Archivio

Archivio Marzo 2014

Vallauri presenta gli scritti di guerra di J. Maritain curati da R. Papini

Gli scritti di guerra (1940-45) di Jacques Maritain, ora ripubblicati a cura di Roberto Papini per l’editrice Studium, 2012, costituiscono una testimonianza viva e pregnante dello sviluppo del pensiero politico derivato dal cristianesimo di fronte agli errori e ai cambiamenti determinati dal secondo conflitto mondiale. Come osserva il curatore della pubblicazione, lo studioso francese comprese a pieno le conseguenze di un conflitto che devastava i rapporti politici e sociali, e ne trasse un ripensamento critico rispetto a sue precedenti analisi. Proprio questo intreccio di eventi e di riflessioni è all’origine del nuovo modo di considerare la democrazia dal punto di vista di un pensatore cristiano cattolico. Di fronte a rivoluzioni totali non era più possibile restare ancorati a concezioni tradizionaliste troppo conservatrici specie per un intellettuale impegnato.
Ebbene, di fronte ad una Chiesa tradizionalista, l’intellettuale non poteva restare fermo. Ecco allora prospettarsi l’idea di una Europa federale, nel cui ambito la stessa Germania avrebbe potuto ritrovare la sua ragion d’essere al di là degli schemi predisposti da un potere dispotico. Così Maritain cominciò a profilare la possibilità che si potesse aprire all’Europa del dopoguerra, con tutte le implicazioni conseguenti, da quelle spirituali a quelle del concreto svolgersi di semplici fatti umani. Il rapporto tra religione e vita civile subisce una maturazione di fronte al dileguarsi di ogni rispetto per la “verità”. Si profilava quindi la necessità di “compiti”, ricostruttivi del tutto inediti, e, in questo senso, Maritain, più di altri pensatori cristiani e non, sviluppò un pensiero sottile e persuasivo, sì da penetrare nella coscienza dei cattolici orientati quindi verso una revisione profonda, di cui egli offre piena testimonianza, come appunto nei testi riportati e commentati nel libro. Ci permettiamo in proposito di citare le nostre osservazioni sul contenuto e l’importanza delle mutazioni intervenute nel cristianesimo vissuto grazie proprio a Maritain, e da noi ampiamente analizzati nello studio L’arco della pace (Ediesse, 2011).
Le precise indicazioni contenute adesso in questo studio di Papini spiegano bene il senso e la direzione della visione innovativa e creativa di Maritain. Lo stesso pensiero del cattolico in politica ne è uscito fortemente influenzato, raggiungendo i punti più alti del pensiero politico e sociale. Contro il totalitarismo si andava creando, in quel momento critico, un fronte di ripensamento al quale proprio Maritain ha saputo dare un preciso fondamento ideologico. Non solo la guerra in sé quanto la crisi generale coinvolgente l’umanità nel suo insieme offrì le basi per una profonda ricerca di scelte più chiare e impegnative contro le varie espressioni negative che permanevano in tante persino animate dalla coscienza cristiana. Attorno a questi temi delicati e profondi il libro qui recensito presenta una serie di considerazioni di alto livello politico e filosofico, che consigliamo ai lettori di tener presente per una più corretta analisi di questi problemi.

Categorie:storia Tag:

Un primo commento sull’annuncio di una nuova tassa sulle rendite finanziarie.

Il governo ha deciso di alzare l’aliquota secca sulle rendite finanziarie dal 20 al 26% tranne che per gli interessi dei titoli del debito pubblico. Positivo lo spostamento del carico tributario sulle rendite “pure”(?) , alias, sui frutti del risparmio, alias, redditi di capitale, riducendo le imposte sul lavoro.
A prima vista il discorso non fa una grinza ma per un Paese che non riesce ad attirare investimenti dall’estero e che, recentemente, ha visto una sensibile riduzione della propensione media al risparmio, forse, il governo dovrebbe preoccuparsi anche del finanziamento dell’economia. In una congiuntura in cui la BCE non riesce a far arrivare la liquidità alle imprese e alle famiglie, in un contesto in cui per ridurre il debito pubblico bisogna vendere i beni patrimoniali pubblici e, quindi, assorbire liquidità dal sistema economico, l’operazione sembra rendere più difficile il rinvenimento delle risorse per finanziare gli investimenti necessari alla ripresa dell’economia e dell’occupazione. Mantenendo ferma l’aliquota sugli interessi del debito pubblico sembra essere prevalsa l’idea di lasciare invariato l’incentivo alla sottoscrizione dei titoli di stato da parte delle famiglie. Ma ragionando in termini di capacità contributiva non si trova un fondamento per questa discriminazione a favore degli interessi sui titoli del debito pubblico, ad esempio, rispetto, a quelli delle obbligazioni emesse dalle società private o rispetto agli interessi sui conti correnti bancari vincolati o meno.
Alcuni commentatori dicono che il 20% secco era un’aliquota bassa e che è stata allineata a quella più alta di alcuni paesi europei. Anche questa è un’affermazione generica, una mezza verità. In primo luogo perché per fare un confronto appropriato bisogna confrontare aliquote e categorie di reddito omogenee. In secondo luogo perché bisogna guardare non solo all’aliquota ma anche alle detrazioni e/o al sistema di tassazione sostitutiva e/o di inclusione in quello principale comprensivo anche delle rendite.
In un confronto operato dal Sole 24 Ore si prendono in considerazione i regimi fiscali delle plusvalenze sulle azioni, dei dividendi e degli interessi dei titoli di Stato in 4 paesi europei: Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. Con riguardo ai primi si vede che, intanto, in Francia ed in Inghilterra ci sono degli abbattimenti anche in funzione del periodo di detenzione delle azioni per distinguere tra risparmiatori e c.d. speculatori; nei primi tre Paesi il trattamento in vario modo persegue il principio di progressività; in Germania l’aliquota del 26,375% (compresa la tassa di solidarietà) è secca ma chi paga un imposta sul reddito con aliquota inferiore al 25% può chiedere la differenza. Ora se teniamo conto attualmente i capital gains di borsa pagano la Tobin Tax – che paradossalmente esenta quelli che aprono e chiudono operazioni giornalmente – e una minipatrimoniale del 2 per mille sul valore dell’investimento attraverso l’imposta di bollo, l’Italia andrebbe a prelevare un’imposta nell’ordine del 30% e oltre. È troppo o e poco? Secondo me, è troppo. Perché penalizza quel dieci per cento delle famiglie che investono in attività finanziarie e sono diverse dal decile più alto che detiene il 46% della ricchezza del Paese. Per spiegare meglio il problema la nuova aliquota secca di base e senza abbattimenti nell’ordine del 30% va confrontata non con l’aliquota marginale più alta dell’Irpef (43%) ma con l’aliquota media effettiva del 20% che incide sul reddito medio pro-capite dell’italiano (25.000 euro), con il 23-24% che è l’aliquota media effettiva di tutto il gettito Irpef rapportato all’imponibile dichiarato; con il 32-33% che è l’aliquota media effettiva prelevata su un reddito dichiarato di 70-75 mila euro. Ovviamente sto parlando di redditi dichiarati e non di capacità contributiva effettiva di quelli che evadono, eludono e erodono il loro carico di imposta attraverso veli societari, suddivisione del reddito con familiari e/o di soggetti complessi che hanno visto crescere progressivamente i loro patrimoni.
Anche sui dividendi e sugli interessi dei titoli di Stato nei quattro paesi indicati ci sono sistemi misti che perseguono la progressività o con abbattimenti alla base o con l’inclusione di queste voci nella dichiarazione dei redditi.
Quindi concordo con quanti ritengono l’innalzamento della ritenuta secca dal 20 al 26% non solo non allinea la tassazione delle rendite finanziarie a quella dei principali paesi europei ma rischia di risultare la più esosa e, probabilmente, più iniqua ed inefficiente. Voglio sperare che non incentivi l’ennesima fuga di capitali mentre lo stesso governo punta a farli rientrare.

Categorie:fisco Tag:

Carlo Vallauri presenta il libro di Franco Ricordi su Pasolini filosofo della libertà

Franco Ricordi muove la sua analisi sulle cause della crisi dell’Italia nella seconda metà del XX secolo, a partire dalle false utopie del ’68 e dalla perdita di un senso “veritiero” della stessa identità della nazione, sottolineando al riguardo il ruolo di “poeta civile” svolto da Pasolini. Questo poeta infatti ha saputo interpretare – come osserva Franco Ricordi in Pasolini filosofo della libertà (Mimesis editrice, 2013, pp. 254) – il venir meno di una coscienza autentica della libertà quale conseguenza dell’assuefazione determinatasi attraverso le distorsioni provocate da una “società dell’apparire”, quale espressione di una Italia dimentica dei suoi grandi filosofi e poeti, da Dante a Petrarca, a Foscolo e Leopardi, e preda invece delle condizioni in cui è venuto a trovarsi un paese “che non sopporta la verità”.
Il totalitarismo promanante dall’apparato televisivo ha influito su tutte le attività correnti all’interno della comunità. Pasolini, uomo di sinistra che pure esaltava la destra “sublime” che è in noi, non fondava il suo pensiero sopra una ideologia intesa quale “prescrizione da parte di qualcuno”. Il cedimento del “senso dell’essere” ha impedito che una intera generazione potesse inserirsi nell’ “onda più lunga”, donde l’impossibilità di riconoscersi in una specifica identità culturale e morale, storica e politica. Si comprende allora come abbia prevalso la sfiducia nell’Italia, caratteristica specifica del giovane italiano del XX secolo, quale effetto dell’accettazione passiva, da parte dell’italiano medio, di qualsiasi ipotesi rintracciabile al di fuori della “coerenza” e dell’altruismo.
Come Arlecchino, servitore di due padroni, l’italiano medio ha subíto le conseguenze della mancanza di qualsiasi risoluzione implicante l’impegno delle persone nel loro intimo. La sinistra storica si è dimostrata incapace di coltivare un qualsiasi atteggiamento autocritico. Così si è effettuata la radicale acquiescenza del popolo italiano ai falsi eroi del momento. Nessuna prospettiva di riscatto civile (e Ricordi parla invece – una imprevista citazione – di un personaggio come Giovanni Spadolini quale uno dei politici che aveva intuito l’essenza di una concreta e convincente dimensione ideologica nell’Italia di quel tempo). E’ invece nella linea Moravia-Pasolini che l’autore del libro intravede una “forza ideologica” in grado di opporsi alla omologazione conseguente al trionfo dell’apologia del “superfluo”.
Su questo terreno si ascrive l’uccisione sia di Pasolini che di Moro alla medesima eversione che dalla destra e dalla sinistra ha condotto al terrorismo politico-culturale nato nella “democrazia bloccata”. Il poeta ricercava invece, contro l’omertà e l’indifferenza, quella “verità” che dava “fastidio”. Le nuove spettacolarità hanno avuto modo di diffondersi in Italia (e la più recente manifestazione ne è il grillismo) a causa del fallimento della politica nell’assenza di una vitalità moderna.
Ed è sul terreno filosofico che Pasolini – espulso dalla società italiana (prima dal PCI poi dai settori conservatori) – ha saputo lasciare i segni di un pensiero travalicante l’ “interesse” come l’ “apparire”. Le severe parole contro la TV riconduce all’autorità di Heidegger, in relazione ai rapporti quotidiani della vita. L’oblio dell’essere quale effetto aggiunto del “totalitarismo spettacolare”, secondo quanto è già presente nell’intuizione di Hannah Arendt. Un numero incalcolabile di spettatori subiscono la dittatura dell’anonimato della finta democrazia. Ecco il punto nodale di quella constatazione tragica che il poeta aveva già espresso ne “Le ceneri di Gramsci” e che, nella tensione ideologica di quegli anni, ha favorito il trionfo della “democrazia apparente”, guidata dai mass-media.
Così la “comunicazione” si è ristretta in una serie di testimonianze dell’Apologia delle apparizioni, quale esito del sistema comunicativo di massa. Una dittatura ontologica, compresa per primo da Pasolini, mentre la stessa essenza della lingua italiana veniva manomessa. Bandito, esiliato come gli altri grandi poeti della storia italiana (da Dante a Leopardi), Pasolini ha tentato una sorta di “resistenza della globalizzazione”, nell’opporsi infatti agli investimenti ideologici, invano tentati dalla sinistra mentre si curavano le peculiarità territoriali e geografiche quali forme di sopravvivenza di una società reale, più libera.
La dimensione educativa, vissuta attraverso le prove artistiche, dal cinema al teatro, parlava con Pasolini un linguaggio di libertà contro la superficialità del linguaggio corrente, sfinito tra gli epigrammi del ’68, per arrivare infine alle più recenti esperienze del teatro pseudo-politico in piazza.
Sono tute esperienze che Ricordi – sempre originale e creativo nella inventiva dei suoi scritti – ripercorre con intelligente lettura di quella che è stata la “perdizione dell’Italia” a causa della travisazione degli stessi principi dell’educazione politica nel segno dell’amore.
Pagine amare, insolite, suadenti, severe, pertinenti, nel tentativo di spiegare il dramma “che stiamo attraversando”. Un libro che invita alla riflessione critica con acume e richiami filosofici di alto valore.

Categorie:democrazia Tag: