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Archivio Maggio 2014

L’Estate gloriosa delle Repubbliche partigiane

La miseria del presente spinge molti autori a tornare periodicamente ad occuparsi della Resistenza. Per l’occasione del loro 70mo anniversario è stata riesumata una ricerca sulle Repubbliche partigiane, promossa venti anni fa dalla Fondazione Brodolini, e pubblicata dagli Editori Laterza nel dicembre 2013 con il contributo dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti ANPPIA. Il ritardo evidentemente non ha inciso sulla bontà della ricerca.
A suo tempo, alcuni di noi avevano letto di Calvino: “Il sentiero dei nidi di ragno” e i racconti “Ultimo viene il corvo”; di Fenoglio: “Primavera di bellezza” (1959), “Il partigiano Johnny” (postumo, 1968); di
Meneghello: “I piccoli Maestri”. E poi, come lavoro strettamente storico, la Storia della Resistenza (1953) di Roberto Battaglia, anche nella versione abbreviata con Giuseppe Garritano (1971). Solo negli ultimi mesi sono stati pubblicati un decina di libri (romanzi, memoriali, storie di amore tra partigiani, ecc.). E si potrebbe continuare.
Qualche mese fa ho presentato il libro di Ennio Caretto, “Quando l’America si innamorò di Mussolini, Editori Internazionali Riuniti, dicembre 2013. Devo dire che si tratta di un libro sul fascismo non solo negli anni ’20 e ’30 ma anche dagli anni ’40 sino ad oggi sia in America che in Italia. Quindi anche esso potrebbe essere interessante per l’ANPPIA.
Come noto, Mussolini, per oltre 13 anni, ebbe l’appoggio incondizionato e fattivo del business e della politica bipartisan USA; quindi anche da parte del Presidente Franklin Delano Roosevelt. L’idillio durò sino al 1935-36 quando l’Italia attaccò e conquistò l’Etiopia; i rapporti USA-Italia peggiorarono ancora quando, su pressione di Hitler, Mussolini adottò le leggi razziali (1938). E raggiunsero il punto più basso quando il 10-06-1940 l’Italia attaccò alle spalle la Francia – già sconfitta dalla Germania. FDR aveva fatto molti tentativi per tenere l’Italia fuori dal conflitto ma non ci riuscì.
Ai nostri fini, voglio citare questo episodio emblematico. L’8 luglio del 1941 l’ambasciatore USA a Roma Phillips che, prima aveva ammirato il Duce, scrisse allo State Department : “il tempo di Mussolini è finito e l’Italia, se ne avesse la possibilità, se ne sbarazzerebbe”…….Phillips fece presente al suo governo che “erano possibili sia un colpo di Stato militare sia una rivolta popolare contro il regime fascista, e che l’America avrebbe dovuto prendere contatto con la Resistenza”. Considero questo episodio come un antefatto o, quanto meno, una testimonianza significativa – non il solo ovviamente – rispetto a quello che va ad accadere da lì a poco, quando, dopo 20 anni di dittatura, di compressione della libertà, esplodono spontaneamente i primi tentativi di autodeterminazione e democrazia vera.
Purtroppo nessuna delle due previsioni dell’Ambasciatore Phillips si verificò, ma dopo l’8 settembre 1943, un grande movimento spontaneo avvenne: inizia la Resistenza da parte dei militari giovani e maturi (sbandati e non) e di civili che combattono come meglio possono le forze di occupazione senza aiuti di sorta da parte del Regno del Sud nè da parte degli Alleati. L’antefatto storico più importante è che nel maggio-giugno 1944 gli alleati anglo-americani avevano sfondato la c.d. Linea Gustav ed avevano messo sotto controllo l’Italia Centrale. I comandi partigiani pensarono allora che gli alleati avrebbero liberato presto il resto del Paese e decisero di attaccare le forze nazi-fasciste alle spalle per indebolirne i tentativi di fermare l’avanzata degli alleati. Queste operazioni ebbero successo in diverse Regioni d’Italia in aree abbastanza vaste specie in zone montane e in alcune Valli ma non riuscirono a stabilire la “saldatura” tra reparti partigiani e truppe alleate. I tedeschi riuscirono a fermare gli alleati lungo il crinale dell’Appennino tosco-emiliano, c.d. Linea Gotica e, così, le lotte partigiane dureranno ancora per due inverni (1944 e ’45) sino alla Primavera del 1945. Le Repubbliche partigiane (una ventina circa), in buona sostanza, vissero una sola Estate: quella del ’44.
Attestati sulla linea Gotica, relativamente più facile da difendere, i Comandi nazi-fascisti poterono liberare parte delle loro forze dedicandole alla lotta contro le forze partigiane comparativamente male equipaggiate e male armate. Proprio per questi motivi, in alcuni casi, la repressione tedesca delle Repubbliche Partigiane e non solo di esse ebbe facile successo e fu spietata – come molti sanno. La loro fine fu decretata dal Generale Alexander, capo delle forze alleate del Mediterraneo che, con il suo Proclama del 13-11-1944, ordinava la cessazione delle attività fino ad allora condotte per via dell’inevitabile sospensione e/o rallentamento delle operazioni causato dalla stagione invernale e la necessità di meglio prepararsi alla campagna finale del 1945: in pratica i partigiani dovevano ritirarsi in montagna.
Nunzia Augeri che nel 2011 ha pubblicato per Spazio tre, un omonimo libro, distingue tre modelli diversi di Repubbliche Partigiane: a) quello in cui i capi partigiani assumono direttamente i compiti politici e amministrativi (vedi i casi di Camporcher in Val d’Aosta e di Valsesia in Piemonte); b) quello in cui le forze partigiane nominano dei commissari politici (caso di Montefiorino in Emilia); c) last but not least, i casi in cui vengono formate delle giunte formate da personale civile in rappresentanza dei partiti politici impegnati nella Resistenza. In queste ultime, non di rado, si votava per alzata di mano – come si fa tuttora nelle piccole comunità svizzere. In Val d’Ossola la Giunta Provvisoria comunale si dà carico del pagamento degli stipendi; si studia l’emissione di un prestito da collocare nella vicina Svizzera; si impongono anticipazioni sulle future imposte straordinarie del dopoguerra. E’ chiaro tuttavia che l’obiettivo primario delle Repubbliche fu la logistica, ossia, l’approvvigionamento di beni di prima necessità per potere sopravvivere alla macchia, in alcuni casi, anche con requisizioni ed operazioni anche violente come, ad esempio, rapine anche alle banche. Un altro importante obiettivo delle stesse fu il controllo dei prezzi perché il calmiere, imposto dal governo fascista, in realtà, non funzionava e aveva dato luogo al mercato nero. Un altro aspetto che mi ha interessato molto come studioso di scienze delle finanze è la questione delle imposte. In alcune Repubbliche viene abrogata subito la odiosa imposta sul celibato e si cerca di far funzionare al meglio il servizio della riscossione dei tributi; nella Carnia si arriva all’abrogazione di tutte le imposte dirette e indirette e all’istituzione di un’unica imposta progressiva sul patrimonio con aliquota del 2% per patrimoni sino a 300 mila lire e dell’8% per patrimoni superiori al milione di lire. Quindi una imposta fortemente progressiva. Nel Basso Astigiano si erano prontamente ristabiliti i sindacati liberi che nel 1923 erano stati sciolti da Mussolini, sostituiti con quelli fascisti e, successivamente, immessi all’interno delle Corporazioni con l’obbligo della leale collaborazione con i datori di lavoro.
È bene precisare che il lavoro dei ricercatori della Fondazione Giacomo Brodolini, come da mandato, riguarda soprattutto l’Intendenza e, appunto, queste esperienze di autogoverno che nascono, da un lato, dai 20 anni di compressione della democrazia locale e non solo di quella nazionale e, dall’altro, dalla necessità di motivare i combattenti volontari e, allo stesso tempo, mobilitare le popolazioni civili attorno a loro. Il lavoro dei ricercatori non consiste solo nella raccolta e nell’assemblamento dei documenti che provano l’attività delle Repubbliche Partigiane. Per queste e per le c.d. zone libere, infatti, c’è una presentazione che contestualizza quei documenti e descrive le situazioni particolari in cui le forze partigiane e i civili coinvolti si trovarono ad agire.
La forte partecipazione dei militari sbandati e non (giovani ed anziani) e di giovani civili alla Resistenza piemontese, il fiorire della stampa locale sono messe in luce da Gabriella Spigarelli.
La situazione più difficile in Lombardia e nell’Oltre Po pavese, dove il comando tedesco utilizzava una famigerata divisione composta da ex prigionieri calmucchi e da reparti fascisti della R.S.I. è bene descritta da Paolo Saija.
Le problematiche e i contrasti insorti per le diverse impostazioni che originavano, da un lato, dalla posizione di Togliatti (il compagno Ercoli, tornato in Italia dopo l’8 settembre 1943) e, dall’altro, di quella del CLNAI non sempre convergenti e non sempre pacificamente recepite a livello locale sono tenute presenti da Fiammetta Fanizza.
La particolare situazione delle Repubbliche partigiane emiliane, le più prossime all’area bellica della Linea Gotica e, quindi, con le maggiori difficoltà di rapporto tra partigiani e popolazioni civile, è bene illustrata da Simonetta Annibali.
Come osserva lo storico Carlo Vallauri che ha coordinano le ricerche e curato la pubblicazione del volume, nei materiali raccolti e nella presentazione degli stessi, ci sono spunti interessanti per una riflessione più attenta su quella drammatica fase storica che non sempre sono analizzati attentamente nei manuali scolastici, nei saggi di storia e/o nella pubblicistica rivolta ai giovani delle generazioni successive. Da segnalare anche l’appassionata prefazione al volume di Guido Albertelli dell’ANPPIA che ringrazio per aver sostenuto meritoriamente la pubblicazione della ricerca della FGB.
Nel volume non ci sono i partigiani in azione, ci sono alcuni nomi dei Capi. Ci sono documenti importanti delle Repubbliche partigiane. Si stiamo parlando della Resistenza senza il mito, ma la storia non è solo sequenza di gesta eroiche. È fatta anche di questioni minori, di amori e di stupri, di sesso più che di amori secondo Sergio Luzzatto che ha fatto una bellissima recensione del recente libro di Giulio Questi “Uomini e Comandanti”, Einaudi, 2014 e, prima di tutto, di logistica, approvvigionamenti e questioni politiche ed amministrative del e per il territorio con esperienze fortemente innovative che preannunciano qualche principio fondamentale della Costituzione Repubblicana, nella specie, l’art. 5 che riconosce e promuove le autonomie locali.
Esperienze non nuove che trovano altri precedenti più consolidati in tempi di pace all’inizio del XX secolo in molti comuni italiani dove l’autogoverno locale aveva conosciuto un certo rinascimento e si erano sperimentati anche strumenti di democrazia diretta come il referendum.
Senza retorica, menziono che l’Italia a livello locale ha conosciuto una grande civiltà comunale tale da far sostenere al Partito dei Sindaci degli ultimi venti anni che il nostro federalismo doveva essere un federalismo municipalistico: un assetto istituzionale sconosciuto nelle democrazie avanzate.
Se io penso al degrado della democrazia locale degli ultimi 20 anni, causato anche dall’elezione diretta dei sindaci, dal loro abuso del potere e dallo scarso uso da parte degli stessi di strumenti di democrazia deliberativa e/o di partecipazione diretta dei cittadini al processo decisionale a livello locale – si intende con le dovute eccezioni e cautele – , personalmente ho qualche motivo in più per valorizzare la breve e luminosa esperienza delle Repubbliche partigiane che, tragicamente, conferma ancora una volta che gli italiani sanno dare il meglio di se stessi solo in stato di necessità.

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È vero cambiamento?

Per un paio di decenni, il partito dei sindaci irresponsabili (PSI), con le dovute eccezioni, ha chiesto il federalismo municipalista che non c’è in nessuna democrazia avanzata del mondo. Da tre anni, dopo gli scandali occorsi in alcune regioni, non si parla più di federalismo anzi si sono rafforzate vieppiù le spinte centralizzatrici. Per decenni il PSI ha temuto un presunto neo-centralismo regionale imponendo un sistema c.d. a tre punte per cui i Comuni ricevono trasferimenti sia dalle Regioni sia dal governo centrale. Ora eminenti rappresentanti del PSI si sono impadroniti del potere centrale. La vittoria alle elezioni europee del Partito Democratico mentre è benvenuta nei limiti in cui ha posto un argine alle forze antieuropee preoccupa nei limiti in cui consolida il potere centrale degli ex-sindaci, aprendo incerte prospettive per le riforme costituzionali a cui essi assegnano una forte priorità. Il rischio è alto che si vada avanti con la demolizione dello Stato regionale, previsto dalla Costituzione del 1948, a cui alcuni volevano dare un’impronta più schiettamente federalista in armonia con il nascente Stato federale a livello europeo. Preoccupa perché il Paese non può stare in transizione permanente. Per 25 anni verso il federalismo, ora si inverte la marcia e si torna verso lo Stato centralizzato.
So che il mio discorso è impopolare ma devo dire quello che penso. Dopo la vittoria di oggi, temo che il PD di Renzi andrà più decisamente avanti con la revisione del Titolo V della Costituzione (riformato nel 2001), additato da molti come la causa principale del malfunzionamento della macchina della pubblica amministrazione. La verità è che questa non funzionava bene neanche prima della riforma del 2001 e che la legge delega n. 42 del 2009 di attuazione del federalismo, a sua volta, attende ancora di essere attuata. Ma questo non viene spiegato alla gente e dopo aver “riformato” le Province a furore di popolo (o meglio di alcuni opinionisti dei grandi giornali), ora tocca alle Regioni ordinarie e/o speciali che siano. Non a caso, non si parla più di Senato federale ma di Senato delle autonomie. Infatti il progetto non è semplicemente quello di superare il bicameralismo perfetto – che peraltro c’è e funziona bene negli Stati Uniti – ma quello di arrivare ad un sistema monocamerale camuffato e centralizzato. Il progetto è di togliere la fiducia al Senato e cancellare le competenze concorrenti che ci sono in tutti gli Stati genuinamente federali come ad esempio gli Usa e la Repubblica federale tedesca (RFT). In altre parole, non solo si intende tornare indietro alla situazione ante riforma del 2001 con un’accentuata compressione dei poteri legislativi delle Regioni, ma si intende cambiare la forma di governo andando verso il modello un uomo, un programma e una maggioranza blindata.
Il PSI in questo modo si illude di massimizzare i propri spazi di autonomia e libertà ora che alcuni suoi rappresentanti controllano più saldamente il Centro. Si illudono perché restano i ferrei vincoli del Patto di stabilità interno e perché non vedo nel programma del governo alcun progetto serio che restituisca autonomia tributaria agli stessi Comuni che dicono di difendere. Al contrario abbiamo tutti sotto gli occhi l’immane pasticcio delle imposte municipali une e trine, ereditato dal governo dei tecnici incompetenti di Monti e da cui né il governo Letta né quello attuale “dei sindaci” riescono a venirne a capo. Se c’è vero federalismo o – se si vuole – vera autonomia quando c’è suddivisione della sovranità legislativa anche in materia fiscale e se restano, come sembra probabile, i ferrei vincoli del Patto di stabilità interno anche per il “governo dei Sindaci” è alto il rischio che l’annunciata riforma del Senato delle autonomie sia l’ennesima operazione gattopardesca per cui si cambia tutto per non cambiare niente. Un congruo gruppo di Sindaci in carica – secondo il progetto – potrà ricoprire la carica di Senatore , però, senza potere mettere becco sulle leggi finanziarie che li riguardano da vicino. Discorso analogo vale per i Senatori eletti e/o scelti in rappresentanza delle Regioni.
Ora, con o senza le riforme costituzionali che, sia ben chiaro, riguardano le sovrastrutture e non le strutture, i problemi più urgenti e drammatici restano quelli della crescita economica, delle migliori politiche per l’occupazione e della giustizia sociale. Rispetto a questi problemi abbiamo avuto nei giorni scorsi il dato che conferma la crescita negativa del primo trimestre del 2014 , oggi, quello del calo dei consumi e che le chiacchiere, gli annunci e l’ennesimo provvedimento sul lato dell’offerta del mercato del lavoro non funzionano. Non è sufficiente ai fini del rilancio della domanda interna lo stesso provvedimento degli 80 euro tanto propagandato. Serve una svolta radicale di politica economica e finanziaria non solo a Roma ma anche a Bruxelles, anzi, prima in Europa e immediatamente dopo in Italia, visto che con il Fiscal Compact e gli annessi protocolli ci siamo legati mani e piedi alle decisioni del Consiglio europeo. E qui gli affari si complicano perché c’è un serio problema di democrazia sia in Italia sia in Europa. Non basta dire abbiamo cambiato verso in Italia adesso lo cambiamo in Europa. Non servono le guasconate e altre manovre gattopardesche. Molto probabilmente ha ragione Alan Friedman che intitola il suo recente libro sull’Italia “Ammazziamo il Gattopardo”. Con l’occhio disincantato del giornalista americano aggiunge “la gente ha capito. I politici no. Il Paese vuole cambiare. Davvero”. Io non sono sicuro che la gente abbia capito veramente. Di certo il Paese ha bisogno di una svolta seria ed urgente nella politica economica e finanziaria dell’Italia (e a monte dell’Europa) se vuole uscire da una delle due crisi più gravi di questa Repubblica. Chi sia il Gattopardo di turno lo lascio indovinare alla gente.

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L’Europa un gigante incatenato.

Abbiamo già visto nelle stesse parole di Martin Schulz, Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa? Fazi editore, 2014 che l’UE non è un mostro burocratico e come nascono e si sviluppano le complicate direttive comunitarie. I funzionari europei prima devono conoscere le legislazioni di 27 Paesi membri (PM) e poi armonizzarle ed elaborare regole comuni non alla lettera ma adeguatamente differenziate per tener conto delle diverse situazioni e preferenze, senza determinare conflitti di interesse tra i diversi PM.
Abbiamo visto anche nella recensione del libro di Massimo D’Alema i vari aspetti del c.d. deficit democratico che caratterizza il lento processo decisionale europeo. Sono questioni che investono i problemi della democrazia in Italia, in Europa e nel mondo. A livello europeo il primo obbiettivo è quello di completare un assetto istituzionale rimasto monco, come previsto dal Trattato di Maastricht 22 anni fa. Serve una riforma dei Trattati che dia all’UE un vero governo centrale con una “doppia suddivisione (orizzontale e verticale) dei poteri a maggiore garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini europei (Madison).
Anche Schulz dedica il I capitolo del suo libro alla questione della democrazia in Europa. Sostiene che il Consiglio europeo (Conseur) non è adatto alle decisioni veloci. 25 riunioni per arrivare nel maggio 2012 ad approvare un piano per la crescita sostenibile poi affossato nel novembre successivo al momento della discussione delle prospettive finanziarie 2014-20. Il Conseur, in questi anni, ha dimostrato una forte propensione a rinviare e spacchettare i diversi problemi non di rado senza una visione di insieme schiettamente unitaria, al di sopra ed in sintesi degli interessi dei governi dei PM. Insieme alla Commissione e/o ai commissari nominati dai governi dei PM, Conseur e Comeur sono il problema istituzionale da risolvere – in parte avviato con la designazione diretta della Presidenza della Commissione a cui Egli è candidato.
Il capitolo 2 analizza gli scenari che si potrebbero delineare se fallisse l’Europa. Sono quattro: a) la fine dell’euro e il ritorno al marco; b) la reintroduzione di dazi protettivi e di altri freni al commercio intracomunitario; in altre parole, la fine del grande mercato interno che, peraltro, potrebbe entrare in conflitto anche le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio; c) politica estera. Vero è che l’alto Rappresentante non ha combinato gran che ma, al di là, dei limiti della persona, questo è dipeso dalla protervia dei governi dei PM che vogliono continuare a giocare in proprio la partite più rilevanti, pensando ancora di contare qualcosa in un assetto multipolare dove pesano i grandi blocchi. Tornare indietro – sostiene Schulz – sarebbe lasciare l’Europa senza voce, senza un ruolo rilevante, senza un numero telefonico per quanti vogliono parlare con l’entità collettiva e non con i singoli PM; d) il quarto scenario è quello del ritorno a un bieco nazionalismo. Anche se può sembrare un’ipotesi estrema, il rischio che essa possa guadagnare terreno non può essere sottovalutato. Infatti, sappiamo che i governi dei PM – chi più e chi meno, sono in preda a rigurgiti nazionalistici. Di fronte alla loro incapacità di risolvere da soli certi problemi, con toni populistici, sono gli stessi governi sub-centrali che alimentano la sfiducia verso l’Europa e ne delegittimano le istituzioni. E tali comportamenti si aggraverebbero ove alcuni PM cominciassero ad adottare misure anche parziali dei primi scenari. L’eventuale uscita dall’euro di PM con forte peso negli scambi intracomunitari determinerebbe una reazione a catena difficilmente controllabile. Non mi diffondo su questo punto sul quale c’è un’ampia letteratura e ci sono anche calcoli più o meno attendibili. Il punto fondamentale, a mio giudizio, è che uscendo dall’euro, da un lato, le difficoltà di risolvere i problemi uti singoli, aumenterebbero, dall’altro, si creerebbero danni non solo a se stessi ma anche agli altri paesi membri perché aumenterebbe la instabilità finanziaria anche in ambito allargato. Uscendo dall’euro non si torna ad una situazione “business as usual”, ma si cadrebbe dalla padella nella brace. La moneta unica è stata e rimane una grande conquista dell’approccio funzionale anche se questo ora non basta più. Il problema non è l’euro di per sé ma la gestione del suo cambio. L’euro è sopravvalutato – nei mesi scorsi anche la BCE ha cominciato ad ammetterlo – e questo danneggia molto i PM che hanno problemi di bassa produttività e competitività. L’euro forte per contro aiuta in fatto la ripresa americana mentre frena quella dei paesi euromed. La Germania che potrebbe tollerare anche un cambio euro/dollaro nell’ordine di 1,50, in questo modo, si dimostra la migliore alleata di Obama. In materia valutaria, la BCE ha fatto fin qui la politica dello struzzo ignorando il problema e nascondendosi dietro la mancanza di norme esplicite nel suo Statuto. Proprio ieri (19-05-14) l’Agenzia Reuters ha registrato la presa di coscienza (un via libera?) da parte del Governatore della Bundesbank Weidmann all’esame del problema da parte della banca centrale. Voglio sperare che non si tratti solo di una mossa elettorale per contrastare l’avanzata dei partiti anti-euro.
Nel terzo capitolo Schulz parla di un nuovo inizio che, evidentemente, implica la riapertura del cantiere europeo delle riforme istituzionali. L’assetto del Trattato sul funzionamento dell’Unione, definito a Lisbona, dopo l’accantonamento del Trattato costituzionale firmato a Roma del 2004, ha mostrato tutti i suoi limiti. L’attuale governance europea fa acqua da tutte le parti e ce lo dice un uomo politico di lunga lena, dalla veduta luna e fortemente impegnato nel Parlamento europeo di cui è Presidente uscente.
Schulz vuole il rinascimento della democrazia europea, la difesa del modello sociale europeo e la lotta al capitalismo e alla finanza rapaci. Non è poco né una missione impossibile. Ma l’Europa così com’è non può fermarsi, deve andare avanti – è la tesi conclusiva del quarto e ultimo capitolo. Serve un’Europa, unita, efficiente ed efficace per perseguire la giustizia sociale e giocare le sfide planetarie che ha davanti. La sua non è una visione eurocentrica ma mondialista. Pensa all’economia sociale di mercato a livello mondiale. L’Europa ha tutti i numeri per affrontare queste sfide e farcela se si tolgono i ceppi al Gigante incatenato, se si allentano i vincoli troppo stretti che non consentono il rilancio della crescita e dell’occupazione dei paesi in difficoltà. Questo è il messaggio fondamentale che Martin Schulz ci trasmette argomentandolo in modo brillante e con meticolosità tutta tedesca. Lo ripeto non è una missione impossibile ma insieme e, con convenienze reciproche, ce la possiamo fare.

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D’Alema sull’Europa e non solo.

Nel 2013, 7 Paesi della UE erano al sesto anno di recessione. L’economia europea nel suo insieme era caduta nella doppia recessione, come avevano previsto molti economisti americani nel 2009. Con una tenacia degna di miglior causa il Consiglio europeo (Conseur) ha imposto una rigida politica di austerità che sta minando la fiducia nella bontà del progetto europeo. In vista delle elezioni europee, ormai imminenti, molti candidati hanno scritto libri che fanno il punto della situazione. Uno di questi è quello di Massimo D’Alema, Non solo euro. Democrazia, lavoro, uguaglianza. Una nuova frontiera per l’Europa, Rubbettino, 2014. Come scrive l’autore, il libro raccoglie idee e convinzioni che ha maturato svolgendo il suo ruolo di presidente della Fondazione Italianieuropei e della Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Come molti esperti ed esponenti del Partito socialista europeo, D’Alema è convinto che occorra imprimere una svolta radicale alla politica europea dell’austerità per un programma che punti alla crescita sostenibile, alla lotta alla disoccupazione 12% (27 milioni di persone), per un rilancio del progetto europeo che restituisca fiducia e speranza in un futuro migliore.
Condividendo quasi del tutto le misure di politica economica suggerite da D’Alema per fare uscire l’Europa dalla recessione e dalla depressione, in questa presentazione, mi concentro sulla prima questione europea che è quella del deficit democratico. Grazie all’impegno di Altiero Spinelli a partire dagli anni ’70 abbiamo avuto prima un parlamento eletto indirettamente e, ora, direttamente. Per la prima volta, ora si voterà per la designazione diretta del Presidente della Commissione per sottrarre questa prerogativa ai governi dei Paesi membri (PM) in preda a rigurgiti nazionalistici.
L’accelerazione della globalizzazione produce continui mutamenti. Le crisi finanziarie mal gestite producono incertezza , distruggono la fiducia , richiedono grande capacità di adattamento. La innovazione tecnologica impone la formazione permanente e diversi cambi di lavoro nella vita . Se l’austerità, alias, svalutazione interna dei salari e dei prezzi, produce recessione, depressione e disoccupazione di massa, è chiaro che aumenta la paura e la disperazione. La paura di chi ancora ha un posto di lavoro e teme di perderlo e la disperazione di chi lo cerca e non lo trova.
La politica della paura si coniuga con quella della sfiducia. La risposta della politica nell’era della sfiducia non è la velocità come il Presidente Renzi pretende di imporre all’Italia dove, peraltro, la situazione è molto più grave che negli altri PM dell’UE. Infatti da noi non c’è fiducia reciproca neanche all’interno della maggioranza di governo e Renzi che non si fida del suo partito, dei suoi alleati e, meno che mai, dell’opposizione grillina continua a imporre voti di fiducia. Di questo passo, non credo che Egli possa andare lontano qualunque sia l’esito delle elezioni europee.
In Europa, lo spodestamento del Parlamento europeo (PE) e la declassificazione della Commissione europea (Comeur) da embrione di un vero governo ad ufficio studi del Consiglio europeo (Conseur) e l’assurgere di questo ad un ruolo di primo piano, specialmente in questa lunga crisi, ha consegnato i PM dell’Unione nelle mani della Troika (formata dai rappresentanti nominati dalla BCE, FMI e Comeur), a sua volta egemonizzata dalla BCE che ha imposto, in questi lunghi anni, una linea di politica di stampo monetarista, nello specifico, quella che chiamiamo la politica di austerità, in breve, risanamento dei conti pubblici e contenimento dell’aumento del debito pubblico a scapito della crescita economica e dell’occupazione. Una linea che in Europa è passata non attraverso un grande dibattito democratico all’interno del PE e/o di quelli dei PM ma attraverso l’adozione del metodo intergovernativo a scapito di quello comunitario che, quando utilizzato nel passato, ha prodotto decisioni migliori. L’alibi è stata l’urgenza della crisi e la necessità di agire in un contesto politico generale di assenza di fiducia tra i governi dei PM e, peggio ancora, tra i cittadini-elettori ed eletti all’interno dei diversi PM.
Dopo un lungo e lento processo di elaborazione, si sono definiti dei Trattati intergovernativi come se si fosse trattato di paesi che avessero sporadiche relazioni internazionali e non fossero componenti di una Unione. In Italia nel 2012 si arriva alla loro ratifica dopo un breve e superficiale dibattito concluso in Parlamento a colpi di fiducia – imposti sempre da un governo nominato dal Presidente della Repubblica – e meno che mai spiegati bene all’opinione pubblica nei loro complessi aspetti tecnici. Il mantra è stato: la crisi è grave e l’Europa ci impone il pareggio di bilancio. Da qui la ratifica del Fiscal Compact, la modifica dell’art. 81 Cost e l’approvazione successiva della legge rinforzata n. 243 del 24-12-2012.
Dopo decenni di dibattiti inconcludenti sul come era stato aggirato sistematicamente , si arriva ad una modifica dell’art. 81 Cost solo perché la Merkel non si fidava dell’Italia – una cicala come altri paesi euromed – e chiede che l’impegno al risanamento dei conti pubblici sia reso più cogente da una migliore riscrittura dell’articolo citato. Si alza il livello della fonte del diritto come se questo bastasse ad incrementare l’impegno a conseguire gli obiettivi concordati e/o imposti.
Con i regolamenti successivi (Sixpact, Twopact, Europlus) a livello europeo si arriva ad uno stringente meccanismo di coordinamento delle politiche economiche che verticalizza il processo decisionale e ne accentua il carattere tecnocratico e autoritario. In termini positivi, si è adottato un nuovo calendario delle procedure di bilancio per i PM mentre, contraddittoriamente, si lasciano poco variate quelle relative all’approvazione del bilancio della stessa UE – non casualmente individuato come “Prospettive finanziarie”.
Il semestre europeo inizia ai primi dell’ anno dopo la presentazione da parte della Comeur del Rapporto sulla crescita e si conclude a fine giugno con l’adozione formale da parte del Conseur delle raccomandazioni ai singoli PM. Il secondo semestre è lasciato ai governi sub-centrali dei PM che possono apportare gli aggiornamenti al DEF tenendo conto dell’evoluzione congiunturale e, quindi, sulla base delle raccomandazioni del Conseur elaborare le loro leggi finanziarie . Esaminati anche tutti gli altri documenti interni si potrebbe arrivare, in questo modo, all’approvazione definitiva della legge di stabilità al più tardi a fine settembre in modo che Regioni, aree metropolitane, province e comuni abbiano il tempo necessario per potere approvare le loro leggi finanziarie e bilanci preventivi – in ogni caso entro la metà di dicembre. Sarebbe quanto mai opportuno che il secondo semestre fosse opportunamente suddiviso tra i diversi livelli sub-centrali. Per esempio : tre mesi (di fatto due) per il governo nazionale; due mesi per le regioni ed almeno uno per gli enti locali. In fatto il governo italiano ha rinviato a metà Ottobre la presentazione della sua legge di stabilità che viene approvata alla vigilia di Natale e costringe Regioni e EELL a rinviare l’approvazione dei loro bilanci, non conoscendo la misura esatta dei trasferimenti che riceveranno dal governo centrale.
Come è stato fatto nel 1992 con la politica monetaria, venti anni dopo, si è centralizzata anche la politica economica e finanziaria con differenze formali e sostanziali. La prima trova il suo centro decisionale nella BCE, la seconda formalmente nella Comeur e sostanzialmente nel Conseur. Come noto, questi organi sono egemonizzati dalla RFT che opera anche per interposta persona, ossia, attraverso tecnocrati che sono scelti e nominati proprio perché condividono le politiche economiche volute dal governo tedesco. Come se tutto questo non bastasse, alcune sentenze della Corte costituzionale tedesca hanno ammantano di un velo di legittimità quanto va facendo il governo tedesco laddove impongono ad esso uno stretto controllo parlamentare preventivo e successivo su tutte le misure legislative di politica economica e monetaria che si discutono e si approvano a Bruxelles e a Francoforte. Recentemente siamo arrivati al paradosso per cui sulla base di un ricorso presentato da politici e uomini d’affari tedeschi che sollevava dubbi di legittimità costituzionale circa le misure di politica monetaria adottate nel 2012-13 dalla BCE, con decisione di alto buon senso la Corte di Karlsruhe ha respinto il ricorso affermando la sua incompetenza. Questo lo dico io (non D’alema) e ricordo l’episodio perché se si continuasse in questo andazzo alto sarebbe il rischio di consolidare il declino delle istituzioni politiche europee – oggi egemonizzate dai tecnocrati, domani dai giudici di Karlsruhe. Infatti, con le precedenti decisioni, essi teorizzano la democrazia in un solo paese: la Germania. D’altra parte penso che sia chiaro che se tutte le Corti costituzionali dei PM si mettessero sulla stessa lunghezza d’onda di quella tedesca sarebbe inevitabile che prima o poi il lento processo decisionale europeo arrivasse alla paralisi totale.
Al riguardo ricordo che la Corte costituzionale portoghese circa due anni fa dichiarò illegittime alcune misure adottate dal governo di quel Paese sulla base delle direttive imposte dalla Troika. Che io sappia la sentenza non ha avuto conseguenze pratiche ed è comunque caduta nel disinteresse generale.
Di questi problemi della democrazia politica e di bilancio, dei suoi limiti, degli errori delle politiche di austerità parla D’Alema nel suo libretto snello ed efficace come doveva essere per contribuire al dibattito elettorale. Parla anche della missione dell’Europa nel mondo nel quadro di un assetto multipolare che consente a tutti una maggiore libertà d’azione specialmente in una fase storica in cui l’interesse strategico degli USA si è spostato ad Ovest nell’oceano Pacifico. Tuttavia l’America di Obama ci propone una Transatlantic Trade and Investment Partnership, una sorta di Comunità atlantica rispetto alla quale non c’è discussione e non è dato sapere quale sarà la risposta europea. Anche per questo motivo, il puntuale e chiaro libretto di D’Alema è altamente raccomandabile a quanti velocemente vogliono farsi un’idea sui molti punti non facili della politica italiana ed europea.

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Renzi, lo spoil system e i salari dei dirigenti pubblici.

Nonostante qualche riserva da parte della Corte dei Conti, il Presidente del Consiglio è riuscito a nominare il Comandante dei vigili urbani di Firenze a capo del dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi. Prima ancora la dott.ssa Manzione era stata Direttore generale di Palazzo Vecchio. Anche lei da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Non si sa con quale stipendio e con quali competenze. Ma se pensiamo che ha nominato l’avv. Boschi ministro per le riforme costituzionali, perché sorprendersi? Qual è il problema? Sempre di due palazzi si tratta. E che io sappia, Renzi non ha mai detto che abolirà lo spoil system. In Italia in maniera perversa lo spoil system è stato selvaggiamente utilizzato per favorire amici e sodali. Berlusconi nel 2005 osò nominare un ex macellaio ed ex sindaco di Bologna Guazzaloca membro dell’autorità garante della concorrenza e del mercato?
Torniamo un momento alla questione degli stipendi perché le remunerazioni dei dirigenti e lo spoil system sono strettamente collegati attraverso il meccanismo della valutazione ma nessuno ne parla. Matteo Renzi ha deciso che nessuno dei dirigenti pubblici può guadagnare più del Presidente della Repubblica. Non condivido detta decisione perché il governo non ha il potere di contrattare i salari dei dipendenti pubblici tenendo conto di quelli privati. Questo è il compito dell’agenzia di diritto pubblico Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni ARAN (istituita dal D. Lgs. n. 29/1993). Da ultimo, per la valutazione dei dirigenti il ministro Brunetta aveva istituito la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle PA ( CIVIT) con il d. lgs. 150/2009 ; poi la legge 190 del 6-11-2012 assegna alla CIVIT anche la funzione anticorruzione. Successivamente la legge 30-10-2013 n. 125, di conversione del decreto del 31-08-2013, trasforma la CIVIT nell’A.N.AC.
Prima ancora del Consiglio dei ministri n. 15 del 30-04-2014 che ha varato i 44 punti della riforma della pubblica amministrazione, in diretta tweetter, Renzi aveva lanciato un trittico fondamentale “più merito, più mobilità, più qualità”. Lo stesso giorno Romilda Rizzo, Antonio Martone e Alessandro Natalini si dimettono dall’A.N.AC. Il 28-04-2014 viene nominato il nuovo presidente nella persone di Raffaele Cantone. Viene da pensare che tutto questo alternarsi di sigle, di enti riformati ed autorità amministrative più o meno indipendenti ad opera degli ultimi tre governi del Presidente della Repubblica sia solo un modo per cambiare i dirigenti di dette autorità a prescindere dai meriti e/o demeriti di cui non si sa niente.
Da 15 anni a questa parte, come noto, è stato introdotto lo spoil system o sistema delle spoglie per cui in un sistema di democrazia dell’ alternanza il governo e i ministri possono scegliersi i direttori generali di loro fiducia. In fatto, senza alcuna valutazione dei meriti, senza alcuna trasparente contrattazione delle loro retribuzioni, nonostante l’esistenza di apposite agenzie preposte allo scopo. Non si è lontani da vero se si sostiene che il sistema sia stato abusato a fini clientelari.
Naturalmente le retribuzioni di detti dirigenti non hanno niente a che fare con quello del Presidente della Repubblica che, sulla base di un privilegio medioevale, è tecnicamente e politicamente “irresponsabile”, ossia, non deve rendere conto a nessuno del suo operato salvo il caso improbabile di alto tradimento. Ma i dirigenti pubblici in diritto sono responsabili delle loro decisioni e se la loro gestione è inefficiente ed inefficace dovrebbero essere rimossi dalle loro cariche. In assenza di una valutazione rigorosa, i motivi perché vengono rimossi o costretti alle dimissioni hanno poco o punto a che fare con le loro capacità gestionali. A me sembra strano che Renzi, da un lato, annunci dei parametri (lo stipendio del Presidente e il PIL per le variazioni) a cui ancorare le retribuzioni e, dall’altro, non dice niente sugli stipendi dei componenti delle autorità amministrative indipendenti (compresa la Banca d’Italia). Qual è la differenza fondamentale tra gli alti dirigenti pubblici e i componenti delle AAI? Non ultimo, ribadisco che Renzi continua ad abusare – come i suoi predecessori – un istituto discutibile come lo spoil system – discutibile perché applicato su larga scala – pur non avendo vinto nessuna elezione e non essendoci stata alcuna modifica nella maggioranza parlamentare che lo sostiene.

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L’Europa non è un mostro burocratico

10 Maggio 2014 1 commento

L’Europa è quel mostro burocratico che molti politici non solo di destra dipingono? Intanto alcuni dati presi dal libro di Schulz che come Presidente del Parlamento europeo è una persona ben informata. Gli euroburocrati sono appena 40 mila di cui 34 mila lavorano per la Commissione. Il loro costo è pari al 6% del bilancio comunitario che a sua volta assorbe poco più dell’1% del PIL. Lo dico subito: un bilancio assolutamente ridicolo per le missioni che molti si aspettano vedere svolte. Per dare un’idea della dimensione Schulz paragona detta spesa a quella media dei comuni tedeschi i quali spendono per il loro personale il 26% dei loro bilanci. Ma non è solo questione di costo del personale. Quando molti dipingono l’Europa come un mostro burocratico in realtà essi si riferiscono ai costi amministrativi che la legislazione europea e quella indotta comportano per i cittadini europei: il riferimento va direttamente ai c.d. costi di adempimento alle regole europee che ricadono soprattutto sulle imprese, sui parlamenti e sulle burocrazie degli altri livelli di governo che devono modificare le legislazioni dei paesi membri e, in ultima analisi, sui 455 milioni di cittadini europei. La Commissione europea stessa nel 2007 aveva stimato detti costi in 127 miliardi di euro tra i costi discendenti dalla legislazione europea e da quelle nazionali. Schulz cita uno studio del 2012 promosso dal premier bavarese Stoiber che stima in 40 miliardi i soli costi discendenti dall’Europa. Aggiunge che, dopo quello studio, Stoiber da anti-europeista ha cambiato atteggiamento divenendo europeista. Ovviamente sono dati da prendere con cautela. Comunque danno un’idea della dimensione del problema. Quando parlano di mostro burocratico molti si riferiscono alla pervasività e complessità di certa regolamentazione che emana dall’Europa.
Per valutare correttamente il problema, a mio giudizio, occorre comprendere che la maggior parte della regolamentazione europea nasce dall’esigenza di armonizzazione delle legislazioni dei PM. Ci sono troppe differenze tra Nord e Sud, Est ed Ovest che bisogna ridurre a livelli ragionevoli se si vuole arrivare a standard qualitativi minimi , ai livelli essenziali di assistenza e/o delle prestazioni secondo la bipartizione prevista dall’art. 117 della nostra Costituzione. Differenze troppo mercate nei primi, infatti, possono incidere sostanzialmente sul principio di uniformità e generalità di trattamento dei cittadini e, quindi, si tratta di norme e regolamentazioni che vengono promosse proprio a maggior garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini europei. Da qui, ad esempio, l’interesse dell’Europa per le condizioni di vita all’interno delle carceri. Non ultimo il mercato unico, la libera circolazione delle merci, la libertà di stabilimento delle imprese implicano che ci siano regole comuni che garantiscano standard qualitativi delle merci immesse nel mercato, che proteggano i marchi e, soprattutto, la salute dei consumatori. Lo stesso vale per le norme sulla sicurezza sui posti di lavoro o per le regole comuni in materia di concorrenza e di appalti.
Ma i governi nazionali, non di rado, messi sotto accusa con le procedure di infrazione, cercano di nascondere le proprie responsabilità attaccando la burocrazia europea più o meno come fanno all’interno dei loro Paesi. Producono una legislazione ed una regolamentazione complesse e aggrovigliate su questo o quel problema poi attaccano le loro burocrazie ai vari livelli per scaricare le loro responsabilità sulle strutture amministrative. Mai cercando di chiarire che la missione delle burocrazie è quella di applicare, giorno dopo giorno, leggi e regolamenti che sono approvati dai legislatori. È un gioco al massacro, condotto da politici disinvolti quando non del tutto irresponsabili, che delegittima le istituzioni, che produce sfiducia nella democrazia non solo a livello europeo ma all’interno dei vari Paesi membri. E non ultimo, lascia spazio ai movimenti euroscettici e a quelli più decisamente anti-europeisti e anti-Stato. Molti politici moderati, anche se capiscono la complessità dei problemi dell’armonizzazione delle leggi e dei regolamenti ai fini della costruzione di uno Stato federale con 455 milioni di cittadini e legislazioni nazionali diversificate, con culture e tradizioni differenziate, preferiscono parlare di semplificazione e deregolamentazione. Dopo tutto, siamo tutti influenzati dal neoliberismo che ha imperversato negli ultimi 40 anni. Ma abbiamo visto dove ci ha portato la deregolamentazione in materia finanziaria. Di questi ed altri problemi parla il bel libro di Martin Schulz candidato alla Presidenza della commissione europea, Il gigante incatenato, Fazi editore, 2014. Il libro contiene un’analisi approfondita e a tratti minuziosa, ben documentata dei vari aspetti della crisi europea fatta da uno che dal 2004 al 2012 è stato presidente del gruppo socialista e da due anni Presidente del Parlamento europeo. Di altri problemi che Schulz solleva ci occuperemo nei prossimi giorni.

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Se questa è l’arroganza del potere di un Premier nominato.

Renzi e l’ameno ministro della funzione pubblica non intendono consultare i sindacati sulla riforma della pubblica amministrazione. In compenso, hanno aperto un indirizzo mail, presuntuoso quanto assurdo, rivoluzione@governo.it a cui tutti – sindacati compresi – possono inviare le loro idee e suggerimenti. Premetto che i 40 punti che hanno presentato la settimana scorsa non riguardano se non marginalmente la riforma ma sono un elenco di possibili tagli per ridurre il costo della PA. Poveretti non sanno cosa fare, sono proprio a corto di idee e, disperatamente, chiedono suggerimenti come gli studenti impreparati agli esami di maturità. Questo la gente comune che vede solo la televisione non lo sa e non lo percepisce bene. E naturalmente ai ministri responsabili non passa per la mente di studiare quello che hanno fatto in Europa e negli USA per riformare la PA. I ministri scelti dal Capo hanno certamente una scusante: non hanno avuto tempo, perché per il Capo quello che conta è la velocità – anche se prima o poi tutti andranno a sbattere contro un muro o finiranno fuori strada. Ma l’importante è la velocità. Sono epigoni di Marinetti in ritardo di qualche secolo.
L’ultima amenità l’hanno detta con la proposta di legare gli aumenti dei salari ad un qualche parametro e, non avendo studiato il problema, essendo un branco di dilettanti allo sbaraglio con qualche doverosa eccezione, hanno detto che i salari dei dipendenti vanno legati all’aumento del PIL, cioè, alla crescita del reddito nazionale. Ora delle due l’una: visto che il reddito non cresce e visto che Renzi non ha la minima idea di come farlo crescere, la sua proposta avrebbe lo scopo di bloccare la crescita dei salari dei dipendenti pubblici – manager compresi. L’alternativa è che temendo reazioni da parte dei dipendenti pubblici che sono comunque elettori ed avendoli appellati “fannulloni” , come ha fatto per 2-3 anni Brunetta, hanno escogitato un parametro generico e vago che consente di continuare a trattare tutti (fannulloni e laboriosi) allo stesso modo perché lo scopo fondamentale è ridurre il costo della PA. Dovevamo aspettare Renzi per arrivare a tanto? Non sono bastati Brunetta, la Gelmini e Monti? L’altro parametro su cui ha fatto campagna elettorale negli ultimi tempi è stato quello di legare il salario dei dirigenti dello Stato, dei manager delle imprese pubbliche allo stipendio del Presidente della Repubblica. Un parametro apparentemente persuasivo se si ragiona con il senso comune ma che, a ben vedere, non ha alcuno fondamento logico, giuridico ed economico per il semplice fatto che le funzioni e le responsabilità sono del tutto diverse. Lo applicherà anche ai capi delle autorità amministrative indipendenti?
Non ultimo, Renzi ha deciso che non andrà al Congresso della CGIL la più grande organizzazione sindacale di lavoratori e pensionati – peraltro vicina al Partito democratico. La Camusso se ne farà una ragione ma spero che istruirà i suoi a non votare per il Presidente del Consiglio quando arriverà il momento. Per addolcire la pillola, Renzi hai poi aggiunto che non andrà neanche all’Assemblea della Confindustria. Il Presidente del Consiglio ha perfetta conoscenza di tutti i problemi, non ha bisogno di andare a sentire – e tanto meno di consultare – gente che magari conosce meglio di lui i problemi del lavoro e dell’impresa. Del resto lo abbiamo visto abbandonare anzitempo i Capi di Stato e di governo del Consiglio europeo di fine marzo perché – così ha detto – aveva problemi ben più importanti da affrontare a casa. A Lui basta sentire il cerchio beautiful che acconsente sempre con lui. Non si rende conto che una economia mista – in un sistema liberal-democratico, in un modello di democrazia partecipativa come quello europeo e, specialmente, in una Repubblica fondata sul lavoro – è caratterizzata dal fatto fondamentale che i salari e, quindi, il rapporto tra redditi di lavoro e profitti sono determinati dalla libera contrattazione tra le parti sociali e che se sussistono delle rendite parassitarie questo dipende dalla cattiva regolazione del governo. In questi termini, anche le parti sociali, ossia, i sindacati dei lavoratori e quelli datoriali sono autorità di politica economica, legittimati dalla loro rappresentatività, e quello che può fare il governo, quando il conflitto sociale si inasprisce, è solo una funzione di mediazione. Ma delle due l’una: o Renzi non lo sa o lo sa ma non gli sta bene e, quindi, vuole “togliere detto potere alle parti sociali” – come ha esplicitamente dichiarato ieri a Repubblica. Mussolini tra il 1923 e il 1924, sciolse il sindacato rivoluzionario della CGdL e lo sostituì con il sindacato fascista poi immesso all’interno della Corporazione dove erano presenti anche i datori di lavoro, abrogando la lotta di classe. Spero che prima o poi non ci venga a dire che i lavoratori li rappresenta lui e che i salari li fissa lui da solo – come del resto ha cominciato ad annunciare. Spero proprio che questo giorno non arrivi mai più.

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