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Inutile ma dannoso il colpo di coda di Napolitano

28 Dicembre 2013 Nessun commento

Per alcuni decenni la Legge finanziaria – ribattezzata di stabilità – è stata approvata alla vigilia di Natale.
Fin dall’inizio tra gli esperti si è aperto un dibattito se la finanziaria dovesse essere una legge omnibus o snella. Per la verità un dilemma alquanto artificioso perché prima del 1978, si susseguivano numerose leggi a contenuto economico-finanziario con continui aggiornamenti e correzioni – vedi i famigerati decretoni degli anni ’70. L’introduzione della legge finanziaria voleva introdurre una vera legge di bilancio che costituisse un vero strumento di politica economica e finanziaria, ossia, che mettesse in equilibrio ex ante entrate, spese e indebitamento al fine di assicurare un dato tasso di crescita dell’economia e dell’occupazione senza forti spinte inflazionistiche.
Da alcuni decenni ormai è invalsa la pratica di presentare un maxi-emendamento nelle ultime settimane della sessione di bilancio o, addirittura, un decreto legge con i provvedimenti a carattere economico e finanziario.
Questo anno un decreto legge c.d. salva-Roma è stato presentato qualche settimana fa e approvato subito dopo la legge di stabilità. Come da prassi, strada facendo, il dl si è “arricchito” di una serie di altre misure che, per un motivo o un altro, non erano entrati nella legge di stabilità.
Si tratta quindi di una lunga prassi che riflette il modo alluvionale, disordinato e casistico di legiferare da parte del governo, il quale ha espropriato in pratica il Parlamento dell’iniziativa legislativa. Il Parlamento c’entra in quanto ha subito passivamente questo processo perché l’idea di rafforzare il governo nei confronti del Parlamento in Italia raccoglie un ampio consenso a destra come a sinistra. E inoltre almeno da venti anni le oligarchie centralistiche dei partiti controllano le elezioni dei parlamentari in maniera più stretta per cui è difficilmente ipotizzabile una forte autonomia dei gruppi parlamentari della maggioranza rispetto al governo che la sostiene e ai partiti che formano la coalizione.
Stupisce quindi la lettera di rampogna del Presidente Napolitano ai Presidenti delle Camere i quali, a suo dire, non avrebbero vigilato a sufficienza sull’ammissibilità degli emendamenti. Seguendo non di rado, i lavori parlamentari non mi è mai capitato di sentire il parere dei Presidenti delle Camere sull’ammissibilità. Di norma essi si limitano a chiedere il parere del governo. Per quasi due anni il Presidente della Repubblica è stato presidente della Camera dei Deputati (giugno 1992- aprile 1994)e sarebbe interessante sapere da lui quante volte ha personalmente esercitato la vigilanza che gli attuali presidenti di Camera e Senato hanno omesso.
E stupisce anche tanta solerzia nei confronti dell’ultimo suo governo che esce dalla vicenda gravemente indebolito. Napolitano è in carica da 7,5 anni ed è la prima volta che interviene con tanta irruenza ed in modo così irrituale.
In realtà bisogna dargli atto che non è la prima volta che prova a farsi sentire sullo stesso problema. Lo ha fatto nel 2011 quando per la prima volta, il Presidente della Repubblica rinviò al governo il c.d. decreto mille-proroghe. Il governo lo “rivisitò” in peggio a mezzo di un maxiemendamento presentato nottetempo. Vi aggiunse la fiducia e il decreto fu approvato. Sui motivi veramente gravi del rinvio di quel decreto mi si consenta di rimandare i lettori ai post dell’1 e 3 marzo 2011. Nel caso del decreto salva-Roma, i motivi mi sembrano meno gravi ma si tratta di questione opinabile.
Il mille- proroghe, come detto nel post dell’1.03.2011, in realtà è una grossa e pesante appendice alla legge finanziaria vera e propria. Al di là della rubrica, contiene numerosi provvedimenti di proroga di agevolazioni e benefici vari che comportano o minori entrate o maggiori spese. Non si capisce perché le coperture che non c’erano in sede di legge finanziaria approvata prima di Natale, miracolosamente appaiono tra Natale e Capodanno. In realtà il provvedimento costituisce un trucco procedurale del governo per aggirare la sessione di bilancio e prendere in giro il parlamento, l’opinione pubblica e la Commissione europea.
Allora Berlusconi sferrò un duro attacco alla Presidenza della Repubblica che, a suo dire, gli impediva di governare. Questa volta l’iniziativa di Napolitano si esercita su un premier più docile e rispettoso che ha adempiuto immediatamente sulla base di una telefonata. Resta il fatto che il presidente Napolitano ancora una volta interferisce direttamente con l’attività di governo.
È paradossale ma è così. Napolitano interferisce con il governo del Presidente, con se stesso e sembra difendere le umiliate prerogative del Parlamento. Ma così dicendo anche io rischio di creare qualche confusione nel lettore.
Per chiudere voglio solo chiarire che “nella politica nell’era della sfiducia”, in un sistema in cui il governo riassume tutti e tre i poteri (Rosanvallon, 2012), la legislazione è purtroppo di tipo alluvionale e casistica. Il governo della Repubblica sforna ogni anno un numero di leggi pari a dieci volte quelle approvate dal Parlamento inglese. Inutili sono stati i falò di Calderoli. Grazie alla collusione (non alla leale collaborazione) tra politici ed alti dirigenti della pubblica amministrazione, la legislazione casistica copre le responsabilità dell’amministrazione ma lascia le leggi senza copertura amministrativa, ossia, rimangono per lo più inattuate. Vedi il caso della caterva di leggi approvate sempre a colpi di fiducia dal governo NapoMonti di cui sono stati emessi decreti legislativi (attuativi) solo nella misura del 39%. In quel caso il Presidente Napolitano ha taciuto su diversi casi di incostituzionalità poi dichiarati dalla Consulta.
Per cambiare sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione culturale per passare ad una legislazione per principi da affidare ad un’amministrazione imparziale ed efficiente e ad una magistratura al disopra di ogni sospetto. Ma questo non mi sembra nell’ordine delle cose. E non credo che ad esso possa porre rimedio il governo NapoLetta.

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Alcuni termini del problema della legge elettorale

18 Dicembre 2013 Nessun commento

La riforma elettorale dovrebbe risolvere i problemi della stabilità dell’esecutivo e della governabilità del Paese. Ma stabilità del governo e governabilità del Paese dipendono più dai comportamenti dei politici eletti che dalle procedure con cui si scelgono i politici. Inoltre mi sembra che il dibattito sul tema non tenga conto delle grandi novità che si sono manifestate nel corso degli ultimi anni e, in particolare, nelle elezioni politiche del febbraio scorso. Ci sono tre grossi partiti nazionali : il Partito democratico, il Partito delle Libertà (ora scisso in Forza Italia e Nuovo Centro-destra), e il M5S. Inoltre ci sono diversi partiti minori di centro-destra e centro-sinistra. Ed infine c’è il partito degli apoti, ossia, di coloro che non se la bevono più ma sono disgustati dalla politica , oppure di quelli che non vogliono occuparsi di politica a prescindere. Nonostante queste novità i principali partiti cercano di imbrogliare le carte sostenendo che bisogna salvare il bipolarismo e superare la legge elettorale del 2005, recentemente censurata dalla Corte Costituzionale . Suddetti partiti non spiegano però che il buon funzionamento di un sistema bipolare presuppone l’esistenza non solo di due grossi partiti – vedi il caso USA – ma anche di un forte grado di omogeneità delle preferenze nei e tra i partiti per evitare da un lato scissioni e dall’altro la c.d. dittatura e/o instabilità della maggioranza. Questi presupposti mancano in Italia se è vero come è vero che ogni diversità nelle preferenze specialmente tra maggioranza ed opposizione in Italia viene trasformata in uno scontro di civiltà (Belardelli).
Come se questo non bastasse, la soluzione del problema italiano viene complicata dai diversi progetti di riforma costituzionale in particolare riguardanti la forma di governo e la forma di Stato. Alcuni vogliono rafforzare ancora i poteri del governo che sono già molto forti rispetto a quelli del Parlamento. Infatti in nessuna democrazia avanzata il governo dispone dei tre poteri cumulati previsti in Italia: voto di fiducia, decretazione d’urgenza, corsia privilegiata della c.d. sessione di bilancio con possibilità di ricorso al maxi-emendamento sui cui porre la questione di fiducia, strozzando il dibattito parlamentare. L’abuso di tali poteri da parte del governo centrale ha indebolito enormemente il ruolo del Parlamento e, a scendere, i Consigli regionali attraverso una legislazione di dettaglio che lascia pochi margini alle Regioni.
E come se questo non bastasse, si vuole il superamento del bicameralismo perfetto che porterebbe ad un Senato senza voto di fiducia. In fatto, il governo ha già il monopolio quasi totale dell’iniziativa legislativa e andare avanti su questa strada rischia di trasformare non solo la forma di governo ma anche quella di Stato. Ci sono alcuni che, a parole, difendono il modello della repubblica parlamentare ma questo presupporrebbe una più chiara ed equilibrata distribuzione dei poteri tra il governo e il parlamento. In fatto, accettano la deriva tecnocratica ed autoritaria che impronta il concreto operare della Unione Europea, dove il potere legislativo è formalmente attribuito al Parlamento europeo ma in fatto è esercitato dal Consiglio europeo, le proposte della Commissione sono per lo più disattese dal Consiglio e il vuoto decisionale in materia di politica economica viene illegittimamente coperto dalla Banca centrale europea. Solo la corte costituzionale di Karlsruhe, negli anni scorsi, ha reagito a questa situazione.
Questa è questione istituzionale fondamentale che dovrebbe essere sottoposta a referendum propositivo ma noi abbiamo solo quello abrogativo. Invece si va avanti in modo surrettizio cercando di cambiare la forma di governo attraverso la legge elettorale. La conquista del PD da parte del sindaco di Firenze Renzi rafforza la linea di quanti vogliono la fuoriuscita dalla repubblica parlamentare. La proposta del Sindaco d’Italia è equivalente ad un sistema presidenziale spurio secondo lo schema Berlusconi-Veltroni: un uomo solo al comando, ossia, un premier eletto direttamente, un programma ed una maggioranza blindata (simul stabunt simul cadent). Uno schema che se attuato comporterebbe la fuoriuscita dal modello della repubblica parlamentare. A dare una mano a questo partito, inopinatamente, è arrivata la recente sentenza della Consulta che ha spinto i partiti maggiori a far fronte comune sulla linea di salvaguardia del sistema bipolare . La Commissione dei saggi prima e la Commissione parlamentare ora sembrano ignorare che quello sperimentato da noi a partire dal 2005 è un bipolarismo “coatto” perché, come detto sopra, mancano nel nostro Paese i presupposti fondamentali per il suo buon funzionamento: l’omogeneità delle preferenze e/o un ampio spettro di valori condivisi.
C’è una pluralità di piccoli partiti che spingono per una valorizzazione del principio proporzionale (art. 56 Cost.) che correttamente va inteso non solo in proporzione alla popolazione ma anche delle diversità che si manifestano all’interno della società e delle circoscrizioni elettorali. Le diversità, il pluralismo sono l’essenza della democrazia e non possono essere annullate o fortemente coartate dal sistema elettorale. Il sistema proporzionale massimizza la rappresentatività del sistema ma in una società politica con un alto grado di pluralismo esso può rendere più complicata l’aggregazione delle preferenze e, quindi, la formazione del governo. Ma ad una società pluralista non si addice un sistema maggioritario secco con un solo vincitore all’interno di ciascun collegio. Bisogna trovare il migliore bilanciamento delle diverse esigenze.
Il caso tedesco insegna. In Germania hanno un sistema proporzionale con un alto sbarramento per entrare in Parlamento e la c.d. sfiducia costruttiva. La Merkel ha vinto le elezioni a settembre ma non ha raggiunto la maggioranza in Parlamento. I due principali partiti decidono di fare la Grande Coalizione. La SPD tiene un congresso straordinario prima di aprire le lunghe trattative per concordare il programma di governo. Raggiunto l’accordo questo viene sottoposto a referendum tra gli iscritti della SPD. Ed infine viene formato il governo a tre mesi di distanza dalle elezioni. Il Presidente della RFT non ha svolto alcun ruolo nel facilitare l’accordo. In Italia dopo appena un mese dopo le elezioni di febbraio fu tragedia nazionale: eravamo senza governo. Il Presidente della Repubblica , preso dall’ansia, commette più di un errore di procedura e di merito nel tentativo di porre rimedio alla incapacità delle forze politiche di formare una coalizione maggioritaria al Senato. In maniera inappropriata – necessitata secondo alcuni – si arriva alla rielezione dello stesso PdR e al governo “NapoLetta”: un governo di larghe intese e di veduta corta. Il governo aveva tre obiettivi fondamentali: a) far uscire l’economia dalla recessione; b) riformare la legge elettorale; c) riscrivere la seconda parte della Costituzione. Finora il governo del Presidente, a causa delle diverse preferenze all’interno della maggioranza, non ha conseguito nessuno di questi obiettivi. Dopo sei mesi il grosso del Pdl, guidato da Berlusconi è uscito dalla maggioranza. Questo succede quando i partiti pretendono di fare tutto bene e subito senza concordare preventivamente il programma da attuare.

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Vallauri introduce l’analisi di Stiglitz sulla diseguaglianza

5 Dicembre 2013 Nessun commento

Stiglitz affronta sin dalle prime pagine del suo libro Il prezzo della diseguaglianza (Einaudi, 2013) i temi fondamentali del fallimento del mercato e del sistema politico, come cause determinanti dell’aumento delle diseguaglianze. La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato l’incapacità, nei rispettivi ambiti, di assicurare l’efficienza del sistema. La povertà è tornata come una disgrazia diffusa consistente nella disoccupazione, e parimenti l’economia di mercato e i funzionamenti della democrazia sono paurosamente crollati. E proprio l’esperienza degli Stati Uniti ha dimostrato, con il crollo della classe media, il debole piedistallo sul quale reggevano il sistema finanziario insieme a quello politico. La lotta di classe è riemersa come il capitalismo si è rivelato ancora una volta una trappola generata dalle forze economiche. La distanza tra le varie componenti della società sfocia nella diseguaglianza generalizzata e nella instabilità che dall’economia si ripercuote all’intera struttura sociale. La speranza nella globalizzazione (ricordate il precedente volume dello stesso premio Nobel che poneva proprio l’interrogativo sugli effetti del fenomeno) ha finito per disperdersi nell’evidenza di un fallimento che ha messo a rischio la possibilità di avere un lavoro donde è derivata l’esplosione del malcontento senza che siano state predisposte limitazioni nei confronti delle corporations dominanti. In luogo della uguaglianza tra i cittadini è divampato l’inferno della disoccupazione.
La crisi del 2007-8 con la grande recessione ha colpito mortalmente una intera generazione. I ricchi sono riusciti in parte a salvare i loro beni, ma la grande maggioranza della popolazione è piombata nella nuova povertà. Le dimensioni sempre più gravi della disuguaglianza hanno colpito con l’America il mercato mondiale. Così la vita è diventata più dura per chi già aveva la vita dura.
Richiamato il suo precedente libro Globalizzazione e i suoi oppositori (ci permettiamo richiamare il nostro libro L’arco della pace, 2011, dove tale aspetto è ampiamente esaminato), Stiglitz si sofferma sui compiti e comportamenti del Fondo monetario internazionale, osservando come l’impegno esercitato sui paesi europei in crisi non sia stato sufficiente a ristabilire un equilibrio. L’America in quel periodo ha rincorso – a suo avviso – “obiettivi sbagliati” per rendere meno influenti le disuguaglianze Ad esempio nei settori della salute, dell’istruzione e dell’ambiente non ha tenuto sufficiente conto delle condizioni reali della popolazione. A questo riguardo va tenuto presente che i ricchi hanno comunque strumenti, risorse e mezzi per “plasmare le credenze a vantaggio dei loro interessi”. Ecco così torna il peso della “classe”. Intanto la diseguaglianza sta erodendo, a livello mondiale, lo stato dell’economia reale mentre il potere politico prevale sulla legge: di conseguenza prevalgono i comportamenti predatori. L’esplosione della bolla immobiliare ha mostrato i pericoli della sconsideratezza creditizia da parte delle banche.
Tra i tanti aspetti analizzati in questo poderoso studio viene sottolineata la necessità di stimolare in tempo di deficit la base dell’ordine finanziario. Ed è significativo che Stiglitz riconosca che la crisi europea non è stata provocata da eccesso di indebitamento a lungo termine né dai deficit né dello “stato sociale” bensì da una “eccessiva austerity” (i tagli alle spese hanno provocato la recessione del 2012) e dal sovrastante accordo monetario che ha portato all’euro. Le preoccupazioni degli scettici non furono prese in considerazione. L’euro ha eliminato i meccanismi d’aggiustamento senza sostituirli con altro. L’errore fu nel perseguire un progetto fondamentalmente politico, ritenendo che condividendo una moneta i paesi europei si sarebbero avvicinati ma non vi era una coesione sufficiente ad assicurare un buon funzionamento del nuovo sistema.
Gli interessi dell’uno per cento della popolazione americana prevarica quelli del 99 per cento: questo è il risultato dell’economia capitalistica. La globalizzazione ha contribuito a peggiorare le condizioni. Ma se la democrazia non vuole perire dovrebbe contribuire a rendere aperti i modi di gestire la globalizzazione. Ecco il nodo da sciogliere, cioè come utilizzare gli strumenti economici e politici per impedire un peggioramento della situazione. Ed un ulteriore approfondimento Stiglitz compie richiamando le percezioni errate che possono provocare fraintendimenti, come si avverte nei comportamenti delle forze economiche e di coloro che guidano i processi decisionali. E sono appunto – secondo il premio Nobel – gli interessi particolari che hanno contribuito all’aumento delle diseguaglianze sul piano dei redditi dei cittadini e all’indebolimento del ruolo del governo influisce sul livello di disoccupazione. Lo Stato è troppo “legato” alle posizioni di dominio esistenti per fornire i beni pubblici in grado di rivitalizzare l’economia con investimenti nelle infrastrutture, troppo deboli per impegnarsi a realizzare una redistribuzione necessaria per creare una condizione di minore malessere.
La tesi principale dell’autore è quindi rivolta all’esigenza di “plasmare” le “percezioni” dalle quali possono derivare politiche economiche più efficaci. Il quadro complessivo presenta uno squilibrio tra potenzialità sufficienti ad assicurare un’uscita dalla Grande recessione e pertanto vengono indicate le rivisitazioni delle “percezioni” alterate specie in materia di imposte di successione, di capitalizzazione delle banche e di ristrutturazione dei mutui ipotecari. Il fallimento del mercato viene confrontato e rapportato al fallimento dei governi. E così rientra in campo il problema delle privatizzazioni che hanno aumentato la corruzione, facendo confluire rendite elevate nelle mani di chi usava la propria influenza politica per rafforzare le proprie posizioni mentre spetta al governo garantire una rete di protezione per la “tutela sociale”, del tutto sacrificata nella crisi del 2008.
Gli Stati sono riusciti a mettersi d’accorso per stringere ulteriormente la cinghia, il che ha spinto l’Europa verso una ricaduta recessiva: questo è il chiaro punto di vista dell’economista sull’origine dei nostri mali recenti. Egli mette in evidenza come la macro-economia moderna e le scelte politiche sopra indicate abbiano colpito il 99% della popolazione a vantaggio dell’1%, tesi centrale della sua opera. Quali suggerimenti per il futuro? Innanzitutto prevedere una banca centrale più democratica, e nella diversità delle prospettive mantenere fiducia nella democrazia. E la crisi dell’euro viene indicata come conferma delle proprie idee, e in specie viene richiamato il ruolo “ambiguo” della BCE. Sarebbe stato necessario ricercare modelli macroeconomici e monetari alternativi che tenessero conto delle disuguaglianze e che provvedessero a sostituire a tempo i modelli difettosi antiquati. “Non possiamo avere un sistema monetario gestito da gente il cui modo di pensare venga guidato dai banchieri e condotto di fatto al beneficio di chi sta in cima alla scala sociale”. La strada da percorrere è allora per Stiglitz “non soccombere al feticismo del Pil”. Indispensabile investire quindi di più in istruzione, tecnologia e infrastrutture allo scopo di avviare una economia più efficace ai fini della sicurezza collettiva, in grado di offrire maggiori opportunità ad un segmento più ampio della popolazione.
Occorre – conclude l’autore – uscire dal circolo vizioso all’interno del quale la predominanza politica di chi sta in alto porta alla diffusione di credenze e di politiche che rafforzano la diseguaglianza economica, giustificando ulteriormente quel predominio.
Dopo aver assistito alla erosione del loro tenore di vita gli americani devono impegnarsi per regolare “in modo diverso” la sfera d’azione dei poteri finanziari. L’agenda delle riforme economiche programmate prevede la limitazione della funzione della rendita, il contenimento del settore finanziario, uno sforzo per rendere più trasparenti e competitive le banche, rispettose delle regole sulla concorrenza, limitando i poteri dei governo che oggi sono in grado di dirottare a proprio vantaggio tanta parte delle risorse delle imprese, allargare i prestiti e porre fine ai regali del governo per mezzo della distribuzione del patrimonio pubblico, non aiutare più le grandi compagnie, democratizzare l’accesso al potere e limitare la corsa agli armamenti, creare infine un sistema fiscale più efficiente per l’economia, a cominciare dall’imposta di successione onde impedire la creazione di una nuova oligarchia. Come si vede, un programma di azione sociale in grado di temperare gli effetti della globalizzazione.
A noi europei non resta che meditare su questa cruda analisi e potenziare le politiche attive per il mercato del lavoro e la protezione sociale. Chi potrebbe non essere d’accordo? Milioni di posti di lavoro vanificati hanno provocato un crescente senso di insicurezza economica. La povertà persistente è riapparsa come negli anni Trenta: declinate le opportunità, è venuta meno la fiducia con progredente caduta della produttività. Il livello di diseguaglianza negli Stati Uniti è divenuto leggermente superiore a quello di Iran, Turchia e molto superiore a qualsiasi paese europeo. L’aumento delle diseguaglianze ha condotto ad un livello di dissipazione sociale che mette a rischio la stessa vita democratica.
E Stiglitz spiega da maestro come questi fenomeni si siano prodotti: quindi non una disuguaglianza prodotta dal caso bensì dalle forze dominanti nel mercato. E il sistema politico ha incrementato la disuguaglianza dei risultati, riducendo l’eguaglianza delle opportunità. La mano invisibile del mercato si è dimostrata impotente. Chi era in cima alla scala sociale ha incrementato le proprie fortune. Le rendite di monopolio hanno determinato una ulteriore maggiore forza da parte dei gruppi finanziari dominanti. I banchieri hanno operato per favorire l’incremento dei profitti delle corporations. La ricerca della rendita ha toccato picchi crescenti di vantaggi specifici sì da determinare una società sempre più diseguale. L’espansione del mercato azionario e la bolla immobiliare, sulla scia della liberalizzazione finanziaria, accompagnato dal rafforzamento del potere culturale delle corporations e dalla distruzione dei posti di lavoro ha dissolto la “coesione sociale” con ulteriore indebolimento dei più deboli sul piano personale, e determinando inoltre la discesa della produttività del lavoro mentre la politica ha contribuito a generare crescenti livelli di diseguaglianza. Il sistema delle imposte non è più in grado di contenere le rispettive aspettative delle parti sociali.
L’economista rileva infine come il governo americano non abbia saputo rispondere alla domanda indebolita dalle diseguaglianze e portatrice di ulteriori diseguaglianze. La deregolamentazione ha creato infatti un instabilità che, diffusa nei diversi settori, ha elevato appunto i livelli di disparità. Inoltre la riduzione degli investimenti pubblici ha aggravato in molti paesi (in particolare – osserviamo – proprio in Italia) gli squilibri territoriali, provocando ulteriori danni alla coesione sociale. Un insegnamento quindi altrettanto valido per l’Europa.

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Nubifragi e assetto del territorio

4 Dicembre 2013 Nessun commento

In queste settimane è molto citata la frase del Sindaco di Olbia che, con riferimento alle responsabilità per i morti e il disastro ambientale provocati dalla “bomba d’acqua” del 18-19 novembre ebbe a dire : “in 30 anni abbiamo avuto 3 condoni edilizi e 21 piani di risanamento”. Non conosco da vicino l’operato del Sindaco Giovannelli e non mi permetto di giudicarlo. So anche che il capo della Protezione civile ha detto che il nubifragio di Olbia è stato veramente eccezionale ma avverto nella frase del Sindaco la solita propensione italica allo scarica-barile. Le colpe sono sempre degli altri, in particolare dello Stato e nessuno si assume le proprie responsabilità. Quello amministrativo è un procedimento complesso dove le decisioni dipendono dal funzionamento della procedura e non dal singolo partecipante alla stessa. La colpa è delle procedure progettate e scritte male e mai dei responsabili delle medesime nelle varie fasi in cui si dipanano. Le procedure devono essere trasparenti e perciò esse si allungano e diventano lunghe ed inefficienti. La risposta facile che molti danno al problema è parola magica: semplificazione. Nel caso di specie, la Protezione civile nazionale aveva lanciato l’allarme ma questo dagli Uffici regionali non è stato ribaltato tempestivamente ai Comuni. E la popolazione non è stata avvertita. I magistrati indagheranno sulle responsabilità. Il Sindaco Giovannelli ha detto che ha 50 milioni in cassa ma non li può utilizzare perché i fondi sono bloccati dal Patto di Stabilità interno. Anche questa è questione di procedure di bilancio.
Ma torniamo al discorso principale. È certo che i condoni si fanno in primo luogo con leggi dello Stato. La gestione del territorio e la declinazione regionale delle leggi urbanistiche spetta anche alle Regioni e la loro applicazione concreta in particolare ai Comuni e ai loro capi onnipotenti. Non ho elementi per chiamare in causa le responsabilità dirette del Sindaco di Olbia e/o di altre città nel frattempo colpite da altre piogge torrenziali ma sono convinto che i Sindaci passati e presenti degli ultimi 20 anni hanno grosse responsabilità. La gestione del territorio, la pianificazione urbanistica e la vigilanza sul rispetto delle relativi leggi e regolamenti è compito loro. Insomma i sindaci non possono chiamarsi fuori e sostenere che loro non c’entrano niente o hanno avuto sempre le mani legate dal Patto di stabilità interno. La cattiva gestione del territorio, la cementificazione, l’utilizzo di materiali che non lasciano filtrare l’acqua, la mancata manutenzione dei tombini, delle cunette delle strade e degli impianti di scolo, la malsana gestione degli oneri di fabbricazione – motivata questa anche dall’affannosa ricerca di entrate a fronte dei tagli dei trasferimenti statali e regionali – sono precipue responsabilità dei Sindaci e di tutti compresi noi cittadini, le organizzazioni sociali e di cittadinanza attiva che non si occupano del bene comune come dovremmo – specie coloro che avendo tempo e competenze per farlo non lo fanno.
Certo ci sono anche responsabilità dello Stato. Le recenti leggi statali e regionali che hanno premesso ampliamenti delle volumetrie del 20% motivate dall’idea di contenere la recessione nel settore edilizio probabilmente produrranno altri abusi e utilizzi impropri dei fabbricati e dei terreni ma, di nuovo, serve un maggiore controllo sociale. Invece è tipico di certa cultura nostrana – specie del Centro-Sud – dire che la colpa è dello Stato ma così dicendo o facendo, il Paese non va avanti anzi arretra.

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