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Archivio Giugno 2014

Il divorzio di San Valentino

La scala mobile è strumento interno alla politica dei redditi. Spetta al sindacato di decidere in che misura garantire una certa dinamica salariale attraverso meccanismi automatici e quanto attraverso la contrattazione. È questione pratica e non ideologica. Era ed è questione di struttura del salario. In via normale, la politica dei redditi implica un’accettazione condivisa del sistema, un accordo tra le parti non solo sulla suddivisione del valore aggiunto tra salari, profitti e rendite ma anche sull’equilibrio intergenerazionale e, quindi, sul futuro del sistema politico ed economico. Nei primi anni settanta questo accordo non c’era. A sinistra, ancora a metà del decennio, andavano forti le c.d. teorie crolliste secondo cui anche il neo-capitalismo era comunque destinato a cadere. Se questa era l’analisi di fondo era chiaro che la politica dei redditi non poteva avere cittadinanza in alcuni settori della sinistra sindacale e non solo che condividevano quelle teorie. D’altra parte, quasi tutte le esperienze di politica dei redditi che erano state condotte in altri paesi – anche dove il sistema capitalistico non era in discussione – non avevano avuto successo. E tuttavia una seria politica di tutti i redditi è strumento fondamentale per fare giustizia sociale. Implica necessariamente una gestione o, quanto meno, uno stretto coordinamento a livello centrale da parte del governo e delle parti sociali. All’interno del sindacato, l’idea non era condivisa dalle federazioni di categoria. Allora come oggi, bisogna chiedersi se c’era e se c’è un’idea condivisa di giustizia sociale tra i sindacati e tra i partiti. Temo che la risposta al quesito sia negativa. Da qui la difficoltà di ieri e di oggi.
In fasi di grande inflazione si possono adottare meccanismi di indicizzazione. Il diavolo si nasconde nei dettagli, ossia, nelle modalità tecniche dei meccanismi. In generale si può dire che il meccanismo svolge una funzione stabilizzatrice proprio nelle fasi di accelerazione dell’inflazione rimuovendo dalla contrattazione l’influsso delle aspettative inflazionistiche. Non c’è quindi conflitto insanabile tra contrattazione e scala mobile.
Ma gli anni (1975-84) che racconta il libro di Benvenuto e Maglie, Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia, Fondazione B. Buozzi, Dicembre 2013, non sono anni normali nella storia d’Italia. Sono anni turbolenti caratterizzati dalla strategia stragista e brigatista. Ogni questione tecnica o pratica diventava una scelta di civiltà e/o di modello.
E non si capiscono quegli anni se non si considerano i cinque anni precedenti. Emblematicamente citiamo: 2 dicembre 1968 Avola: 4 morti al culmine delle lotte dei lavoratori agricoli per il contratto; la strage di Piazza Fontana (12-12-1969); dicembre 1970 tentativo di colpo di Stato di Junio Valerio Borghese; 28 maggio 1974: bomba di Brescia nel corso di una manifestazione sindacale.

Sul terreno sociale dopo l’Autunno caldo, il conflitto distributivo interno era proseguito senza tregua alimentato da quello a livello internazionale, anche in seguito al crollo del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods (1971) , al I shock petrolifero, alla guerra dello Yom Kippur, al colpo di Stato in Cile 1973. In Italia dopo le elezioni del 1972 la DC aveva svoltato a destra ma il governo Andreotti-Malagodi non resse la spinta a sinistra e fu costretto a dimettersi. Dopo l’abbandono dei cambi fissi, la Banca d’Italia svalutava sistematicamente la lira per consentire alle imprese di recuperare margini di profitto. Ma la conflittualità aumentava. Nel 1973 le ore di lavoro perse per scioperi salivano a 163.935.000 (rispetto ai 91.158.000 del 1963), per arrivare a 190 milioni nel 1975.
Il 1974 fu un anno particolarmente drammatico C’erano difficoltà nel ricorso ai canali di finanziamento del FMI : il governo firmava una lettera di intenti nell’aprile; dalla politica del tasso di sconto si passava a quella del controllo del credito totale interno; la politica del credito diventava fortemente restrittiva; il tasso di interesse volava al 12% il doppio di quello di due anni prima. La recessione della quale avevano sofferto le principali economie industriali fu la più grave del periodo post-bellico. Essa era resa più preoccupante dalla persistenza di forti spinte inflazionistiche nel mezzo della contrazione dell’attività economica. Nell’insieme dei principali paesi industrializzati, il prodotto interno lordo, già in leggera flessione nel 1974, diminuiva a prezzi costanti di quasi il 2 per cento nel 1975; i prezzi al consumo erano aumentati in media del 13% nel 1974 e del 10% nel 1975 (Paolo Baffi, Considerazioni Finali per il 1975).
Nel 1974 maturavano forti dissensi all’interno della maggioranza di governo sui modi per contenere l’espansione della spesa pubblica, sulle pensioni di invalidità e sulla Finmare. Infine Ugo La Malfa, ministro del Tesoro del governo Rumor, si dimetteva per dissensi con il collega Antonio Giolitti e i socialisti sulle condizioni restrittive circa il controllo della spesa pubblica che il governatore Carli aveva negoziate con il FMI, nella qualità di delegato speciale del ministro del tesoro.

Il libro contiene un riassunto dei principali eventi del decennio che aiuta il lettore a inquadrare meglio il racconto degli autori. Noi riteniamo di evidenziarne solo alcuni di essi per meglio comprendere la rilevanza dei vincoli politici interni e quelli esterni – senza considerare i quali non è facile spiegare quello che successe in quel travagliato decennio.
Il 23 gennaio 1975, fu fatto uno sciopero generale di 24 ore a sostegno della richiesta unificazione del punto di contingenza, ritenuto strumento essenziale per promuovere l’uguaglianza, in un contesto in cui le categorie più forti ottenevano risultati migliori attraverso la contrattazione. Il 25-01-75 la Federazione CGIL-CISL-UIL firmava con la Confindustria l’accordo c.d. dell’EUR con scadenza 1-02-77. Il 1975 passa alla storia come l’annus horribilis. Secondo Carli, governatore della Banca d’Italia sino al 18 agosto, l’accordo sul punto unico di scala mobile puntava addirittura “a scardinare il sistema e a costringere l’Italia a distaccarsi dalla comunità dei paesi ad economia capitalistica”. Il meccanismo fortemente egualitario determinato dal punto unico avrebbe impedito di “destinare risorse alle esportazioni, sottraendole al consumo”. Ne fecero le spese i conti con l’estero, fra l’indifferenza della sinistra sindacale che considerava il salario una “variabile indipendente” ed il vincolo esterno una “mistificazione” capitalistica da smascherare. Le necessarie misure di aggiustamento finivano con l’essere tacitamente devolute alla politica monetaria, con la conseguenza di penalizzare gli investimenti, contrarre i margini di profitto e innalzare i livelli di indebitamento delle imprese. Rincarava la dose il futuro Premio Nobel Franco Modigliani, il quale sostiene che il 1975 “resterà scritto come l’anno della follia , dell’autolesionismo, della condanna ad una crisi economica che avrebbe potuto condurre l’Italia alla catastrofe”.
Benvenuto e Maglie riportano il dissenso dal giudizio di Modigliani di Gianni Agnelli secondo cui l’accordo serviva a raffreddare la conflittualità anche se riconosceva che essa era lo strumento di presa del sindacato sulla sua base – specie di un sindacato che in alcune sue parti molto attive credeva di potere abbattere il capitalismo. Concordo con Benvenuto e Maglie che, in retrospettiva storica, l’accordo ha funzionato. Intanto non era pensabile che un movimento come quello che allora era in atto, si potesse fermare nel giro di qualche mese e, magari, per decreto. Nel primo semestre 1975, il PIL crollò del 6% rispetto all’anno precedente. Nell’estate il dibattito sulla congiuntura portava le Autorità di politica economica a passare ad una fase di misure espansive. Il fabbisogno finanziario del Tesoro saliva molto velocemente.
Nel mezzo di forti turbolenze sul mercato dei cambi, i continui contrasti all’interno del Governo Moro-La Malfa portavano i socialisti a ritirare la fiducia. In quel periodo i socialisti non gradivano i continui contatti tra democristiani e comunisti i quali ultimi avevano registrato un forte successo nella tornata di elezioni amministrative.
Si arrivava al 20 gennaio 1976, alla sospensione della quotazione ufficiale della lira sul mercato dei cambi, dove venivano dilapidate quantità ingenti di riserve valutarie; esauriti i tiraggi dalle facilities del FMI, le riserve valutarie venivano ricostituite grazie ai crediti negoziati con la FED e la BundesBank. Quest’ultima richiese una garanzia in oro.
A febbraio 1976, si formava un governo monocolore presieduto da Moro; dura solo fino ad Aprile; nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 si registrava una grande avanzata del PCI e della DC; maturava progressivamente l’idea di passare all’attuazione del “compromesso storico” che Berlinguer aveva enunciato nell’Autunno ’73 dopo il Golpe cileno.
A luglio 1976, si forma il I governo di “solidarietà nazionale presieduto da Andreotti a cui toccherà “salvare l’Italia” dal “ baratro finanziario davanti al quale si trova”; in Autunno peggiorava la crisi valutaria che aveva innescato una crisi di fiducia. Si introdusse un’imposta del 10% su tutti i pagamenti all’estero; i reati valutari venivano sanzionati penalmente; venivano adottate severe misure di taglio della domanda interna.
Nell’Autunno 1976 si apriva una dura polemica sull’austerità. Il discorso più severo veniva fatto da Rinaldo Ossola, ministro del commercio estero, e non da Andreotti, presidente del Consiglio. Vedi U. La Malfa, (1977: 78, 110). Quivi La Malfa nel mentre criticava il mancato chiarimento da parte della DC e del PCI del modello di società che volevano costruire, ribadisce, per conto suo, che per austerità intendeva la politica dei redditi che aveva proposto a Moro nella lettera del 1964.
Intanto nel corso del 1976 il cambio della lira si deprezzava di circa il 16%; l’indice del costo della vira saliva al 17%; i prezzi all’ingrosso al 23%; i prezzi delle merci salivano ancora di più; e tuttavia “il conseguente guadagno di competitività internazionale (4%) stimolava l’attività produttiva del nostro Paese: il valore aggiunto dell’industria, dopo la caduta dell’anno precedente, aumentava del 13%. Sospinto da esportazioni che crescono del 10%, il PIL si espandeva ad un tasso del 6,6%, mai più raggiunto dopo di allora” (S. Rossi, 2007:30). E questo nonostante che la politica monetaria e creditizia fosse rimasta restrittiva nel tentativo di domare l’inflazione interna.
Si apriva un tormentato dibattito nel Paese tra i politici, gli economisti e i sindacalisti sul ruolo della scala mobile e della contrattazione mentre il processo inflazionistico continua ad alimentarsi. Il governo cercava di reagire varando il decreto legge 11-10-1976, n. 669, convertito nella legge 10-12-1976 , n. 797 con cui si stabilì che gli scatti della scala mobile sarebbero stati pagati mediante titoli dello Stato.
Ai problemi economici e finanziari si aggiungevano quelli politici e sociali. Si acuiva il conflitto distributivo ma contemporaneamente si sviluppava lo scontro tra il terrorismo di destra e quello di sinistra. Interessante al riguardo anche il giudizio di Ugo La Malfa (1977: 92) secondo cui non si trattò di una cospirazione unica, ma di cospirazioni molteplici. ……..l’indebolimento progressivo dello Stato che si è manifestato in anni recenti , induce ali estremistiche e avventuristiche dello schieramento politico a credere possibili rovesciamenti istituzionali di destra o di sinistra, a sognare rivincite reazionarie o situazioni rivoluzionarie per le quali non sono esistite finora condizioni reali”.
Il 1977 vede la cacciata di Lama dall’Università La Sapienza il 17 marzo. Lo accompagnai sino all’uscita di Viale Regina Elena dove lo attendeva il suo autista. È l’anno della svolta violenta di alcune frange dei movimenti contestatori delusi dalla svolta governativa del PCI. È l’anno della P38 e dell’assassinio del giornalista Casalegno, della gambizzazione di Montanelli, dell’omicidio di Lorusso. Sembrava che il Paese non avesse la capacità di reagire.
E peggio ancora, il 1978 è l’anno del sequestro Moro tenuto prigioniero dal 16 marzo al 9 maggio quando viene ritrovato cadavere in Via Caetani. La potenza delle Brigate Rosse è al vertice ed il sindacato usa tutta la sua capacità di mobilitazione per contrastarla. È anche l’anno in cui l’Italia, dopo un grande dibattito interno, a livello tecnico, entrava nello sistema monetario europeo (SME) che poneva fine al c.d. serpente monetario con fasce di oscillazione più ampie.
Nel 1979, si tennero le elezioni politiche e il PCI perse quattro punti. La sua richiesta di partecipare al governo fu respinta e perciò passava all’opposizione ad un governo debole come quello di Cossiga. Come se non bastasse, arrivava il secondo shock petrolifero che faceva infiammare ulteriormente l’inflazione e complicava ulteriormente i problemi economici. Berlinguer deve registrare il fallimento della sua strategia del Compromesso storico e inasprisce la sua reazione.
E infatti, il 1980 vide il passaggio di Berlinguer davanti ai cancelli della FIAT (26-09). Correvano voci di ipotesi di occupazione della fabbrica e, a domanda di un delegato CISL, il capo del PCI rispose in modo ambiguo, che non escludeva l’appoggio del suo partito. La risposta dell’azienda è la marcia dei 40 mila del 14-10.1980 organizzata da Cesare Romiti e i suoi collaboratori. Subito dopo si chiudeva una drammatica vertenza iniziata a settembre dall’azienda. La marcia segnava una vera svolta nelle relazioni industriali.
Per il 1981 si prevedeva che l’inflazione viaggiasse al di sopra del 20%, in pratica ad un livello doppio di quello dei nostri concorrenti e quadruplo rispetto a quello della RFT. Era urgente intervenire e il governo provvedeva con il c.d. divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Il PIL va giù e l’economia entra in una fase triennale di stagflation. L’8-04-81 su Repubblica Ezio Tarantelli riassume ancora una volta la sua proposta di raffreddare la scala mobile cambiandone il meccanismo. Fino ad allora esso recuperava il potere d’acquisto sulla base dei dati dell’ultimo trimestre: “guardava al passato”. ET proponeva di basarlo sulla previsione dell’inflazione. Si poteva concordare la curva dell’inflazione (programmata) e prevederne un recupero parziale. Se l’inflazione vera fosse stata al di sopra di quella programmata avrebbero pagato le imprese.
Nel 1982 si acuisce il dibattito sul tema. Dopo lunghe tergiversazioni al suo interno, l’1-06-82 la Confindustria disdetta l’accordo sul punto unico. La Federazione unitaria CGIL-CISL-UIL risponde prontamente con lo sciopero generale del 25-06-82: 500 mila persone in piazza a Roma ma si trattava di una risposta “prevista e obbligata”. In realtà anche all’interno del sindacato era maturata la convinzione che bisognava riequilibrare il rapporto tra il meccanismo automatico di recupero salariale e la contrattazione. E negli ultimi mesi dell’anno si infittivano le trattative per arrivare ad un accordo.
Dopo estenuanti trattative e vicende anche drammatiche il 22-01-1983 si arriva alla firma del Protocollo Scotti dal nome del Ministro del lavoro che lo aveva promosso. E’ l’ultimo grande accordo che le Confederazioni firmarono insieme come Federazione unitaria. Si tratta di un documento molto complesso di politica economica e finanziaria concertata. Comprende una introduzione, 16 paragrafi e 3 allegati. Lasciava alcune questioni aperte che successivamente provocheranno controversie applicative come la questione dei decimali di punto non recuperati e che, un anno dopo, porteranno al decreto di S. Valentino – decreto di taglio della scala che peraltro era stato previsto nella fase di definizione del Protocollo come arma segreta da utilizzare in caso di fallimento della trattativa. In sintesi si introduceva la predeterminazione degli scatti della scala mobile agganciandola all’inflazione programmata secondo la proposta di Ezio Tarantelli. Per dare un’idea della situazione a cui cercava di rimediare, ricordo che l’inflazione programmata per il 1983 e il 1984 era rispettivamente il 13% e il 10%. È anno di elezioni controlla Il 4-08.1983 arrivava alla Presidenza del Consiglio dei ministri Craxi
1984: è l’anno in cui il governo rompe gli indugi e firma il decreto dopo che la segreteria della Federazione unitaria a gennaio aveva dato la disponibilità a trattare la manovra del governo non solo per la stabilizzazione ma anche per la crescita e l’occupazione. Si esplicitano i dissensi all’interno del sindacato e, in particolare, all’interno della CGIL con l’ala comunista da una parte e quella socialista schierata con le altre. Nella notte Carniti e Benvenuto inviano due lettere che “autorizzano” il governo ad emanare il decreto. Lama una lettera di “esplicito dissenso” rispetto alla soluzione concordata. Per l’opposizione comunista in Parlamento i decreto scade e solo la seconda versione sarà convertita. A maggio a Verona, Berlinguer viene fischiato al Congresso del PSI. Il 7 giugno a Padova, il capo del PCI viene colto da un grave malore durante un comizio e morirà qualche giorno dopo. Alle elezioni europee il Pci supera la DC sia pure di qualche decimale. Il PCI procede quindi con la raccolta delle firme per il referendum sulla legge che tagliava la scala mobile. Il 23 dicembre attentato al Rapido n. 904 Napoli-Milano: 17 morti e 267 feriti.
Il 1985 esordisce con Confindustria che non intende pagare i decimali di punto. Il governo fissa la data del referendum dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato legittimo il referendum. Dopo Benvenuto anche Marini viene contestato. Il 25 marzo la Federmeccanica chiedeva la deregulation del mercato del lavoro. Il 27 Ezio Tarantelli viene assassinato dalla BR nel cortile della sua Facoltà di Economia. Il 4 maggio si tiene una Manifestazione nazionale per il no. Alle elezioni regionali calano sia la DC che il PCI. Cadono diverse proposte di mediazione per sabotare il referendum nel timore di una vittoria del si. Il 9-10 vince il no con il 53,3%. Confindustria disdetta l’accordo Lama-Agnelli.
Da Guido Carli , il superdecreto di Craxi venne definito: Un gran tuono senza fulmine, (Repubblica del 29-02-1984. Carli rivendicava la primogenitura della proposta Tarantelli. Si diceva contrario ad una politica dei redditi di tipo onnicomprensivo, ossia, la voleva limitata ai soli salari. Si diceva contrario ad un eventuale provvedimento che sospendesse gli adeguamenti dell’equo canone come chiedevano i sindacati. Secondo me, si sbagliava perché senza il decreto non ci sarebbe stato il referendum. L’inflazione declinò insieme alla crescita. Saltava l’unità sindacale. Nei rimanenti anni ’80 il sindacato non funziona più da frusta. Il tasso medio annuo di crescita del PIL che negli anni ’70 era stato del 3,75% negli anni ’80, scende al 2,5%. Ma per Craxi che rimase al governo per quasi cinque anni di ripresa “la nave andava” e, quindi, non si preoccupò più di tanto del debito pubblico che lievitava. A fine anni ’80 lo spread si aggirava tra i 400 e i 500 punti base.

Come precisano Benvenuto e Maglie, il libro non è un’esercitazione memorialistica, né di storia. Gli autori non garantiscono l’oggettività molto difficile se non impossibile nelle scienze sociale ma garantiscono la loro onestà intellettuale. Benvenuto fu uno dei principali protagonisti di quell’epoca. Ritengo che il libro potrebbe essere molto utile agli storici delle relazioni industriali. Bellissimi e commoventi sono i ritratti degli altri protagonisti. Personaggi di alto spessore culturale e morale come se ne vedono pochi ancora in giro. Anche io lo posso testimoniare direttamente avendo conosciuto e lavorato vicino ad alcuni di loro. Anche la selezione delle vignette umoristiche fatta da Marco Zeppieri é da apprezzare. Nell’era della politica caratterizzata dalla sfiducia, il bel libro di Giorgio Benvenuto ed Antonio Maglie coltiva la speranza e la fiducia.

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Perché il modello contrattuale a doppio livello non ha funzionato

Da venti anni l’Italia registra un basso tasso di produttività. Le cause sono molteplici: a) cattiva gestione delle risorse umane; b) scarsa innovazione organizzativa; c) basso livello di investimento nella ricerca, nell’innovazione e nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione; d) basso investimento nella formazione e nell’istruzione permanente; e) livello insufficiente di investimenti nell’economia reale, in quella verde e, in generale, per lo sviluppo sostenibile; ecc. In sintesi, si può dire che è basso sia l’investimento nel capitale umano che nella quantità e nella qualità di quello materiale ed immateriale. Sono venti anni e passa da quando nel luglio 1993 il governo Ciampi e le Confederazioni sindacali firmarono il Protocollo sulla politica dei redditi, dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo. In questa nota vogliamo occuparci brevemente della riforma del modello contrattuale prevista in quel Protocollo che articolava la contrattazione su un doppio livello: quello nazionale mirato a garantire il salario nominale e quello locale o territoriale che doveva proteggere il salario reale.
In retrospettiva, gli addetti ai lavori concordano che, per motivi diversi, la contrattazione nazionale né è uscita fortemente indebolita e che quella decentralizzata è in gran parte o quasi del tutto fallita. La prova provata è la perdita di 10 punti nella quota del PIL che va al lavoro dipendente, il calo degli investimenti, della crescita, l’aumento della disoccupazione e delle diseguaglianze. La politica dei redditi si è tradotta in una forte compressione dei salari, mentre profitti e rendite sono fortemente aumentati.
Le cause del fallimento della contrattazione sono diverse. E potrei dire che le responsabilità potrebbero essere distribuite tra le parti sociali e il governo specie per la mancata attuazione della seconda parte del Protocollo: quella riguardante le politiche del lavoro, la gestione delle crisi occupazionali, il sostegno al sistema produttivo, l’istruzione e la formazione professionale, la finanza per le imprese, il riequilibrio territoriale , le infrastrutture, la gestione della domanda aggregata e le tariffe pubbliche. Sinteticamente posso dire che il sistema degli incentivi per fare funzionare il doppio livello della contrattazione non è stato ben disegnato o, comunque, è stato utilizzato male.
In questa nota voglio evidenziare una causa che non mi sembra presa in considerazione nelle analisi di chi ha studiato più di me questi problemi – vedi nota – e che potrebbe aiutare a capire meglio come articolare le proposte di riforma.
Nell’ultimo ventennio c’è stato un lungo e tortuoso processo di decentramento politico-amministrativo in parte trascurato dal Sindacato. Secondo me, era necessario aprire piattaforme rivendicative a livello regionale e locale. Non mi risulta che sia stato fatto in modo sistematico – e non credo che sia solo una mia disinformazione.
Secondo il dettato costituzionale, le RSO e le RSS si dovrebbero occupare di programmazione dello sviluppo, delle politiche industriali, di formazione e di politiche attive del lavoro ed, invece, si concentrano per lo più sulla gestione della sanità peraltro senza riuscire ad arginare i gravi fenomeni di inefficienza e corruzione che si realizzano attorno al budget più grosso di spesa dello Stato.
Partiti e parti sociali sono divenuti strutture oligarchiche centralistiche che non sono attrezzate bene a livello territoriale. Secondo me, neanche i sindacati dei lavoratori a livello decentrato hanno saputo giocare il ruolo che sarebbe stato necessario.
Ora arriva un’altra complicazione: il ministro Boschi, parlando recentemente ai giovani industriali a S. Margherita Ligure, ha avuto l’ardire di sostenere che il Tit. V della Costituzione , novellato nel 2001, è di ostacolo alle politiche di sviluppo e, conseguentemente, ha ribadito la proposta di centralizzazione di importanti competenze. E questo a fronte di una incertezza e vaghezza della strategia di politica economica del governo nazionale di cui non si conoscono proposte precise di politica industriale e, meno che mai, di quella di riequilibrio territoriale.
Voglio sperare che la min. Boschi non voglia centralizzare anche le politiche industriali, del lavoro, della formazione non perché queste funzionino bene nelle diverse Regioni ma perché andare avanti e indietro, fare lo stop and go nel processo di decentramento come è stato fatto negli ultimi 20 anni, non ha giovato a nessuno. Ha generato solo incertezza e confusione. La suddetta ministra dovrebbe ricordare che, in 130 anni , lo Stato centralizzato non ha mostrato affatto una sua superiorità tecnica nell’affrontare bene i problemi dello sviluppo nazionale e regionale.
Per 20 anni, siamo andati avanti nella direzione del decentramento ma siamo arrivati a metà del guado. Da tre anni la questione dell’attuazione del federalismo non è più all’o.d.g. anzi registriamo forti spinte a favore della centralizzazione, a quanto pare, bene accolte dal governo in carica.
Ma se continuiamo così, perdiamo tempo e non possiamo affrontare seriamente la questione della riforma della PA perché un conto è puntare ad un assetto decentralizzato e ben diverso è andare avanti con la centralizzazione delle competenze e/o con la netta separazione di quelle statali e regionali in violazione del principio di sussidiarietà.
Il Protocollo del 1993 ha avuto successo nel domare l’inflazione ma, più recentemente, con la becera politica dell’Austerità, ci troviamo a fronteggiare la deflazione. In questi ultimi venti anni, i governi di Centro-sinistra si sono fortemente impegnati nelle politiche di risanamento dei conti pubblici (vedi manovre di Amato 1992, Prodi 1977 e 2007) tagliando anche gli investimenti pubblici. I governi di Centro-destra si sono accaniti sulla flessibilizzazione selvaggia dell’utilizzo del lavoro. Ci ritroviamo ora con circa 7 milioni di persone senza lavoro tra disoccupati e scoraggiati: una vera emergenza sociale. Deve essere chiaro innanzitutto che per avviare a soluzione l’emergenza sociale servono provvedimenti straordinari di intervento diretto dello Stato al di là dei vincoli stupidi e suicidi del Fiscal Compact.
Deve essere chiaro inoltre che per uscire dalla crisi strutturale di bassa produttività, bassa crescita e bassa competitività, non basta dire vogliamo la riduzione delle tasse sulle imprese e sul lavoro e/o la riforma degli ammortizzatori sociali – come, concordemente, sostengono le parti sociali e lo stesso governo. Anche in via ordinaria serve molto di più.

Posto che la seconda parte del Protocollo 1993 è rimasta inattuata e non hanno funzionato neanche gli Accordi successivi come , ad esempio, quello del 2009 sulla produttività. Atteso che , a regime e/o in via ordinaria, un contributo alla crescita può venire anche da una seria riforma della contrattazione; ritengo che, con gli opportuni aggiustamenti specialmente sul lato degli incentivi, l’attuazione della seconda parte del Protocollo del 1993 potrebbe risultare molto utile sempre che, da un lato, il governo presenti un suo articolato programma economico a medio termine per la crescita e lo sviluppo articolato a livello regionale e, dall’altro, a livello locale, i sindacati declinino le più articolate piattaforme rivendicative nei confronti delle organizzazioni datoriali e, contestualmente, le parti sociali insieme nei confronti delle Regioni.
La dinamica dei salari nominali e reali va correlata non solo all’inflazione ma anche alla produttività programmate in relazioni ai programmi economici del governo nazionale e di quelli regionali. Non solo politica dei salari ma di tutti i redditi.
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Il riferimento è a un gruppo di colleghi economisti che si riuniscono periodicamente presso la Fondazione Giacomo Brodolini e i cui interventi sono sintetizzati nella Rivista quadrimestrale “economia & lavoro” n. 3/2013.

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Sulla corruzione in Italia.

Dopo il caso dell’Expo di Milano e quello di Venezia, Alberto Statera su Repubblica ha osservato che i corrotti hanno riunito il Lombardo Veneto due regioni chiave di questo Paese. Per decenni la capitale della Lombardia si era vantata di essere la capitale morale del Paese mentre la capitale negli ultimi venti anni è stata qualificata dai leghisti come Roma Ladrona. Ora non voglio insistere sulla questione se sia più corrotto il Sud o il Nord come qualcuno ha pure fatto. Si dà il caso che: 1) siamo il paese in cui vivono e prosperano le tre più grandi organizzazioni criminali del mondo; 2) siamo il paese europeo con la più alta evasione fiscale, diffusa corruzione dei politici, dilagante illegalità e alto tasso di economia sommersa e di contraffazione dei prodotti; complessivamente circa un terzo del PIL è avvolto nell’illegalità; 3) siamo il Paese che è la sede della Santa Sede, della Chiesa Cattolica le cui banche non escono dalla black list e la cui etica è caratterizzata da elementi di lassismo e di perdonismo: la riforma protestante di Lutero fu anche una protesta contro la vendita spudorata delle indulgenze e anche il buon Papa Francesco dice che la Chiesa perdona sempre; 4) siamo il paese i cui abitanti non amano rispettare neanche le regole del Codice della strada mettendo a repentaglio la propria e l’altrui vita e, in fatto, abbiamo un alto numero di morti e feriti per incidenti stradali; 5) siamo il Paese i cui cittadini non amano cooperare per fare avanzare il bene comune.
In altre parole, gli italiani non amano le code, ossia, il rispetto delle precedenze e delle priorità; non amano i controlli di legalità.
È un problema di modelli di comportamento, oggetto di uno studio empirico da parte di due economisti che hanno analizzato il comportamento dei diplomatici accreditati alla sede centrale dell’ONU a New York attraverso la frequenza con la quale parcheggiano abusivamente, sfruttando la loro immunità diplomatica.
È pur sempre un meccanismo di rivelazione delle preferenze per la corruzione e questa nella letteratura è vista come un serio ostacolo allo sviluppo economico.
Il mancato rispetto delle leggi è correlato direttamente alla corruzione.
Secondo Gary Becker, la corruzione sarebbe dovuta alla cattiva implementazione della legge e, questo chiama in causa la qualità dell’azione amministrativa.
Atri ritengono che sia dovuto a profondi fattori culturali. Nella loro ricerca empirica, pubblicata nel 2006, Fisman e Miguel non utilizzano interviste o sondaggi ma una misura calcolata sul comportamento reale di diplomatici di 146 paesi del mondo accreditati alle Nazioni Unite a NY. Ai due estremi individuano i Paesi dove la corruzione è bassa (paesi del Nord Europa) e paesi ad alta intensità di corruzione come la Nigeria e l’Egitto. L’Italia risulta il paese della UE con la più elevata incidenza di infrazioni per diplomatico: circa 15 in un anno; un decimo di quelle commesse da un diplomatico egiziano; il doppio di quelle commesse da un diplomatico francese; 15 volte più di quelle commesse da un diplomatico tedesco. E stiamo parlando di soggetti altamente qualificati come quelli di Venezia e Milano.
Dopo il caso di Venezia, Renzi ha detto che le regole ci sono e basta applicarle. Rosy Bindi del suo stesso partito dice che bisogna riscrivere le regole. Le regole scritte sulle carta si possono sempre perfezionare, ma il vero problema è costruire un sistema di controlli efficiente ed efficace. Da venti anni il Partito dei Sindaci Irresponsabili rifiuta i controlli. Voglio sperare che il ravvedimento di Renzi sia sincero ed operoso.

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