Archivio

Archivio Ottobre 2013

Fioriscono i privilegi della casta

29 Ottobre 2013 Nessun commento

Come noto, la legge di stabilità prevede misure drastiche per i dipendenti pubblici per i qual ci sono tagli salariali, tagli degli straordinari, blocco del turn over e della contrattazione fino al dicembre 2014. La stessa legge prevede misure dure anche per le pensioni medio-superiori per non parlare dei probabili aumenti della fiscalità locale. Tutto questo per rilanciare la domanda interna e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione. Dal 2008 a fine 2012 i dipendenti pubblici a tempo indeterminato sono diminuiti da 3.436.814 a 3.115.187 unità , cioè, di oltre 300 mila unità. Secondo una indagine comparativa della Corte dei Conti il costo della PA italiana è il secondo più basso della eurozona dopo la Germania. Tutti scrivono e parlano di scarsa qualità dei servizi pubblici, dei dipendenti pubblici come fannulloni dopo le guasconate del ex ministro della funzione pubblica Brunetta che ha perso tre anni senza arrivare a conseguire alcun miglioramento. Ma ha conseguito certamente un risultato: quello di delegittimare tutti i dipendenti pubblici alla stessa stregua di quanto ha fatto Berlusconi negli ultimi venti anni con la magistratura. Ogni nuovo governo che arriva parla e straparla di riforma della PA e di semplificazione senza spiegare chiaramente la estrema difficoltà del problema. Dopo la istituzione delle Regioni a statuto ordinario nei primi anni 70, la PA è andata incontro ad un tortuoso quanto finto processo di decentramento. Sono state istituite le RSO ma il trasferimento delle competenze è stato molto lento ed ancora più lento è stata l’assegnazione dei fondi necessari per finanziarle. Le RSO non sono state dotate di vera e propria autonomia tributaria e queste le ha incentivate a divenire delle stazioni di mediazione politica e clientelare. I loro poteri legislativi sono regimentati da principi che deve determinare lo Stato centrale e le loro residue competenze legislative sono state sistematicamente erose dal Parlamento nazionale che invece di dettare principi formula norme generali che entrano nel dettaglio di molte materie. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 si è tentato un rilancio della politica di decentramento – che per l’appunto mira ad una maggiore efficienza – ma dopo gli scandali in alcune regioni il discorso sul federalismo è stato derubricato e non sono pochi quelli che vorrebbero tornare allo Stato centralizzato. Ormai molti sanno che il problema vero è quello della legislazione alluvionale che il governo impone al Parlamento, alla PA in generale e alla stessa magistratura. Viviamo in un sistema di guardie e ladri per cui il legislativo non si fida della PA e della magistratura per cui tutti chiedono una legislazione casistica di dettaglio che deresponsabilizza tutti. Se aggiungiamo poi che tutti invocano la trasparenza e la riduzione della discrezionalità tecnica abbiamo che ogni atto amministrativo deve essere accuratamente procedimentalizzato e calendarizzato. Il che ovviamente allunga i tempi e non ci sono sportelli unici che tengano. La formalizzazione delle varie fasi procedurali in nome della trasparenza riduce inevitabilmente l’efficienza. Ma c’è un’altra cosa che molti commentatori ed esponenti della stessa maggioranza di governo non chiariscono ed è lo stesso concetto di efficienza. Si ha efficienza quando date le risorse produco il massimo. Oppure dato l’obiettivo impiego l’ammontare di risorse strettamente necessario sulla base della tecnologia e dell’organizzazione del lavoro disponibili. Se non definisco esattamente gli obiettivi non posso parlare correttamente di efficienza e gli stessi confronti nazionali sul numero dei dipendenti pubblici e sul costo della PA non sono dirimenti. Si può affermare che a partire da una situazione di inefficienza , normalmente si richiedono maggiori spese per perseguire l’efficienza. Ma come visto sopra, da noi, si fa esattamente il contrario. Non solo si è ridotto il numero dei dipendenti ma nella stragrande maggioranza dei casi si hanno salari bassi, organizzazione del lavoro inadeguata, demotivazione e deresponsabilizzazione.
Ma nel settore pubblico abbiamo anche delle eccellenze che il governo protegge. Una di queste e la Banca d’Italia. Forse per questo i dipendenti della Banca sono stati esclusi dal rigore che si è abbattuto su tutti gli altri dipendenti pubblici. Con un comunicato del 23 ottobre scorso è stato lo stesso ministro Saccomanni a spiegare l’esclusione dei dipendenti pubblici affermando che le misure della legge di stabilità “assumono come riferimento il perimetro delle amministrazioni pubbliche rilevanti ai fini dell’indebitamento”. Trovo la motivazione risibile e sospetta perché la Banca d’Italia è comunque, in fatto e in diritto, un’autorità amministrativa indipendente alla stessa stregua dell’Autorità garante del mercato e della concorrenza, di quella della Privacy, ecc.. Autorità indipendenti ma amministrative che svolgono funzioni pubbliche della massima delicatezza. La loro indipendenza è volutamente costruita per metterle al riparo da eventuali interferenze quotidiane del potere politico che ha voce in capitolo nella nomina dei loro capi. La loro indipendenza è una finzione giuridica giustificata e giustificabile ma che nulla toglie alla sostanza della loro collocazione e funzione pubbliche. Se tengo conto che il riferimento per il trattamento economico e previdenziale per le altre autorità amministrative indipendenti è proprio quello della Banca d’Italia, mi chiedo se con la stessa argomentazione non siano state esonerate tutte le altre autorità. Se così fosse è chiaro che neanche il governo delle larghe intese che predica rigore ed austerità per tutti osa attaccare i privilegi della casta. E perché meravigliarsi se pochi mesi fa la stessa Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il contributo di solidarietà – legiferato male dal governo Monti – sulle c.d. pensioni d’oro tra le quali si annoverano quelle dei dirigenti della Banca d’Italia?

Categorie:democrazia Tag:

Vallauri presenta l’impero antimoderno di Giorgio Galli

27 Ottobre 2013 Nessun commento

Giorgio Galli ha fornito negli scorsi decenni una serie di studi sui temi scottanti del comunismo, del socialismo, delle crisi e delle false “soluzioni” totalitarie da consentire una conoscenza critica e approfondita. Ecco perché ogni nuovo testo del politologo suscita interesse e provoca spesso anche polemiche e discussioni. Ai suoi libri di spessore ampio e documentato contrappone adesso un agile volume L’impero antimoderno (Bietti Edizioni, 2013).
Personalmente abbiamo sempre incertezza nell’interpretare i termini “moderno” e “antimoderno”. Comunque in questo caso in sostanza si tratta di una analisi aggiornata dell’impero statunitense, al punto della sua massima potenza planetaria ma anche della presa d’atto della presenza di altri imperi in gioco, quello straordinariamente creativo della recente Cina, come delle altre realtà, dal Brasile alle complesse architetture africane e sud-asiatiche.
Punto centrale di questo “riepilogo” dell’attualità politica internazionale è la constatazione dello stato di transizione della democrazia rappresentativa, la grande costruzione dell’età moderna, con le sue complicate alchimie. L’evoluzione di tale forma storica delle istituzioni politiche ha trovato, dopo la seconda guerra mondiale, una ulteriore affermazione, non senza contraddizioni in varie esperienze. Il sogno americano dell’ascesa sociale per tutti ha trovato recentemente nella doppia elezione di Obama una consacrazione di fatto che mostra nel contempo i rischi persistenti a causa del duplice terrorismo (quello estero, di prevalente colore arabo, e quello interno legato alle follie conseguenti al benessere diffuso e alla diffusa convinzione che ciascuno può fare quel che vuole, a cominciare dalle spaventose sparatorie.
Citazioni ricche ed appropriate accompagnano il lettore nel percorso dei tanti conflitti rievocati e sempre riemergenti e che inducono ad una riflessione, come quella in particolare di Earl Turner, che ha segnalato come i mutamenti in atto abbiano condotto ad superamento delle partizioni politiche tradizionali mentre si è indebolito il welfare e si è assistito al colossale trasferimento del reddito dal salario al profitto e alla rendita. Da noi fu l’economista Napoleoni a denunciare come questo fenomeno, avvenuto specificatamente nell’era Craxi, depauperava il popolo italiano. Esperienze di natura internazionale che nel suo esplicarsi si è incastrato con la globalizzazione ed i suoi effetti. Ma – a quel punto – sono intervenute le nuove guerre organizzate dagli Stati Uniti (concetto e opinione è roba nostra, non di Galli), guerre promosse, organizzate e guidate per confermare la propria supremazia, alla stessa stregua delle avventurose imprese dell’impero romano, quand’era all’apogeo della sua potenza. Restano senza soluzione i drammi della Palestina, mentre s’ingarbuglia la situazione in Afghanistan ed Iraq. Attentati, colpi di mano, violenze d’ogni genere sono il “tran tran” quotidiano della età che anziché veder primeggiare il merito delle conoscenze e della tecnologia con i suoi progressi, subisce ancora le decadenti sentimentalità delle ideologie presunte “universali”. Quando neri, ispanici ed asiatici guidano la nostra giornata quotidiana con gli eventi di cui sono protagonisti, il futuro è a buon punto nell’ulteriore transizione, ben oltre le precisioni di Huntington e di più recenti studiosi.
Ma come è cambiata la “morale politica”? Forse è questo il punto più delicato, l’argomento più suscettibile di dar vita a nuovi conflitti sui limiti ed i termini di una libertà vera, con tutti gli spazi disponibili per i comuni mortali. Ma la democrazia rappresentativa, se vede toccare il suo apice proprio negli Stati uniti, cerca di aprirsi strade nuove oltre i propri confini. Il vacillare dell’ordine moderno – scrive Galli – provoca un’inversione di rotta nella morale corrente, secondo Huntington.
La globalizzazione ha “potenziato” il dinamismo del capitalismo e delle multinazionali e costituisce tuttora un rischio per l’intera società occidentalizzata. L’impero nord-americano, aspirante al dominio mondiale come l’antica Roma, dispiace ai suoi critici, in particolare a quell’Antonio Negri, “eterna” speranza per i rivoluzionari d’ogni sistema, ma le cui analisi e precisioni oscillano tra l’ovvio e il “fatalismo” del mondo degli sfruttati. Il trionfo del capitale finanziario rivela l’inanità di tutti gli sforzi per dare nuovo slancio all’idea di “rivoluzione” di cui l’antico docente padovano è stato l’alfiere più intransigente e ripetitivo.
Ebbene: i contraccolpi dei rivolgimenti delle moltitudini ridanno slancio a vecchie e a nuove fedi religiose, nell’interpretazione allegorica dei nostri tempi. Tornano vecchie e nuove diseguaglianze quale segno del “tramonto” della modernità. Così Zizek ha buoni argomenti per irridere ai diritti umani, per i quali in tanti paesi ancora si guarda come ad una necessità primordiale. L’individualismo economico al suo estremo ha reso dominante la cultura di una élite intellettuale, sovrabbondante di razionalismo aggressivo (in piccolo le constatiamo in Italia con le piccole minoranze presenti nei cosiddetto “partito democratico”, argomento quest’ultimo non preso in considerazione da Galli che è sembrato volersi sottrarre a polemiche e confronti troppo attuali).
Cosa rimane? Vale la pena di parlare di valori morali essenziali alla vita di una società ordinata, quando ogni mattina scopriamo che siamo in una società al massimo della violenza spietata, ad ogni livello di esistenza e convivenza? Rimangono, forse, i cosiddetti valori culturali invocati da coloro che non credono più in nulla, e Galli lo conferma con questo libro, giacché il potere delle oligarchie è dominante a livello mondiale come mai in passato, mentre prosegue il conflitto tra la logica del potere politico (Robert Dahl) basato sul commercio e le impostazioni economiche derivanti dall’iniziativa imprenditoriale (da noi Marchionne come Berlusconi). La dialettica dell’illuminismo sembra ormai illuminare poco il nostro cammino, giacché andiamo sempre più verso nuove forme di schiavitù. Ipotesi inquietante, ma punta eminente del “pensiero politico” moderno.

Categorie:democrazia Tag:

Vallauri legge “l’ora del riscatto” di Giaime Pintor

19 Ottobre 2013 Nessun commento

L’Editrice Castelvecchi, tra le varie collane della sua produzione recente, ha fatto conoscere un significativo testo di Giaime Pintor, scritto quando alla fine del 1943 si accingeva a traversare il fronte tra Napoli e Roma per unirsi ai partigiani del Lazio. Figura rappresentativa della generazione “perduta” che visse la sua personale tragedia quando il giovane, cresciuto nell’Italia fascista, seppe respingere allettamenti e legami insidiosi, per scegliere invece le ragioni di una rinnovata Italia verso la quale guardare con speranza mentre attorno tutto crollava. E non a caso egli, nella lettera inviata al fratello e che ora è diventato il “piccolo” libro L’ora del riscatto. 25 luglio 1943, scriveva di confidare nella circostanza che “oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento, aggiungendo “nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso”. E nell’avventurosa sua iniziativa c’era proprio tutta quella volontà, sino allora frustrata, di poter agire per un fine più alto, secondo l’idea espressamente sottolineata che “un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi”.
Come reca il titolo, il breve e simbolico scritto – che rappresenta una sorta di testamento spirituale – rileva che il giorno della caduta di Mussolini contiene il segno di possibilità aperte per il riscatto del paese, e in particolare di quella gioventù che era stata gettata in una guerra ingiusta in forme di avvilimento e impreparazione che egli pienamente aveva esperimentato. Si sofferma così a riflettere sulla situazione creata dal colpo di stato messo in atto dal re d’Italia, attraverso gerarchie militari incapaci di assumere responsabilità per sottrarre il paese al legame con l’impresa militare a fianco della Germania nazista per realizzare invece una più consapevole scelta in favore dei paesi “democratici”: egli contesta soprattutto l’assoluta genericità e inconcludenza del governo Badoglio. Parole amare ma chiare per spiegare il tragico disfacimento della compagine intera della nazione, avvenuta l’8 settembre, allorché tutte le strade d’Italia si erano coperte di sbandati che portavano da un capo all’altro della penisola l’immagine vivente della umiliazione e della sconfitta, a causa della viltà ed inettitudine del sovrano e dei capi militari, i cui comportamenti “sono costati all’Italia quasi quanto i delitti dei fascisti”. Tra gli artefici della caduta del regime e le nuove espressioni politiche non si riusciva a trovare un punto di riferimento capace di far uscire dalla condizione terribile di quell’estate 1943. Rileva tra l’altro che “Roma”, per esempio, si poteva “tenere” ed evitare quel senso di “catastrofe” che aveva condotto allo sbandamento generale consentendo così ai tedeschi di impadronirsi di gran parte della penisola.
Oltre a questi evidenti rilievi critici c’è nel giovane Pintor il richiamo a valori più alti, nei quali egli stesso di famiglia sarda (e con non pochi riferimenti, peraltro non riferiti in questi documenti, di tradizioni emblematiche del senso dei dovere proprio di ogni cittadino nei confronti dello Stato) vedeva drammaticamente sacrificati, secondo una linea d’impegno morale che non poteva non collegarsi a momenti significativi della sua giovane esistenza, come a tanti altri della sua stessa generazione. Colpisce la minuzia delle sue indicazioni sugli errori commessi, tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, da coloro ai quali erano affidati compiti primari nella vita dell’Italia. Errori che riguardavano ad esempio l’aver mantenuto a posti di grande responsabilità i militari ed altri personaggi, notoriamente servitori di Mussolini, rinunciando così a mostrare che il rigetto della dittatura implicava comportamenti e percorsi ben diversi, più chiari e dignitosi. Invece si operava moltiplicando gli equivoci e producendo un disorientamento totale. E le ambigue manovre diplomatiche per la rottura con la Germania nazista e la ricerca di strade “nuove” condussero a mantenere ai livelli di potere profittatori e complici del fascismo, suscitando nel giovane Pintor un senso di ribellione e rifiuto, come emerge con forte evidenza e timbro di sensibilità nella lettera al fratello.
È quindi una testimonianza alla quale guardare con rispetto perché egli preferì affrontare personalmente una difficile missione proprio per rompere quella diffusa omertà. Nelle sue parole semplici ed amare traspare il senso di una volontà rinnovatrice che gli eventi di quei mesi avevano come liberato da un passato di assuefazione: egli avvertiva l’urgenza di cambiamenti rivolti effettivamente a superare quelle esperienze tanto dure, ed il suo cosciente sacrificio è il simbolo di convinzioni profonde, maturate nel disagio di un cambiamento profondo che ancora non si traduceva in atti concreti, e proprio per rompere quel passato Giaime ha preferito offrire la sua stessa vita.

Categorie:storia Tag:

La legge di stabilità per il 2014

16 Ottobre 2013 Nessun commento

Il disegno di legge è stato puntualmente varato ieri per rispettare il termine previsto dalle disposizioni comunitarie sul coordinamento ex ante delle politiche di bilancio. Secondo molti commentatori, ci si aspettava una svolta ma questa non c’è stata. Il governo ci ha riproposto ineluttabilmente un mix di tagli alla spesa, nuove e/o maggiori imposte ed entrate da dismissioni per un totale di 11,6 miliardi. Nell’insieme, c’è qualche barlume di equità, bastonate alle pensioni medio-alte ma niente efficienza allocativa. Non c’è stata svolta e non c’era da aspettarsela perché da oltre sei mesi il governo delle larghe attese segue pedissequamente le prescrizioni della troika: risanamento dei conti pubblici, rispetto del limite del 3% per il deficit a qualsiasi costo, attuazione delle riforme strutturali sciacquetta. La prova l’abbiamo avuta la settimana scorsa quando il governo Letta ha approvato una manovrina tendente a recuperare un paio di decimali di punto di PIL entro il 2013 per stare entro il 3%. Ci riuscirà oppure è solo una misura di window dressing? Quindi quelli che oggi dicono di essere rimasti delusi, nella migliore delle ipotesi, fanno un esercizio di ipocrisia. La sostanza è che non c’è stata svolta nel 2013 e non ci sarà neanche nel 2014. Lo ha detto chiaro e tondo il commissario Rehn, ferreo sostenitore e rappresentante della Troika, a conclusione dei lavori dell’Eurogruppo di lunedì scorso. Solo nel corso del 2014, si potranno creare spazi di alcuni decimali di punto per gli investimenti. È chiaro che con dosi da farmacista non si può rilanciare la crescita. E inoltre occorre ricordare che il 2014 è l’anno delle elezioni del Parlamento europeo che rischia di avere una composizione peggiore dell’attuale, che bisognerà rinnovare la Commissione e occorrerà del tempo. Avrà maggiore spazio e peso la BCE e quindi avanti con l’austerità. Non ci sono spazi per il rilancio della domanda interna né dei consumi né degli investimenti. Non importa se siamo al 3° anno (2011-12-13) della seconda recessione dopo quella del 2009 di questa grande crisi. Non importa se l’euro a 1,35 sul dollaro non aiuta molto le nostre esportazioni. Benché amara e dolorosa, la cura o “l’espiazione della colpa” per l’alto debito pubblico accumulato va portata avanti. Non importa se analoga manovra del governo Monti dell’anno scorso non abbia sortito alcun effetto di rilancio della domanda interna. Mi riferisco all’aumento e/o rimodulazione delle detrazioni ai fini Irpef e altri incentivi marginali per le imprese come l’ACE. Anche i sindacati si dicono delusi e non ricordano un altro precedente da loro proposto e ottenuto: quello dell’autunno 2006 quando si introdusse la tassazione agevolata dei c.d. salari di produttività. Anche in quel caso gli effetti di rilancio furono nulli se detti provvedimenti calano in una situazione di recessione che invece di essere contrastata con misure espansive viene curata con misure restrittive. È questa la gestione tragica delle politiche di bilancio dell’Italia da 50 anni a questa parte. Le misure di equità e quelle di rilancio sono troppo limitate per avere un qualche effetto serio sulla ripresa. Si tratta di pannicelli caldi che finiscono con lo sprecare risorse. E lo stesso vale per il discorso farisaico sul cuneo fiscale. È alto, è vero, ma se lo tagliamo in termini sostanziali vengono meno le risorse per finanziare la spesa pubblica incomprimibile e le pensioni. Nessuno sembra ricordare che se tagliamo i contributi sociali, delle due l’una: o li fiscalizziamo oppure dobbiamo tagliare ancora le pensioni future – comunque bastonate anche in questa manovra. Eppure anche la Confindustria che negli anni scorsi ha formulato proposte di più ampio respiro si attarda a riproporre questa ricetta quando tutti sappiamo che se si fa ripartire la crescita per le imprese è più facile trasferire in avanti e in grossa parte sui prezzi imposte dirette e indirette mentre se restiamo in recessione-stagnazione imposte ed oneri sociali vengono trasferiti all’indietro sul capitale e sul lavoro attraverso i fallimenti e i licenziamenti. Proprio per questi motivi non trovo convincente la proposta apparentemente ragionevole di cui tutti si fanno promotori: ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese. Andrebbe bene per il medio-lungo termine nei limiti in cui si riuscisse a rilanciare la crescita sostenuta e sostenibile, si facesse aumentare la produttività e si recuperasse via via la massiccia evasione fiscale. Per il breve termine, secondo me, la ricetta giusta resta quella del rilancio degli investimenti pubblici e privati per creare nuovi posti di lavoro. Non è più accettabile che, a fronte della disoccupazione al 12,2 %, il governo non dica niente circa i posti di lavoro che intende creare. Per potere fare questo il governo Letta deve rompere gli indugi e chiedere a Bruxelles l’applicazione immediata della c.d. golden rule, ossia, la contabilizzazione degli investimenti pubblici fuori dal deficit corrente. Prima attendevamo l’esito delle elezioni tedesche, ora attendiamo di capire i termini del contratto di coalizione tra la Merkel e i socialdemocratici. Tutti auspichiamo che ne esca fuori una qualche attenuazione della politica dell’austerità ma l’Italia non può limitarsi ad attendere le decisioni lente dei tedeschi. Siamo al terzo anno di recessione e i sintomi di ripresa per il 2014 sono flebili e restano legati soprattutto alla crescita degli altri paesi membri dell’Unione. Non ci servono leggi che ci stabilizzano la disoccupazione di massa nella recessione-stagnazione. Basta con il rinvio delle decisioni. Il tempo è scaduto da tempo.

Categorie:finanza pubblica Tag:

Sulle esternazioni del dott. Befera direttore dell’AdE

So di ripetermi ma lo scrivo lo stesso: negli USA, in Inghilterra e in altri paesi seri pochi sanno chi sono i capi dello IRS, del BIR e di quelli che all’interno dei rispettivi ministeri dell’economia e delle finanze si occupano dell’accertamento e della riscossione delle imposte. Parlano raramente di accertamento che è una questione tecnica di buona amministrazione. In Italia abbiamo la gestione politicizzata dell’accertamento. Negli Usa la destra repubblicana e il collegato movimento dei Tea Parties parlano oltre ogni misura di politica tributaria e, irresponsabilmente, stanno bloccando le procedure di bilancio del governo federale. In Italia tutti ci occupiamo di politica tributaria e dell’accertamento a proposito e a sproposito. Preciso che tutti hanno pieno diritto ad occuparsi delle tasse specialmente quei contribuenti che pagano spontaneamente e/o coercitivamente le imposte che alimentano le casse dell’Erario. Ma ieri, con grande disappunto, ho letto gli echi di un’intervista del direttore dell’Agenzia delle entrate che entra nel merito di questioni come il livello della pressione tributaria, gli sprechi della PA e la semplificazione del sistema. Ma prima di dire più chiaramente quello che penso, faccio qualche passo indietro per ricordare alcuni fatti. Sono ormai poco meno di due anni che il governo Monti ha fatto approvare dal Parlamento una norma che impone alle banche di inviare all’Anagrafe tributaria tutti i dati finanziari dei lavoratori dipendenti e pensionati come se queste fossero le categorie che evadono maggiormente le imposte. Almeno da un anno a questa parte il dott. Befera ci ha raccontato delle grandi prospettive che si erano aperte per la lotta all’evasione fiscale grazie alle nuove possibilità di utilizzo dei dati bancari nella procedura degli accertamenti sintetici. Siamo arrivati al punto in cui per alcune serate una nuova recente circolare sull’utilizzo del redditometro è stata ripresa e commentata dai telegiornali di prima serata.
Poi nelle settimane successive scoppiano alcuni scandali che riguardano la stessa Agenzia ed Equitalia diretta e controllata dallo stesso dott. Befera. Equitalia inchiesta per corruzione riportata dai principali giornali del 19 settembre scorso; altre inchieste per tassi da usura praticati da Equitalia del 27-09-13; concorsi truccati nella stessa Agenzia delle entrate, ottobre 1, 2013; scandalo Equitalia: nomine di centinaia di dirigenti dichiarate nulle dalla giustizia amministrativa con conseguenze sulla legalità degli atti nel frattempo emanati maggio 2013; e si potrebbe continuare. Per qualche settimana non si leggono notizie del dott. Befera. Poi inopinatamente lo stesso ci viene a raccontare che per il 2013 non sarà possibile svolgere i 35.000 controlli con metodo sintetico precedentemente sbandierati come indice di intensificazione della lotta all’evasione fiscale. Il Direttore dell’Agenzia non ha spiegato bene i motivi di tale dietrofront ma agli evasori va bene lo stesso. Molti di loro possono stare un po’ più tranquilli. E non è finita. Nei giorni scorsi arrivano le statistiche sul gettito delle imposte. In particolare il gettito dell’IVA nei primi otto mesi del 2013 segna -5,2% (3,7 e/o 4,1 in meno se si considerano le altre imposte indirette. È un argomento per una manovra aggiuntiva?
Secondo me, ce n’è abbastanza per suggerire che il dott. Befera farebbe meglio a occuparsi di buona amministrazione più che di politica tributaria. D’altra parte sarebbe da ingenuo o da malizioso sostenere che il minore gettito dell’IVA sia colpa dell’Agenzia. È colpa della crisi: cala il PIL, calano i consumi, calano le importazioni e quindi cala anche il gettito dell’IVA. Se nell’intervista il dott. Befera si fosse limitato a dire questo, neanche io avrei avuto qualcosa da ridire a parte l’appropriatezza della sede dove va esternare il suo pensiero. A parte il fatto che, nonostante i successi della lotta all’evasione vantati dallo stesso, l’Italia resta con una evasione nell’ordine dei 125 miliardi di euro all’anno e che la prima imposta massicciamente evasa è proprio l’IVA. L’evasione dell’Irpef, delle addizionali, sovrimposte n’è conseguenza automatica. E se così un contribuente onesto si aspetterebbe una qualche analisi approfondita del perché l’IVA resta un catino bucato. Forse c’è qualche problema con l’efficienza degli uffici dell’Agenzia preposti all’accertamento. Invece no, anche il dott. Befera ci viene a raccontare nell’Intervista a Gianni Minoli su Radio24 che “indubbiamente se la pressione tributaria fosse più bassa, ci sarebbe meno evasione, quanto meno non ci sarebbe evasione da carenza di liquidità”. G. Trovati del Sole 24 Ore dell’8-10-13 ci dice che “l’affermazione del direttore dell’Agenzia delle entrate e Presidente di Equitalia ha mietuto consensi quasi unanimi fra politica e mondo dell’economia”. E come non credergli! Trovati riferisce anche di posizioni dissenzienti di esponenti di Scelta Civica e del PD con i quali concordo. Come tecnico e dirigente pubblico il dott. Befera può esprimere un’opinione del genere solo se richiesto dalle competenti Commissioni parlamentari. Ma siamo in Italia ed ognuno parla di quello che devono fare gli altri e così ha aggiunto che “gli sprechi della macchina pubblica tolgono senso al nostro recupero delle imposte”. E come se tutto questo non bastasse parla anche di semplificazione del sistema. Un vero paradosso per chi ha sempre doverosamente collaborato all’elaborazione di leggi fiscali alluvionali, confuse e di estrema complicazione nonché alla produzione diretta di circolari e istruzioni a dir poco ponderose.
Non ce l’ho con il dott. Befera e non mi piacciono le caccie alle streghe. Ci sono responsabilità storiche che vanno ben oltre il dott. Befera se la macchina del Ministero dell’economia e delle finanze non funziona bene. Nei giorni scorsi ho letto che ci sono voluti 7 anni per accatastare 500 mila case fantasma rilevate con la fotografia aerea. Qui il dott. Befera non c’entra. Ma se questi sono i tempi del MEF – la struttura più avanzata di tutta la PA – gli evasori possono dormire sonni tranquilli.

Categorie:fisco Tag: