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Archivio Novembre 2013

Vallauri presenta Vaticano rapace di M. Teodori

27 Novembre 2013 Nessun commento

Massimo Teodori aggiunge, con Vaticano rapace (Marsilio 2013), un libro di documentazione e valutazione ai suoi studi precisi e accurati sui nodi fondamentali della storia dell’Italia in rapporto ai suoi rapporti con il potere ecclesiastico. Lo storico radicale spiega infatti molto bene quello che è stato ed è “lo scandaloso finanziamento dell’Italia alla Chiesa”.
Le sue pagine scorrono leggere nella lettura chiara e sempre fondata su elementi certi, pensati nella gravità degli argomenti che presenta, e testimonia di un tema centrale nella vita del nostro paese, per la realtà di fatti accaduti e per il significato che l’organizzazione cattolica ha nella vita nazionale e nella coscienza di una parte rilevante degli italiani, anche se risulta – secondo aggiornate ricerche – sempre più in riduzione il numero dei cattolici effettivamente osservanti e frequentatori abituali delle cerimonie religiose.
L’otto per mille costituisce un “imbroglio” finanziario e politico sul quale non sempre il ceto dirigente sa chiamare l’attenzione dei cittadini sulla base di accertamenti, dati reali e conoscenze concrete circa l’andamento dei fatti. Va richiamato l’interesse dei lettori, in particolare sui capitoli relativi alla storia dei “concordati” e soprattutto sul contenuto illiberale dell’accordo imposto, da Craxi nel 1984, un punto fondamentale della nostra vita civile, trascurato nella generale considerazione circa il “nuovo ordine” dei rapporti tra le due entità. È nato allora – come scrive giustamente Teodori – un documento “oltre modo ambiguo”, in quanto fondato su un equivoco, a causa della mancanza di una valida discussione tra le forze politiche al momento delle scelte. Si trattò, sul piano finanziario, di un “trucco”, un “autentico imbroglio” per la maggior parte dei contribuenti, ai quali viene infatti imposto un sistema di versamenti a favore della Chiesa, sui quali non è più possibile intervenire, donde deriva una statuizione errata e da sostituire al più presto .
Altro capitolo interessante riguarda la proiezione “europea” circa gli “aiuti di Stato”. Si sono inseriti negli ingranaggi delle nostre istituzioni “tesori e tesoretti diabolici”. Una “singolarità” che s’inquadra in quel regime di “malaffare” che ha determinato in uno Stato “laico” una serie incredibile di “riciclaggi” e di pedaggi finanziari che mettono a rischio la stessa autonomia della Repubblica. Dalle pagine dedicate alla descrizione del ruolo ambiguo dell’Istituto per le opere di religione emergono fantasmi di “gentiluomini” e di “politici genuflessi” in forme che hanno aperto il varco a “mali incurabili” dai quali dobbiamo guardarci se intendiamo conservare e garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Elementi inquietanti risultano quindi da questo ampio saggio. Utilissimi altresì, per la conoscenza completa dell’argomento, i riferimenti bibliografici richiamati dall’autore con il rigore che è sempre una delle componenti essenziali dei suoi libri, con l’aggiunta in questo caso dei documenti lateranensi del 1929 (sia il “trattato” che la “convenzione finanziaria” e il “concordato”) e peraltro il testo dell’ “accordo” modificato e firmato dalla Repubblica in una fase – osserviamo – di amnesia del nostro ceto politico su temi basilari dell’assetto istituzionale e finanziario. Ecco perché segnaliamo questa pubblicazione come un vero e proprio accertamento sullo stato delle relazioni tra le due entità, testo che va fatto conoscere nella sua consistenza effettiva, e “con gli oneri a carico dei suoi cittadini”. Solo così sarà possibile riprendere il tema quanto prima nel dibattito pubblico, per superare quelle condizioni di ignoranza e di ambiguità che si celano nei pretesi “accordi” stabiliti alle spalle degli italiani.

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Vallauri presenta l’ultimo libro di Giovanni Russo

22 Novembre 2013 2 commenti

Giovanni Russo, grazie al talento originale che l’ha sempre contraddistinto, offre un interessante Reportage sulla Calabria, “terra estrema” (Rubbettino, 2013). Una cultura “meridionalista” e liberale ha caratterizzato il suo lungo percorso che abbiamo sempre seguito con interesse, perché egli è uno scrittore che unisce ad una formazione di alto valore culturale una intima passione che si avverte anche questa volta, nelle belle pagine di un libro arguto e dilettevole.
È una raccolta di scritti che si apre con un saggio intenso di Vito Teti che rievoca alcuni aspetti salienti della sua attività di scrittore, iniziando da quando scrisse Corrado Alvaro a cominciare da Itinerario italiano del 1933 sino a una serie di successivi testi, anche in riferimento a Carlo Levi e poi con il famoso libro Baroni e contadini. Ed osserva come in effetti sia per l’emigrazione dei meridionali al Nord – il “grosso esodo contadino”, come lo chiamò – che per tratti successivi che tenevano conto delle forme di “modernizzazione forzata e distorta” imposta a quelle terre, chiariva che nel Mezzogiorno era stata realizzata “una industrializzazione senza sviluppo e addirittura falsa”.
Proprio sulle prospettive per l’avvenire di quella regione, e dell’intero Sud, Russo ha cercato di inquadrare le sue acute osservazioni, in svariati approfondimenti dal “paese solitario” (1949) alla “gerarchia del latifondo” (1960). Ed è nei “primi incontri in Calabria” che lo scrittore meglio colpisce con la rude eppur leggera rappresentazione di persone, tipizzate nelle singole diversità ed umanità, dal barone al parroco (1950). La Calabria – precisa in un altro articolo (1964) – è il problema più grave della Nazione.
È dalla prima legge di riforma agraria egli vede le concrete realizzazioni per la crescita di quelle popolazioni, insieme alla lotta contro il brigantaggio in un susseguirsi di analisi e di critiche come per “l’illusione all’industrializzazione” (1964) sino alla “faida per il capoluogo”, eventi che segnano la fine della civiltà contadina (non senza analogie – si può osservare – con Pasolini pur nelle differenziazioni di terre a condizioni diverse. Ed ancora “un messaggio di speranza e di amore”, pur quando quelle speranze venivano meno. E cedendo la parola alla Reggio ribelle (1970) c’è una continuità di spiegazioni logiche sino alla descrizione di una vera e propria “autoproduzione della rivolta” che tanti presunti intellettuali e politici non seppero comprendere al verificarsi di scontri inattesi e di barricate (1968) sino alla marcia dei trentamila calabresi a Roma (1958). L’insieme di questi scritti costituisce un colto condensato di studi veri e propri per far comprendere “le radici della nuova mafia” (1988) per poi tornare nuovamente ad Alvaro (1992). I gesti, i ragionamenti, la timidezza, persino i silenzi, si ritrovano infatti in Alvaro mentre Milano diventava la “capitale della ‘ndrangheta.
Quindi una lettura, o meglio una rilettura, che, nel riportarci indietro in eventi, sciagure e delusioni, conferma pienamente le geniali intuizioni di Giovannino, il suo equilibrio straordinario nel valutare fatti e personaggi mentre gli anni passano ed egli conferma e potenzia le sue qualità, il suo spirito di osservazione, il suo arguto argomentare. È un libro che non riguarda solo i calabresi, ma quanti hanno a cuore le storie dell’intero paese attraverso il richiamo ad epoche e momenti non trascorsi invano.

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Continua la farsa delle riforme costituzionali

18 Novembre 2013 Nessun commento

Ridurre il numero dei parlamentari; superare il bicameralismo perfetto; semplificare il sistema; renderlo più efficiente; ridurre i costi della politica. E’ il leitmotiv che sentiamo ripetere quasi ogni giorno. Secondo me, non se ne farà niente anche in questa legislatura perché non ci sono i tempi e manca il consenso politico necessario.
Superare il bicameralismo perfetto trasformando la seconda camera in un Senato federale prendendo atto che a livello mondiale si registra una tendenza al decentramento perché questo favorisce la partecipazione, avvicina la politica alla gente, migliora l’efficienza del sistema perché consente di tenere conto meglio delle preferenze dei cittadini. La proposta della Commissione di esperti per le riforme costituzionali nella sua relazione finale del 17-09-2013 prevede che il Governo non debba avere la fiducia dal Senato e che questo abbia un potere di veto solo in alcune materie tra le quali le leggi finanziarie. Non senza ironia, la Commissione scrive che l’obiettivo primario è quello del rafforzamento del Parlamento. Si capisce subito che in realtà una simile riforma tende a rafforzare il ruolo del governo e simmetricamente indebolire quello del Senato quando il problema vero e grave è quello della efficienza della pubblica amministrazione a tutti i livelli. Non v’è chi non veda come, in un assetto realmente decentrato, la stragrande maggioranza delle leggi hanno implicazioni per le Regioni. Quindi limitare il potere di co-decisione del Senato delle regioni in realtà mira a indebolire non solo la loro più alta rappresentanza ma anche le regioni stesse. La Commissione ha valutato positivamente anche l’ipotesi del monocameralismo, ossia, dell’abrogazione del Senato. Ha riconosciuto che garantirebbe una maggiore semplificazione del sistema istituzionale e, quindi, una migliore stabilizzazione della forma di governo. Non ultimo renderebbe più agevole il processo di riforma costituzionale. Il riferimento ovvio va alle lungaggini della doppia lettura in due Camere diverse. A scanso di equivoci devo precisare che da Commissione di esperti ha fatto una specie di rassegna delle varie proposte di riforma che sono state avanzate negli ultimi anni e si è limitata a sviluppare meglio quelle che hanno raccolto il maggior numero di consensi all’interno della Commissione stessa – a quanto riferiscono alcuni suoi componenti – senza fare ricorso a votazioni formali.
È prevalsa largamente la proposta di un bicameralismo differenziato con un Senato delle regioni. Teniamo conto che la Costituzione del 1948 prevede per l’appunto uno Stato regionale con una suddivisione della sovranità legislativa tra il Parlamento nazionale e i Consigli regionali – vedi art. 117 Cost. pre-riforma del 2001. La Commissione però ha esaminato anche l’ipotesi di una rappresentanza dei Comuni al suo interno che ne complicherebbe enormemente la formazione, ossia, l’elezione diretta o indiretta. Ma non è di questo che voglio occuparmi qui. Dice la Commissione che la scelta del bicameralismo differenziato è coerente con le questioni relative alle attribuzioni delle competenze. L’opinione dominante in questi ultimi anni che nell’art. 117 novellato nel 2001 ci siano troppe competenze concorrenti e per questo motivo si sarebbero prodotti da un lato una paralisi decisionale del governo centrale e dall’altro un eccesso di conflitti di attribuzione tra il governo centrale e le Regioni davanti alla Corte Costituzionale. Io non condivido questa opinione e ritengo che le competenze concorrenti che esistono negli USA e nelle Repubblica federale tedesca non producono le disfunzioni che producono da noi. Queste dipendono in primo luogo dal modo disordinato e alluvionale con cui legifera in primo luogo il legislatore nazionale. In ultima analisi è una questione dei leale collaborazione tra i diversi livelli di governo. E’ questione di comportamenti dei soggetti istituzionali coinvolti nei processi decisionali.
In ogni caso la Commissione si è orientata sull’obiettivo di ridurre consistentemente le competenze concorrenti, muovendosi verso un’ipotesi di competenze chiaramente distinte e separate. Da economista, sostengo che tale scelta non sia corretta perché confligge con due criteri ordinatori di un genuino modello federalista. Il primo è il principio di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione secondo cui il livello superiore di governo può e deve fare solo quello che il livello di base (il Comune) non riesce a fare per via delle dimensioni, della mancanza di risorse o della natura del problema da risolvere. Ma se correttamente si coniuga il principio di sussidiarietà con quello dell’ottima dimensione della giurisdizione, si intuisce che per una serie di servizi l’ambito territoriale ottimale può non coincidere con la giurisdizione amministrativa del Comune, della Provincia e della Regione. Un caso di scuola è quello dei trasporti locali in cui sono forti le interdipendenze e strette le esigenze di coordinamento tra un bacino di utenza e l’altro. Certo si possono costituire dei Consorzi o delle Unioni con territori di dimensione ottimale ma questo, per l’appunto, implica che le attuali giurisdizioni amministrative possano intervenire in un processo decisionale comune e che siano dotate di sufficiente autonomia finanziaria. Non a caso l’art. 116 novellato nel 2001 prevede al c.d. geometria variabile, ossia, la possibilità di prevedere oltre alle Regioni a statuto ordinario, quelle a statuto speciale, oltre ai comuni, le province e le aree metropolitane, “ulteriori forme e condizioni di autonomia proprio per le materie di competenza concorrente ed esclusiva delle regioni”. Delle due l’una: o sbagliò maldestramente il legislatore del 2001 o sbagliano gli esperti del 2013. Secondo me, vale la seconda ipotesi. Intanto il Paese resta in mezzo al guado perché non sappiamo se attuare sul serio il federalismo e coglierne tutte le implicazioni in chiave di riforme amministrative – come fa correttamente la Commissione – oppure tornare indietro verso un rinnovato assetto centralizzato. A 12 anni dalla riforma del 2001, sembra prevalere, ancora una volta, la linea del rafforzamento del governo centrale in controtendenza con quanto sta avvenendo a livello mondiale e nella Unione europea.

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Amnesia o nostalgia di Eugenio Scalfari?

17 Novembre 2013 Nessun commento

Riferendosi ai banchieri e agli imprenditori illuminati degli anni 50 e 60, scrive oggi il fondatore di Repubblica: “Napolitano deriva direttamente dalla cultura di Croce e di Einaudi. Adesso queste cose sembrano assurde ma allora la realtà era quella e fu quella a fare dell’Italia una democrazia e del capitalismo un sistema che apprezzava e sosteneva lo Stato sociale, il welfare e l’economia sociale di mercato”. Assurdo no perché in effetti c’era una minoranza illuminata ma che contava poco. Paradossale si perché la democrazia fu in parte una conquista della Resistenza ed in parte determinata dalla vittoria degli Alleati. Ma che nel suo insieme il capitalismo italiano del dopoguerra fosse illuminato ed apprezzasse lo Stato sociale mi sembra una tesi alquanto innovativa per non dire altro. Forse Eugenio Scalfari confonde l’albero con la foresta ma gli anni 50 sono quelli della desistenza come scrisse bene e chiaro Piero Calamandrei in un discorso celebrativo del terzo anniversario della Costituzione del 1948. La desistenza fu quella che per oltre un decennio bloccò ogni attuazione della Costituzione. La forte crescita economica ed il boom degli anni 50 fu pagato dalle classi lavoratrici con salari molto bassi e ed emigrazioni di massa dal Sud verso il Nord ed il Centro Europa dove erano trattati come cittadini di seconda categoria. Non si capisce dove fioriva il capitalismo illuminato di cui vagheggia Scalfari se non nell’isola unica ed osteggiata della Ivrea di Adriano Olivetti. Nel resto del Paese dominava il c.d. salotto buono e la Confindustria di Angelo Costa che ancora negli anni 60 osteggiò con ogni mezzo i tentativi di Antonio Giolitti di razionalizzare la politica economica del governo all’interno di un disegno di programmazione che assicurasse un livello di accumulazione pubblica e privata in grado di sostenere un alto tasso di crescita e avviare a soluzione l’atavico problema della disoccupazione e del sottosviluppo del Mezzogiorno.
Che il capitalismo italiano degli anni 50 e 60 apprezzasse lo Stato sociale e l’economia sociale di mercato lo apprendo ora da Scalfari ma, con tutto il rispetto per il fondatore di Repubblica, mi sembra una notizia assolutamente infondata. Eppure in quegli anni Scalfari frequentava gli Amici del Mondo ed Ernesto Rossi che scrisse pagine illuminanti sulle pratiche monopolistiche de I Padroni del vapore. Certo qualche germe dello Stato sociale fu pure seminato negli anni 50 come scrivono Maurizio Ferrera, Valeria Fargion e Matteo Jessoula nel volume “Alle radici del welfare all’italiana. Origini e futuro di un modello sociale squilibrato, Marsilio, 2012. Ma bisognerà aspettare la fine degli anni 60 e il 1978 per avere la prima riforma delle pensioni (quella di Giacomo Brodolini) ed il 1978 per arrivare all’istituzione del sistema sanitario nazionale a base universale.
Nonostante i generosi sforzi di Antonio Giolitti negli anni 60 il capitalismo italiano appoggiava e colludeva con i settori più retrivi e reazionari dello stesso e della destra italiana che allora aveva la sua roccaforte all’interno della Democrazia Cristiana e che osteggiava i due cavalli di razza di questo partito Amintore Fanfani ed Aldo Moro che avevano aperto ai socialisti. E del resto è lo stesso Scalfari che già nel 1955 curò per l’editore Laterza il volume “La lotta contro i monopoli” una raccolta di scritti di Piccardi, Ascarelli, La Malfa e Rossi. Ed ancora nel 1974 scrisse insieme a Giuseppe Turani il volume Razza padrona con una feroce requisitoria contro i misfatti della borghesia di Stato. Concludo dicendo che se a fine anni 60 e nel 1978 si sono realizzati – peraltro in modo squilibrato – alcuni importanti istituti dello Stato sociale, il merito non è dei salotti buoni del capitalismo o della finanza italiani né tanto meno di Croce, Einaudi o Napolitano. Questi risultati, secondo me, vanno correttamente attribuiti alla pressione del movimento sindacale che, in quegli anni, seppe agire in modo unitario e su obiettivi molto chiari.

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Vallauri presenta gli studi in onore di Antonio Marongiu

5 Novembre 2013 Nessun commento

Ricordo di Antonio Marongiu (Rubbettino Editore, 2013) s’intitola l’interessante pubblicazione, a cura di Maria Sofia Corciulo, nella quale, sono raccolti i testi dei docenti intervenuti alle giornate di studio dedicate al noto professore di istituzioni politiche. Viene ricordato il rilevante e significativo suo contributo scientifico ad una disciplina che, per sua natura, è centrale nella formazione della conoscenza degli apparati pubblici operanti nella società.
Infatti muovendo dai saggi sulla genesi dei Parlamenti all’inizio dell’età moderna – da lui attentamente analizzati – è stato possibile rendersi conto del ruolo preminente che hanno svolto le varie sue ricerche, a cominciare da quelle sulla Sardegna, sulle trasformazioni istituzionali caratterizzanti il passaggio dalle antiche forme di reggimento sociale all’apertura settecentesca e poi post-napoleonica. E sono i primi parlamenti realizzati nell’isola ad offrire un chiaro quadro di quei rinnovamenti costituzionali. Lo stesso itinerario di Marongiu indica come si siano via via evoluti i segni delle iniziative che daranno vita alla nascita della moderna rappresentanza politica: egli ha studiato quella fase storica a vasto raggio, e particolarmente in Firenze, spazi “perduti” e ”ritrovati” tra i lineamenti del diritto e messi in luce dal saggio di Maria Teresa Guerra Medici. Ed ancora prima delle forme statuali sono le organizzazioni sociali ad annunciare e far meglio comprendere la strada che modificava ed arricchiva il panorama europeo, con specifico riferimento all’Inghilterra e alla Francia. Numerosi infatti i saggi scritti da Marongiu sulla storia di quei due paesi, e il libro ne è evidente testimonianza, facendo scorrere sotto gli occhi dei lettori le radici dei primi fenomeni “costituenti” espressi da quelle esperienze.
Inoltre viene rilevato un suo ricco contributo sugli studi concernenti l’avvento della dinastia dei Lorena nel Granducato di Toscana; a sua volta per Siena (Città e Stato) il punto nevralgico sarà indicata nelle innovazioni concernenti il regolamento della nobiltà e della cittadinanza. Né manca un saggio sull’amministrazione del Mezzogiorno napoletano nel primo Ottocento, sino all’esperienza della formazione dei parlamenti, come risulta sin dal 1848, periodo peraltro sul quale M. S. Corciulo ha scritto importanti saggi.
Dimensioni e caratteri delle istituzioni create e dei cambiamenti intervenuti al riguardo in tutta Europa sono illustrati da Sandro Guerrieri. E i temi ai quali Marongiu si dedicava con particolare dovizia di approfondimenti si rileva inoltre nelle interessanti pagine sulla creazione delle istituzioni che via via si modificarono, rispecchiate in questo volume in grado di cogliere momenti di rilevante significato sia giuridico che storico. Un elogio quindi meritano gli studiosi che hanno svolto questo prezioso lavoro.

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