Archivio

Archivio Aprile 2014

Per una Europa più efficiente e più giusta.

Il progetto europeo è in crisi. Non c’è più fiducia. C’è la politica nell’era della sfiducia ( Rosanvallon, 2012) . C’è una deriva tecnocratica e autoritaria che in Europa si proietta all’interno dei singoli paesi membri (PM). Secondo Hillebrand e Kellner , editors del libro Shaping a different Europe, Contributions to a critical debate, Dietz, Bonn, 2014, ci sono tre aspetti della crisi: 1) il salvataggio delle banche europeo ha scaricato il debito privato sui bilanci pubblici per lo più a carico dei contribuenti. Da qui la crisi c.d. dei debiti sovrani e dell’euro che porta inevitabilmente alla compressione della sovranità dei governi sub-centrali. Questo problema c’è ma non è una novità perché, anche fuori e prima dell’euro, quando i paesi in difficoltà chiedevano assistenza al FMI dovevano sottostare alle sue prescrizioni. Il secondo aspetto è quello degli effetti del mercato unico, della impostazione neo-liberista dei Trattati, della concorrenza economica e fiscale all’interno dell’Unione che crea la crisi fiscale dello Stato nazionale. Anche qui niente di nuovo, la crisi fiscale dello Stato si era manifestata 40 anni fa (vedi il libro di J. O’Connor , 1973) ma allora noi europei non avevamo la moneta unica. E allora non c’era neanche l’attacco sistematico al modello sociale europeo.
Veniamo al secondo aspetto, al funzionamento dell’euro e dell’eurozona.
È vero che l’euro nasce non su un’area valutaria ottimale con un insieme di economie relativamente omogenee ma su un‘area vasta con forti squilibri economici e territoriali che quindi non può funzionare bene senza trasferimenti compensativi, ma questo era vero quando nacquero il dollaro USA o altre monete nazionali. E’ anche vero che i Paesi scandinavi e la RFT non hanno dovuto abbattere il loro welfare per affrontare la crisi e che questa è stata scatenata dalla rapacità dell’alta finanza. Per un verso i Paesi scandinavi inseguono una serie di clausole di salvaguardia che gli consentano di salvaguardare il loro modello sociale, per un altro, la RFT frenando oltre misura i salari dei suoi lavoratori accumula senza sosta avanzi nella sua bilancia dei pagamenti sacrificando i consumi interni. Più in generale, la crisi del modello sociale europeo nasce dall’impoverimento della classe media nei paesi più ricchi, dal crescente egoismo delle ceti sociali più ricchi e dal conseguente affievolimento dello spirito di solidarietà. Per mantenere gli attuali livelli delle prestazioni, con una classe media impoverita occorrerebbe che i ricchi pagassero di più e questi semplicemente non sono disponibili a farlo. È una questione fondamentale di giustizia sociale e di democrazia interna quella di scegliere tra consumi privati e consumi pubblici, tra investimenti privati e quelli pubblici. Ci sono diverse soluzioni e ricordiamoci di tutti gli studi che dimostrano come affrontare il problema della salute e della previdenza con le assicurazioni private è comunque più costoso ed inefficiente. Però la propaganda neoliberista ci dice che c’è una sola soluzione: ridurre le tasse. Se rigettiamo questa ipotesi, solo un assetto federale può ammettere soluzioni differenziate a seconda delle diverse preferenze e della diversa disponibilità di risorse. È questione di volontà comune di lottare contro le diseguaglianze. Questa richiede una teoria condivisa della giustizia sociale che non vedo né a livello europeo né all’interno dei vari PM.
Il terzo aspetto riguarda il dilemma crescita e prosperità di cui parlano Hillebranb e Kellner. A me sembra posto male in termini di input-output legittimacy del processo di integrazione europea. Non sono sicuro di avere compreso bene l’argomento. A me sembra che, dopo i Trattati di Roma del 1957, con l’abbattimento dei dazi e degli altri ostacoli non tariffari, gli sviluppi dell’integrazione economica furono positivi. Più o meno tutti i Paesi fondatori registrarono alti tassi di crescita. L’integrazione europea e gli sviluppi esterni alla CEE provocarono una profonda ristrutturazione delle singole economie. La RFT diventa un gigante economico e l’Italia il quinto paese industriale dl mondo. Ma il sistema cambia nei primi anni ’70 con l’abbandono dei cambi fissi (1971) e l’arrivo del primo shock petrolifero (1973). Fino ad allora i risultati positivi per tutti legittimavano ampiamente il progetto europeo. Da allora in poi sarebbe stata necessaria una più attenta programmazione dello sviluppo dei paesi membri diventati 9 con l’ingresso dell’Inghilterra, della Danimarca e dell’Irlanda. Ci si rese conto che con i cambi flessibili l’integrazione europea poteva essere messa a rischio. E perciò si cercò di accelerare l’attuazione del Piano Werner presentato già nel maggio 1970. Ma il processo decisionale europeo è molto lento ed inefficiente. Solo nel 1978 si arriva al sistema monetario europeo (SME) che superava il serpente del 1972 ma ci vorranno 13 e 20 anni ancora per arrivare prima al Trattato di Maastricht e poi all’euro. Se il problema è quello della bassa crescita e lo lasciamo nella responsabilità del singolo PM, nasce un problema di coordinamento . Il Trattato di Maastricht fece la scelta del coordinamento automatico a mezzo dei parametri. Ora come allora, la RFT non si fidava degli altri PM e volle il Patto di stabilità e crescita ma il secondo volet non è stato mai attuato. Ma un coordinamento stretto come quello che si è realizzato negli ultimi anni con TwoPact, Sixpact, Fiscal Compact ed Europlus è equivalente ad avere una politica economica e finanziaria unica senza un vera autorità centrale che possa decidere di indebitarsi per fare investimenti autonomi e di prevedere trasferimenti compensativi. Non c’è solo il problema di una Banca centrale che non può battere moneta. Il problema ancora più grave è che i governi dei PM hanno limiti stringenti di indebitamento e a livello centrale non c’è un ministro delle finanze che possa farlo affatto. Sotto la stretta sorveglianza della Troika vari PM affrontano il problema del risanamento dei conti pubblici ma non riescono ad affrontare per niente quello del rilancio della crescita sostenibile. Alcuni riescono così così, altri meno, altri falliscono del tutto. La ricetta delle best practises, propalata anche dall’OCSE (riforme strutturali, soprattutto, flessibilizzazione del mercato del lavoro), non funziona in condizioni di disoccupazione di massa, calo della domanda interna e moneta unica sopravvalutata che riduce notevolmente l’eventuale effetto di traino della domanda internazionale. Se funziona in parte, produce recessione, depressione e deflazione. In fatto, da un lato, si impedisce ai governi dei PM euromed di risolvere i loro problemi e, dall’altro, non si prevede a livello centrale un’autorità di politica economica e finanziaria che possa sostituirsi. In questo modo, si delegittimano sia le istituzioni centrali sia quelle sub-centrali. Come mette in evidenza Von Sydow serve una più attenta attribuzione delle competenze ai vari livelli di governo. Non basta dire no ad un super Stato centralizzato o dire si ad un assetto decentralizzato come quello di Maastricht se poi non si prendono in considerazione neanche proposte intermedie ed articolate come quella avanzata a suo tempo da Tommaso Padoa Schioppa della suddivisione delle responsabilità e/o competenze assegnando la crescita al governo centrale europeo e la stabilizzazione ai governi sub-centrali. Si tratta di ripartizione diversa (opposta) rispetto a quella suggerita dalla teoria economica del federalismo ma che è giustificata se si tiene conto che, nell’assetto di Maastricht, al centro non c’è un governo che possa svolgere né la funzione riallocativa né quella di stabilizzazione. La proposta di Padoa Schioppa voleva affrontare e risolvere il problema della conciliazione tra stabilizzazione e crescita con il quale noi italiani ci confrontiamo da oltre 50 anni senza riuscire a risolverlo, senza superare lo stop and go e/o la politica dei due tempi: prima la congiuntura e poi la crescita.
Tuttavia non bisogna dimenticare che Maastricht ci ha portato l’euro. Questo ha funzionato bene sino al 2008 ed ha superato bene anche la crisi 2008-2013 e gli attacchi speculativi contro di esso dopo la ferma presa di posizione da parte di Draghi nel luglio 2012. Da quando c’è l’euro anche l’Italia ha goduto di bassi tassi di interesse e ha potuto dimezzare l’onere del servizio del debito pubblico. Le risorse liberate non sono state utilizzate per rilanciare gli investimenti. Quello che non ha funzionato per niente è il patto per la crescita. Da qui la bassa produttività di alcuni PM e l’eurosclerosi media. Hillebrand e Kellner non toccano per niente la questione delle politiche condotte (e/o imposte) dalla RFT. Non sono le uniche possibili. Era sbagliato il Washington consensus degli anni ’90 e il FMI ha fatto ravvedimento. È sbagliato il Berlin (Francoforte) consensus e il FMI si è di nuovo ravveduto . Ha mostrato qualche flebile segnale di ripensamento anche la Commissione europea ma nessun dubbio passa per la mente dei dirigenti della BCE e dei conservatori che hanno la stragrande maggioranza dentro il Consiglio europeo. Anzi, con falso spirito puritano, alcuni di loro hanno fatto credere che il debito sia sinonimo di peccato – secondo un’antichissima credenza.
In diversi saggi si tocca, a volte con toni quasi nostalgici, la questione della sovranità nazionale ma nessuno affronta il problema di una Unione che ormai è andata troppo in avanti specie con l’integrazione monetaria e, ora, anche creditizia (Unione bancaria)e fiscale ma che, tuttora, non produce in proprio fondamentali beni pubblici europei, rinunciando a consistenti risparmi di spesa pubblica (vedi il volume di Astrid, Il finanziamento dell’Europa. Il bilancio dell’Unione e i beni pubblici europei, a cura di M.T. Salvemini e F. Bassanini, Passigli Editori, 2010.
Osservo che il discorso sullo Stato nazionale è datato e non corrisponde più all’esigenze di oggi. Rispetto a certe proposte che ipotizzano federazioni di Stati indipendenti , bisogna prendere atto – come scrisse chiaramente Calamandrei nel settembre 1945: “non più indipendenza, ma ‘interdipendenza’: questa è la parola non nuova in cui, se non si vuol che il domani ripeta e aggravi gli errori di ieri, si dovrà riassumere in sintesi il nuovo senso della libertà, quello da cui potrà nascere da tanto dolore un avvenimento diverso dal passato: libertà come consapevolezza della solidarietà umana che unisce in essa gli individui e i popoli, come coscienza della loro dipendenza scambievole; come condizione di giustizia sociale da rispettare e da difendere prima negli altri che in noi; come reciprocità e come collaborazione a una più vasta unità”……. “i popoli saranno veramente liberi quando si sentiranno anche giuridicamente ‘interdipendenti’. Il federalismo, prima che una dottrina politica, è la espressione di questa raggiunta coscienza morale della interdipendenza della sorte umana, che intorno ad un unico centro si allarga con cerchi sempre più larghi, dal singolo al Comune, dalla regione alla nazione, dall’unione supernazionale alla intera umanità.….”. Il problema è colto correttamente da Goodhart non solo perché il processo di integrazione è andato troppo in avanti ma anche perché lo Stato nazionale di dimensione media è troppo grande per occuparsi bene dei problemi della gente e troppo piccolo per affrontare da solo i problemi della globalizzazione. Sulla stessa linea, Konrad correttamente auspica maggiori vincoli costituzionali (comunitari) alla sovranità nazionale dei PM. Stigmatizza i politici che enfatizzano gli interessi nazionali invece di quelli comuni. Afferma che serve il self-restraint – un principio fondamentale per far funzionare un assetto federale.
Connessa alla questione della sovranità è quella della solidarietà. Pur non escludendo che questa possa operare oltre i confini dello Stato nazionale, Gerrits sostiene che l’area ottimale della sua operatività resta lo Stato nazionale. Con il cinismo di chi, da una vita si occupa di tasse, resto di parere diverso e sostengo che la solidarietà non funziona in ambito allargato. Non funziona o funziona male a livello nazionale come dimostra anche il caso italiano. Anche in termini di teoria dei giochi non cooperativi conviene perciò ragionare in termini di reciprocity e/o di interesse reciproco. Ma se neanche questo è percepito correttamente se, dopo cinque anni di crisi e due recessioni, alla fine dell’anno scorso la Merkel fa un accordo con l’Inghilterra di Cameron per tagliare di 90 miliardi di euro le prospettive finanziarie, alias, il bilancio dell’UE 2014-20. Da qui l’interesse per l’analisi economica e le proposte presentate da P. Borioni. Questi documenta l’abbandono delle politiche attive del lavoro specialmente nella RFT ed il conseguente impoverimento delle classi lavoratrici che innescano anche un problema di sostenibilità del modello sociale. Auspica un meccanismo di coordinamento delle politiche salariali a livello europeo, come studiato da Blanchard, capo economista del FMI, per molti aspetti, simile a quello proposto da Brancaccio e Passarella nel 2012. Presenta il piano del lavoro della Confederazione dei sindacati tedeschi per la creazione di 11 milioni di nuovi posti di lavoro in dieci anni. Un obiettivo alquanto timido se si tiene conto che gli attuali disoccupati dell’Unione sono 27 milioni pari al 12% della forza lavoro. Ricorda che anche la CGIL ha presentato un analogo piano per l’Italia con un orizzonte temporale più breve, 3-5 anni. Ma detti piani anche se insufficienti non hanno attirato l’attenzione che essi meritano non solo dall’opinione pubblica in generale ma neanche da parte delle altre confederazioni sindacali dei PM. Il 4 aprile scorso 50 mila lavoratori provenienti da tutta Europa hanno manifestato a Bruxelles contro l’austerity. Lo slogan era “fighting for investment, quality job and equality”. Ci sono stati scontri con la polizia ed alcuni feriti. Anche questa protesta è stata trascurata dai mass media. Eppure molti politici ipocritamente continuano a parlare di lavoro, inclusione sociale e lotta contro le diseguaglianze. Anche Pogàtsa riconosce che c’è un degrado della democrazia nei PM analogo a quello che riguarda l’America. Anche il ruolo delle forze sociali viene indebolito quando non trovano interlocuzione con i governi. Quindi le indicazioni fondamentali sono due: a) riaprire il cantiere delle riforme istituzionali a livello europeo per promuovere il rinascimento della democrazia europea che, ovviamente, passa attraverso il miglioramento del funzionamento della democrazia interna nei singoli PM. Senza questo rilancio della democrazia è seriamente a rischio la sopravvivenza del compromesso socialdemocratico; b) rilanciare il discorso del coordinamento europeo delle politiche salariali sapendo che esso non può funzionare senza una autorità di politica economica a livello centrale, senza una politica dei redditi (di tutti i redditi) a livello centrale, senza una programmazione dell’economia europea. Non si salvano i diritti sociali in un mondo governato da tecnocrazie sempre più lontane dalla gente o da governi apertamente autoritari che vogliono governare senza rispettare le preferenze dei cittadini e/o con Parlamenti di nominati. Serve un vero e proprio governo europeo che abbia la fiducia del parlamento europeo e che sia autonomo rispetto a quelli sub-centrali dei PM.
Ritornando al saggio di Borioni, ricordo che se nella fase della prima integrazione economica europea il federatore è stato il capitale. Ora questo non basta più anche perché il capitale è diventato un global player, ha assunto l’orizzonte planetario senza frontiere. Sarebbe auspicabile che subentrassero come forze motrici veri e propri partiti politici europei e le legittime rappresentanze mondo del lavoro e dell’impresa. Riusciranno a farlo?

Categorie:Europa Tag:

Il problema della democrazia in America e in Europa.

Alla fine della I Guerra Mondiale, quattro imperi ( tedesco, austro-ungarico, russo e turco) vanno in frantumi. Per via dell’internazionalismo dell’Unione Sovietica da un lato e dell’isolazionismo americano dall’altro, l’equilibrio di Versailles entra in crisi. In molti paesi si sviluppa il nazionalismo e si cerca di creare una specie di cordone sanitario per arginare l’espandersi dell’ideologia rivoluzionaria dei soviet. In Italia in particolare si propala l’idea della vittoria mutilata per la mancata risposta a certe richieste che erano state avanzate durante la Conferenza della Pace. Negli anni del biennio rosso (1919-20), i governi mostrano incertezza sul da fare, ci sono rivolte operaie e contadine, la crisi economica incalza, aumenta lo scontento popolare, la borghesia italiana è spaventata dalla vittoria socialista nelle elezioni del 1919. È questo il contesto in cui il fascismo arriva al potere in Italia. Il libro di Ennio Caretto, “Quando l’America si innamorò di Mussolini”, Editori Internazionali Riuniti, dicembre 2013, rievoca la presa di potere da parte di Mussolini dopo la Marcia su Roma del 22 ottobre 1922 e sviluppa l’analisi della dinamica dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti durante gli anni ’20 e ’30. Sui rapporti tra Stati Uniti e Italia , tra Inghilterra e Italia nel periodo tra le due guerre mondiali c’è un’ampia e controversa letteratura. Che il mondo anglosassone guardasse con favore ai Paesi che, in qualche modo, cercavano di contrastare la propaganda sovietica si è scritto di tutto e di più. Tuttavia il libro di Caretto, ben scritto, ricco di informazioni nuove anche di aneddoti, è interessante non solo perché arricchisce considerevolmente la narrativa principale delle relazioni italo-americane ma anche perché il discorso è sempre attualizzato allo stato attuale dei rapporti dell’America non solo con l’Italia ma ovviamente con l’Europa. La lettura del libro spinge ad una continua ginnastica mentale tra la memoria di un passato che ormai abbraccia più di 90 anni e la riflessione sul presente. C’è una linea rossa che Caretto segue sistematicamente ed è quella delle correnti conservatrici e fascisteggianti americane di ieri e di oggi e il fascismo ufficiale italiano in un contesto di progressivo degrado della democrazia sia in America sia in Europa.
1. Intanto facciamo un primo punto sulla questione della simpatia e/o favore con cui gli ambienti governativi, industriali, bancari e finanziari americani accolsero l’arrivo al potere di Mussolini e il suo modello o progetto corporativo. La prima ragione è che Mussolini mette al bando il sindacato “rivoluzionario” CGdL e introduce al suo posto il sindacato fascista il quale, per un breve lasso di tempo, per accreditarsi con i lavoratori continua ad organizzare scioperi contro i padroni. Per questo motivo, Mussolini emette la direttiva della collaborazione con i datori di lavoro superando lo schema della lotta di classe; quindi immette il sindacato all’interno della corporazione dove sono presenti anche i datori di lavoro; porta avanti una politica finanziaria scopertamente a favore delle classi abbienti specialmente dopo la sostituzione del ministro delle finanze De Stefani con Volpi di Misurata esponente del mondo della finanza e dell’industria elettrica. Gli osservatori anglosassoni affermano che Mussolini è riuscito a mettere ordine e disciplina nel Paese e avviare la crescita. Riprendendo Ugo Spirito il maggiore teorico del corporativismo, per il fascismo la corporazione è lo strumento basilare attraverso il quale la società viene assorbita dallo Stato; il trittico di Hegel (famiglia, società, Stato) viene superato e, per i credenti, viene trasformato nel trittico: Dio, Patria e famiglia. In altre parole, si eliminano i corpi intermedi e, in particolare, i sindacati di ispirazione socialista e comunista. E questo è molto apprezzato dagli imprenditori quanto osteggiato dai sindacati e dai neri americani – come riferisce ripetutamente Caretto. La corporazione non è soggetto economico – come l’impresa – ma è destinata a determinare in modi non meglio definiti le condizioni sociali dei rapporti economici o dei mercati. Un discorso – secondo me – molto fumoso, astratto, una sorta di fuga in avanti. Ma Spirito vedeva nella corporazione il superamento della contrapposizione tra liberalismo e socialismo con deboli analogie e forti differenze rispetto al dibattito condotto dai fratelli Rosselli ed altri esponenti della sinistra socialista e laica sul socialismo liberale e/o liberal socialismo.
2. L’interesse per il modello fascista si accentua nella fase in cui, dopo il Grande Crollo di Wall Street (1929), la crisi si trasmette all’economia reale e si trasforma nella Grande Depressione. Il candidato democratico F.D. Roosevelt non perde tempo e alla Convenzione democratica di Chicago del luglio 1932 illustra la sua proposta del New Deal. Il dittatore Mussolini parte avvantaggiato nell’assumere provvedimenti di nazionalizzazione delle banche e delle imprese creando nel 1933 l’IRI. Negli Stati Uniti e in Italia nel corso del 1933-35, si studiano e si confrontano i programmi di politica economica e di intervento diretto dello Stato nell’economia nel tentativo di uscire dalla crisi. Quindi non solo i tre precedenti Presidenti repubblicani (Harding , Coolidge e Hoover) ma anche il nuovo Presidente democratico F. D. Roosevelt seguono con attenzione gli sviluppi della politica italiana accreditando a Roma ambasciatori di alto rango. Ma in tutto il decennio precedente – come racconta bene Caretto – l’industria e la finanza nordamericana aveva investito in Italia e aiutato Mussolini anche con un prestito di J.P. Morgan che si rivelò decisivo per far rivalutare la lira sino alla famigerata quota 90 nel 1927 dopo una serie di svalutazioni conseguente a manovre speculative sui mercati. Analogia con quanto è avvenuto negli anni scorsi con l’euro?
L’idillio si rompe quando, nell’ottobre 1935, Mussolini attacca l’Etiopia e il Generale Graziani ne conquista la capitale nel maggio 1936. Si compromette ancora di più con l’adozione delle leggi razziali del 1938. Tuttavia non si interrompono i rapporti diplomatici vuoi per la forte presenza di italo-americani i cui voti erano apprezzati dal Presidente, vuoi perché, fino all’ultimo, Roosevelt sperava che Mussolini potesse riuscire a frenare le mire espansive di Hitler in Europa.
3. Sullo stato delle relazioni attuali rileva la questione dell’antieuropeismo crescente dei poteri forti americani (industria bellica che vuole mantenere il suo monopolio, nei media, nella stessa Corte Suprema), come reazione alle critiche europee alla Guerra all’Iraq del 2003 e alla politica estera di esportazione della democrazia, alla vecchia Europa fragile ed effeminata (Venere) rispetto all’America forte e guerriera (Marte) secondo la distinzione di Kagan. L’antiamericanismo in Europa viene identificato con le critiche europee alla mancata abolizione della pena di morte, al mancato riconoscimento del Tribunale penale internazionale, alla mancata restrizione sulle licenze di porto d’armi, per l’uso della tortura sui detenuti presunti terroristi, sull’uso poco discriminato dei droni, ecc.
A mio avviso, il problema più serio è che da qualche decennio il governo americano ha dovuto aggiustare la propria strategia ad occidente al Pacifico per via della forte crescita economica della Cina e delle altre tigri asiatiche e vorrebbe che l’Europa svolgesse un ruolo più incisivo non solo in Africa ma anche nel Medio Oriente. Cosa che in minima parte si è fatta.
Inoltre giocano non solo interessi di strategia politica e militare ma anche economici e finanziari per via dell’accelerazione della globalizzazione degli ultimi decenni. A cui recentemente si è aggiunto il c.d. Golpe silenzioso delle banche americane che con massicce cartolarizzazione hanno disseminato il rischio in giro per il mondo mettendo a dura prova la stabilità del sistema finanziario internazionale (Simon Johnson, The Atlantic, 2009).
Non è Il discorso vecchio del burden sharing (della suddivisione più equa del costo della sicurezza europea) ma qualcosa che, in qualche modo, gli assomiglia. È la questione non della guerra dei tassi ma del tasso di cambio dell’euro. lo dice pure Caretto, un euro forte fa gioco alla politica e al business USA. Si può sostenere come ha fatto Raguran Rajan nel suo libro “Terremoti finanziari”, che l’America raggiunge i suoi scopi assicurandosi che le massime istituzioni finanziarie del mondo siano gestite da uomini che parlano americano e con un passato in Goldman & Sachs on in altre banche d’affari americane. Ora la domanda è: chi aiuta chi? Tenendo il cambio sopravvalutato l’Europa aiuta non poco l’America e non viceversa. Questo non basta al Presidente Obama e perciò, negli anni scorsi, ha chiesto anche direttamente alla Merkel di fare di più modificando la politica dell’austerità – come suggerito anche da 6-7 Premi Nobel per l’economia. Ovviamente l’interscambio USA-UE aumenterebbe di più se l’economia europea uscisse dalla seconda recessione. Da qui anche la proposta di una Comunità atlantica. Come sappiamo, la Merkel e i governi di centro-destra che hanno la maggioranza nel Consiglio europeo preferiscono un euro forte e vogliono che i paesi membri euromed vadano avanti con la svalutazione interna dei salari e la riduzione dei prezzi. Così siamo giunti alla deflazione generalizzata. Colpa dell’America? Non credo proprio.
4. Caretto illustra a lungo il ruolo della destra americana anche estremista, militarista e fascisteggiante, dei neocon, e delle altre componenti politiche fondamentaliste che, a mio giudizio, in America sono molto più pericolose di quanto non lo siano in Europa. Caretto dimostra che esse hanno radici profonde nella heartland . Cita i dati di un sondaggio Gallup secondo cui gli americani si dicono conservatori nel 40%, moderati nel 35%, e liberal nel 20%. Il mood è chiaramente conservatore come in Europa. Tra Europa e America c’è una malcelata crisi di fiducia. È vero ma c’è sfiducia sul piano interno e internazionale. Ha ragione Rosanvallon (Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia), nel sostenere che i rapporti politici si svolgono in un clima di sfiducia reciproca. Caretto – correttamente secondo me -nega la c.d. morte delle ideologie e la fine della storia. Non c’è più la lotta di classe ma è prevalsa la logica dell’amico-nemico di Carl Schimtt e/o del “con noi o contro di noi” di Bush jr.
Nonostante il superamento del bipolarismo e l’avvento del multipolarismo, l’America rimane il gendarme del mondo e all’interno – dopo il Patriot Act del 2001, rinnovato anche da Obama – uno Stato di polizia. Controlla le mail e le telefonate di tutti comprese quelle della Merkel, sua migliore alleata. Se tutti sono sospettati e controllati, il passo è breve per arrivare al Grande Fratello e la democrazia degenerante può diventare una vera e propria dittatura – sia pure soft.
5. Ma se Roma piange Atene non ride. È noto che al Centro dell’Europa c’è un plateale deficit di democrazia rappresentativa per non parlare di quella deliberativa. Il Parlamento europeo e la Commissione sono emarginati dal Consiglio europeo. Non c’è una vera e propria autorità di politica economica e finanziaria direttamente legittimata dal voto popolare. C’è la Banca Centrale Europea che non solo gestisce, in modo autocratico ed inefficace, la politica monetaria e creditizia ma detta anche tutte le misure di politica economica e finanziaria che i Paesi membri devono eseguire scrupolosamente pena l’irrogazione di sanzioni amministrative. La BCE, ossessionata dall’obiettivo della stabilità dei prezzi, tuttora continua a chiedersi cosa potrebbe o dovrebbe fare con la deflazione (calo generalizzato dei prezzi) quando ci siamo dentro chiaramente da almeno sei mesi.
Questo delegittima non solo le istituzioni incompiute della Unione e dell’eurozona ma anche quelle dei paesi membri, aumentando la sfiducia nella politica e l’antieuropeismo.
L’Europa quindi non può impartire lezioni all’America perché anch’essa è in preda ad una deriva tecnocratica e autoritaria. Viviamo in un mondo interdipendente. Due terzi dei Paesi membri dell’ONU sono dittature più o meno soft. Come scrisse lucidamente Calamandrei nel 1950, “il problema della democrazia non è ormai, un problema italiano: è un problema europeo e mondiale”.

Categorie:storia Tag:

Renzi, la concertazione e la democrazia

Del dissenso dei sindacati sul Jobs Act, il Presidente del Consiglio dei ministri “se ne farà una ragione”. Ha voluto dire che a lui non interessa più di tanto il parere dei sindacati e, meno ancora, la concertazione con le parti sociali. Molti politici e molti commentatori si sono detti d’accordo con Renzi. Secondo me, vale la pena di ritornare sull’argomento perché, al di là del singolo episodio, la posizione del Presidente del Consiglio investe questioni molto rilevanti di funzionamento corretto della democrazia nel nostro Paese ed in Europa. Preso dal delirio di onnipotenza che colpisce quasi sempre i nuovi arrivati al potere, a Renzi sfugge che il problema della democrazia oggi non è quello della partecipazione alle elezioni pure in forte calo, ma quello della partecipazione diretta degli elettori e/o di loro rappresentanze qualificate al processo deliberativo. Quella della scelta dei governanti attraverso periodiche elezioni – peraltro non è il suo caso essendo arrivato al Governo per nomina del Presidente della Repubblica – non può essere più una delega in bianco su programmi generici, vaghi e convergenti al centro. Occorre riempire l’intervallo tra una elezione e l’altra con forme di consultazione e concertazione equivalenti alla partecipazione diretta al processo deliberativo.
In Italia, la concertazione ha conosciuto fasi importanti durante e dopo l’Autunno Caldo, nel periodo dell’unità sindacale negli anni 1971-83 e durante la crisi 1992-93 quando governo e sindacati sottoscrissero un’importante e storico accordo sulla politica dei redditi – poi rimasto inattuato in parti molto rilevanti. Rifiutando la concertazione Renzi rifiuta anche il modello di democrazia partecipativa e concertativa assunto nella Costituzione europea e nel TFUE. Già nei Trattati di Roma (1957) è previsto il Comitato economico e sociale che ha consentito la consultazione sistematica delle parti sociali a livello europeo. Poi è stato previsto il Comitato delle Regioni. Queste hanno rappresentanza diretta a Bruxelles e possono promuovere accordi tra le Regioni a partire da quelle frontaliere.
In Italia le Regioni non godono buona reputazione e le prospettate riforme costituzionali di Renzi prevedono un forte ridimensionamento del loro ruolo, ossia, un sostanziale ritorno allo Stato centralizzato. Questa spinta centralizzatrice è in forte contrasto con le tendenze decentralizzatrici e secessioniste presenti in molti paesi membri della UE, compresa l’Italia – vedi il caso del Veneto. È chiaro che dette spinte secessioniste non interessano l’UE ma i decrepiti Stati nazionali. Anzi, secondo me, l’UE assicura il quadro istituzionale regionalista che consente alle spinte secessioniste di manifestarsi in modo pacifico e, allo stesso tempo, e di rafforzare i confini esterni dell’Unione. L’auspicata transizione dell’Unione ad uno stato federale vero e proprio consentirebbe di mantenere l’Unità nella diversità. Nei limiti in cui detto quadro istituzionale dovesse regredire a vantaggio degli Stati nazionali in cui prevalessero le spinte centralizzatrici, la posizione dei movimenti secessionisti all’interno di essi potrebbe radicalizzarsi e diventare di più difficile gestione.
Ciò detto per il contesto europeo, a me sembra che Renzi si muova in due direzioni sbagliate: a) rifiutando la concertazione e la democrazia deliberativa in nome di una presunta esigenza di velocità e decisionismo; b) cercando di ridimensionare il ruolo delle Regioni con la drastica riduzione o addirittura totale eliminazione delle loro competenze concorrenti che esistono nella Repubblica federale tedesca e in altri Stati federali. Ciò facendo si muove non solo contro la Costituzione europea ma anche contro quella italiana. L’art. 1 della nostra Carta recita infatti che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. È contraddittorio che non si voglia riconoscere il ruolo fondamentale dei sindacati legittimi rappresentanti dei lavoratori. La forma di Stato prevista dalla Costituzione del 1948 è quella regionale. Negli ultimi 20 anni si sono fatti sforzi anche contraddittori per avviare la transizione allo Stato federale in coerenza con il modello federale che, prima o poi, dovrà attuarsi a livello centrale europeo. Adesso un ex sindaco ed ex esponente del partito dei sindaci che da decenni denuncia il neo-centralismo regionale, sta cercando di rovesciare la direzione di marcia, senza un’appropriata visione europea e mondiale della democrazia. Io spero che non ci riesca.

Categorie:democrazia Tag:

Gli insulsi attacchi di Renzi alla burocrazia.

Molti governi si sono rotti la testa inutilmente sul problema della burocrazia. La questione è posta male da Renzi. A suo dire, sembrerebbe che la burocrazia sia autoreferenziale e del tutto autonoma dalla politica e sia responsabile di tutti i mali che affliggono il Paese. E’ vero che l’alta burocrazia è organo costituzionale, ma le leggi sulla burocrazia le fa il legislatore. In fatto, c’è collusione tra il governo e l’alta burocrazia. In un scambio perverso il governo fa approvare dal Parlamento delle leggi che deresponsabilizzano l’alta dirigenza dello Stato. Quasi tutte le leggi proposte dal governo sono preparate dall’alta dirigenza dello Stato che sta attenta a coprire le proprie responsabilità. Intanto riesce a fare questo in quanto sa come coprire l’incompetenza e l’impreparazione di ministri che assurgono a tale carica senza alcuna esperienza e senza la capacità di circondarsi di gente competente. Lo stesso vale per i parlamentari. Quindi, il problema fondamentale è quello di eleggere un Parlamento che sia in grado di controllare efficacemente sia il governo che la burocrazia. Ma questo va contro il programma del governo ed il suo progetto di trasformazione del Senato. Si propone di concentrare le funzioni di controllo in un Senato non elettivo imbottito di Sindaci, di rappresentanti delle Regioni e di personalità della scienza e della cultura. Tutte persone senza esperienza di controlli. A metà anni ’90, sono stati abrogati i controlli esterni sui comuni, province e Regioni, in nome del federalismo malinteso. Ora questi signori del Senato proposto da Renzi dovrebbero controllare l’operato della burocrazia in generale. Per giunta i senatori non voterebbero il bilancio. Come dicono molti, un Senato di tal fatta sarebbe in qualche modo un doppione delle Conferenze Stato Regioni e Stato autonomie. Ma anche queste Conferenze non hanno mai svolto funzioni di controllo. Le ha svolte la Corte dei Conti che riferisce direttamente al Parlamento ma i conti di parificazione e i referti della CdC non sono stati mai presi sul serio dalle due Camere e, meno che mai, dal governo. Ricordo che nel modello aziendale, la funzione Budget and Control è in testa allo stesso organo. Così dovrebbe essere nell’assetto istituzionale. Il legislatore approva le leggi in quanto gli effetti previsti sono quelli desiderati. Lo stesso legislatore deve esercitare efficaci controlli durante e dopo la fase esecutiva e, alla bisogna, opera gli aggiustamenti e le correzioni necessarie alle leggi. Per fare questo serve un’Assemblea legislativa nel pieno dei suoi poteri legislativi e non un Senato evirato, sottodimensionato e senza le competenze necessarie. In questo modo, non si valorizzerebbe neanche il ruolo costituzionale ed ausiliario della Corte dei Conti. Forse vale la pena ricordare che il governo è il capo della burocrazia che svolge giornalmente la funzione esecutiva, ossia, applica le leggi. Di conseguenza attaccare la burocrazia equivale ad attaccare lo stesso governo. Negli ultimi tempi va molto di moda sparare sulla burocrazia come i banditi che entravano nei saloon del Far West e sparavano sul pianista che suonava lo spartito sbagliato. È un gioco perverso allo scaricabarile. La politica delegittimata cerca di scaricare le colpe sulla burocrazia ma è probabile che questi violenti attacchi alla burocrazia prima o poi si ritorcano contro l’attuale governo a prescindere dalle specifiche colpe e responsabilità.

Categorie:democrazia Tag:

Carlo Vallauri recensisce il “Sud puzza” di Pino Aprile

Troppo facile intitolare un libro Il Sud puzza, come fa Pino Aprile e pretendere di attirare l’interessamento anche dei meridionali chiamati in causa. Il libro edito da Piemme (2013) ha anche come sottotitolo parole significative di duplice significato “storia di vergogna ed orgoglio”. Dove mira l’autore, noto per importanti saggi (sempre dal titolo singolare e attraente come Elogio dell’imbecille?
Veniamo però subito alle cose essenziali trattate dall’autore (che punta sempre a sembrare contraddittorio, tanto che sin dalle prime pagine del libro cerca di contenere e spiegare contrapposte posizioni. Certo a noi le parole cancro, leucemia, malattie genetiche suscitano sentimenti di preoccupazione e, nel contempo, di umana misericordia: auguriamo ad Aprile di trovare udienza come merita per avere in sostanza – veniamo al centro autentico di quest’opera – indicato quegli elementi significativi che contribuiscono a spiegare appunto la sostanza che sommuove l’intero studio e quindi le ragioni che suscitano oggi la “vergogna” e quanto altro c’è di negativo accade oggi nel nostro Meridione. Ed in questo quadro, man mano che prosegue la lettura, puoi renderti conto dell’imprescindibile significato morale delle parole e del concetti esposti per sottolineare aspetti attualissimi del carattere decisamente negativo di quanto si constata nelle evenienze passate e presenti che si riscontrano appunto attraverso l’ampia analisi compiuta per redigere il testo. Tuttavia troviamo momenti di serenità nel leggere le pagine sulla “fiducia” che ancora merita di essere rappresentativa nei confronti di terre tanto angustamente violate dal “male”, come per emergono appunto da quei fatti raccolti e raccontati, rievocati con talento creativo, in vista appunto di spiegare la “maledizione”.
Ecco allora forte e chiaro il senso dei toni e degli argomenti utilizzati: lasciamo stare i “discutibili” (a nostro avviso) toni utilizzati e fissiamo invece l’intenzione sugli argomenti sostanziali contenuti nel libro che prendono di petto problemi essenziali con la narrazione di tante discutibili “presenze” che tormentano le nostre belle regioni, di un Sud martoriato: si passa dalla Taranto violata nella sua essenziale vita umana e produttiva a tante altre esperienze negative.
Dall’inquinamento che produce degrado ambientale all’indicazione di eventi “duri” in corso da anni lontani specialmente con riferimento alla criminalità nascosta. Ma la possibilità del riscatto viene enunciata come punto di riferimento da valorizzare. Al di là delle apparenze, pagina dopo pagina, quelle terre belle, tormentate riemergono allora con tutte le interessanti considerazioni personali, al di là delle strutture istituzionali delle varie forme organizzative che non facilitano certo il realizzarsi delle speranze che pure quelle terre meritano.
E cosa c’è dietro l’orgoglio che spesso spinge a compiere atti che non sempre contribuiscono ad innalzare il livello civile di quelle terre. La speranza di un avvenire migliore è rimessa alla capacità di superare l’empasse e comprendere meglio i sentimenti forti, anche se sotterranei, che percorrono la società meridionale e – osserva acutamente Pino Aprile – la rinnovano e la percorrono tutta, in ogni aspetto. Allora troviamo la parte più viva del libro attraverso la citazione di personaggi e di fatti che danno alla società civile del Sud una svolta sostanziale, al di là del brigantaggio antico e recente. Siamo al “risveglio” come si sottolinea in un bel capitolo di documentazione su esperienze di eventi storici e anche più recenti. E qui s’intreccia il discorso portato avanti con rigore sull’attività delle aziende del Mezzogiorno e in parte alla Campania, dove la popolazione cerca di difendersi da tanti “veleni” mentre i poteri pubblici non riescono mai a trovare forze e risorse per contrastare tanti veleni che violano quelle terre, provocando un senso di rabbia: ecco così venire in luce i sentimenti autentici che hanno provocato la spinta coraggiosa dell’autore ad entrare con senso di verità autentica nel profondo di una società appunto – come ben spiega questa complessa opera – che è stata avvilita da avvenimenti tormentati, da una serie di avvenimenti distruttivi, contro i quali si stenta a trovare i necessari modi di intervento e risveglio. Interessante il richiamo ai tentativi para-golpisti degli anni ’60 e ’70, nonché ad altri misteri oscuri nei quali l’autore penetra con cognizione di cause, precisione di riferimenti e capacità di comprensione e spiegazione dei fatti accaduti.
Sono tutte queste le motivazioni che spingono a consigliare la lettura di questo libro per poter meglio comprendere cosa c’è dietro e prima degli eventi stessi rievocati. Un veleno che non è solo quello materiale – sul quale l’autore interviene con ricchezza di documentazioni e spiegazioni, ma che risponde a un fenomeno sociale che rivela una sorta di impotenza delle istituzioni a esercitare interventi adeguati alla gravità e ripetitività degli eventi perniciosi. E l’altro nodo che Aprile cerca di sciogliere con le sue analisi acute e penetranti e che si permettono di acquisire un quadro esauriente, riscontrabile nei dati di fatto, di quel che avviene nel Sud che forse non è tanto spinto alla “rivoluzione” quanto all’evoluzione e cambiamento, alla rottura di tanti valori sin nell’intimo delle attuali rappresentanze istituzionali. Vi sono segnali, ampiamente descritti nel libro, che consentono di chiarire e distinguere fatti di ieri e di oggi, ben oltre le zone grigie. Cari compagni terroni (è meridionale anche chi scrive questa nota) è tempo di un maggior impegno per migliorare le condizioni del Sud è tempo di muoversi, al di là degli editoriali, di stupide operazioni politiche e mediatiche, per dimostrare che nel Sud esistono tanti elementi positivi e che dimostrano come il corso negativo può essere superato se si riesce meglio a cogliere la realtà effettiva dei territori, descritti con amarezza e indubbia capacità di comprensione dei fenomeni da parte di uno scrittore contraddittorio, per alcuni versi ma certamente critico di fronte alle nuove realtà emergenti.

Categorie:Argomenti vari Tag:

La ministra Madia scivola sulla riforma della pubblica amministrazione.

La ministra Madia, incaricata di affrontare in poche settimane il grande problema della riforma della pubblica amministrazione, ha partorito un vecchio topolino: prepensionare 85 mila dipendenti pubblici anziani ed immetterne altrettanti più giovani e gagliardi. La collega Giannini, ministro meno giovane alla pubblica istruzione, ha avuto modo di manifestare il suo dissenso ma la Madia va avanti imperterrita nonostante le critiche e le riserve che, da ultimo, ha manifestato la Ragioneria generale dello Stato sui costi dell’operazione. L’avvicendamento non è un’operazione a somma zero; non è indolore e non è dimostrato che la sostituzione di anziani con giovani di per se induca una maggiore efficienza. Quanto al costo, è chiaro che i prepensionamenti dei dipendenti pubblici centrali spostano i trasferimenti dal ministero del Tesoro all’INPS e se questo va in deficit, pagherà sempre lo Stato.
Intanto mi piace citare l’opinione sulla questione di un sindacalista di razza e un giornalista di vaglia come Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie – vedi la prefazione al loro libro “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia, Fondazione Bruno Buozzi, Roma 2014: p. 24 : “Pensare che si creino posti di lavoro ‘perseguitando’ gli anziani, spingendoli sempre di più verso la soglia della povertà, declassandoli a soggetti inutili, passivi e parassitari, alimentando risentimenti generazionali, è sbagliato non solo per elementari motivi etici ma anche per questioni prettamente pratiche: se la mamma dei bischeri è sempre incinta, di conseguenza bischeri si può essere a sessanta come a venti anni; l’utilità sociale, non ha nulla a che vedere con i dati anagrafici indicati sulla carta d’identità; se l’Italia ha attutito gli effetti perversi della crisi, il merito è di un welfare familiare che consente agli ultra trentenni senza ‘posto fisso’ di potere usufruire di un tetto e di un vitto garantito da mamma e papà (e questo discorso vale soprattutto per i precari che, al contrario, dallo Stato, lo stesso Stato che sembra avere in odio i pensionati, sono abbandonati); se il disagio sociale non si è trasformato in rivolta sociale, la ragione va ricercata nel fatto che i licenziamenti di massa per motivi economici (ben oltre quelli individuali prefigurati da Elsa Fornero) sono stati, in diversi casi, rivestiti con l’abito più elegante dei prepensionamenti ‘volontari’ o delle dimissioni anticipate e agevolate con uno ‘scivolo’ economico in prossimità del raggiungimento dell’età pensionabile (gli e le altre sollecitati più dai datori di lavoro che dai lavoratori)”.
Devo aggiungere che negli ultimi anni il numero dei dipendenti pubblici è stato ridotto di ben 315 mila unità . Rispetto alla Francia e all’Inghilterra abbiamo un numero di dipendenti pubblici più basso e, sulla base di una ricerca comparata della Corte dei Conti, di qualche anno fa, abbiamo anche il costo del lavoro più basso dopo la Germania. Il problema è che la giovane ministra non spiega come la riduzione e/o la sostituzione di personale di per se migliori l’efficienza della PA. Forse non si rende conto che la produttività del dipendente non discende solo dal suo sforzo individuale ma dalla qualità del management e dell’organizzazione del lavoro. Forse non si rende conto che l’efficienza costa perché bisogna investire sul capitale umano con la formazione permanente, con l’analisi e l’innovazione nelle procedure, con la dotazione di attrezzature sempre più moderne.
La proposta della ministra Madia non è un taglio lineare ma non ha niente a che fare con una seria riforma della pubblica amministrazione. Con le misure riguardanti le Province e, soprattutto, con quelle riguardanti il Titolo V, siamo davanti ad un processo di centralizzazione di molte competenze. Ora il primo problema è che il governo deve chiarire tutto ciò che riguarda il riparto delle competenze perché questo ha evidenti conseguenze sull’organizzazione non solo degli uffici centrali ma anche di quelli che fanno capo ai livelli di governo sub-centrali. In breve, non si è ancora capito se questo governo vuole andare avanti con l’attuazione del federalismo e/o decentramento o se vuole tornare indietro ad uno Stato centralizzato. Se questa ultima fosse la strada scelta – come appare probabile – diventerebbe molto rilevante l’ipotesi della mobilità sollevata dalla Madia. A suo tempo, negli anni ’70, non funzionò il trasferimento dal centro alle periferie dei dipendenti pubblici. È sicura la ministra della pubblica amministrazione che la mobilità funzionerebbe dalla periferia al centro? E a quale costo?

Categorie:federalismo Tag: