Archivio

Archivio Febbraio 2014

La colpa è del Titolo V della Costituzione

27 Febbraio 2014 Nessun commento

1,2 e 3. Il Presidente Napolitano è al suo terzo governo del Presidente. Il Presidente della Repubblica continua a utilizzare pesi e misure variabili a seconda delle persone e delle circostanze. Nel 2011 nomina Monti dopo averlo preliminarmente nominato senatore a vita. Nel febbraio 2013 Bersani vinse le elezioni con una solida maggioranza alla Camera dei deputati ma riceve un incarico esplorativo a tempo limitato (3-4 giorni). Non gli ha dato l’opportunità di cercarsi una maggioranza al Senato. Viene messo da parte e dopo essersi fatto rinnovare il suo incarico nomina il governo Letta con mandato a tempo. Il c.d. governo di servizio doveva durare sino al 2015 ma non si è ancora capito perché tale compito non poteva svolgerlo Bersani.
Nel frattempo Renzi vince le primarie per la segreteria del Partito democratico e, come molti osservatori avevano previsto, gli eventi precipitano. Il neosegretario del PD incalza e critica continuamente Il Presidente del Consiglio dei ministri in carica sino a spingerlo alle dimissioni. A questo punto il Presidente della Repubblica cambia opinione e dà un incarico pieno ad un uomo politico che non è neanche parlamentare. Dice di volere un governo di intese più o meno larghe per l’intera legislatura. Che cosa è cambiato per giustificare questo suo cambiamento di impostazione? Forse ce lo spiegherà nelle memorie supposto che abbia la voglia e il tempo di scriverle. Qualcuno si è chiesto come mai non abbia preliminarmente nominato Renzi senatore a vita come fece con Monti nel 2011. Come che sia, Renzi ha ottenuto la fiducia da entrambe le Camere e ha avuto anche il cattivo gusto di ricordare ai senatori che questa era l’ultima volta che venivano chiamati a darla. Temo che anche questa volta Renzi si sbagli.
Ieri parlando a Catania il Presidente della Repubblica è tornato a sollecitare la riforma del Titolo V della Costituzione. Si riferisce al progetto di abrogare le competenze concorrenti e restituire alla esclusiva competenza dello Stato la materia delle reti, delle grandi infrastrutture, l’energia, ecc. Motiva la scelta con le complicazioni e le lungaggini che il coordinamento dei vari livelli di governo provoca anche nella esecuzione dei progetti infrastrutturali e nell’utilizzo dei fondi sociali. Non si rende conto che in questo modo si presenta anche lui come supporter della forte spinta neocentralista che c’è nel Paese. Come se fosse sola colpa delle Regioni il fatto che non si riescano a spendere i fondi strutturali e sociali dell’Unione europea. Come se non fosse a conoscenza che tutte le manovre di risanamento dei conti pubblici fin qui sono state attuate con il taglio degli investimenti in conto capitale. Come se non si sapesse che l’Unione europea finanzia solo il 50% del costo dei progetti e che questi non possono essere avviati se prima l’Italia non rende disponibile l’altra metà. Come se non sapessimo che dal 2008 ad oggi, tutta la PA non abbia tagliato circa 100 di spese in conto capitale proprio per il risanamento dei conti pubblici. Ma si, diamo addosso alle Regioni specialmente meridionali. È musica per le orecchie del nuovo Presidente del Consiglio, ora massimo esponente del Partito dei sindaci che storicamente teme il neocentralismo regionale. Ora che a capo del governo centrale abbiamo un Sindaco, è preferibile il neocentralismo statale.
Ma c’è un problema? È che da 25 anni il Paese è in transizione. Vorrebbe muoversi verso un assetto federale in linea con il modello Germania o quanto meno attuare lo Stato regionale previsto dalla Costituzione del 1948. Un assetto decentralizzato ha precise implicazioni ai fini della sventolata riforma della pubblica amministrazione che, a parole, sembra un’alta priorità del governo Renzi. Nel 2001 si è modificato il Titolo V della Costituzione. Nel 2005 lo si era di nuovo modificato prevedendo anche un Senato federale ma poi la legge è stata abrogata da un referendum. Ci sono voluti ancora quatto anni per arrivare alla legge delega n. 42 del 2009 di attuazione del titolo V. Legge portata in porto da Calderoli ma ampiamente condivisa anche dal Partito democratico. Si erano emanati anche alcuni decreti legislativi ma poi con l’arrivo del governo Monti e con il precipitare della crisi, l’attuazione della legge 42/2009 è stata praticamente sospesa. Scoppiano alcuni scandali in diverse regioni e si scatena a ragione la canea contro le Regioni. Ma se non sappiamo quale modello di Stato vogliamo, se restiamo sempre in mezzo al guado, come possiamo riformare la pubblica amministrazione? Giro la domanda non solo al Presidente della Repubblica ma anche e soprattutto al Presidente del Consiglio e al ministro competente.

Categorie:federalismo Tag:

L’improbabile riforma fiscale di Renzi

18 Febbraio 2014 Nessun commento

Renzi e i suoi corifei, tra altre cose più e meno importanti, hanno promesso la riforma fiscale entro il mese di maggio. Nell’ editoriale del Corriere di oggi, Severgnini scrive che attendiamo tale riforma da 30 anni. Sic! Si tratta in realtà di false promesse e false attese. False promesse che solo i creduloni possono prendere sul serio. Infatti Renzi non dice esattamente cosa intende per riforma fiscale. Se intende la modifica formale di 20-30 articoli del codice tributario, allora la cosa è fattibile e potrà mantenere la promessa. Non sarebbe una grande innovazione perché basterebbe leggere le leggi finanziarie degli ultimi 30 anni per verificare che di questo tipo di riforme tutti i governi ne hanno fatto almeno una all’anno. Una vera riforma fiscale implica che il sistema tributario diventi più equo e più efficiente e questo non dipende dalla modifica di 20-30 articoli e/o di alcune aliquote di questa o quella imposta. Il problema non è solo quello di approvare una nuova legge o un nuovo decreto legislativo da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale come amano fare molti ministri delle finanze. La difficoltà sta nel riuscire a far pagare gli evasori, a fare perequazione dei carichi tributari, nell’avere un sistema tributario che non disincentivi l’offerta di lavoro anche imprenditoriale, che non alimenti la fuga dei capitali, che riesca a finanziare il welfare State, che non sia eccessivamente complicato e, non ultimo, riduca gli adempimenti a carico dei contribuenti e dei sostituti di imposta. Se questi sono i principali problemi da risolvere con una vera riforma fiscale, allora quella di Renzi è una promessa irrealizzabile in tempi brevi. E certi giornalisti ignari della complessità della materia non fanno altro che alimentare facili entusiasmi a cui seguono cocenti delusioni.
Ma quando sento le ipotesi più recenti di programma come ridurre le imposte sui redditi di lavoro, sulle imprese, abbattere il cuneo fiscale, ecc. con la copertura di improbabili risparmi (tagli) dal lato della spesa pubblica, capisco che stiamo parlando del nulla a meno che non si voglia sfondare il vincolo del 3% del deficit corrente previsto ora anche dal Fiscal Compact. Si continua a parlare di ipotesi molto costose come se non avessimo un problema di avanzo primario, come se avessimo un surplus invece di un deficit bilancio, come se le riforme fiscali non dovessero essere studiate a parità di saldo di bilancio, come se l’unico obiettivo di una riforma fiscale fosse quello di una riduzione generalizzata delle imposte. Ma qualcuno apparentemente più assennato parla di spostare il carico sui capital gain di borsa come se questi non fossero già tassati più o meno al 30% come in Francia e Germania, come non se non ci fosse il rischio di alimentare ulteriormente la fuga di capitali per via della concorrenza fiscale dominante anche all’interno dell’eurozona. Altri ancora più assennati parlano di imposte patrimoniali nell’ordine di diverse centinaia di miliardi come se anche in Italia non ci fosse già un significativo sgonfiamento della bolla immobiliare, come se la ricchezza finanziaria delle famiglie più ricche fosse tenuta sotto il materasso o nelle cassette di sicurezza delle banche. E potrei continuare ma mi fermo per dire che le riforme fiscali vanno studiate attentamente per anni. Per fare quella di Reagan del 1986 negli Stati Uniti si è studiato per un decennio e il governo federale aveva un’amministrazione finanziaria molto più efficiente della nostra. Come molti contribuenti hanno realizzato a loro spese nel corso del 2013 non sono bastati 6-7 mesi per cambiare l’IMU in IUC e risolvere il pasticcio dell’abrogazione-sostituzione-mantenimento-camuffamento di una sola imposta locale. E non è ancora finita: vedi il caso della TASI. Come Sindaco di Firenze di questa esperienza il Presidente incaricato è a conoscenza e dovrebbe farne tesoro. In un mese o due non è possibile attuare una riforma fiscale che funzioni bene. Prima di fare annunci roboanti e, soprattutto, prima di mettere mano alle modifiche legislative, farebbe bene a circondarsi di persone che di queste cose se ne intendono. Severgnini ha ragione solo se intendeva dire che attendiamo da 30 – anzi da 40 – anni un po’ di giustizia tributaria che è grossa parte della giustizia sociale. Ma su questi temi non ho ancora sentito dire niente di specifico dalla bocca del Presidente incaricato.

Categorie:fisco Tag:

Cosa bisognerebbe fare per uscire dalla crisi

8 Febbraio 2014 Nessun commento

Trovo poco edificante il dibattito politico di questa settimana tra il PdCdm Letta, il Presidente di Confindustria Squinzi, il Segretario generale della CISL Bonanni e non ultimo il neo segretario del PD Renzi. Tutti accusano Letta di immobilismo e apparentemente con fondamento. Tutti evocano una svolta, un colpo d’ala, un rilancio dell’azione di governo ma nessuno sembra ricordare il vincolo comunitario che pesa sull’autonoma capacità di azione del governo. Nessuno ricorda che a dicembre scorso è stata approvata una certa legge di stabilità che non può essere modificata a sette settimane di distanza. Nessuno ricorda che Letta non può modificare da solo suddetta legge e allora tutti continuano nella farsa.
Bonanni con forza chiede la riduzione delle imposte sui redditi di lavoro ma non ricorda che c’è un vincolo di bilancio e che tale operazione dovrebbe essere condotta a parità di saldo, ossia, con una corrispondente riduzione della spesa pubblica. Il dott. Cottarelli che lavora a quest’ultimo problema non ha ancora individuato cosa tagliare. Poi vedremo se il dott. Bonanni ed i suoi colleghi saranno d’accordo. Va comunque osservato che, supposto che si sapesse esattamente cosa tagliare e ci fosse il consenso necessario, l’effetto espansivo della manovra sarebbe minimo o addirittura nullo.
Il ciarliero Renzi dice di voler “giocare a carte scoperte” ma ignora o fa finta di ignorare che per cambiare il segno della politica economica da restrittivo ad espansivo, occorre il consenso del Consiglio europeo, della BCE, della Commissione europea. Ignora che l’Italia maldestramente ha firmato un Fiscal Compact ed altri stringenti strumenti di coordinamento ex ante delle politiche economiche e finanziarie.
Il Presidente di Confindustria per la verità a suo tempo aveva detto chiaro e tondo che nella legge di stabilità non c’era la svolta che si attendeva ma, a fronte dei flebili segnali di ripresa, continua a sollecitare misure che contrastino il rischio di desertificazione industriale che minaccia il Nord E che è una realtà al Sud. A dicembre 2013, l’indice dei prezzi alla produzione dell’industria è sceso dello 0,1 rispetto a novembre e dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Il fatturato dell’industria manifatturiera in dati assoluti è sceso da 798 a 775 miliardi. L’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati che in media 2012 aveva registrato un aumento del 3%, in media 2013, ha registrato solo l’1,1% – pari al 36,6% del valore dell’anno precedente. E che dire del Sud? E se questa non è deflazione, che cos’è?
A fronte dell’ottimismo di maniera del Presidente Letta che propala una stima di crescita del PIL 2014 quasi doppia di quelle calcolate dal FMI e da alcuni centri di ricerca, il Presidente Squinzi ha gioco facile a mettere in evidenza la caduta della domanda interna e dell’occupazione. Svaluta anche la portata degli impegni di investimento ottenuti da Letta nel corso della sua recente visita ad alcuni Emirati del Golfo Persico (500 milioni di euro). Chiede inoltre una consistente riduzione del cuneo fiscale per il quale la legge di stabilità ha stanziato poco più di un miliardo di euro. Certo 500 milioni sono noccioline rispetto al fabbisogno di liquidità che serve per dare una scossa alla domanda interna per consumi ed investimenti. Io stimo che servirebbe qui ed ora una cifra nell’ordine di 2-3 punti di PIL, ossia, tra 32 e 48 miliardi di euro che non può venire dall’avanzo primario e, meno che mai, dai progettati tagli di spesa. Dovrebbe trattarsi di liquidità aggiuntiva da utilizzare soprattutto se non esclusivamente per nuovi investimenti immediatamente produttivi. Tale manovra era necessaria due anni fa, ossia, nella legge di stabilità 2012 ma il governo Monti, alfiere dell’austerità e prono ai voleri della Signora Merkel, scelse di andare nella direzione opposta. Ora ne stiamo pagando e continueremo a pagarne le conseguenze. Non solo siamo in ritardo ma corriamo anche il rischio di cadere in una spirale deflazionistica peggiore dell’attuale. L’altro ieri il Presidente della BCE Draghi ha negato tale pericolo ma, secondo me, lui guarda all’economia dell’eurozona nel suo insieme. I dati che ho riportato sopra ed altri che potrei aggiungerne dimostrano che tale rischio è molto alto per il nostro Paese e bisognerebbe reagire immediatamente con misure specifiche di deroga concordate con le autorità comunitarie.
Se negli ultimi anni abbiamo subito due grossi terremoti ed un alto numero di alluvioni, nubifragi e frane. Se abbiamo le strade statali e locali fortemente bisognose di manutenzione straordinaria. Se abbiamo un terzo delle scuole a rischio, non si capisce perché questi argomenti non possano essere sottoposti a Bruxelles (non a Roma) per ottenere una deroga al vincolo di bilancio e consentire al governo centrale e a quelli sub-centrali di indebitarsi in parte per finanziare opere immediatamente cantierabili e in parte per accelerare i pagamenti dovuti alle imprese.
È questo il momento di muoversi con decisione. È già aperto il c.d. semestre europeo di bilancio. O si ottiene una deroga adesso o mai più. Non basta aspettare gli effetti di traino di un aggancio eventuale agli altri Paesi in ripresa. Non serve aspettare il semestre italiano di Presidenza. Non serve in questo momento una crisi di governo. Servono idee chiare sulle cose da fare e i problemi da affrontare che sono questioni di politica economica e finanziaria. Ci sono tutti i presupposti per fare finanza straordinaria e/o di guerra – come si diceva una volta. Rispetto a questi problemi non c’entra nulla la riforma della legge elettorale. Queste cose possono essere fatte con o senza una nuova legge elettorale a meno che l’obiettivo non sia quello di andare a votare al più presto. Sarebbe una scelta altrettanto irresponsabile di quella di stare alla finestra. Non c’entrano le insulse riforme istituzionali su cui ogni giorno ci frastornano i politici con chiacchiere inutili e dannose.

Categorie:finanza pubblica Tag:

Un buon discorso ma fuori tempo massimo.

5 Febbraio 2014 Nessun commento

Un buon discorso quello del Presidente della Repubblica al Parlamento europeo laddove anche lui finalmente denuncia i guasti di una politica dell’austerità portata avanti dalla Troika ad ogni costo. Si potrebbe dire: meglio tardi che mai. Non è così. Quello che vale per un cittadino normale non vale per le più alte cariche dello Stato e per i governi. Dobbiamo ricordare che nell’Autunno 2011 fu proprio Napolitano a scegliere Mario Monti per succedere a Berlusconi. Mario Monti è stato un alfiere di quella politica dell’austerità (del rigore senza se e senza ma), che ha causato qualche milione di disoccupati in più. Ai governi, alle più alte cariche – specie se si assumono la responsabilità di promuovere un c.d. governo del Presidente – non si può perdonare la mancata previsione degli effetti economici e sociali delle politiche economiche che adottano.
Siamo ad oltre sei anni dall’inizio della crisi e come non mi stanco di ripetere due terzi dei paesi membri dell’Unione sono ancora alle prese con le conseguenze della seconda recessione – evitabile ma non evitata. A livello istituzionale europeo, si sono moltiplicati gli strumenti di coordinamento, facendo ricorso soprattutto al metodo intergovernativo. In questo modo, in apparenza, l’aggiustamento resta compito esclusivo dei paesi in difficoltà (18 su 27). Il Presidente Napolitano osserva che si sono elaborate “regole forti di coordinamento delle politiche nazionali tali da assicurare una crescente coesione tra le economie dei Paesi membri”. Francamente non vedo quale base statistica possa avallare una simile affermazione. In pratica, si è centralizzata anche la politica economica e finanziaria senza un formale governo economico a livello centrale: in sua vece agisce la Troika egemonizzata dalla BCE. Ma le distanze tra i paesi centrali e quelli periferici del Sud e dell’Est europeo sono fortemente aumentate.
Rispetto ai continui attacchi al progetto di ulteriore integrazione il Presidente Napolitano difende l’identità storica, il retaggio culturale, il modello di integrazione sovranazionale di comunità di diritto, di economia sociale di mercato probabilmente confondendola con il modello sociale europeo che rimane sotto duro attacco da parte di molti governi di Centro-destra dei Paesi membri dell’Unione. Un distinguo sarebbe stato quanto mai opportuno ma forse non poteva farlo proprio perché anche il governo NapoMonti si è speso notevolmente in un tale esercizio.
Non casuale sembra la citazione di Helmut Schimdt sull’assenza di “vista lunga” in troppi leader europei. Ha voluto riferirsi alla Merkel o ha voluto evitare di citare Tommaso Padoa Schioppa che a suo tempo ha parlato di “veduta corta” e che proprio con lui ha avuto qualche screzio durante la breve vita del II governo Prodi? Ma bando alle dietrologie e andiamo ad un altro punto il 6 del suo discorso che porta la seguente rubrica: nulla può farci tornare indietro. Il riferimento è alla irreversibilità della moneta unica. Sappiamo che è una scelta negli ultimi tempi molto contestata a torto e a ragione. Il Presidente Napolitano sa bene che la costruzione europea è zoppa. Si è centralizzata la politica monetaria ma fino al 2008 la politica economica era rimasta decentrata. Con i forti poteri di coordinamento che sono stati imposti negli ultimi anni, in pratica si è centralizzata anche la politica economica e finanziaria ma l’aggiustamento degli squilibri interni all’Unione è rimasto a carico dei soli paesi membri. Anche io sono d’accordo che bisogna salvare l’euro ma non l’attuale tasso di cambio. Il Presidente della BCE Mario Draghi due anni fa disse che avrebbe fatto tutto il necessario per salvare la moneta unica e così è stato. Un successo? Solo a meta perché non è scritto nelle tavole delle leggi che bisogna salvare anche un tasso di cambio chiaramente sopravvalutato che sta danneggiando i paesi euromed e dell’Est europeo. È questo il punto. Non basta riecheggiare quello che dicono alcuni analisti nelle previsioni dei Trattati e dei relativi protocolli: non è prevista una procedura di uscita dalla moneta unica, “dall’euro si esce solo morti”. Ciò non può impedire di discutere quale sia il tasso di cambio più appropriato a tutti i Paesi membri e non solo alla Germania. Come ha osservato da ultimo anche Michael Spence (Nobel 2001) su Repubblica del 24-01-2014, l’euro è sopravvalutato e serve non un suo rafforzamento ma una riduzione del suo valore. La svalutazione dell’euro aiuterebbe i paesi periferici a rilanciare la crescita del reddito e dell’occupazione. Spence dice che si tratta di un tabù. Non se ne può discutere. Anche il Presidente Napolitano lo ha rispettato.
Per concludere ripeto nel discorso ci sono tanti spunti interessanti e suggerimenti utili ma il problema è che tale discorso è fuori tempo massimo. Siamo a oltre sei anni dall’inizio della crisi e parliamo ancora al futuro ad un Parlamento europeo che è in fase di scioglimento. Un Parlamento che ha fatto tutto quello che poteva fare ma che non è riuscito a scalfire il potere dei Capi di Stato e di governo. Se il Presidente Napolitano vuole dare un contributo più incisivo farebbe meglio a rivolgersi direttamente al Consiglio europeo.

Categorie:Argomenti vari Tag: