giorni senza alcuno scossone per il governo tedesco. Da noi, a fronte di episodi vari di malgoverno, si chiama sempre in causa la ragion di Stato e/o di governo. Anche questa volta il Governo ha resistito ma con non pochi schizzi di fango sul vestito.

Categorie:democrazia Tag:

Il lavoratore ritrovato?

16 Luglio 2013 2 commenti

Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, Il lavoratore ritrovato. La Crisi, il Sindacato, la Classe in cerca di identità, Fondazione Buozzi, Tipolitografia Empograph, 2013. Un libro molto interessante che racconta non solo le vicende della Repubblica attraverso le politiche rivendicative. GB si dimostra non solo un ex sindacalista di razza ma anche uno scienziato sociale con grandi doti analitiche. Rimarchevole anche il ruolo dell’intervistatore Antonio Maglie che ponendogli circa 250 domande lo conduce attraverso sentieri impervi che GB attraversa senza paure ed infingimenti.
Sempre più frequentemente, negli ultimi tempi, la questione del lavoro viene ricollegata all’art. 1 della Costituzione del 1948. Ricordo che i primi quattro articoli di essa incorporano quello che a livello europeo viene definito come il compromesso socialdemocratico, ossia, i molti riconoscono il diritto fondamentale di proprietà dei pochi e questi riconoscono alcuni diritti sociali alle masse povere e/o meno fortunate. Con la differenza che il diritto alla proprietà privata è perfetto mentre i diritti sociali non lo sono. Il fatto che i diritti sociali non siano azionabili in sede giudiziaria – chiarisce Zagrelbesky nel suo recente volumetto sulla solitudine dell’art. 1 Cost. – non significa che essi non siano diritti pieni, altrimenti non avrebbe senso averli scritti nella Costituzione. Allora chiariamo subito che la prima parte della Costituzione altro non è che: un vasto programma di promesse non mantenute. Se la possibilità di svolgere un lavoro dignitoso, la libertà dai bisogni è parte prioritaria della giustizia sociale. Ed è chiaro che questa non è stata mai conseguita se nessuno governo di centrosinistra o di centrodestra negli ultimi 65 anni è riuscito a conseguire una situazione di pieno impiego. La responsabilità è di tutti perché – come dice Calamandrei – lo Stato siamo noi. 65 anni dopo, mi sento di dire che il diritto al lavoro è stato ampiamente tradito e che la Repubblica è fondata sulle rendite. Mi riferisco anche all’omonimo libro di Geminello Alvi, Mondadori, 2006.
Alcuni sindacalisti hanno forse ritrovato i lavoratori ma molti di questi non solo hanno perso il lavoro ma si sentono soli probabilmente rendendosi conto che affidare il cambiamento alle leggi non basta a ridargli fiducia nel futuro. In altre parole, il lavoratore è ritrovato ma il lavoro resta ancora da creare. E un lavoratore senza lavoro è solo un disoccupato al quale nella migliore delle ipotesi lo Stato sociale riconosce un qualche diritto sociale ma non vive nella loro pienezza i suoi diritti di cittadinanza.
Sono passati da un pezzo i gloriosi trenta (1945-75) e “dall’autunno caldo siamo passati al grande freddo, dalla concertazione all’emarginazione dei sindacati” per citare le rubriche di alcuni capitoli del libro. Nel frattempo è scoppiata la guerra dei ricchi contro i poveri specialmente dopo che la crisi della finanza si è trasmessa all’economia reale di mezza Europa. Infatti mentre negli USA , nel 2008, abbiamo avuto la svolta interventista di Obama che nel giro di pochi mesi ha salvato banche, assicurazioni e l’industria automobilistica in ginocchio. E sia pure con un compromesso al ribasso è riuscito a far passare la riforma sanitaria – ancora fortemente osteggiata dai Governatori repubblicani, in Europa, dopo cinque anni dal fallimento di Lehman Brothers, resistono al potere governi di centro-destra e classi dirigenti che sposano le tesi estremiste della Destra americana e dei Tea Parties. Da ultimo, è lo stesso Presidente della BCE a parlare di insostenibilità del modello sociale europeo. In fatto, quello che osserviamo è che c’è una guerra dei ricchi contro la classe media e i poveri in quanto maggiori beneficiari del Welfare State. I ricchi non si battono solo per allargare l’area dei loro privilegi ma anche per ridurre i diritti sociali dei lavoratori in nome di una presunta insostenibilità del Welfare State . Questi i nuovi termini della “lotta di classe dopo la lotta di classe” (vedi Gallino ripetutamente citato nel volume).
Il lavoro è molto cambiato. La grande fabbrica è quasi sparita e il sindacato ha difficoltà a rappresentare lavoratori impiegati in settori in continua mutazione. Lodevole al riguardo il tentativo UIL di trasformare l’organizzazione dei lavoratori nel c.d. sindacato dei cittadini. Il fondamento di una simile operazione è l’estensione e l’attuazione dei diritti sociali che trasforma i lavoratori da venditori di merce-lavoro in soggetti dotati di diritti di cittadinanza. Ma intervengono gli effetti dell’accelerazione dei processi di globalizzazione, l’affermarsi del paradigma neo-liberista e la mercificazione (commoditization) del lavoro. Le c.d. riforme strutturali del mercato del lavoro – portate avanti a livello mondiale da alcune organizzazioni internazionali – hanno spinto e spingono per una drastica riduzione dei diritti sociali e delle garanzie. Le politiche d’austerità con il loro forte impatto deflazionistico della domanda effettiva riducono l’occupazione e, quindi, indeboliscono la forza del sindacato. Questo nel suo insieme in Italia e nella UE – nonostante sia riuscito a conservare un alto numero di iscritti – non ha saputo opporre la necessaria resistenza. Al contrario sembra essere prevalsa la desistenza se non proprio la collusione con alcuni governi di centrodestra che hanno dominato la scena politica in Italia e nell’UE negli ultimi 20 anni.
La classe operaia tradizionale è sconfitta dalla storia. È rimasta senza voce perché è rimasta senza rappresentanza; perché il sindacato ha perso anche capacità di rappresentanza oltre che di iniziativa. Come detto, c’è stata e c’è la forte accelerazione della globalizzazione che ha pesanti implicazioni sulle relazioni industriali nei vari Paesi, persino all’interno dei PM della UE. C’è una grande difficoltà oggettiva. I PM dell’UE non riescono a coordinare le loro politiche economiche. Meno che mai i sindacati riescono a coordinare le loro politiche rivendicative. I governi dei PM conducono politiche irresponsabili, alimentano la paura come metodo di governo. Propugnano ad oltranza l’austerità e questa politica – a detta loro – è senza alternative pena la disintegrazione dell’euro, del mercato unico. Non produce crescita ma devastanti effetti di ingiustizia sociale nei paesi euromed.
Eppure la globalizzazione ha già avuto qualche effetto positivo : la riduzione delle differenze tra i paesi ricchi e i paesi poveri. Spinge per il governo mondiale, per il federalismo. Calamandrei ha scritto a suo tempo che la bomba atomica era la vera garanzia del federalismo. Oggi posso dire che la globalizzazione appropriatamente governata sarebbe la strada giusta per fare di necessità virtù ma governanti irresponsabili, in preda a rigurgiti nazionalistici, si attardano a difendere prerogative di un modello di Stato ottocentesco che non regge alla sfida dei tempi ed è comunque destinato a scomparire dalla faccia della terra. Nella UE pochi partiti e poche forze sociali sembrano averne qualche consapevolezza. Di contro, sul piano interno dei singoli paesi, si allargano le fasce di povertà e le differenze tra ricchi e poveri. Come ricordano anche gli autori del volume, si assiste ad una forte concentrazione della ricchezza: in Italia il 10% delle famiglie controlla poco meno del 50% della ricchezza. Grossa parte di questa è investita in attività finanziarie che creano pochi posti di lavoro e che possono essere liberamente spostate da un paese all’altro inseguendo i rendimenti più elevati.
E’ chiaro che dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’URSS (1991), il “capitalismo” ha vinto. Ma con le privatizzazioni degli anni ’80 e ’90 e l’innovazione finanziaria (utilizzo massiccio delle cartolarizzazioni e dei c.d. prodotti derivati) anche l’economia mista – che era un ragionevole compromesso tra iniziativa privata e pubblica – è andata incontro ad un profondo processo di trasformazione che rende egemone la finanza rapace. Alle teorie crolliste del capitalismo viene sostituita la teoria altrettanto infondata della non sostenibilità dello Stato sociale cercando di relegare tra i reperti del “secolo breve” il c.d. compromesso socialdemocratico. In questa operazione sono complici una certa sinistra ex comunista, esponenti laburisti come Tony Blair ed il suo ideologo Anthony Giddens che assimilano al fallimento storico del c.d. socialismo reale alcuni limiti applicativi del compromesso socialdemocratico che ritornano a cercare una incerta e non meglio definita terza via. Concordo con quanto scrivono al riguardo Benvenuto e Maglie. E sulla scia di quanto ha fatto Blair in Inghilterra, anche in Italia “ora il sindacato è stato messo ai margini”. Aggiungo io: anche per responsabilità proprie e per le divisioni che non ha saputo evitare.
Guardando più da vicino al contesto europeo, prevale la filosofia pro-concorrenza dell’Atto unico del 1986 e di Maastricht 1992. Via libera alla concorrenza e poca regolamentazione. Alla concorrenza tra le imprese si somma la concorrenza tra sistemi fiscali voluta anche dal nostro Commissario Monti. La prima stenta ad affermarsi nonostante la retorica del mercato unico. La seconda risulta relativamente più aspra e coniugata con la normativa degli aiuti di Stato aggrava gli squilibri territoriali tra le aree centrali e quelle periferiche dell’UE. L’accettazione acritica della logica del coordinamento automatico con i parametri di Maastricht e dell’area valutaria ottimale (l’euro) senza l’ombra di trasferimenti compensativi rende la competizione tra le imprese delle aree forti e quelle deboli altamente difficile se non impossibile. L’impianto di Maastricht è aggravato da un deficit democratico e di governo al centro. Come osserva correttamente Benvenuto la Commissione è ormai ridotta ad un Ufficio studi e di supporto tecnico al Consiglio europeo che condivide con il Parlamento una pseudo funzione “legislativa”. La Commissione, non di rado affidata a personalità di paesi membri deboli, in sostanza risponde solo allo Stato egemone che non manca di sfruttare a suo vantaggio la situazione.
Ma anche qui ci sono altre responsabilità ed opportunità perse. Nei primi anni ’60 e in quelli post 68, governi deboli sono stati “costretti” ad attuare riforme strutturali importanti. A livello europeo – al di là della retorica della CES e delle ottime analisi del suo Istituto Studi – il movimento sindacale rimane debole perché diviso. Pertanto non riesce ad esercitare alcuna significativa influenza sulle politiche economiche e finanziarie dettate illegittimamente dalla troika (FMI, BCE e Commissione UE) strumento operativo dello Stato egemone.
Tornando alla fondamentale questione del lavoro é alto il rischio della disoccupazione di massa. Ricordo che nell’UE a 27 si contano 27 milioni di disoccupati di cui quasi sei milioni giovani. Secondo GB, “l’unico strumento è la contrattazione”; secondo me, lo strumento principale è la politica economica e finanziaria. La prova sta nelle vicende italiane della legge Biagi e più recentemente della sciagurata legge Fornero. Accompagnata da una politica economica espansiva la legge n. 30 realizza un notevole aumento dei posti di lavoro sia pure di natura precaria. Con una politica economica deflazionistica la seconda riforma del mercato del lavoro che apporta alcuni aggiustamenti marginali alla legge Biagi produce un forte aumento della disoccupazione.
Periodizzando le diverse fasi storiche, abbiamo dal 1948 al 1960 l’epoca della desistenza. Quindi due grandi stagioni rivendicative in coincidenza con le due fasi principali del Centrosinistra in cui si riprendono i tentativi di attuazione della Costituzione e di adozione della programmazione dello sviluppo come metodo di governo. Il crollo di Bretton Woods (1971) e il primo shock petrolifero (1973) portano poi all’accordo Lama-Agnelli sul punto unico di contingenza in una logica condivisa del conflitto redistributivo. Dopo l’accordo di S. Valentino (1984) e lo scontro del referendum sulla scala mobile ( giugno 1985), si arriva con ritardo storico agli accordi del luglio 1993 – il punto più alto della concertazione secondo GB. Segue una gestione burocratica e arrendevole degli accordi. Quindi la resa incondizionata degli ultimi dieci anni.
Come detto, il titolo del volume, non privo di qualche ambiguità, esprime l’ottimismo della volontà di GB ma, per qualche aspetto, sembra riflettere anche la retorica più recente sulla costituzione più bella del mondo che ci viene propinata in grossa parte proprio da quelli che pro-quota hanno contribuito alla sua mancata attuazione. In realtà a leggere bene molte delle risposte non mancano analisi critiche delle politiche condotte e validi suggerimenti circa la strada da intraprendere.

Categorie:economia Tag: