Archivio

Archivio Settembre 2013

Un rilancio della spending review?

17 Settembre 2013 Nessun commento

Qualche settimana fa in vista del varo della legge di stabilità il Ministro Saccomanni ha scritto una lettera ai colleghi ministri con la seguente direttiva: “le maggiori spese programmate dovrebbero essere compensate e/o finanziate con corrispondenti tagli di sprechi e/o di spese meno produttive”. I ministri avrebbero dovuto rispondere a stretto giro di posta ma non sappiamo se e come hanno risposto. Intanto i giornali parlano di rilancio della spending review e oggi sul tema troviamo un intervento del vice-ministro Carlo Calenda sul Sole 24 Ore.
A me sembra evidente che nel modo suggerito dal MEF non si può fare una seria revisione della spesa pubblica né tanto meno con le modalità prospettate dal Vice-ministro allo sviluppo economico che vedremo dopo. Io insisto nel sostenere che il controllo della spesa pubblica non è nella disponibilità dei singoli ministri specie di quelli senza esperienza pregressa. Semmai è in quella dei dirigenti i quali, in assenza di valutazione a fine anno, non hanno interesse a farla e non la fanno perché né il governo né il Parlamento trovano il tempo da dedicare a questo problema. Vedi da ultimo l’approvazione del Rendiconto generale dello Stato approntato dalla Corte dei Conti passato del tutto inosservato. Il sistema è deresponsabilizzato e deresponsabilizzante. C’è un problema di calendario. Se la Corte dei Conti arriva 6-7 mesi dopo la chiusura dell’anno finanziario, gli organi di controllo interno non arrivano mai.
Il controllo della spesa pubblica non è nella disponibilità del singolo dirigente che difende comunque il suo budget né della categoria informale dei dirigenti di un dato ministero che magari interloquiscono singolarmente con il ministro ma non tra di loro. Secondo me, è una questione di strutture e/o organi formali. Manca all’interno di ogni ministero un ufficio “Budget and control” che sappia fare le valutazioni di impatto amministrativo, che sappia fare l’analisi costi e benefici delle varie misure, che sappia calcolare dove possibile i costi standard. In altri termini manca una struttura di programmazione e controllo interni che sia in grado di interloquire con l’Ispettorato di finanza della Ragioneria Generale dello Stato, con la Corte dei Conti e quanti altri. Rimane un problema di scelta tra diversi tipi di controllo: tra quelli ex post e quelli in corso d’opera. Al riguardo non c’è chiarezza. Un esempio paradossale: se il Comune di Roma deve ancora approvare il bilancio preventivo 2013, come si fa a valutare i dirigenti se le spese sono autorizzate in percentuale di quelle dell’anno prima?
Mi sembra che negli ultimi dieci anni si siano modificate e migliorate sulla carta le procedure di bilancio. Ricordo in particolare il grande lavoro avviato e portato a termine tra il 2006 e il 2008 da Prodi e Padoa Schioppa sull’accorpamento dei capitoli di spesa in missioni e programmi. Lavoro poi modificato da Tremonti ma negli ultimi anni quello che è mancata è una serie sperimentazione e/o applicazione della legge. È emblematica la vicenda della riforma Brunetta. Questi riscrive lo Stato giuridico ed economico dei dipendenti pubblici; riduce gli spazi della contrattazione e allarga quelli della legge; spinge per la valutazione ed un nuovo sistema di incentivi. Nel 2011 arriva Tremonti ed oppone la mancanza di fondi. Si blocca tutto. I governi che vengono dopo dicono genericamente che bisogna riformare la pubblica amministrazione. Bisogna ricominciare da capo, soprattutto, con la semplificazione.
Oggi arriva il vice-ministro allo sviluppo economico con prospettazioni veramente sconvolgenti. Giustamente è contrario ad organi ad hoc o a commissari speciali che deresponsabilizzano i ministeri. Chiederebbe poi ai vari ministeri: a) un “report sui fondi in essere presso i dicasteri e quali risultati abbiano portato”; b) un documento snello che indichi le priorità (politiche e gestionali); c) invoca la responsabilità ministeriale per la gestione complessiva del ministero. Pertanto critica il principio secondo cui indirizzo politico e gestione amministrativa debbano appartenere a sfere diverse. È quindi reputa prioritaria la ricomposizione di questa separazione. Il tutto senza alcuna menzione del ruolo che il Parlamento e delle sue commissioni specializzate. Non ultimo Calenda assume che le priorità definite dal Presidente del Consiglio devono prevalere rispetto a quelle dei ministri. Insomma un gioco tutto interno all’esecutivo. Se questa dovesse essere anche la linea del governo nel suo insieme, essa sarebbe un grave passo indietro cancellando venti anni di riforme sulla carta buone ma mai correttamente e congruamente implementate.

Categorie:finanza pubblica Tag:

Vallauri recensisce il saggio di Enza Del Tedesco

5 Settembre 2013 Nessun commento

Tra i libri più interessanti letti nell’estate trascorsa desidero richiamare l’attenzione sul volume di Enza Del Tedesco Il romanzo della nazione. Da Pirandello a Nievo: cinquant’anni di disincanto, Marsilio editore, 2013.
Dotata di penetrante sensibilità letteraria e storica, la studiosa presenta i grandi scrittori alla fine dell’Ottocento ed inizio Novecento che hanno rivisitato l’esperienza politica della nazione italiana, vista nel passaggio dal Risorgimento alla formazione dello Stato moderno. E’ la transizione di una società che sembra non ritrovare nella realtà politica, col sorgere delle nuove passioni (socialismo, fasci siciliani), gli spiriti ideali che avevano accompagnato l’epoca precedente. Forme spurie di parlamentarismo, ricerca del compromesso, corruzione diffusa sono i nuovi caratteri specifici della mentalità borghese che diviene prevalente tanto da deludere le spinte speranzose dei decenni precedenti.
Nievo, Pirandello, Fogazzaro, De Roberto tra i principali autori analizzati nel profondo delle rispettive opere, quando sotto i colpi della politica colonialista e repressiva di Crispi sembra cadere il “vecchio” patriottismo di tante anime nobili, non più protagoniste dell’ “età” degli eroi. Ecco il punto centrale delle osservazioni nei romanzi del tempo: sono giovani che non si riconoscono nelle nuove forme di comportamento sociale e politico mentre troppi scandali sembrano annullare ogni speranza di rigenerazione.
Perduti i tradizionali ma efficaci referenti culturali affiora una sorta di distanziazione rispetto all’uso permanente della mediazione, e del ricorso sistemico al negoziato – come ha scritto poi Lanaro – con la scomparsa della radicalità delle alternative, in nome delle quali era cresciuta la generazione risorgimentale.
Enza Del Tedesco lega le vicende dei personaggi dei romanzi degli autori che vogliono rappresentare lo “stato “ della nazione: emergono segnali che portarono al disincanto con la fine degli entusiasmi della giovinezza. Sembra la nuova condizione dell’intera classe dirigente nazionale. Appariva impossibile – dice un personaggio di Pirandello – rompere “quella dura scorta secolare di stupidità e di diffidenza e di astuzie unite al compromesso” quale metodo prevalente nella vita sociale. Lo stesso concetto nascente di democrazia è messo in dubbio (perché “i molti governanti pensano solo a contentare se stessi”).
D’altronde, come in effetti ha rilevato lo storico Candeloro, “la rivoluzione borghese era stata liberale, ma ormai ne rimaneva ben poco di quei principi”. Le esperienze dei fasci siciliani e del diffuso malessere nei ceti popolari avevano dimostrato (B. Croce) che i governanti non avevano saputo lenire in qualche misura le concrete miserie e disparità. Gli stessi personaggi di Verga prendono atto delle miserie inevitabili (con i disastri nelle zolfare e nella pesca) nell’assenza della possibilità di autodifese popolari.
E la piccola nobiltà che aveva confidato nel possibile progresso non riesce a promuoversi quale “ceto”: Chabod ha scritto che “la borghesia pensava al ventre e non all’onore, simile in ciò alle plebi”. Enrico Morselli ha denunciato la degenerazione del sistema politico parlamentare, di cui sono impossessate le classi nuove, poco omogenee tra loro e incapaci di individuare linee di autentico progresso (basti pensare agli scandali bancari). E nella Roma borghese gli intellettuali velleitari partecipano al comune compromesso. De Roberto riprende da Leopardi il concetto che “la radice del male non è negli ordinamenti politici, ma nella nostra stessa natura”. Si compie ogni sorta di negozio mentre le fazioni politiche a Montecitorio si spartiscono il potere pubblico (si guardi al romanzo “Impero”). Opportunismo e trasformismo prendono il posto dell’idea del “riscatto morale”. Il relativismo morale annienta la differenza tra colpe e meriti, vizi e virtù.
Alla prospettiva idealistica della storia si sostituisce il principio della “necessità” che tutto giustifica e si attribuisce alla natura dell’uomo il trionfo dell’egoismo. Si retrocede dalla storia alla cronaca che tutto ingloba e giustifica, nella prevalenza dell’interesse individuale. Ed è ancora un personaggio di De Roberto a constatare lo scetticismo del piccolo provinciale, costretto ad accettare il cinismo dominante. Ed osserva che gli egoismi di classe non sono che la proiezione degli egoismi familiari e razziali. Le nuove “birbe” prevalgono sugli “ideali”. Ecco così che avanza e si diffonde una sorta di relativismo morale che tutto giustifica.
In proposito Del Tedesco richiama le osservazioni di Lukacs, secondo il quale nel movimento della società vi sono movimenti impercettibili, capillari della vita individuale nei quali si manifesta la direzione di una tendenza dell’evoluzione sociale riguardante l’insieme della popolazione. Il passaggio dai feudatari siciliani dei primi vagiti dal capitalismo industriale parte dall’affermazione evidente dell’egoismo individualistico. Prevale la persistenza dell’egemonia della proprietà fondiaria nella stessa società industriale post-feudale. Nelle “grandi” famiglie del nostro Mezzogiorno troviamo la “superbia razziale” dell’appartenenza familiare nell’egoistica smania di autoaffermazione.
I romanzi rappresentativi dello stato d’animo delle nuove generazioni segnalano che non è mutato il rapporto tra individuo e classe, come De Roberto non può non osservarne ne I Vicerè, e così l’adattamento ai tempi del tardo Ottocento non consentono un maggiore margine di realizzazione del singolo individuo, mentre sarà proprio l’infrazione delle consuetudini testamentarie a scatenare in seno alle famiglie le lotta tra i fratelli, padri e figli, zii e nipoti.
La messa in crisi delle gerarchie fondiarie mostra come il valore individuale del denaro sostituisca il prestigio del casato, come osserva il novelliere senese Tozzi, uno dei maggiori scrittori italiani dell’Ottocento, non apprezzato peraltro come meriterebbe. E sarà la piccola nobiltà ad essere scompaginata dal riacuirsi dei conflitti sociali nella brama della logica del potere.
In Sicilia, a tutti gli elementi accennati, s’aggiunge la responsabilità del fallimento di quella che avrebbe dovuto essere una “rivoluzione nazionale”. Lo sdegno della ribellione viene meno quando l’egoismo spinge la plebe al servilismo, tra demagogia e populismo.
Con l’unificazione s’impongono nuove regole di convivenza civile, dalla leva obbligatoria al peso crescente delle tasse. E accanto a Verga l’autrice cita Alberto Mario che non esita a denunciare forme di affiorante razzismo. E le voci delle classi emergenti si confondono in una anonima condotta psicologica dei ceti padronali. Il nuovo feudalesimo si caratterizza nell’accrescimento della ricchezza delle classi favorite dalle strutture di potere mentre il popolo ha guadagnato poco o niente dal rivolgimento politico, come d’altronde ha rilevato Chabod. E De Amicis svela che la nuova feudalità post-rivoluzionaria fa con il denaro ciò che prima si faceva con la spada mentre il piccolo tamburino sardo, la piccola vedetta lombarda volevano affrancare l’Italia dal servaggio. Nel racconto “Il primo maggio” accusa la borghesia di non aver fatto nulla per mitigare il predominio esclusivo di una classe al potere.
L’imperativo di Mameli (morto troppo giovane) si rivolgeva ad un sentimento di fratellanza di cui si è andato perdendo la traccia. Fogazzaro nel suo “Piccolo mondo antico” si richiama al patriottismo che aveva alimentato la sua stessa formazione, in via ormai di decadimento.
Tutte queste verità amare, che Del Tedesco riporta alla nostra attenzione, non sembrano esprimere una voce dell’anima che oggi (2013), avverte – pur nelle diverse circostanze – le stesse miserie, le stesse delusioni?
E resta così aperto il nodo cruciale delle generazioni del Novecento che hanno subìto, in forme diverse, analoghe delusioni, e conseguente deprivazione di valori nell’incapacità di riconoscersi in consapevoli richiami ideali. Aspetti antropologici ed esperienze realistiche si combinano in una sorta di grande ombra che appanna ogni idealismo. Se la presenza popolare nel volontariato risorgimentali dagli anni ’20 al ’40 aveva acceso gli animi e aperto le strade del rischio, le successive esperienze sino alle prove africane metteranno in evidenza difficoltà psicologiche e di reagire alla negatività della vita sociale mentre ascendono nuovi modi di comportarsi, nella refrattarietà ad affrontare i sacrifici e nell’accettazione dello sconforto: prevalgono fattori materiali che annullano la bellezza del sacrificio e ne sminuiscono il significato. La rivoluzione nazionale non ha trovato più anime volenterose: ma è la durezza dell’esistenza a guidare i fatti concreti con le sue asprezze specie quando le ingiustizie sembrano regolare la nuova classe al potere. Giudizio troppo amaro? Certamente una testimonianza che fa riflettere sull’andamento dei corsi storici e in particolare su fenomeni analoghi a quelli descritti anche nell’esperienza della generazione successiva alla nascita della Repubblica. Un libro, quindi, tutto da leggere e meditare.

Categorie:storia Tag:

Vallauri presenta memoria di De Stefani su Gran Consiglio del fascismo

2 Settembre 2013 Nessun commento

L’ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo, per le condizioni in cui si effettuò e per le gravissime conseguenze nella vita del nostro paese, è ancora circondata da una serie di opinioni tra il sorprendente, l’inatteso o, al contrario, il troppo atteso.
Interessante allora leggere oggi il testo dello scritto nel quale uno dei primi esponenti di quel regime, Alberto De Stefani, raccolse a caldo le sue impressioni, intessute da delusione, rammarico e anche tentativo di dare una spiegazione, dall’interno, delle cause che contribuirono a condurre ad una conclusione traumatica e “ingloriosa” quell’esperienza. E Francesco Perfetti nella prefazione al volume (A. De Stefani Gran Consiglio, ultima seduta, 24-25 luglio 1943, Casa editrice Le Lettere, 2013) precisa come e perché quello che era stato il primo Ministro delle Finanze nei governi Mussolini (1922-25) ritenne di fissare le sue idee in proposito subito dopo l’evento.
Personalità di studioso, attento ai temi più delicati e pressanti dell’economia, De Stefani fu un prototipo dei sostenitori di quel regime, anche se per molti aspetti, fu attento ai rischi delle scelte rovinose delle gerarchie, sempre preoccupato soprattutto dell’assolvimento dei delicati compiti cui egli veniva chiamato.
Di fronte ai sobbalzi dell’economia internazionale negli anni ’20 e poi anche in seguito, curò in particolare la possibile realizzazione di condizioni di maggiore produttività del sistema, nella persuasione di un ruolo preciso affidato allo Stato per favorire la ripresa dell’economia privata. Dopo 3 anni di governo egli poté annunciare alla Camera il raggiungimento del pareggio del bilancio. Tornato agli studi egli continuò tuttavia a svolgere un ruolo primario nel suo specifico settore, convinto della necessità di aggiungere alle ragioni dell’economia individuale precisi interventi pubblici aggiuntivi: un fenomeno a livello mondiale, nel riconoscimento delle esigenze dei fattori collettivi che la stessa società di massa richiedeva. Dopo gli eventi economici degli anni ’30 e la guerra in Etiopia, De Stefani mantenne una presenza significativa sia a livello delle determinazioni economiche sia nella posizione di membro autorevole del Gran Consiglio, di cui parecchi componenti vantavano, nella continuità e nei limiti della politica fascista, scelte ed azioni spesso non corrispondenti al suo punto di vista nella linea finanziaria.
Proprio perché ormai personalmente fuori dalle grandi decisioni politiche egli colse gli eventi che portarono alle rovinose opzioni connesse alla scelta di entrare in guerra e alla tragedia della sconfitta militare, che travolse il paese e il regime, verso cui si trovò a prendere atto del corso degli eventi verso cui veniva trascinata l’Italia. Proprio lo scritto che egli ha lasciato a memoria della fatidica notte del 25 luglio rivela chiaramente la volontà di non denunciare le responsabilità degli “altri” per quello che era avvenuto, ma anzi finiva per avallare l’intero percorso irresponsabile e disastroso nel quale l’Italia era stata condotta. Risulta invece come egli tenesse a distinguere il proprio da certi comportamenti di colleghi del consiglio che si rimpallavano errori e responsabilità per l’insieme dei fatti accaduti. Egli riconosce infatti come e perché molti errori si erano compiuti, ma non tocca i punti cruciali sui quali la dittatura fascista si reggeva.
Sono invece sottolineati alcuni elementi differenziali, una sorta di distanziazione rispetto al disastro immane, richiamando osservazioni su fattori che, a suo avviso, avevano spinto verso la terribile conclusione del regime. In quella fatidica notte – osserva – “i nostri amici erano sospesi tra “dovere” e “rispetto”. Egli votò a favore dell’ordine del giorno Grandi che proponeva di deferire i poteri per le supreme decisioni al sovrano, esautorando Mussolini. Cioè la procedura che permise il cambiamento di governo e regime. Come è noto i firmatari di quel documento, considerati dall’ultimo fascismo come “traditori”, furono costretti a nascondersi per sfuggire alla condanna a morte sancita dai “tribunali” della neonata repubblica sociale. Emergono dal testo motivazioni interessanti, sotto vari aspetti, che appaiono però troppo generiche di fronte alla gravità di quanto avvenuto, anche se non può certo nascondere l’involuzione totalitaria e le sue conseguenze.

L’autore di questa recensione è stato titolare di storia dei partiti alla facoltà di Scienze politiche alla Sapienza negli anni ’50 e ’60, quando il prof. De Stefani, è stato preside di quella facoltà, e qualche volta ha avuto modo di chiedergli chiarimenti su certe scelte di politica finanziaria decise appunto dal primo governo Mussolini, a cominciare dalla prima riunione del 31 ottobre 1922, che abrogò alcune leggi approvate dal governo Giolitti nel ‘20 in materia tributaria, di nominatività delle azioni e di alta amministrazione. Il governo chiaramente voleva proteggere interessi ben determinati e, in particolare, dell’alta finanza e della Chiesa cattolica. Era in effetti una evidente scelta di “classe”, stranamente sottovalutata dalla nostra storiografia.
L’ “esame di coscienza” che egli ha voluto lasciare ai posteri merita certamente rispetto, e bene ha fatto il prof. Perfetti a sottolineare il significato, specie per quella sua linearità di pensiero, a cominciare dal rapporto in merito all’economia liberale che De Stefani intendeva rafforzare mediante idonei interventi pubblici. D’altronde i temi principali dell’economia al tempo del fascismo mantengono, nelle mutate condizioni, un sapore di attualità. Il testo ora pubblicato contribuisce alla più precisa comprensione dello stato d’animo dei gerarchi del fascismo nella fase del crollo a cui quel regime, e quindi egli stesso, contribuì a condurre l’intero paese. Il libro costituisce una rappresentazione corretta di quella delicata e turbinosa pagina di storia patria.

Categorie:storia Tag: